TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Storia di una ladra di libri

ladraFilm di Brian Percival.
In Germania, alla soglia della Seconda guerra mondiale, Liesel Meminger, ragazzina di 11 anni, vede morire suo fratello, viene allontanata dalla madre (costretta a lasciare la Germania per le sue idee politiche), viene adottata da Rosa e Hans Hubermann, viene mandata a scuola dove si rivelerà incapace di leggere. Liesel conserva un libro, “rubato” al becchino che ha seppelito il fratellino, pur sapendo di non poterlo leggere. In breve tempo impara le prime nozioni del leggere e dello scrivere, riesce ad amare la sua nuova famiglia che deciderà di nascondere in casa Max Vandenburg, giovane ebreo, figlio di un amico di Hans, sfuggito ai rastrellamenti tedeschi. Il ragazzo aiuterà Liesel a esternare con le parole i suoi sentimenti. La ragazzina gioca innocente con i nuovi compagni, ma la voglia di leggere sarà tanto grande che “ruberà” dei libri in casa del sindaco  per leggerli a Max, gravemente malato, perchè capisce che sono l’unica via d’uscita ad un mondo di repressione; grazie a quelle letture maturerà e conoscerà alti aspetti della vita. La guerra sconvolgerà la giovane ragazza con la morte di molti che vivevano accanto a lei.

 
Tratto dal romanzo “La bambina che salvava i libri” (che non ho letto) di Markus Zusak è un film bellissimo, doloroso, che  mi ha emozionato. Come molti film che trattano di nazismo e potere viene evidenziata la non cultura dei regimi, la repressione di questa che, si sa, non può che generare parole che inducono la cosienza a mettersi in gioco, che parlano di vita, che sviluppano l’immaginazione.
Il film ci mette davanti a un fatto tipico dei periodi di guerra: giovanissimi forzati a crescere per difendersi e affrontare la crudeltà di chi in questa follia si sente onnipotente, dove le debolezze si trasformano in forza. Un film dove c’è spazio anche per la speranza: quella di aiutare chi è perseguitato, quella di distrarre chi si nasconde per il bombardamento, nel bisogno di condividere l’amore. Un film che cattura, anche senza effetti speciali, perchè il vero effetto è l’insegnamento che c’è dentro, che non dobbiamo mai dimenticare, tralasciando l’aspetto della libertà che è fondamentale e credo ovvio, parliamo della cultura: insegna, libera, fa varcare i confini…Dovremmo sempre ricordarlo, come dice nel film l’ebreo Max Vandenburg (interpretato da Ben Schnetzer), “Le parole sono vita”.
Ho trovato originale la “voce narrante” che altri non è che la Morte, che si concede uno stop per seguire la vita di Liesel, quella morte che non di impossesserà della piccola per moltissimi anni, ma gli toglierà altro.
L’interpretazioni degli attori mi è piaciuta molto: Sophie Nélisse (Liesel) è magistrale, il suo volto vale mille Oscar; Geoffrey Rush (Hans Hubermann), molto indovinato il suo modo di interpretare questo padre adottivo che ama e ha sentimenti di libertà; Emily Watson (Rosa Hubermann) a cui avrei dato l’Oscar comer migliore attrice non protagonista, e che dire del giovanissimo Nico Liersch (Rudy Steiner), amico e innamorato di Liesel, che si tinge di nero per assomigliare a Jesse Owens; ma tutto il cast è stato all’altezza dei personaggi assegnati.
Molti hanno criticato la sceneggiatura, giudicata prevedibile, sinceramente trovo che non avesse bisogno di grandi effetti, come la regia, la storia è di per se ben presentata, credo che lo scopo sia stato proprio questo: centrare la storia sulla trasformazione che le guerre portano nei giovani, non far mancare la cultura, i libri, che sono uno dei modi fondamentali per non far passare la follia di regime. Un film da vedere.

 

 

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