TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Una notizia…

33824…che trovo estremamente positiva: a Londra, i ricercatori, hanno isolato l’enzima responsabile della diffusione del virus  dell’ AIDS, questo permetterà di creare farmaci antivirali più efficenti di quelli attuali.

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Piove…

…e spesso quando accade noi uomini ci annoiamo. Ma l’acqua è il più grande dono che ci è stato fatto,  senza di essa nessuna forma di vita è possibile.

In un papiro del della XIX dinastia (1304/1195 a.C. circa), gli Egizi, circondati dal deserto,  immortalarono la grande forza di questo elemento tanto umile quanto indispensabile; è scritto:

“Lode a te, o Nilo, che esci dalla Terra
e vieni a dare vita all’Egitto:
di natura misteriosa, tenebra di giorno.
Tu irrighi le campagne,
tu sei stato creato da Ra per sostenere il bestiame.
Tu bagni il deserto lontano dall’acqua;
la rugiada è acqua che cade dal cielo.
Signore dei pesci, fai levare in volo gli uccelli.
Fai il grano e crei il frumento
per far celebrare la festa del Tempio.
Arrechi sostentamento e sei ricco di cibo;
tu crei ogni cosa buona.
Tu grandissimo, tu dal dolce profumo.”

huiu2oza

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L’ultimo dono – Sándor Márai

dono

-Morte, accoglimi come tuo figlio (Kosztolányi). Forse è meglio in quest’altro modo: Morte, ti accolgo come mio padre (Márai Sándor)

-La nascita non è un’esperienza, giacché è accidentale, – si verifica e basta, senza alcuna intenzione. La morte è un’esperienza, perché si verifica anche andando contro le nostre intenzioni. (Márai Sándor)

-Ho compreso di non averti mai amato, la sola che io abbia amato è la mia passione. (Márai Sándor)
Fra il 1986 e il 1987 Sándor Márai viene colpiti da diversi lutti: due fratelli, la sorella, il quarantaseienne figlio adottivo e la sua adorata moglie Lola, compagna per sessantadue anni.
Lo scrittore ha sempre sognato di poter morire insieme a lei, invece la vede andare via lentamente, l’unica cosa che può fare per lei è mantenere la promessa fattagli: disperdere le ceneri nell’Oceano.
La vita per lui non ha più senso, continua però a scrivere il suo diario dove annota riflessioni e pensieri sulla morte, dopo poco più di un anno dalla morte della moglie si ucciderà sparandosi alla tempia.

Un diario che mi ha commosso e addolorato allo stesso tempo mettendomi davanti ancora una volta come una malattia può devastare la vita. Un diario dove è bellissimo leggere l’amore con cui Márai vede ancora la bellezza dell’ormai ottanteseienne donna che lo ha affiancato tutta la vita. Un diario dove mi è dispiaciuto, io che amo la vita ad oltranza, non veder realizzato “l’ultimo dono“ che l’uomo chiedeva di veder realizzato. Un diario che mi ha fatto scoprire diversi letterati, poeti, romanzieri ungherese a me sconosciuti e dai quale sono affascinata.
Un libro bellissimo che va metabolizzato e assaporato anche se intriso di dolore.

 

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In the Land of Blood and Honey – Nella terra del sangue e del miele

immRegia di Angelina Jolie

Anja, pittrice, vive una storia d’amore con Danijel, poliziotto. La guerra in Bosnia, 1992, li dividerà: lei è musulmana, lui serbo.
Le truppe serbe iniziano i rastrellamenti, in uno di questi Anja viene catturata insieme ad altre donne, vengono portate in un centro dove subiranno violenze atroci; il centro è comandato da Danijel che tenterà di proteggerla vivendo ancora il loro amore fino a quando suo padre, generale, troverà il modo di separarli.

