TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Ricordare, per non dimenticare

27 gennaio – Giorno della Memoria

 

Denis Avey*

Denis Avey, ventenne, soldato in Libia nella seconda guerra mondiale, viene fatto prigioniero e mandato in diverse prigioni europee, fino ad Auschwitz-Monowitz, dove diventa il numero 220543.
Per capire profondamente ciò che subiscono i prigionieri ebrei da parte delle SS, si rasa la testa e scambia il proprio posto con quello di un ragazzo ebreo.

 

Un romanzo autobiografico. Un libro che mi ha “ingoiato” e portato dentro la follia. Scrittura netta, decisa, senza margine di fantasia, realtà pura e terribile.
Per non dimenticare le testimonianze dirette sono fondamentali, ma quando chi era presente va via per sempre possono restare i libri.

 

 

 


*Denis Avey (ex militare, ingegnere e autore britannico) nel 1943 venne trasferito al campo di lavoro di Auschwitz e internato nell’industria IG Farben, fino al 1945.
Durante la sua permanenza al campo fece amicizia con il prigioniero ebreo Ernst Lobethal, che grazie anche al suo aiuto riuscì a sopravvivere; Avey mandò una lettera, tramite la madre, alla sorella  di Ernest, e si fece mandare delle sigarette da usare come merce di scambio. Ernst sarà poi evacuato dal campo di Auschwitz in quella che fu definita “marcia della morte”, creduto morto da Denis, solo molti anni dopo, incontrando la sorella di lui, Susanne, scoprì che Ernst era invece sopravvissuto ed era deceduto da poco.
Avey conobbe anche un altro prigioniero ebreo di nome Hans, olandese. Con quest’ultimo, di comune accordo, avviò, per due notti, lo scambio degli abiti, per ottenere informazioni sul trattamento dei detenuti all’interno del campo.
Alla fine della guerra, dopo che l’esercito tedesco abbandonò la Polonia, venne lasciato libero insieme ad altri soldati inglesi.
Tornato in patria Avey avrebbe voluto far conoscere a tutti gli orrori di cui è stato testimone, ma nessuno voleva ascoltare: del conflitto si volevano ricordare gli atti di eroismo, non le atrocità.
Per quanto cercasse di dimenticare impegnandosi in gare automobilistiche, cavalli, immersioni, ogni notte tornava ad Auschwitz, con i suoi incubi.
Avey non ha raccontato nulla fino al 2003, anche per i disturbi post traumatici da stress, la sua testimonianza non è stata quindi resa ad alcuno dei processi su Auschwitz.
Per aver salvato la vita a Ernst Lobethal e per la sua testimonianza, nel 2010 ha ottenuto la Medal of Honor dall’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown.
Nel 2011, insieme al giornalista della BBC Rob Broomby, ha messo su carta i suoi ricordi ed è nato il libro Auschwitz. Ero il numero 220543.
Avey trovava pace solo nel raccontare nelle scuole la sua esperienza ai giovani.
E’ deceduto nel luglio del 2015. 

 

Dal libro.

“Mi ordinarono di spogliarmi, e un uomo mi spruzzò una polvere bianca e dall’odore acre tra le gambe e sotto l’ascelle. Mi rasarono i capelli e mi fotografarono come fossi un delinquente, di fronte e di lato, con una tavoletta di legno appesa al collo per l’identificazione. Ero il prigioniero numero 220543”

“Stavano picchiando un russo. Aveva cercato di proteggersi dalle rocce aguzze legandosi sottili strisce di gomma sui piedi nudi…Cinque soldati imbracciarono il fucile e uno di loro sparò senza esitare…”

“Eravamo circondati da continue atrocità….vidi un prigioniero ebreo che frugava in un bidone dell’immondizia…Si muoveva lentamente….Non si accorse della guardia, una delle poche donne kapò sul posto, finchè lei non gli arrivò alle spalle…Lo scaraventò a terra con un pugno…Non ci volle molto. Afferrò una grossa pietra nelle mani guantate di cuoio, se la sollevò sopra la testa…Non era l’unica kapò che vidi. Qualcuno mi indicò una donna…Era giovane, ma l’espressione dura le sfigurava i lineamenti. Mi dissero che era Irma Grese**, la famigerata guardia del campo di sterminio di Birkenau…”

“Ogni vittima di Auschwitz aveva una sua storia, un passato, ma l’entità dell’eccidio era tale da offuscare le tragedie individuali. Eppure…due individui si distinsero tra tanti. La sofferenza collettiva…tornò a essere il destino di due semplici esseri umani….Hans e Ermst…mi toccarono personalmente.”

“Il mio era un gesto ozioso, Stavo sforzandomi di ricordare un metodo astruso pur di salvare qualcosa della mia identità precedente…. calcolare l’area di un triangolo, la formula di Erone:….”

“Non c’era molto che potessi fare, ma ero tormentato dal bisogno di sapere, di vedere per quanto possibile con i miei occhi.”

