TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

“Il dono”

“Mamma ho mal di testa, se ti siedi sul divano e io appoggio la mia testa su di te mi fai i massaggini come quando ero piccola? “
La guardo e penso “Ma ora è grande?”. Alta si, quasi come me, forse un paio di cenimetri di meno, sono alta 170 cm.
Ci mettiamo sul divano e accarezzando, accarezzando le sue tempie si addormenta.
La guardo, ranicchiata vicino a me, la sua testa sulle mie gambe e penso che quel che vedo è un miracolo che ancora oggi mi lascia stupita.
Il suo calore, il suo profumo mi rassicurano. La guardo e penso che anche se cresciuta è una cucciola da proteggere, ma che non è stata mai mia fino in fondo, quando una vita arriva la si dona al mondo.
L’ho amata ancora prima che nascesse, in quel sogno in cui mi diceva “Aspettami, sto arrivando”, sedute su quella collina a guardare il cielo di notte; e ho avuto pazienza e fiducia, quando tutta la medicina era contro tu sei arrivata, un semino nascosto in chissà quale terreno magico, perchè sembra proprio una magia il tuo essere arrivata. Un sogno, quello dell’albero dopo la collina.
Persa nei miei pensieri non mi accorgo che si sveglia, sento la sua voce dolce “Paola dove stai andando?” E iniziamo a ridere. “Grazie mà! Il mal di testa è passato.”
Va nella sua stanza e penso che momenti così sono oro colato, e ringrazio la natura di avermi concesso il dono della tenerezza, della tranquillità, del saper amare, della felicità, perchè lei mi dice sempre “…come fai ad essere semprte tanto disponibile, serena…”
Ringrazio Dio e Madre natura per aver disposto nel mio destino, tra i tanti doni ricevuti,  il dono più bello: mia filglia.

 

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Il volo della martora – Mauro Corona

  Quattro gruppi di racconti (ventisette) che parlano di animali, di piante, di uomini, del paese di Erto; tutto sotto l’ombra di una data: 9 ottobre 1963 quando una parte del Monte Toc precipitò nel lago del Vajont creando una catastrofe che spazzò paesi e più di duemila morti.
Ricordi d’infanzia e giovinezza, dove fantasia e realtà si intrecciano.
 Di Mauro Corona ho letto diversi libri, e ancora ne leggerò, ma il suo primo non lo avevo volutamente letto. Ora l’ho fatto.
Un libro bellissimo che corre spesso sul filo dei ricordi di un bambino cresciuto con l’amore familiare a metà, tra povertà e durezza, ma che ha respirato e imparato tradizioni e realtà della vita di montagna, una vita che non esiste più, che sembra lontana anni luce da noi, ma che è la radice di molti di noi.
Racconti ironici ma anche struggenti dove la solitudine non è disprezzata, dove la natura è scandagliata nei suoi segreti, dove l’uomo diventa impontente davanti un’onda devastarice, che ha annientato secoli di vita, da lui stesso creata per non aver rispettato quella che è la nostra vera madre.
Figure di donne e uomini che sembrano surreali, ma che in realtà sono esistiti, quotidianità che ho ritrovato nella memoria, visto che i miei nonni materni venivano da un paese di montagna.
Corona è un uomo che non ha illusioni, ma tante amarezze e nostalgia per tutto ciò che ha perso, per ciò che ha visto sparire, ma che riesce a raccontare “la vita” di ieri con una forte realtà mescolandola ad una fantasia che se non ci fosse renderebbe la lettura una cronaca. E’ questo che mi piace di lui, la magia nel creare storie e nell’unire le parole. Ora che ho letto questo suo primo libro capisco ancor di più da dove sono nati i romanzi intrisi di figure particolari.
Sarà che amo la natura, sarà che spesso ho nostalgia delle corse nei vecchi vicoli del paese dei miei nonni, sarà che ho nostalgia della vita semplice di una volta, ma Corona mi entra nell’anima e ci resta, un monito a non dimenticare quanto la natura sia potente e noi uomini infinitamente fragili.
Spero che mia figlia voglia leggere un domani i suoi libri per capire ancor di più quanti errori noi uomini abbiamo commesso e commettiamo avidi di noi stessi e non delle rocce che sono sentinelle dei monti, non dei boschi che in una giornata di calore ti regalano il refrigerio, non degli animali che permettono anche la nostra vita, non avidi di vedere l’anima delle cose che ci circondano.

