TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Una domanda

t_mamForse insolita, un pò spinosa…questa mattina è stata posta a me, da chi in questo momento non accetta la sofferenza fisica, si è dimenticata tutto, l’essere madre, l’essere moglie, Dio, gli amici….tutto. Solo la sua sofferenza (che per altro è nella media della popolazione femminile dai 55 in poi)…la stà rendendo egoista. Questa mattina, visto che ho una spalla bloccata da una contrattura e non posso che fare massaggi usando per altro solo determinate creme o unguenti, quando mi ha vista comunque circolare con automobile, busta della spesa e una bella fasciatura si è urtata, mi ha detto:”O tu non hai veramente un dolore o dimmi come c….fai? Bhe, poi tu sei abituata…” Diciamo che l’ultima considerazione era veramente di cattivo gusto, da evitare.
Togliendo la parolaccia la giro a voi: come affrontate la sofferenza, il dolore (anche dell’anima, per quello fisico escludiamo la medicina ;-) )? (ovviamente generalizzando, magari ogni sofferenza avesse la stessa medicina!)
Io con la forza del cuore, con l’amore per la vita, con la speranza che domani sia migliore, con la fede che sempre mi sostiene.

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Nomination

Ringrazio di cuore la mia dolce amica Violeta del blog https://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com, per avermi nominato per questo nuovo premio, il Blogger Recognition Award (Riconoscimento Blogger Award).

blog

Le Regole:
* Nominare 15 blog e avvisarli
* Ricorda che non si può nominare se stessi o la persona che ti ha nominato.
* Scrivere un post per mostrare il vostro premio scrivendo una breve storia su come è cominciato il tuo blog, e dare uno o più consigli ai nuovi blogger. E’ un modo per farsi conoscere…..
* Ringraziare la persona che ti ha nominato.

Ho aperto il blog quando mi sono resa conto che vivere in questa città ha sicuramente i suoi vantaggi ma mi iniziava a stare stretta; nessuna iniziativa culturale, nessun circolo da frequentare, l’associazione a cui volevo iscrivermi si stava lentamente spengendo, una grande delusione su un concorso cittadino a cui avevo partecipato.
Mi sembrava che le pareti di una cella mi stringessero, in più, a parte un paio di amiche, mi rendevo conto che dire la mia era, ed è, un problema, per una serie di motivi che non stò qui a spiegare. Prendere l’automobile per fare spesso una media di 60/80 chilometri ogni volta che avevo fantasia di qualcosa o mi sarebbe piaciuto incontrare qualcuno stava diventando faticoso e materialmente oneroso. Una mia amica, che all’epoca aveva un bellissimo e seguitissimo blog, me lo ha proposto e così, il semplice navigare su Internet alla ricerca di immagini, notizie o quant’altro, si è trasfomato in quella che io chiamo “la mia finestra sul mondo”. Per questo ringrazio tutti i blogger amici che mi seguono e che seguo, oltre quelli che periodicamente fanno incursioni anche da terre lontane che fanno muovere la mia mente e spesso anche le gambe (e i pneumatici). Grazie.
A chi vuole aprire un blog dico solo: seguite il vostro cuore, l’istinto e l’onestà che avete dentro, il blog è un’altro voi.

Nomination:

https://pouruneseulenote.wordpress.com

https://alicejaneraynor.wordpress.com

https://viaggiandoconbea.wordpress.com

https://poesilandia.wordpress.com

https://hortusclosus.wordpress.com

https://gudsol.wordpress.com

https://isabellascotti.wordpress.com

https://luca701.wordpress.com

https://mifo60.wordpress.com

https://thetrendydiary.wordpress.com

https://sibilleecavalieriateatro.wordpress.com

http://giannipianofortista.blogspot.it

https://danielecerva.wordpress.com

 

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A Lady in Paris

a lady di Ilmar Raag

a-lady-in-paris-2012-Ilmar-Raag-06 Anne Rand, cinquantenne estone, dopo il divorzio dal marito ubriacone e la morte improvvisa della madre accetta un’offerta di lavoro a Parigi.
Dovrà prendersi cura di Frida, ultaottantenne, estone anche lei, un’anziana signora borghese, eccentrica, elegantissima, insopportabile, che si sente pienamente parigina, una donna che è stata bellissima e corteggiatissima. La donna però è tanto ostile e dura che Anne decide di lasciare il lavoro e andare via.
A convincerla a restare è Stéphane, gestore di un bar e che è stato amante di Frida molti anni prima malgrado la notevole differenza d’età; quasi un figlio adottivo si sente lui, ancora una passione accesa per lei.
La dolcezza, la delicatezza, la fermezza di Anne, il dialogo, il tè caldo faranno si che le due donne trovino un punto in comune per convivere: il bisogno di essere amate, non solo dagli uomini.

