TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Ritratto di gentildonna

Olio su tela, conservato a San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage, opera di Antonio Allegri detto Correggio.
Trovo questa opera di grande stile, un dipinto dettagliato, raffinato.
Il personaggio raffigurato è Veronica Gàmbara, principessa governante di Correggio.
Veronica Gàmbara (Pralboino, 30 novembre 1485 – Correggio, 13 giugno 1550) sposò all’età di ventiquattro anni, inizialmente per procura (il matrimonio religioso fu celebrato ad Amalfi), il quasi cinquantenne Giberto X da Correggio con il quale ebbe due figli, rimase vedova dopo dieci anni di matrimonio.
Fu raffinata poetessa; moltissime poesie le dedicò al marito del quale era profondamente innamorata; dopo la morte del conte non si risposò, portò il lutto tutta la vita, meditò anche il suicidio ma desistette pensando alla giovane età dei figli, il maggiore divenne un condottiero, il minore un cardinale.
Governò il piccolo feudo di Correggio con  intelligenza e capacità, che gli valse l’immensa stima dei suoi concittadini.

 

 

 

Poscia che ‘l mio destin fermo e fatale
Vuol pur ch’io v’ami e che per voi sospiri,
Quella pietà nel petto Amor v’ispiri
Che conviene al mio duol grave e mortale

E faccia che ‘l voler vostro sia eguale
A gli amorosi ardenti miei desiri;
Poi cresca quanto vuol doglia e martìri
Che più d’ogn’altro ben dolce sia ‘l male.

E se tal grazia impetro, almo mio sole,
Nessun più lieto e glorioso stato
Diede amor o Fortuna al mondo mai.

E quanti per addietro affanni e guai
Patito ha il cor, ond’ei si dolse e duole,
Chiamerà dolci, e lui sempre beato.

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Poesia scritta dopo la morte del marito:

Quel nodo in cui la mia beata sorte,
Per ordine del ciel, legommi e strinse,
Con grave mio dolor sciolse e discinse
Quella crudel che ‘l mondo chiama morte.

E fu l’affanno sì gravoso e forte,
Che tutti i miei piaceri a un tratto estinse;
E se non che ragione alfin pur vinse,
Fatto avrei mie giornate e brevi e corte.

Ma tema sol di non andare in parte
Troppo lontana a quella ove il bel viso
Risplende sovra ogni lucente stella,

Mitigato ha il dolor, che ingegno od arte
Far nol potea, sperando in paradiso
L’alma vedere oltra le belle bella.

 

Moltissimi dei suoi componimenti sono andati perduti,
Quelli ritrovati sono preziose testimonianze sulle abitudini e modi di vivere del tempo e una ricca testimonianza sull’evoluzione della nostra lingua.

Tornata durante un viaggio al paese natio compose questa poesia:

Con quel caldo desio che nascer suole
Nel petto di chi torna, amando, assente
Gli occhi vaghi a vedere, e le parole
Dolci ad udir del suo bel foco ardente,
Con quel, proprio voi, piagge al mondo sole,
Fresc’acque, ameni colli, e te, possente
Più d’altra ch’l sol miri andando intorno,
Bella e lieta cittade, a veder torno.

Salve, mia cara Patria, e tu, felice,
Tanto amato dal ciel, ricco paese,
Che a guisa di leggiadra alma fenice,
Mostri l’alto valor chiaro e palese;
Natura, a te sol madre e pia nutrice,
Ha fatto a gli altri mille gravi offese,
Spogliandoli di quanto avean di buono
Per farne a te cortese e largo dono.

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Dedicata al marito

Occhi lucenti e belli,
com’esser può che in un medesmo istante
nascan da voi nove sì forme e tante?
Lieti, mesti, superbi, umili, alteri
vi mostrate in un punto, onde di speme
e di timor m’empiete,
e tanti effetti dolci, acerbi e fieri
nel core arso per voi vengono insieme
ad ognor che volete.
Or, poi che voi mia vita e morte sète,
occhi felici, occhi beati e cari,
siate sempre sereni allegri e chiari.

 

 

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