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La confessione della leonessa – Mia Couto

leo In Africa un branco di leoni attacca più volte il villaggio di Kulumani. Le uccisioni però riguardano solo donne.
Gli abitanti del villaggio cercano di spiegarsi il perchè di questi assalti, cercano una motivazione. E intanto la paura sale.
Il capovillaggio chiede al governo l’invio di alcuni cacciatori per eliminare le belve. Nell’attesa del loro arrivo il capovillaggio chiede a Arcanjo Baleiro, un cacciatore già stato chiamato in precedenza, di accorrere in loro aiuto. Arcanjo è stato legato a Mariamar, una giovane ragazza del luogo, unica sopravvisuta di quattro figlie. Sono passati sedici anni…
Ma per gli abitanti i leoni sono sono inviati del mondo degli spiriti…..

 
Uno straordinario romanzo.
Un mondo tanto lontano da noi, non geograficamente, ma nella conoscenza e nella complessità.
La narrazione è delegata a Mariamar ed a Arcanjo, si alterneranno tra fatti e considerazioni personali.
Una narrazione dove la condizione femminile è ancora schiavitù; dalla nascita alla morte le donne sono private della libertà, violentate non solo fisicamente, esposta a soprusi che non lasciano spazio ai loro desideri.
Immagini forti, inconsuete che oscillano tra passato e presente, dove l’arcaico ancora fa da padrone sul contemporaneo, dove le tradizioni sono ormai leggende destinate a sopravvivere e a dettare ancora legge. La violenza dei leoni racconta i sopprusi alle donne di quella terra dove uomo e animale, dove uomo e natura si avviluppano uno all’altro.
Una denuncia da parte dell’autore, che viene fatta ammalgamando la verità con la fantasia, i sogni con i presagi, le supposizioni con la realtà, i morti con i vivi, tra alberi che muoiono e uomini che si trasformano.
Una narrazione che è poesia ma che presenta un messaggio preciso: gli uomini si trasformano in belve con le guerre ma anche tra di loro per lucro e interessi di vario genere, e non ricordano più il rispetto per la natura. E per le donne.
L’autore denuncia tramite la scrittura, che viene usata nel romanzo (il diario di Mariamar e gli appunti del cacciatore) come chiave di cultura, che non può che essere il riscatto per l’umanità sulla follia, i maltrattamenti, l’odio, l’abbandono, le guerre, l’omosessualità, i pregiudizi.

 
Il romanzo è tratto da una storia vera: in Mozambico (dove è ambientato il romanzo), dopo l’arrivo di quindici giovani studiosi per indagini sismiche, si verificarono uccisioni da parte di leoni, per contrastarli vennero assoldati dei cacciatori che per un tempo abbastanza lungo non riuscirono a fermarli.

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I misteri del passato…

I resti che vedete nelle immagini di questo post appartengono ad un’antica, meravigliosa città di 5 mila anni fa: Ani.
Ani_townwall E’ situata su una collina vicino alla riva del fiume Akhuryan e la Tzaghkotzadzor valley, proprio a confine tra la Turchia e l’Armenia 800px-20110419_bridge_Akhurian_River_Ani_Turkey800px-20110419_Monastery_of_Hripsimian_Virgins_Ani_Turkey

Giugno 2006. (James Gordon)