Per questo film il regista si è ispirato alla vita della madre e lo ha ambientato a Parigi per cui ha una vera e propria passione.
Non amo particolarmente il cinema francese contemporaneo perchè a perso molta magia, mentre sono affascinata da quello molto lontano da noi ormai, dove c’è tutta la tradizione francese per questa meravigliosa arte e dove ancora il business non bussava alle porte, ma quando leggo nel cast Jeanne Moreau, non ho resistito (anzi mi è venuta voglia di rivedere alcuni suoi film). E’ un’attrice che mi è sempre piaciuta e di cui ho visto diversi film, una donna sensuale come poche.
Il fascino dei film francesi è sicuramente l’aria che si respira nei luoghi di questa nazione, di Parigi, che qui il regista non ha presentato nelle sue bellezze turistiche anzi le ha lasciate a margine, ma anche l’amore, come sanno tessere loro geometrie amorose non credo nessun altro: passione, eleganza, raffinatezza e sguardi. Ecco questo mi piace, è intrigante.
E’ un film al femminile direi, non è solo sentimentale, è un film dell’anima, della diversità culturale, dei sogni, della gioventù e della bellezza che non tornano più.
Sinceramente le passeggiate notturen di Anne a Parigi gliele ho invidiate. Che meraviglia!!!!
Jeanne Moreau non mi ha deluso neanche questa volta, una vera icona, calata perfettamente nel personaggio dove ha saputo mostrare l’egocentrismo, la bellezza che se ne va con sguardi e atteggiamenti, i suoi primi piani parlano più di mille parole, una parte che le calza a pennello ( mi ricorda molto la sua vita sentimentale); ma bravi anche Laine Mägi e Patrick Pineau a-lady-in-paris-14338
Bella la fotografia in questo film che definirei delicato, anche nel presentare i sentimenti di amarezza, nostalgia, malinconia, solitudine.
Se vi capita di vederlo fatelo, manca un pò di grinta a mio parere, ma è un gioiellino da noi mal distribuito, perchè film così non incassano grandi cifre, mal tradotto nel titolo, come spesso succede, non vedo perchè trasformare il titolo originale “Une Estonienne à Paris” in “A Lady in Paris”. Ma chi è la Lady tra queste due donne solitarie che ritroveranno nelle vie di Parigi ancora la voglia di cambiare la loro vita?

A LADY IN PARIS, (aka UNE ESTONIENNE A PARIS), from left: Laine Magi, Patrick Pineau, 2012. ©Pyramide Distribution

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Sono arrabbiata, delusa e stasera…

…mi lamento.

 

