TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Il Corriere – The Mule

di Clint Eastwood.

 

Earl Stone, floricoltore, veterano di guerra, diventa corriere della droga in tarda età, causa un dissesto finanziario
In breve riesce a trasportare grandi quantitativi di droga per i narcotrafficanti messicani con il suo pick-up; guadagna bene e impiega gran parte del denaro per scopi benefici.
La sua età avanzata lo rende un insospettavbile, ma la DEA lo controlla e lo fermerà.

 

 

Film drammatico, pazzesco, da vedere,
Trovo sia un capolavoro, per la storia, la regia e l’interpretazione degli attori, tutti; eccellente Bradley Cooper, ma Clint Eastwood è davvero fantastico, potente, senza trucco mostra tutte le sue rughe, ma anche la sua ancora forte figura.
Il film è tratto da una storia vera (quella di Leo Sharp), Eastwood ha saputo magistralmente dirigerlo mettendo in evidenza l’America dei non-miti, del non-sogno.
Sorprendente e commovente il personaggio da lui interpretato. Un film sul tramonto della vita, che ancora scorre su binari inaspettati.
lo dico senza remore. Ho amato Eastwood dai film di Sergio Leone, mi ha incantato con lo sguardo dell’ispettore Callaghan, e ancora mi affascina.

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A United Kingdom – L’amore che ha cambiato la storia

di Amma Asante.

 

Siamo nel 1947, una serata di danza: Seretse Khama (David Oyelowo), studente, erede al trono del Botswana, conosce, a Londra, Ruth Williams (Rosamund Pike), impiegata, di famiglia medio-borghese.
I due si innamorano e decidono di sposarsi prima che Seretse torni in Africa per diventare re.
Le autorità britanniche non sono d’accordo, le autorità africane neanche, le famiglie di entrambi non approvano.
Il timore è il terremoto politico che l’unione avrebbe scatenato in Sudafrica dove i matrimoni misti erano proibiti dopo la proclamazione dell’apartheid nel 1948.
I due, malgrado tutto, si sposano, partono per il Bechuanaland (oggi Botswana, Africa del Sud), dove, inizialmente, anche il popolo non accetterà l’unione. Tutto è contro di loro, vengono separati, costretti alla lontananza.
Ma l’amore vincerà sopra ogni ostacolo.

 

 

E’ una storia vera, i due personaggi principali sono realmente esistiti e sono riusciti ad abbattere pregiudizi, politica e privato.
Una storia romantica, drammatica, di libertà, che ha sgretolato i muri del pregiudizio.
Un film da vedere, una lotta contro il razzismo, un film che emoziona. Un grande amore che ha pagato comunque un prezzo altissimo.
Bella la colonna sonora, scenografia perfetta, bravi gli attori.

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Di nuovo in gioco

regia di Robert Lorenz

 

 

Un talentscout del baseball, Gus, in avanzata età a cui non si vuole arrendere; una figlia, Mickey, avvocato, trascurata dal padre e con cui ha un rapporto conflittuale, che decide di accompagnarlo nel Nord Carolina per conoscere una nuova proposta dello sport.
Lui è anziano, quasi cieco, ha bisogno della figlia. La figlia è convinta che l’unico amore del padre sia il baseball.
Lei mette in pericolo la sua carriera pur di accompagnarlo e diventare i suoi occhi, spiegargli i colpi del battitore, anche se lui li riconosce solo ascoltandone il rumore…La riconciliazione non è poi un sogno.

 

 

Film che mi era stato proposto molto tempo fa dal conduttore del blog wwayne, ma che non riuscivo mai a vedere. Fino a oggi pomeriggio
Mi aspettavo di più, Clint per me è un mito, mi piace molto come regista.
Mi aspettavo di più dal film, Clint, nelle vesti di un attempato uomo, quale è ormai, è davvero bravo, eprime emozioni.
Il film è comunque emozionante, prevale l’amore per lo sport.
Buona la sceneggiatura e bravi tutti gli attori.

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Il ponte delle spie

di Steven Spielberg

 

La Guerra Fredda: Rudolf Abel viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica; James B. Donovan, avvocato americano delle assicurazioni, deve difenderlo. Compito che svolgerà con tutta onestà e che gli costerà l’impopolarità nella società americana e nella famiglia.
Il tenente Francis Gary Powers viene fatto prigioniero dai russi dopo l’abbattimento dell’aereo spia americano.
Potrebbe avvenire uno scambio…l’incarico viene affidato a Donovan.
Berlino, il muro la divide, il ponte ospiterà la trattativa.