Un insieme di temi difficili, spinosi, forti da trattare: il conflitto serbo/bosniaco, il conflitto religioso, lo stupro etnico pubblico e sistematico delle donne, l’uso dei prigionieri come scudi umani. Il tema centrale è l’orrore subito della popolazione musulmana, in particolare delle donne, il massacro dei loro figli. La mia amica Roberta ha pianto dall’inizio alla fine, non reggeva a certe scene.
Le emozioni mi hanno coinvolto continuamente, moralmente e sentimentalmente; nel mio intimo di donna ho sofferto moltissimo, ci sono scene forti dove la dignità delle donne viene completamente frantumata, ma la  Jolie ha fatto bene a mostrarle perchè sono state realtà; il mondo lo sapeva, ma inizialmente nessuno a mosso un dito per fermare il massacro, (nel film è ben dichiarato). Alcune scene del film sono state necessarie, come le esecuzioni, tra cui quella finale che racchiude tutta la sconfitta degli uomini davanti alla guerra, qualsiasi sia il loro credo, fazione, interesse; la guerra stessa è una sconfitta, per chiunque; le guerre sono tutte uguali: violenza.
L’unico dubbio su questo film, che nella sua durezza ho apprezzato, anzi una Jolie che mi piace più come regista che come attrice, mi viene sulla storia d’amore, che ci può stare, anzi ci stà, quante se ne sono sentite in quel periodo, ancora oggi ci sono testimonianze, ma più che una storia d’amore mi sembra l’ennesima prevaricazione su una donna, potrebbe essere vista come carnefice e vittima; ma potrei anche vederla in un’altro modo: sentimento senza retorica, mostrare l’orrore della guerra anche in un sentimento come l’amore che non necessariamente deve ben finire.  Ma si può usare una storia di questo tipo che può spingere, indurre a pensare che ci possa essere la possibilità di cambiare anche per chi ha scelto l’orrore, l’inferno di un conflitto che ha distrutto famiglie intere, città, che ha annientato quasi una genereazione?
Il film è girato e distribuito in lingua bosniaca, ma è sottotitolato.
Il film non è stato distribuito in Italia, chissà perchè.

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12 anni schiavo

444125Regia di Steve McQueen.

1841, piantagioni di cotone dove la frusta è il suono più ricorrente, una frusta che non risparmia nessuno ne donne ne uomini.
Solomon Northup (personaggio realmente esistito), intelligente uomo che suona il violinoimages, libero nel Nord, viene rapito è fatto schiavo nel Sud dove l’attende un destino incredibileimagess; la sua fuga e il ritorno a casa.