Oggi è una città fantasma fatta di ruderi di chiese, campanili, ponti, affreschi e mura, anticamente era una delle città armene più belle, più ricca, splendida, magnifica e popolata di Baghdad, Costantinopoli e Il Cairo; i suoi edifici religiosi, i palazzi, le fortificazioni erano tra i più avanzati, sia a livello tecnico che artistico, del mondo. Era la capitale del regno armeno che, fondato nell’884, comprendeva l’attuale Armenia e parte della Turchia orientale.
Si trovava nel cuore delle principali rotte commerciali, nell’11° secolo all’interno delle sue mura vivevano più di 100 mila persone (alcuni storici dicono 200 mila); le chiese erano talmente tante che fu soprannominata la “città dalle 1001 chiese” o “la città dei 40 cancelli” ani
Nel corso della storia è diventata il campo di battaglia per lo scontro di vari imperi contendenti che ne hanno causato la distruzione e l’abbandono.
La città inizia la sua crescita nel 961 d.C. con il re Bagratid Ashot III (anche se i scavi ne datano la presenza già nell’Era del bronzo) che le da un aspetto di città fortificata facendola diventare capitale del suo regno. Nel 1199 con la conquista della regina Tamara la città ebbe una fiorente prosperità, i rafforzamenti e nuovi edifici appartengono a questo periodo Tamar's_fresco_at_Betania Alla morte della regina gli succedette il figlio Shahanshah; nel 1236, durante una sua assenza i mongoli la presero d’assedio saccheggiandola e uccidendo gran parte della popolazione; con questo assedio la città ebbe un graduale ma irrefrenabile declino fino a quando divenne parte dell’impero Turco-Ottomano nel 1579; nel XVIII secolo venne abbandonata del tutto, seguì poi lo spopolamento delle aree rurali circostanti dovuto alla crescente presenza delle tribù nomadi curde. Anche il forte terremoto nel 1319 creò la distruzione di molti edifici.
C’è un interessante particolare che riguarda la città di Ani: in antiche pergamene si parlava del mondo sotterraneo di questa città, ma mai se ne era avuta certezze, era citata addirittura un’antica scuola esoterica mesopotamica.
Copia di Copia di ani Nel 1880 George Ivanovic Gurdjieff (da sempre affascinato dalla storia di questa città) e un suo amico di nome Pogosyan, durante una passeggiata, notarono delle irregolarità nel terreno intorno alle rovine di Ani, i due cominciarono a scavare fino a quando si imbatterono in uno stretto cunicolo, Copia di ani percorrendolo si trovarono di fronte a canali idrici segreti, celle di monaci, sale di meditazione, enormi corridoi, tunnel intricati e anche alcune trappole; in una delle stanze, Gurdjieff trovò un pezzo di pergamena in una nicchia, pur conoscendo l’armeno molto bene ebbe grande difficoltà a leggerla perchè il testo era scritto in un’antica lingua armena, fu il primo indizio che indicava che Ani era molto antica. Quando Gurdjieff riusci a decifrare il testo si rese conto che la pergamena era una lettera scritta da un monaco ad un altro monaco. Secondo la pergamena, il luogo che i due avevano scoperto era sede di una famosa scuola esoterica della Mesopotamia Copia di Copia di Copia di ani
Gurdjieff scrisse:”Eravamo particolarmente interessati a una lettera in cui lo scrittore riportava di alcune informazioni concernente alcuni misteri. Un passaggio in particolare ha attirato la nostra attenzione:”Il nostro degno Padre Telvant è finalmente riuscito a conoscere la verità sulla Fratellanza Sarmoung. La loro organizzazione in realtà si trovava vicino la città di Siranoush, cinquanta anni fa, poco dopo la migrazione dei popoli”. Poi la lettera continuava su altre questioni. Ciò che più ci ha colpito è stata la parola “Sarmoung”, incontrata più volte in un libro intitolato “Merkhavat”. Questa parola è il nome di una famosa scuola esoterica che, secondo la tradizione, fu fondata a Babilonia nel lontano 2500 a.C., conosciuta per essere situata in qualche parte della Mesopotamia fino al sesto o settimo secolo d.C. Ma sulla sua esistenza non si è mai potuta ottenere la minima informazione. Si diceva che questa scuola era in possesso di una grande conoscenza, contenente la chiave per la decifrazione di molti misteri tenuti segreti”.
Un inizio di scavi archeologici, eseguiti da Marr, si hanno nel 1904 fino al 1917 con i quali furono scoperti estesi settori della città portando alla luce molti edifici; vennero scritte guide turistiche sui monumenti e sui musei, gli edifici maggiormente a rischio di crollo furono sottoposti a restauri di emergenza e venne fondato un museo per raccogliere le decine di migliaia di reperti trovati durante gli scavi; il museo fu ospitato in due edifici: nella moschea Minuchihr e in un altro edificio in pietra appositamente costruito a tale scopo AniCathedral
Nel 1918, durante gli ultimi episodi della prima guerra mondiale, l’esercito dell’impero ottomano si fece strada attraverso il territorio dell’appena dichiarata Repubblica Armena; mentre i soldati turchi si avvicinavano ad Ani vennero compiuti dei tentativi di evacuare i reperti contenuti nel museo, circa 6.000 oggetti, tra i più trasportabili, vennero rimossi dall’archeologo Ashkharbek Kalantar, uno dei partecipanti agli scavi, i reperti salvati vennero riuniti in un’unica collezione museale, oggi fanno parte della collezione del Museo di Stato di Storia Armena di Yerevan. Tutto ciò che non poté essere salvato venne perso o distrutto.
Dal 1921, con la firma del Trattato di Kars che formalizzò l’incorporazione del territorio alla Repubblica turca, Ani è divenuta possedimento turco. Nel maggio dello stesso anno l’Assemblea Nazionale Turca ordinò al comandante del Fronte Orientale, Kazim Karabekir, di “spazzare via i monumenti di Ani dalla faccia della terra”; Karabekir scrive nelle sue memorie di avere ignorato tale ordine, ma il fatto che ogni traccia degli scavi eseguiti da Marr e dei restauri degli edifici sia stata cancellata suggerisce che l’ordine venne almeno parzialmente eseguito.
Lo scenario aspro e desolante che offre questa città oggi è il frutto di abbando e dimenticanza delle autorità turche che tengono in considerazione solo il periodo storico musulmano, rendendone così ancora più difficile il restauro e il mantenimento.