 

Grande Steven Spielberg, eccellenti interpreti, con un bravissimo Mark Rylance che ho apprezzato tantissimo, un magistrale Tom Hanks (sono un po di parte, lo ammetto, ho per lui un debole), chiamato ad interpretare l’America “giusta”,”umana”, malgrado il nemico del momento, a differenza di una Russia “torturatrice”.
Film di genere drammatico, un thriller che entra di fatto nella storia contemporanea. Non ci sono scene rocambolesche o particolarmente violente, ma rende bene l’idea di ciò che accadeva in quegli anni. Il grigio delle atmosfere berlinesi avvolge perfettamente ciò che c’era da “coprire” in anni difficili, sia politicamente che socialmente (dura la sequenza in cui si vede costruire il Muro).
Un film da vedere.

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Belle & Sebastien – L’avventura continua.

di Christian Duguay

 

 

Sebastien e Belle aspettano con ansia il ritorno di Angelina,  che purtroppo rimane vittima di un incidente: l’aereo su cui vola cade al confine tra Francia e Italia.
L’incendio che si propaga anche nella foresta fa pensare che non ci siano superstiti.
Sebastien non vuole convincersi che Angelina è tra questi, insieme all’inseparabile Belle e al nonno, decide di andarla a cercare.
Su suggerimento del nonno incontra Pierre Marceau, aviatore, che, oltre ad aiutarlo nella spedizione di salvataggio, si rivelerà più del provetto pilota che è. La vita di Sebastian cambierà.

Il primo film l’ho trovato stupendo, questo una favoletta dove tutti vissero felici e contenti, dove i salvataggi rocamboleschi mi sanno tanto di action movie assurdo.
Comunque bravissimo il piccolo Félix Bossuet; avrei voluto la splendita Belle più coinvolta; belli i paesaggi.
In questo film manca lo spettacolo naturalistico come poesia, manca l’emozione dei sentimenti che si appiattiscono a fronte delle azioni spettacolari. Sceneggiatura prevedibile.
Peccato, non mi ha coinvolto neanche un po, mi sono “accontentata”, già dall’inizio, per amore dei miei piccoli vicini.

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Il GGG – Il Grande Gigante Gentile

 di Steven Spielberg

 

 

 

Londra: Sophia, bambina orfana, viene rapita da un gigante che la porta nel Paese dei giganti
Il gigante ha il compito di soffiare i sogni nelle camere delle persone e dei bambini che stanno dormendo; GGG porterà anche Sophia nel Paese dei Sogni; è un gigante dolce, gentile
Nel Paese vivono anche dei giganti terribili, che amano nutrirsi di bambini, a differenza di GGG che è vegetariano, i giganti mettono paura; la bambina vorrebbe eliminare la violenza che usano per imporsi, e quando scopre che vogliono fare una srage non esita, insieme al GGG, a presentarsi alla Regina d’Inghilterra per spiegargli la situazione

 

 

Il film è tratto da un libro che non ho letto quindi non posso fare confronti; la viosione del film mi è stata proposta dai bambini della mia vicina a cui ieri, per tre ore, ho fatto da “guardiana” come dice il più grande (7 anni).
Gli effetti speciali non mancano e legano la fantasia cinematografica a figure reali.
Una trama che strizza l’occhio alla diversità, vi si insinua l’ironia; una favola un po’ ingenua, innocente, una favola con una magia dentro: quella della speranza.
Sinceramente un po ne sono rimasta delusa, mi aspettavo di più da un regista come Spielberg, ma vale la pena vederlo, per sognare ancora un po l’infanzia e abbandonare il disincanto della vita; i bambini si sono comunque incantati e divertiti con la figura del GGG.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Child 44-Il bambino numero 44

di Daniel Espinosa.

 

Russia, 1953: Leo Demidov, ufficiale dei servizi segreti sovietici, viene osteggiato dal governo sulle indagini che sta svolgendo su un serial killer di bambini. La sua indagine parte dal ritrovamento del corpo di un ragazzino strangolato e violentato.
Anche la sua vita è complicata, viene accusato di tradimento perchè non ha denunciato l’attività eversiva della moglie, insegnante, un rapporto già sentimentalmente minato.
La punizione è l’esilio in una sperduta provincia. Grazie all’aiuto del Generale Mikhail Nesterov si metterà di nuovo sulle tracce dell’asassino.

