TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

E vabbè, m’è presa così!

La Campana della Chiesa

Che sôno a fa’? – diceva una Campana. –
Da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente
che invece d’entrà drento s’allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era già piena;
ma adesso ho voja a fa’ la canoffiena*
pe’ chiamà li cristiani cór patocco!
Se l’omo che me sente nun me crede
che diavolo dirà Dommineddio?
Dirà ch’er sôno mio
nun è più bono a risvejà la fede. –
No, la raggione te la spiego io:
– je disse un angeletto
che stava in pizzo ar tetto –
nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall’anima cristiana
che nun se fida più de la Campana
perché conosce quello che la sona…

Trilussa

 

*altalena

 

 

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La scelta

di Michele Placido

 

Laura viene stuprata da uno sconosciuto e, dopo qualche tempo, scopre di essere incinta.
E’ sposata con Giorgio, sono una coppia che si ama tantissimo, non sono mai riusciti ad avere figli. Giorgio si sente defrautato del suo senso di paternità, Laura vuole trasformare la violenza in amore, malgrado “la scelta” non sia facile. Riuscirà Giorgio ad accettare un figlio che potrebbe non essere suo?

             

Una storia emotivamente forte, un tema che che da sempre scavalca i secoli, un tema attuale ma che ha radici profonde. Un film dove non solo è preso in considerazione il tema della paternità, ma anche l’accetazione dello stupro è messa in evidenza. Temi delicati, intensi.
Film sentimentalmente drammatico, da vedere.
Brava davvero Ambra Angiolini, un ruolo difficile il suo, piatta come sempre la recitazione espressiva di Raoul Bova, ma comunque efficace. Ottima la regia di Michele Placido, che recita anche nel film, ottima la colonna sonora, bella la fotografia.

 

 

Il film è ispirato alla commedia teatrale di Pirandello, “L’innesto” (1919).
Se non l’avete mai letto lo consiglio, a me è piaciuto tantissimo, e per questo mi è venuta voglia di vedere il film. Un Pirandello sempre attuale.

 

 

 

 

 

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 Antoine de Saint-Exupéry

Amore non è guardarsi a vicenda, è guardare insieme nella stessa direzione.

(io e mio marito abbiamo il vizio di guardarci a vicenda…da ormai 34 anni…forse bisogna farlo)

 

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Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Essere bambini è bello?

Fai questo! Fai quello!
Lascia stare tuo fratello!
Ma ci vedi?!
Solleva i piedi!
Tieni dritta la schiena!
Dio mio! Fai proprio pena!
Non ti ingozzare!
Smetti di cantare!
Sei un musone!
Ti mollo un ceffone!
Mi fai ammattire!
Stai sempre a dormire!
Portami da bere!
Questo è da vedere!
Non ti sporcare!
Ti devi arrrangiare!
Fammi spazio!
Sei uno strazio!
E smetti di tirar su!
Non ti sopporto più!
Guarda lui com’è buono!
Basta con questo frastuono!
Essere bambini è bello?
Macché! è solo un pesante
fardello.

Susanne Kilian

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Dedicata… (a buon intenditor…)

ER SORCIO LOMBETTO*

Un Sorcio bianco, pieno de coraggio,
stava studianno er modo
d’entrà ne la bottega d’un caciaro
pe’ fasse una magnata de formaggio;
e siccome era secco come un chiodo
nu’ j’ariuscì dificile er passaggio.
Smerlettò lo stracchino,
fece ‘na grotta ar cacio pecorino,
allargò li bucetti a la groviera…
De tutto quer che c’era
vorse sentì er sapore:
s’ingozzò come un lupo, come un porco,
insomma fece un pranzo da signore.
Ècchete che la sera,
doppo d’avé magnato e rimagnato,
er Sorcio pensò bene de squajasse
da l’istessa fessura ch’era entrato.
Ma aveva voja a spigne e a intrufolasse:
ce capeva la testa, ammalappena.
— Mó sconterai la pena
d’avé fatto un’azzione disonesta.
— je disse un Sorcio, antico der locale —
Se voi riuscì de qui, caro collega,
bisogna che diventi come jeri,
secco, affamato, debbole com’eri
quanno ch’entrassi drento ‘sta bottega…
— E allora — disse er Sorcio — nun me mòvo:
mica so’ scemo! Già che me ce trovo
seguito a magnà qui: chi se ne frega?