Ancora un film sulla schiavitù nera negli Stati uniti, tratto dal libro di Northup; un film drammatico, toccante, diverso dal film di Tarantino “Django”, lì veniva presentata la violenza fisica e il riscatto del nero come vendetta, qui si presenta la sopravvivenza degli schiavi come bene primario  ma senza dimenticare le loro emozioni.
Sceneggiatura bellissima, forografia fantastica, il colore fa da padrone nei grandi spazi aperti, quasi a contrastare il nero della vita vissuta dai schiavi; una natura che per contrasto sembra rappresentare la vita: alberi verdi, la nascita del cotone, i tramonti su cieli puliti, ma anche il parassita che mangia il cotone e lo distrugge.
Ci sono scene raccapriccianti, crude, di puro sadismo, di sangue…ma niente che non si sia già visto in altri film. Quello che c’è di diverso in questo magnifico film, veramente da Oscar, è la presentazione dell’intimo degli schiavi, ciò che hanno vissuto non solo fisicamente, ma emotivamente e psicologicamente. Geniale è stato, per me, Steve McQueen a usare il volto del protagonista in inquadrature dove non parla, anzi in tutto il film parla poco, ma le sue espressioni, i suoi occhi, hanno detto e rivelato molto più delle paroleimagesa; bellissime, e che mi hanno portato via l’anima, quelle in cui il film si ferma, per due minuti, che sembrano lunghissimi, dove niente si muove o nessuno parla, ma ti entra dentro tutta la drammaticità e la potenza di ciò che si racconta nel film.
Bravissimo Michael Fassbender che interpreta Edwin Epps, il violento, folle, imagesàà“padrone” della piantagione e degli schiavi in cui Solomon riuscirà ad allontanarsi per sempreimages9imagesyr; fantastico Chiwetel Ejiofornella, nella parte di Solomon Northup, lo schiavo/libero che riesce a farci capire quanto l’appartenenza ad altri esseri umani è un concetto inaccettabile, che chi ha vissuto da schiavo ha dovuto accettare quasi passivamente perchè il resto dell’umanità se ne fregava di ciò che accadeva nelle piantagioni; un cast all’altezza del film, attori giusti ineseriti perfettamente nei personaggi da rappresentare, brava davvero Lupita Nyong’o nelle vesti della schiva preferita del padrone ma terribilmente vessatalupita nyong'o 12 anni schiavo
Usare una storia vera, testimonianza dell’epoca vista dalla parte di un nero, credo abbia dato quel tocco di realtà storica importante, anche se alcune scene sono state inventate dal regista, altre scritte nel libro non sono state inserite, ma ciò non ne ha alterato la sostanza. La scena che più mi ha fatto soffrire è quando Solomon, appeso a un albero con una corda al collo, sfiora con la punta dei piedi un terreno fangoso, cercando di farne un mucchietto che gli impedisca di morire impiccato, una sequenza silenziosa, rotta all’inizio solo dal suo rantolo e poi più nulla…una lotta per la vita che mi ha sconvolto.
L’unica stonatura del film è Brad Pitt, abolizionista, che si regala una particina alla fine, come il solito da buonista.
La cosa che più mi ha rammaricato? Leggere, alla fine del film, che Solomon non ebbe mai giustizia contro i rapitori, il “padrone”, che la sua la sua opera come abolizionista non sia stata considerata, che non si sa dove e come sia morto. Sul fatto che non avesse giustizia ci potevo scommettere, libero si, ma anche vittorioso sui bianchi no, ma sulla sua scomparsa sembra quasi, anzi ne sono certa, si sia voluto far sparire una figura scomoda per quel tempo, bravo il regista ad avercelo fatto conoscere.
Cosa trovo assurdo? Il comportamento dei distrubutori italiani che volevano le locandine con i “bianchi del film”: Michael Fassbender e Brad Pitt; gli attori del film non si sono presentati all’anteprima italiana al Festival di Capri come segno di protesta. La domanda è: ci riteniamo un Paese antirazista e poi chiedimo di promuovere il film con attori bianchi mentre in America (culla dello schiavismo nero) vine presentato con un nero in primo piano? Motivo?

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Sotto la ruota – Hermann Hesse

copj170.aspLa storia è ambientata nella Germania meridionale, racconta di un giovane ragazzo, Hans Giebenrath. Il ragazzo, intelligente e preparato va a studiare nel monastero di Maulbronn, dove, per una serie di vicissitudini, lascia gli studi e torna a casa dove è evidente il suo dimagrimento, la sua apatia, che sembrano collegarsi all’eccessivo impegno per lo studio
“….Erano quasi tutti verniciati di verde e insieme con il giallo bruno delle bucce, con i colori delle ceste di mele, con l’azzurro del fiume, con i bambini scalzi e il chiaro sole autunnale davano un’allettante impressione di gioia, di vitalità e d’abbondanza. Il crepitio dei frutti che venivano spremuti sonava asprigno e stimolava l’appetito, chi arrivava là e lo sentiva era spinto a prendere in mano una mela e ad affondarvi i denti. Dalle cannelle usciva a fiotti densi il succo fresco e dolce, giallorosso, che rideva al sole; chi si avvicinava e lo vedeva,  era invogliato a chiedere un bicchiere e ad assagiarlo, poi si fermava lì, con gli occhi lucenti….E il mosto riempiva l’aria tutt’intorno del suo allegro odore penetrante….”