 

Film tratto dal libro di Tom Rob Smith, ispirate alla vera storia di Andrei Chikatilo*, conosciuto come il Mostro di Rostov.
Storia e cronaca si intrecciano in questo realistico, spettrale, affascinante thriller. Un film cupo che ti trattiene in tensione dall’inizio alla fine, dove è ben definita la vita sotto il regime comunista sovietico dell’epoca. Scenografia perfetta, ambienti reali, sembra quasi viverci dentro; scene che a volte arrivano dritte allo stomaco tanto sono crude .
Eccezionali gli attori; Tom Hardy lo definirei magistrale, calato perfettamente nel personaggio di Leo., bravissima anche Noomi Rapace.
Mi sento di consigliarlo questo film, anche perchè rispolvera la memoria sui regimi militari.

 

 

 

*Andrej Romanovic Cikatilo (1936 – 1994), serial killer russo era soprannominato il Mostro di Rostov o Il Macellaio di Rostov.
Fu accusato dell’omicidio di 53 persone (donne, bambini e adolescenti di ambo i sessi).
Cikatilo nasce nel villaggio di Jablocnoe nel 1936, ha un’infanzia traumatica: la collettivizzazione agricola di Stalin aveva causato devastanti carestie e uno dei suoi fratelli maggiori era stato rapito e mangiato dai vicini affamati; durante la Seconda guerra mondiale fu testimone dei devastanti bombardamenti tedeschi e iniziò a fantasticare sul poter eseguire esecuzioni di tedeschi nei boschi e che ebbe poi un nesso con i suoi omicidi; spesso veniva punito, picchiato e umiliato duramente dalla madre, con la quale dormiva mentre suo padre era in guerra, a causa della frequente incontinenza notturna.
A scuola ottenne buoni risultati riuscendo a diplomarsi ma fallendo l’esame di ammissione all’Università di Mosca.
Trovò impiego come tecnico telefonico.
A 18 anni aggredì una ragazza di 13 anni (amica di sua sorella), lottando con lei per avere un rapporto sessuale, questo episodio lo portò ad associare il sesso alla violenza per tutta la vita.
Nel 1963 si sposa grazie all’interessamento della sorella più giovane che gli fece conoscere una sua amica, malgrado offrisse di frequente impotenza ebbe un figlio ed una figlia.
Nel 1971 ottenne la Laurea in Lingua e Letteratura Russa e tentò la carriera di insegnante a Novošachtinsk con scarsi risultati a causa della sua mancata autorità e rispetto da parte degli alunni, continuò la professione spostandosi di scuola in scuola quando era sospettato di abusi sessuali, malgrado fosse un pedofilo non fu mai arrestato e le autorità scolastiche preferivano licenziarlo invece di iniziare un’indagine e rovinare la reputazione della scuola.
Trovò lavoro come commesso, ciò gli permise, durante i suoi viaggi, sempre all’interno dell’Unione Sovietica, di commettere crimini.
Nel 1978 commise il suo primo omicidio (documentato) attirando una bambina di 9 anni in una vecchia casa che aveva comprato in segreto dalla sua famiglia, dove tentò di stuprarla, quando la bambina si ribellò cercando di scappare, la pugnalò a morte. Da quel momento in poi accoltellare donne e bambini, fino a provocarne la morte, sarebbe stato il suo unico modo di procurarsi piacere, metodo applicato in ogni suo omicidio. Si aggirava prevalentemente attorno a stazioni di autobus o treni avvicinando giovani vagabondi, spingendoli ad allontanarsi, e il bosco più vicino diventava la scena per un nuovo omicidio. Solitamente tentava di avere rapporti sessuali con le vittime, ma essendo spesso impotente si scatenava in lui la furia omicida.
Nell’URSS, il genere di crimini come quelli commessi da Cikatilo erano nascosti, per questo motivo i genitori ignoravano il crescente numero di vittime e non avvisavano i bambini dei pericoli.
Quando vennero scoperti i primi sei corpi la polizia di Mosca approntò un team guidato dal maggiore Michail Fetisov che fu inviato a Rostov per dirigere le indagini. Furono interrogate e schedate oltre 150.000 persone, dopo altri quindici omicidi la polizia aumentò il numero di pattuglie ed agenti in borghese alle principali fermate di trasporti pubblici. Cikatilo fu trovato ad agire in modo sospetto ad una fermata del bus a Rostov e quindi arrestato ma non emersero prove sufficienti per incriminarlo degli omicidi, fu accusato di altri crimini e condannato ad un anno di prigione, ma liberato dopo solo 3 mesi.