Trilussa

*ladruncolo

**frequentatore abituale

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Honoré de Balzac

 “Si può amare senza essere felici e essere felici senza amare;
ma amare e essere felici è qualcosa di prodigioso.”

 

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Suite Francese

di Saul Dibb

 

Francia, 1940.
Molti uomini partono pert il fronte, molti vengono fatti prigionieri dalle armate naziste e di loro non si sa nulla.
Tra i prigionieri potrebbe esserci il marito della bella Lucile, sposato pe rimposizione del padre, che vive con la dispotica suocera nel villaggio di Bussy, che viene occupato dai tedeschi.
Proprio nella casa delle donne viene alloggiato un giovane e affascinane ufficiale che con i suoi modi gentili conquisterà Lucile.
Tra la popolazione monta l’odio per il nemico che crea tensione tra fucilazioni e perquisizioni. E montano i sospetti sulla giovane donna.

 

Nell’Europa insaguinata dalla guerra nasce un sentimento, una storia d’amore impossibile.
Due personalità differenti che non si annullano una nell’altra, anzi.
Un film da vedere, credetemi. Inquadrature spettacolari, bella la colonna sonora, ricostruzione perfetta del momento storico, bravissimi gli attori e ottimamente scelti per i ruoli (Lucile-Michelle Williams Madame Angellier-Kristin Scott Thomas (attrice che adoro) Bruno von Falk-Matthias Schoenaerts) e che esprimono perfettamente le emozioni, le paure. Non è un film romantico, il contorno all’amore è l’orrore della guerra, la perdita di dignità, l’infelicità, la cattiveria, ma anche la solidarietà, il coraggio; l’amore è un rifugio a tutto questo anche nella difficoltà di viverlo. E’ un film che mi ha creato un forte impatto emotivo.
Film tratto dal romanzo di Irène Némirovsky*, che raccontò la Francia occupata, dove non tutti i tedeschi erano spietati, non tutti i francesi facevano resistenza.

 

*Scrittrice ebrea nata a Kiev nel 1903, figlia di un ricco banchiere ebreo, venne allevata dalla sua governante francese Zezelle. A causa di una taglia che i soviet misero sul padre la famiglia fu costretta a scappare fino ad arrivare in Francia, Paese che la scrittrice adottò come sua patria. Colta (laureata in lettere alla Sorbona), parlava sette lingue. Nel 1923 Irène Némirovsky scrisse la sua prima novella: l’Enfant génial, nel 1926 pubblicò il suo primo romanzo ma divenne celebre nel 1929 con il romanzo David Golder, negli anni a venire pubblicò molto.
Si convertì al cattolicesimo nel 1939.
Nel 1926 sposò Michel Epstein, ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie: Denise ed Élisabeth.
Vittime delle leggi antisemite varate nel 1940 dal governo di Vichy, Michel Epstein non poté più continuare a lavorare in banca e a Irène Némirovsky fu proibito pubblicare, si trasferirono a Issy-l’Évêque, dove avevano messo al riparo nel settembre del 1939 le loro figlie. Némirovsky scrisse ancora diversi manoscritti. Considerata un’ebrea dovette applicare la stella gialla sui suoi abiti. Le sue opere non furono più pubblicate. Solo l’editore Horace de Carbuccia, sfidando la censura pubblicò le sue novelle fino al 1942. Il 13 luglio 1942, Irène fu arrestata dalla guardia nazionale francese, tradita da un suo compatriota. Fu deportata ad Auschwitz, dove venne trasferita nel Rivier (l’infermeria in cui venivano confinati i prigionieri troppo ammalati per lavorare) per essere poi uccisa il 17 agosto 1942. Il marito fu arrestato nell’ottobre del 1942, deportato ad Auschwitz assieme alla sorella, venne ucciso nelle camere a gas al suo arrivo.
Le figlie finirono sotto la tutela di Albin Michel e Robert Esmenard fino alla loro maggiore età.
Denise ed Élisabeth riuscirono a salvare alcuni documenti conservandoli in una valigia, la stessa in cui li avevano trovati, per anni Denise non aprì la valigia; quando finalmente decise di aprirla (1990) vi scoprì un manoscritto nel quale riconobbe la grafia della madre e il colore azzurro dell’inchiostro che preferiva. Era Suite francese, opera incompiuta. Il testo doveva comporsi di cinque parti, ma soltanto le prime due, Tempesta in giugno e Dolce, furono completate, delle restanti si conoscono solo i titoli abbozzati dall’autrice: Prigionia, Battaglie, La pace; non iniziò mai a scriverli a causa della deportazione. I manoscritti sono diventati, nel 2004, un libro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le mie querce perdono le ghiande…