Scritto nel 1906 questo bellissimo romanzo racconta una parte della breve vita, la formazione, i tormenti, di un giovane ragazzo.
Mi sono piaciute molto le descrizioni dei luoghi, della psicologia dei personaggi, dell sistema di insegnamento dell’epoca che era veramente terribile, come terribile sarà le delusione che riceverà Hans, anche dall’unica ragazza che avvicinerà, Emma.
E’ un libro anche autobiografico, infatti il romanzo è ambientato nello stesso seminario frequentato dall’autore, lo stesso da cui fu espulso. Ho provato grande tristezza nel finale, pensare una giovane vita (stritolato dalla ruota dell’educazione nel seminario) finita accidentalmente in un torrente o suicidatosi (come tentò di fare Hesse). Ancora un romanzo dell’autore che viaggia tra razionalità e irrazionalità, tra silenzi e monologhi, tra ansie e nevrosi, tra piccole gioie e grandi ideali; nella vita adolescenziale dell’epoca.

indexMonastero di Maulbronn
Complesso monastico nei pressi della cittadina tedesca di Maulbronn, è un’abbazia cistercense fondata nel 1147 e ancora intatta; in essa troviamo diversi stili architettonici: dal romanico fino al tardo-gotico. maulbronnallerheiligen Dal 1993 è compresa nella lista dell’UNESCO. L’abbazia è racchiusa da una cinta muraria risalente al XV-XVI secolo. Maulbronn chiostroPrima di entrare nel chiostro si può notare il gioiello di Maulbronn: la fontana, o Tonsorium, nella quale i monaci si lavavano prima dei pasti, costruita da tre vasche a grandezza scalare che riversano l’acqua da piccole teste di leonemaulbronn-4 la fontana sorge al centro di una vasta rientranza (la casa del pozzo) dal pavimento.images Nel 1807 la scuola diventa un seminario teologico protestante con l’incarico di preparare in anticipo i giovani allo studio della teologia, con l’insegnamento delle lingue antiche. maulbronn-7
Nel 1138 il cavaliere Walter von Lomersheim, attratto dal pensiero di Bernardo di Chiaravalle decise di dedicarsi alla vita monastica e di costruire un convento di cistercensi su un terreno di sua proprietà, si rivolse all’abate del convento di Neuburg che inviò una piccola congrega di monaci. Ben presto però a causa della mancanza di acqua, dei materiali da costruzione  e del terreno inadatto, il progetto viene fermato; Walter von Lomersheim si rivolse al vescovo di Spira che trasferì i monaci su un terreno appartenente alla diocesi di Maulbronn. Sul monastero c’è una leggenda: mentre i monaci erano alla ricerca di un luogo più idoneo per fondare il monastero caricarono un mulo con una borsa piena di denari d’oro, gli dettero un colpo con un ramo e il muro trotterellò fino ad una sorgente dove si abbeverò, i monaci scelsero quindi il luogo dove il mulo si era fermato per costruire il loro convento. Sul luogo della sorgente fu costruita una fontana (nota come fontana dell’asino).
I monaci si occuparono di agricoltura, crearono campi e vigneti dai quali ricavavano raccolti abbondantissimi che sistemano nelle ampie cantine e magazzini.
Alcune scene del film Il nome della rosa sono state girate nella chiesa del monastero.
Hesse entra nella scuola a 14 anni; come Hans Giebenrath all’inizio si sente molto bene a Maulbronn, si abitua velocemente alla vita conventuale e con fervore si dedica allo studio dei classici: traduce Omero, si occupa della prosa di Schiller e delle odi di Klopstock; “Sono lieto, allegro e contento. C’è un’atmosfera che mi piace molto”, scrive in una lettera in data 24 febbraio 1892. Solo pochi giorni dopo, il 7 marzo, Hesse fugge senza una ragione comprensibile.

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