Trovato un nuovo lavoro a Novocerkassk non uccise fino all’agosto del 1985, quando commise l’omicidio di due donne. L’indagine della polizia si riaccese fu rivitalizzata nella metà del 1985, quando Issa Kostoyev fu assegnato al caso, esaminò attentamente tutti i crimini ed interrogò di nuovo i criminali sessuali. Nel 1985 furono rinnovate le ronde intorno alle stazioni di Rostov e Cikatilo, per oltre due anni, mantenne i propri desideri sotto controllo fino al 1988 quando tornò ad uccidere, lontano dall’area di Rostov.
La scoperta di nuove vittime portò ad un’operazione massiccia della polizia che pattugliava le stazioni di treni e bus e molte altre aree pubbliche intorno all’area di Rostov.
Il 6 novembre, Cikatilo uccise e mutilò Sveta Korostik. Mentre lasciava la scena del crimine, fu fermato da un agente che pattugliava la stazione dei treni e che lo vide tornare dai boschi con aria sospetta sia per l’abbigliamento che per le macchie di sangue su guancia e orecchio. Controllò i suoi documenti ma non la borsa che aveva in mano, dove avrebbe trovato i seni recisi di Sveta Korostik. Solo dopo la compilazione del rapporto e il ritrovamento di due corpi, vicino alla stazione Leschoz, e la descrizione di un testimone, si pensò a lui come omicida. Non avendo abbastanza prove per l’arresto Cikatilo fu messo sotto stretta sorveglianza, seguito e filmato da agenti sotto copertura. Il 20 novembre 1990, Cikatilo lasciò la sua casa con un contenitore di birra, iniziò a girare per tutta la città tentando di avvicinare i bambini che incontrava; alla fine entrò in un bar dove comprò la birra, la polizia si convinse che non poteva aver fatto tante ore di cammino solo per comprare birra. L’insistenza con la quale tentava di avvicinare bambini convinse la polizia ad arrestarlo.
Fra il 30 novembre ed il 5 dicembre, confessò 56 omicidi; tre delle vittime furono impossibili da identificare perché vennero seppellite e si trovavano in avanzato stato di decomposizione. Non venne, quindi, accusato di questi omicidi.
Precauzioni speciali furono necessarie durante la prigionia di Cikatilo. perchè crimini violenti a sfondo sessuale, soprattutto contro i bambini, erano un tabù in Russia, i prigionieri accusati di questi reati erano abusati e a volte uccisi dai propri compagni di cella. Alcuni parenti delle vittime erano secondini o lavoravano nelle prigioni ed era molto alto il rischio di un’esecuzione prima del processo.
In cella (dove pensava che nessuno lo guardasse) era sotto sorveglianza video, il suo comportamento era assolutamente normale, a differenza di quando era davanti a secondini o avvocati: mangiava e dormiva senza problemi, faceva ginnastica ogni mattina e leggeva molti libri e giornali, scriveva lettere di lamentela alla sua famiglia, ad ufficiali del governo e ai mass media. Scrivere divenne la sua passione tanto che, venuto a conoscenza di un concorso indetto da un popolare giornale per eleggere “l’investigatore dell’anno”, vi si iscrisse, candidando le proprie indagini per il premio.
Fu processato il 4 aprile 1992. Nonostante il suo comportamento irriverente in aula, fu giudicato sano di mente.
Durante il processo fu tenuto in gabbia al centro dell’aula, misura che aveva lo scopo di proteggerlo dai parenti delle vittime, i quali chiedevano alle autorità di rilasciarlo in modo da procedere in autonomia alla sua esecuzione.
Al termine del processo fu dichiarato colpevole di 52 dei 53 omicidi (fra il 1978 ed il 1990) di cui era accusato, fu condannato per ognuno dei crimini commessi che si vantò di aver eseguito per depurare la società da persone inutili. Fu condannato a morte mediante colpo alla nuca, eseguito nella prigione di Rostov il 14 febbraio 1994.

 

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Race – Il colore della vittoria

race di Stephen Hopkins.

 

Anni Trenta, America: la grande depressione, il razzismo, le differenze sociali.
Jesse Owens: afroamericano, figlio di un mezzadro dell’Alabama, una famiglia povera, una figlia e una compagna.
Jesse lascia tutto per frequentare, non senza grandi sacrifici, visto il colore della pelle, l’Ohio University dove il coach Larry Snyder lo allena fino a portarlo alle Olimpiadi di Berlino, 1936.
Olimpiadi vessate dalla politica razziale di Hitler.
Owens sa di dover fare il massimo per vincere… e diventa leggenda, vince quattro medaglie d’oro: i 100 metri, il salto in lungo, i 200 metri, la staffetta 4×100, facendo scomparire la razza ariana che gareggiava nel beniamino di Adolf Hitler: l’atleta Luz Long.