La società italiana è paralizzata, e qualcuno mi venga a dire che non è così, voglio dati alla mano, coerenti, che posso vedere con i miei occhi.
Quello che vedo veramente è che i giovani non hanno un futuro e gli altri vanno sempre più giù, le fabbriche continuano a chiudere, i negozi chiudono…
Qual’è la speranza di lavorare decentemente? Comprare una casa? Formare una famiglia?
L’illusione che si è creta è che il lavoro bisogna inventarlo (chi me ne propone alcuni?), che bisogna sapere le lingue (così puoi andare via più velocemente), rispondere alle inserzioni (tutte abbastanza fasulle), appoggiarsi alle interenali (e qui ne avrei da dire…), navigare sul web (alla ricerca di cosa?), viaggiare all’estero (se hai i soldi…)….
Tutti pronti si parte…per cosa?
Per l’approssimazione, poche idee e non molto originali, questo ha portato l’inventarsi un lavoro; per blog e siti a vendere e proporre, mi chiedo quanto siano controllati (?) e quanto lavoro portino; per partite Iva aperte a iosa, e mai usate…il mercato dell’illusione dove la disoccupazione continua a sguazzare, basta guardare i dati.
Al di sotto dei 24 anni abbiamo un tasso di disoccupazione altissimo, il lavoro per le donne diminuisce, al sud non ne parliamo.
E diminiuscono gli alunni nelle scuole, si abbandona prima del tempo.
E si allunga l’età pensionistica così quando ti tirano su una statistica, l’occupazione tra i 50 e 65 sembra esasere forte. Ma che bella illusione!!!
E ancora al governo blaterano di un “largo ai giovani” ma su cosa ancora lo devo capire.
Figli che si appoggiano ai genitori, ai quali comincia a scricchiolare l’entrata economica.
E allora certo che diventiamo cinici, aggressivi, indifferenti, anche difronte ad un goveno dove la carriera e il potere economico per loro sono la priorità.
Dove sono gli uomini e le donne di parola che poi la cronchetizzano?
Dove sono gli uomini e le donne che sanno essere solidali?
Dove sono gli uomini e le donne che davanti alla critica, alla condanna cercano una soluzione?
Non ci sono, noi non li abbiamo, sul Colle abbiamo le star.
Mi sento triste quando sento i figli di amici dire “finalmente la laurea ora me ne posso andare…”. Che Italia triste.
Un Italia senza una gioventù ottimista, forte, un’Italia dove i servizi pubblici dovrebbero essere orientati verso il lavoro non verso la sua perdita.
Un Italia sempre meno cosmopolita, non propinando tutti i giorni alla tele che “sono arrivati e stati accolti tot migranti di cui tot sono donne, tot sono bambini, siamo l’unico paese che….” non è questo essere cosmopoliti. E’ accettare di inserire e collaborare con regole di lavoro preciso, regole d’accoglienza precise che diano la possibilità ai nostri giovani di uscire, conoscere e poi rientrare, che danno la possibilità ai giovani stranieri di portare un apporto concreto e poi di restre se validi o tornare nelle loro terre se lo desiderano.
E noi popolo dovremmo cominciare a capire che basta con le scorciatoie, che i furbi e i ladri vanno annientati, che la bellezza e la cultura della nostra Terra va rispettata, che le ingiustizie vanno combattute, che è vero che abbiamo dei doveri, ma cavolo i nostri diritti andrebbero tutelati e invece siamo rassegnati, che il benessere non è una busta paga alta, ma ben altro….

Non sono seduta sulla “poltrona”, non ho sconti, precedenze, privilegi, agevolazioni; non rubo, non approfitto, non driblo, non evado; ho una casa, una famiglia, un solo stipendio; non mi lamento della mia vita o di quello che non posso avere, quello che ho mi basta e mi va bene così.
E allora perchè mi lamento?

Perchè a 57 anni sentirsi dire: “Bella mia tu dormi, fatti furba…” bhe, mi ha fatto “rodere” (come si dice a Roma) e se poi a dirlo e chi stà seduto comodo…e se poi per dire quel che penso passo anche i guai, mi faccio “rodere” ancora di più.
E allora non mi va più giù questo Paese meraviglioso, ne sono altamente scontenta e se potessi me ne andrei anche adesso. Dove? Non è importante, perchè ovunque andrò potrei fare sempre la stessa cosa, andarmene.
E qualcuno dirà:”Perchè parli tanto e non combatti?” Perchè la lotta dovrebbe essere di tutti, o almeno di tanti, e siccome è un dato di fatto che spesso lo faccio da sola mi sono stufata, il mio diritto sembra non valere niente se sono una.
Oggi mi lamento, scusatemi e scusami tu Italia, terra stupenda e maltrattata, ti amo da morire ma non mi sento più italiana (lo sono orgogliosa solo geograficamente).

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Già so che domani mi pentirò di questo sfogo e magari non rouscirò a non muovermi ancora perchè in me “il vento soffia ancora”, ahimè -sempre-.

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Colpa delle stelle

colpa-delle-stelle_1025634– John Green

 

Hazel Grace Lancaster ha 16 anni e un cancro, prima alla tiroide ora ai polmoni.
Augustus Waters (Gus) ha 17 anni e ha sconfitto un tumore alle ossa. E una gamba amputata.
I due si incontrano frequentando un gruppo di supporto e si innamorano.
Hazel, grazie ad un farmaco sperimentale riesce ad andare avanti, anche se la sua vita è molto diversa dai suoi amici adolescenti: visite, ospedale, drenaggi, un tubicino perennemente fissato al naso e attaccato ad una bombola di ossigeno da trasporto.
La cosa più bella che gli accade è conoscere Gus, che malgrado provato dalla vita, è allegro, appassionato, non stà mai fermo…
“Un’imperiale afflizione”, romanzo dello scrittore Peter Van Houten, li porterà ad Amsterdam con la voglia di incontrarne l’autore. La delusione sarà grande, l’uomo è alcolizzato, scorbutico, scostante.
Amserdam sarà un momento di magia per i due ma anche l’inizio di una tragedia, Gus rivela a Hazel di avere fatto una Pet che ha evidenziato una una seria ricaduta al tumore.