Ani, Turchia Ani, Turchia

Ani, Turchia

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Tobia e Raffaele

Esistono gli angeli? Si, e ti allungano la mano quando meno te lo aspetti….Quelli sulla terra non hanno le ali, ma sono angeli speciali. Di quelli del cielo si raccontano tante storie…

Tobi, in età avanzata, riposava all’aperto quando gli escrementi caldi di un passero gli caddero sugli occhi causandogli un’infezione che lo rese cieco.
Incarica così il figlio Tobia di recarsi nella regione della Media per riscuotere del denaro che gli era dovuto. Tobia parte accompagnato dal suo cagnolino e da un giovane ebreo di nome Azaria.
Arrivati sulle rive del Tigri Tobia decide di bagnarsi, improvvisamente dall’acqua esce un pesce enorme che vuole divorarlo, Azaria lo incita a non avere paura e lo aiuta con i suoi consigli a pescarlo e gli raccomanda di conservarne il cuore, il fiele e il fegato. Giunti a destinazione Tobia ritira il denaro e Azaria suggerisce di fare una sosta presso un parente del ragazzo, la cui figlia, Sara, avrebbe potuto essere una sposa ideale per lui;  ma arrivati Tobia viene a sapere che questa è posseduta dal demone Asmodeo, che ha già divorato i suoi precedenti sette mariti durante la prima notte di nozze. Consigliato dal suo compagno, Tobia, malgrado la grande paura, sposa ugualmente Sara e seguendo le indicazioni del compagno, una volta solo con la sposa, brucia in un incensiere il cuore e il fegato del pesce pescato durante il viaggio creando un fetore talmente insopportabile che Asmodeo è costretto a fuggire nelle regioni dell’Alto Egitto, dove viene incatenato mani e piedi dall’Angelo Raffaele. Sara, Tobia e Azaria, si mettono in cammino per raggiungere la casa natale di Tobia, al loro arrivo il giovane ebreo consiglia a Tobia di spalmare il fiele del pesce sugli occhi del padre che riacquista la vista.
Davanti ai tanti strani fatti Tobia chiede ad Azaria chi è veramente e il giovane si presenta svelando di essere in realtà l’Angelo Raffaele. Tobia chiede all’Angelo come avrebbe potuto ricompensarlo per i tanti prodigi e l’Angelo risponde: “Sono Raffaele, uno dei sette Angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della maestà del Signore. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a Colui che mi ha mandato.” (Tobia 12,15).

Raffaele in ebraico è “Dio guarisce”: dalle malattie dello spirito a quelle del corpo, è l’angelo dell’amore, del conforto, della salute.
Raffaele è protettore dei malati.

tobi

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