Caccia alle ghiande

 

Era ora di pranzo. Pimpi guardò nella credenza ed esclamò:”E’ rimasta solo una ghianda!”
Per farla durare i mise a mangiarla molto lentamente. Ma ben presto la ghianda finì.
Allora Pimpi prese il cestino e si incamminò nel bosco per raccoglierne altre, guardò sotto ogni quercia, ma non riuscì a trovarne neanche una.
Pimpi guardò perfino a casa di uno scoiattolo, “Sei rimasto senza ghiande anche tu!” disse.
“Non ci sono ghiande qui intorno!” disse “Forse Kanga può aiutarmi.”
Kanga non aveva ghiande, ma al loro posto diede a Pimpi una squisita fetta di torta; “E’ molto buona!” disse Pimpi, “Ma non è come una ghianda!”
Allora Pimpi chiese a Tigro se aveva visto delle ghiande. “Qui non ce ne sono!” disse Tigro.
Pimpi si sentiva molto triste. “Forse Pooh può tirarmi su il morale”, pensò.
Pimpi bussò alla porta di Pooh.
“Ciao Pimpi, sei arrivato al momento giusto!” disse Pooh.  “Giusto per cosa?” chiese Pimpi, “Per una bella sorpresa!” disse Pooh e fece entrare l’amico in casa.
“Evviva le ghiande! Evviva Pooh!” gridò Pimpi e si avventò sulla torta.

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Come si dice? Perde il pelo ma non il vizio…