 
Prosegue la saga dei libri adolescenziali proposti da Meli, e qui mi sono gelata.
Ho iniziato la lettura di questo romanzo con un pò di leggerezza pur conoscendo l’argomento. Sicuramente la scrittura non è impegnativa, scorre veloce, come se l’avesse scritto un giovanissimo…ma l’argomento è stato un pugno nello stomaco. L’ho vissuto quella situazione raccontata, non io personalmente, ma per via dei ragazzi che ho incontrato durante la chemio.
Mi sono commossa leggendolo (stò invecchiando, me ne rendo conto…) perchè vedevo davanti i miei occhi una coppia che era con me, lui malato lei sana, lei che lo accarezzava, gli lavava il viso, lui che sorrideva, avevavo 19 anni; ho rivisto Piero e un’altro di cui non mi ricordo il nome, 17 uno, 18 l’altro, che quando arrivavano “cazzareggiavano”, facevano battute, ci si prendeva in giro, ridevano…tutto per coprire la grande paura che avevano nel cuore e nel fondo degli occhi; e ho rivisto Melina, catanese, magra magra, 17 anni, senza un capello, senza un filo di forza…dolce, disponibile, sorridente, tanto fragile, lei non ce l’ha fatta.
E poi mi è montata la rabbia quando ho capito che Gus non ce l’avrebbe fatta, perchè mica tutti i romanzi finiscono bene, e nel pensare che tanta gioventù ha avuto poco spazio per attraversare questo mondo, bhe! mi fa male, e tanto. E ho anche pianto, non mi vergogno a dirlo, perchè il dolore lo sento ancora oggi senza essere nel fisico..
Nel libro la morte è costantemente intuita, ma nel libro c’è anche l’incitamento a vivere, ad amare, a godere di ciò che la vita ci presenta anche nelle stuazioni più terribili, c’è l’incitamento a non aver paura dei sentimenti profondi, forti, anche se si è adolescenti.
Magari può sembrare che un tema serio come il cancro sia trattato con leggerezza, ma vi posso garantire che poi sotto quella leggerezza c’è la fame dei giovani verso la vita, la paura da coprire, io l’ho visto con i miei occhi.
Ho visto ragazzi sfrecciare in moto con i sondini al naso, una ragazza partecipare ad una gara automobilistica malgrado i suoi globuli non le davano modo di camminare, ho visto un’altra ballare ad una festa con la mascherina sulla bocca malgrado le sue difese erano quasi azzerate…la vita, la vita è ciò che cerca sempre di vincere. A volte ci riesce, a volte no.
Green si rivolge ad un pubblico giovane sapendo trattare anche un tema così importante, con un tono leggero, ma senza cadere nel banale.
Voglio aggiungere che non si può pensare che il cancro sia il protagonista della storia, sono i due ragazzai e il loro mondo ad esserlo, quindi se intendete leggerlo non vi aspettate un trattato scientifico sulla malattia, e per fortuna, non è di questo che a volte si ha bisgno, si ha bisogno di un pò di favola. Io per prima. E proprio ieri sera ho finalmente potutto vedere Maria Grazia, ma non abbracciarla, baciarla; il sauo pancino ora si vede bene, abbiamo parlato un pò, aveva le forze, era stata appena trasfusa di piastrine, abbiamo parlato di diverse cose e quando è stato il momento di salutarla mi ha detto: “Vorrei tanto almeno vedere il volto del mio bambino, l’eco non mi basta.” Mi sarei messa a piangere, non l’ho fatto perchè credo sempre nella vita e gli ho detto.” Devi non solo vedere il suo volto, ma vederlo crescere, tieni duro e sorridi, il tuo emocromo gioirà con te!” E quanto ci credo in questa cosa io!!!
A Meli il libro è piaciuto molto, ha sottolinenato tanti passaggi, ma molti li conosceva già purtroppo, anche se piccola, li ha vissuti con me.