“Una di loro teneva un braccio un neonato, che piangeva. Una SS marciava avanti e indietro lungo la fila. Lo vidi fermarsi e rimproverare la donna….Il piccolo continuava a piangere. La guardia avanzò…poi fece dietrofont…Calò il silenzio.”

 

**Irma Grese, figlia di un membro del partito nazista, orfana di madre suicida.
Ancora 15enne lavora come assistente infermiera in un sanatorio delle SS per due anni, ma non riesce a diplomarsi da infermiera. Nel 1942 fu inviata come sorvegliante nel Campo di concentramento di Ravensbrück, terminato l’addestramento fu trasferita ad Auschwitz (dove erano rinchiuse circa 30.000 ebree) come Supervisore anziano; nel gennaio 1945 viene mandata a Bergen-Belsen come Direttrice dei lavori, vi rimarrà fino ad aprile.
Era soprannominata “la bella bestia” o “la bestia bionda”, per il sadismo e la violenza con cui torturava i prigionieri (slegava cani feroci contro di loro, stuprava le donne…), che sceglieva personalmente anche per inviarli alle camere a gas.
Fu catturata dall’esercito britannico il 17 aprile 1945, insieme ad altri membri delle SS che non erano riusciti a scappare. Fu processata a Lüneburg da un tribunale militare britannico (processo di Belsen), fu impiccata come criminale di guerra a 22 anni, il 13 dicembre 1945.
Mai pentita, è la più giovane criminale nazista giustiziata della storia.

 

IO HO ADOTTATO LA MEMORIA

 

HO ADOTTATO ISAIA

Il 27 gennaio del 2020 ho partecipato al conferimento della cittadinanza onoraria a Isaia Sermoneta da parte del Comune di Acuto.

Isaia Sermoneta nasce a Roma il 24 dicembre 1930 da una famiglia di origine ebraica.
Già dall’età di otto anni subisce la prima discriminazione razziale: viene cacciato, assieme ad altri bambini, dalla scuola elementare “Garibaldi” di Roma. I genitori per paura si trasferiscono nella casa dei nonni, assieme ad alcuni zii.
Purtroppo il clima diventa sempre più ostile verso gli ebrei, avendo sentore del pericolo che era rappresentato dalla Gestapo e dall’esercito tedesco, Isaia, insieme ai familiari e alla sorellina Ester, fugge ad Acuto, questa fuga li salva dal rastrellamento nel ghetto di Roma del 16 Ottobre 1943 e Dalla deportazione di 1023 ebrei di Roma (solo in 16 tornarono).
Ad Acuto si sistemarono nel vecchio e malandato ex albergo Paradiso. Ha raccontato che dormivano sulla paglia, con le pulci che li tormentavano.
Isaia era un bambino vivace, come tutti i bambini, e quando arrivarono le truppe tedesche cercava di nascondersi, ma un giorno visto il pane in abbondanza dentro un furgone non resiste e ne prende una pagnotta, il militare di turno se ne accorge e lo insegue; durante la fuga Isaia gira in un vicolo e sente due braccia che lo prendono, la porta si chiude e silenzio….il militare non lo trova. Quella donna fu la sua salvezza, Isaia non lo dimenticherà mai, come furono salvezza i tanti cittadini di questo piccolo ma meraviglioso Paese che donò (cito parole di Isaia) “…la bontà, il calore e l’affetto…” e soprattutto la protezione dal pericolo, sempre in agguato, avendo i tedeschi un comando proprio nel Paese, di essere scoperti e deportati. Durante il periodo nazista la famiglia perse molti membri nei campi di concentramento.
Isaia non volle tornare mai nel paesino perchè gli ricordava un periodo tristissimo della sua giovanissima vita, questo fino al 2015, quando accettò l’invito del Comune per testimoniare la sua esperienza ai studenti della scuola secondaria di primo grado per il progetto “Memoria Nostra”.
Quando l’ho conosciuto l’ho adorato subito, dolcissimo, gioioso, l’ho adorato per la sua commozione che ho fatto mia, vedere un uomo di quell’età interrompersi per le lacrime durante il racconto mi ha fatto vibrare il cuore di dolore. Quando ha detto che sarebbe bello poter lasciare che la memoria attraversi i tempi…ora ci sono loro, ma sono gli ultimi sopravvissuti a quel terribile periodo, sarebbe bello che qualcuno adottasse la storia. Non ci ho pensato due volte, nella sala gremita ho alzato la mano, mi sono proposta, lui ha accettato e ci siamo stretti le mani forte forte; ho adottato la sua storia, la racconto ogni volta che posso, ho iniziato con mia figlia e i suoi amici…..ovunque c’è bisogno la racconto.
Lo vedo correre quel bambino dalla faccetta sveglia, un bambino che aveva fame e paura.
Quella fame e quella paura sono diventate mie.

 

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