E non parlo del lupo ma…
…di Papa Paolo III, nato Alessandro Farnese, che fu papa dal 1534 al 1549, anno della sua morte. E indovinate un po? Anche durante il suo pontificato il nepotismo fu uno dei suoi sommi pensieri.
Favorì i suoi quattro figli (da cardinale, nomina ottenuta a soli 27 anni grazie alla bellissima sorella Giulia, amante di Papa Alessandro VI), avuti da Silvia Ruffini e di cui richiese la loro legittimazione per salvare il casato dal pericolo incombente dell’ estinzione, una ragione che i pontefici Giulio II (da cardinale aveva avuto a sua volta tre figlie) e poi Leone X (per grande amicizia) compresero e accolsero con tolleranza; creò per il figlio Pierluigi il Ducato di Parma e Piacenza; i nipoti Alessandro e Ranuccio Farnese (figli del figlio Pier Luigi) e Guido Ascanio Sforza (figlio della figlia Costanza) divennero cardinali; si fece costruire uno splendido palazzo nel cuore di Roma dove accasò tutta la sua famiglia. Per la sua fama di donnaiolo fu soprannominato Cardinal della Gonnella. Volle una riforma della disciplina e dei costumi della Chiesa, ma lui rimase legato ai piaceri della tavola: si faceva arrivare dai suoi possedimenti cervi e cinghiali da Castro, fagiani e spigole dall’isola di Bisentina, trote e anguille da Montalto, cipolle e verdure da Gradoli, melaranci da Capodimonte, olio e miele da Canino, adorava i tortellini emiliani; amava anche bere, coltivava un culto per il vino, aveva una bottiglia per ogni ora del giorno, per ogni mese dell’anno, per quando viaggiava e per quando si sentiva afflitto dal peso della vecchiaia.
Malgrado tutto ciò fu considerato un grande pontefice, per aver iniziato la Controriforma, fper essere stato un gran mecenate, per aver dato impulso all’edilizia di Roma: fece costruire e restaurare cappelle, chiese e grandi monumenti romani, fontane, aprì nuove strade; mise sotto la sua ala protettiva eruditi e letterati. A lui si devono la Piazza del Campidoglio, la Cappella Paolina e la Sala Regia in Vaticano, il Giudizio Universale di Michelangelo.
E’ sepolto in San Pietro in un mausoleo opera di Guglielmo della Porta.
Le statue marmoree che lo compongono rappresentano le virtù del defunto: Giustizia, Prudenza, Abbondanza e Pace.
Tre statue erano piuttosto discinte, la Giustizia, praticamente nuda. Papa Clemente VIII, turbato dalle statue diede immediatamente ordine che fossero levate oppure ricoperte in modo decente. La Prudenza e la Pace, erano due donne con il seno scoperto ma di età avanzata e dunque scarsamente lascive, l’Abbondanza aveva una tunica molto aderente, quindi non svestita, per questi motivi furono lasciate come si presentavano; la Giustizia, ritenuta sensuale fu ricoperta con una veste di metallo imbiancato in modo che imitasse il marmo (una protezione mobile, come si scoprì nel Settecento). L’olandese Arnold von Buchell mise in piedi quella che sembra essere una leggenda: i volti delle quattro Virtù potrebbero essere i ritratti delle donne che avevano contato di più nella lunga e disinvolta vita di Paolo III: la madre, la figlia, la sorella e la concubina.

Sulla tomba giunse puntualmente la pasquinata:
In questa tomba giace
un avvoltoio cupido e rapace.
Ei fu paolo farnese,
che mai nulla donò, che tutto prese.
Fate per lui orazione:
poveretto, morì d’indigestione.

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Viaggio sola

di Maria Sole Tognazzi

 

Irene, quasi cinquantenne, vive girando il mondo e da sola. E’ “l’ospite a sorpresa”, il controllore di qualità degli alberghi di lusso: da una zona all’altra del mondo incontra gente, prende appunti e da voti.
Un lavoro che può svolgere non avendo creato una sua famiglia, non avendo figli. In viaggio si sente libera, quando torna a Roma da sua sorella, fa i conti con se stessa.
Si chiede se è felice, cosa sia veramente la felicità, come sarebbe se la sua vita fosse stata diversa. Nascono i dubbi se la scelta di vita sia quella giusta. Domande aperte senza mai una risposta definitiva, domande che nascono da una situazione che metterà alla prova ogni certezza.


Un film da vedere, con Margherita Buy, Stefano Accorsi, Fabrizia Sacchi, Gianmarco Tognazzi…
Una commedia delicata che tratta non solo il tema della solitudine come scelta di vita, ma anche della crisi di coppia, della comunicazione, dei pregiudizi nei confronti di donne di età e sole. Ci sono tutti i dubbi della protagonista per questa scelta di vita indipendente, da donna dei nostri giorni.
Buona regia per una buona trama: essenziale, tranquilla, intelligente.
Brava Margherita Buy, perfetta nella sua dolcezza e interpretazione.

 

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