 

cs

 

 

 

 

 

 

 

regia di Josh Boone

Non stò a ripetere la trama, il film ricalca perfettamente il libro, ma aggiunge il movimentoma.  Dopo il libro mia figlia propone il film, di solito, quando c’è, vuole il confronto…volevo evitare, una strapazzata era più che sufficiente, ma non mi andava di dirgli di no, anche se poi lei ha mollato: “Ma mi piace di più il libro….” per me ha avuto paura di “vedere”, anche se un film non è mai ciò che veramente è.
Anche questo l’ho provato sulla mia pelle, mi verrebbe di dire “..ho visto cose che voi umani ….” perchè è così; ciò che si vede alla tele, nei film, sui giornali è il minimo di quello che esiste, e non lo racconto per non tediarvi, o impressionare, o farvi soffrire, cose che non si possono dimenticare, persone che porterò sempre con me anche se non ci sono più.
Sicuramente il film non è un capolavoro, ma ti “acchiappa” emotivamernte, la grazia di Shaileene Woodley è stupenda, e anche le poche perfette scene con Wiliam Dafooe sono da gustare, un Ansel Elgort che diventa un perfettoè Gus, un bello un pò strafottente ma sensibile, come descritto nel libro. Bravi tutti gli attori e bravo il regista.
Un film tenero e che lascia la porta aperta alla speranza, dove arrendersi non è al primo colpo. Un film da vedere, anche i “grandi”.

Un libro e un film per chi crede che le stelle sotto cui nasciamo non sono sempre brillanti.

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E’ l’estate…

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Un sepalo, un petalo e una spina
In un comune
mattino d’estate,
Un fiasco di rugiada,
un’ape o due,
Una brezza,
Un frullo
in mezzo
agli alberi –
Ed io sono
una rosa!

Emily Dickinson

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L’amore nel vento – Katja Kettu

vento1944. Lapponia.
Seconda guerra mondiale, la Finlandia si allea con i tedeschi contro l’Unione Sovietica.
Il Campo Titovka, vicino al Circolo polare artico, è un campo di concentramento dove si pratica “L’operazione stalla”: donne prigioniere abusate e sottoposte a tutti i tipi di sperimantazione.
Nel campo c’è una donna, Guercina, che per non rinunciare al suo amore per un ufficiale delle SS, Johannes Angelhurst, si fa mandare volontariamente in quell’inferno come levatrice.
Johannes Angelhurst ha partecipato alla guerra in Ucraina, ma sembra non ricordare nulla di quel periodo, fino a quando Guercina trova una foto tra le tante che lui ha scattato come fotografo ufficiale di guerra.
Guercina è una donna forte, appassionata, sembra un demone…ma quanto potrà essere forte davanti alla realtà atroce che conoscerà? Riuscirà ad aspettare Johannes al fiordo del Morto dove c’è una capanna isolata e un baule con dei taccuini preziosi? Potrà perdonare Facciabruciata?

 

Un romanzo bello, ma terribilmente intriso di sofferenza; ci ho messo molti giorni per leggerlo, lo stomaco si torceva, il mio essere madre si addolorava, il mio essere donna si annientava….Un romanzo struggente che parla di vita e di morte, che può commuovere e tormentare, un romanzo crudo nella sua realtà storica perchè legato ad una guerra. La guerra  è già di per se un’atrocità, ma molte sono quelle che sempre porta legate, atrocità che non possono avere nessuna giustificazione. Un romanzo che è attraversato da tante figure ma i personaggi principali sono due, due le storie che pur divise si intrecciano, si scontrano e incontrano, due voci narranti: Guercina e l’ufficiale delle SS. Due storie che attraversano un periodo feroce della nostra storia, che attraversano una terra dal clima feroce, due storie che nella loro terribile esistenza creano l’amore più grande: una figlia (la figura tenera che mi farà piangere all’ultimo per questa madre sfortunata). Il linguaggio usato dall’autrice è forte, crudo, sboccacciato, ma questo rende il romanzo incredibilmente reale (in parte lo è), incredibilmente accattivante.
Un libro da leggere sapendo che non si leggerà la classica storia d’amore, a dispetto dell’assurdo titolo che, come il più delle volte,  in Italia è stato ribaltato dall’originale, un titolo che non ha niente a che vedere con il contenuto. Il titolo originale è La levatrice, e qui ci stà tutto. Se avete stomaco forte e cuore saldo leggetelo, se sapete emozionarvi malgrado la crudeltà che spesso ci circonda leggetelo, se potete pensare che esistano amori al limite della ragione e non vi erogate il diritto di giudicare leggetelo, non resterete delusi.

 

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Numeri

Croce (per moltissimi)  e delizia (per pochi).

“…Stavo tornando a Baghdad al lento passo del mio cammello, quando scorsi, seduto su una roccia, un viandante modestamente vestito. Stavo per salutarlo, quando, con mia grande sorpresa, si alzò e disse solennemente: “Un milione quattrocentoventitremila settecento e quarantacinque”. Dopo qualche istante l’uomo si levò nuovamente e con voce chiara pronunciò: “Duemilioni trecentoventunmila ottocento e
sessantasei”. Incapace di frenare la mia curiosità, mi avvicinai e gli chiesi quale fosse il significato di quei numeri.
“Il mio nome è Beremiz Samir. Cominciai a lavorare come pastore al servizio di un ricco signore. Tutti i giorni conducevo al pascolo un grande gregge di pecore. Per timore di perdere qualche agnellino, le contavo diverse volte al giorno.
Grazie al continuo esercizio riuscii nella notevole impresa di contare tutte le api di uno sciame…”

da L’uomo che sapeva contare

Malba Tahan

 

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se

Eccomi a partecipare ad un nuovo Tag di cui ringrazio Gabriel del blog: https://crispymcgabriel.wordpress.com, un tag a cui partecipo con piacere.

Le regole:
– mantenere l’immagine all’inizio di questo post
– citare da dove è partito il Tag: bloody ivy (http://bloodyivy.it)
– citare chi vi ha nominato
– rispondere nel modo più breve possibile alle domande sottostanti
– nominare (almeno) 10 blog e avvisarli
Se io fossi un angelo: quello della Pace
Se io fossi una canzone: sono tante canzoni, ogni melodia per un momento diverso della mia vita
Se io fossi un uccello: falco
Se io fossi un colore: l’azzurro Cina
Se io fossi un fiore: il tulipano bianco
Se io fossi un libro: sono tanti libri, tutti da sfogliare, ognuno ha un argomento diverso
Se io fossi un frutto: la ciliegia
Se io fossi un’opera d’arte: una Madonna
Se io fossi un oggetto: un orologio
Se io fossi un gioco: le tamburelle
Se io fossi un attore: Montgomery Clift, Gérard Philipe, James Dean, Paul Newman (ognuno ha qualcosa di me)
Se io fossi un fumetto: Eva Kant
Se io fossi un vestito: una tunica di velo bianco
Se io fossi un cantante: tutti quelli che hanno una voce graffiante…
Se io fossi un mezzo di trasporto: un’ automobile
Se io fossi una frase: “…il posto che mi piace si chiama mondo…”
Se io fossi una parola: amore
Se io fossi una lettera: P
Se io fossi un animale: cane o lupo
Se io fossi una città: Roma, la mia Roma
Se io fossi un profumo: vaniglia
Se io fossi una pizza: una focaccia
Se io fossi una torta: il ciambellone fatto in casa
Se io fossi una bibita: l’acqua
Se io fossi un edificio: il Colosseo
Se io fossi un personaggio mitologico: Pegaso
Se io fossi una stella: Alfa Centauri
Se io fossi una pianta: una quercia
Se io fossi uno scrittore: tutti
Se io fossi un pesce: il delfino
Se io fossi un criminale: Arsenio Lupin
Se io fossi un fenomeno atmosferico: il vento di tramontana
Se io fossi una montagna: la Presolana
Se io fossi una nota musicale: tutte
Se io fossi un simbolo: la croce
Se io fossi uno strumento musicale: tutti
Se io fossi un calciatore: Gigi Riva
Se io fossi una coppa: di gelato :-)
Se io fossi una bandiera: della pace
Se io fossi una rivista: nessuna
Se io fossi una salsa: pesto

Ora dovrei nominare 10 blogger, ma non lo farò, invito i miei amici a partecipare, è un tag simpatico.

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Padri

Quando si parla di separazioni e affido di figli la maggior parte di articoli giornalistici, commenti televisivi o quant’altro, parlano delle madri, delle loro difficoltà, del loro coraggio nell’affrontare la nuova situazione.
Giusto.
Ma voglio spezzare una lancia a favore dei papà, una figura sicuramente rivalutata, ma ancora sottotono; i padri, uomini che affrontano drammi a volte non voluti, uomini che stanno affrontando percorsi difficili, uomini senza conforto.
Uomini con una grande forza, con grande sensibilità. Uomini che per abbracciare un figlio lottano in tribunale.
I loro figli anche se non vivono con loro si devono considerare fortunati ad averli come padri.
Il tempo lo dimostrerà.

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