 

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Jesse Owens* divenne un simbolo sfidando le ideologie razziali di Adolf Hitler e se stesso. L’uomo che volava…
Un film questo che, oltre a presentare Owens nella vita quotidina e come sportivo, racconta uno spezzone di storia in cui furono coinvolti i giochi olimpici “del” Terzo Reich.
Non è un capolavoro, a mio avviso mi sarei aspettata di più visto il tema trattato, ma mi è piaciuto, mi ha anche appassionato, gli attori bravissimi, Jeremy Irons e William Hurt all’altezza del loro personaggio, buona scenografia, ambienti ricostruiti perfettamente.
E il messaggio (almeno come l’ho interpretato io) arriva preciso: lo sport è anche valori, quelli veri, lo sport come forma antirazziale non come gioco di potere e soldi (spesso oggi lo è purtroppo, anche da parte degli atleti).
Guardatelo questo Jesse quando entra nello stadio. Emoziona, quest’uomo passionale, umano, coraggioso.
L’uomo che per vivere sfidò anche i cavalli per 50 dollari a corsa e dovette ingioiare bocconi amari anche in patria per le sue vittorie, dove doveva entrare dalle cucine per festeggiare, come si addiceva ai “neri” in quell’epoca (e ancora oggi dico io), dove non gli fu riconosciuta una stabilità economica tramite un lavoro (come fu per molti atleti bianchi).

 

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*James Cleveland Owens (Jesse) nasce a Oakville nel settembre 1913.
Presto la famiglia si trasferisce a Cleveland (Ohio) dove vissero in povertà il periodo della Grande depressione americana.
Jesse studia alle scuole tecniche e lavora in un negozio di scarpe, ma si allena nella corsa, sua grande passione.
Ai campionati nazionali studenteschi (1933) viene notato per le prestazioni nella velocità e nel salto in lungo tanto da essere ammesso all’Università statale dell’Ohio dove si dedicò all’atletica.
Nel 1935 stabilìsce i record del mondo di: salto in lungo (record durato fino al 1960), 220 iarde piane in rettilineo, 220 iarde a ostacoli in rettilineo (primo uomo a scendere sotto i 23″) ed eguagliò quello delle 100 iarde.
Nel 1936 partecipa alle Olimpiadi di Berlino dove vince quattro medaglie d’oro, tra cui quella per la staffetta 4×100 a cui voleva rinunciare per lasciare il posto alle riserve escluse perché ebree; i suoi dirigenti glielo impedirono (il record di quattro ori in una stessa Olimpiade, nell’atletica leggera, fu eguagliato soltanto alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 dal connazionale Carl Lewis, che vinse quattro ori nelle stesse gare).
Il giorno del quarto oro allo stadio olimpico era presente anche Adolf Hitler che, vista la vittoria sul tedesco Luz Long (il migliore atleta tedesco, nonché amico di Owens), si dice sia andato via per non stringere la mano ad un nero, per giunta americano; Owens ha sempre smentito questa notizia raccontando che Hitler si alzò in piedi e gli fece un cenno con la mano quando lui passò davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi e che lui stesso rispose al saluto.
L’allora presidente americano Franklin D. Roosevelt cancellò l’ appuntamento alla Casa Bianca con Owens.
Nel 1955 il Presidente Dwight D. Eisenhower, repubblicano, ex atleta, lo nominò Ambasciatore dello Sport.
Dopo Berlino Owens passò al professionismo passando poi all’insegnamento; nel dopoguerra iniziò il lavoro di preparatore atletico della squadra di pallacanestro degli Harlem Globetrotters; nel 1976 venne premiato con la Medaglia presidenziale della libertà, il massimo titolo per un civile americano.
Owens morì di cancro ai polmoni nel 1980, all’età di 66 anni a Tucson, Arizona, è sepolto nell’Oak Woods Cemetery, di Chicago.
Nel 1984 una strada di Berlino venne ribattezzata in suo onore e il 28 marzo 1990 gli fu assegnata postuma la Medaglia d’oro del Congresso dal presidente statunitense George H. W. Bush.
Nel dicembre 2013, una delle medaglie vinte da Owens ai Giochi olimpici del 1936 è stata battuta all’asta al milionario Ron Burkle per 1,4 milioni di dollari.

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Lo sport dovrebbe far nascere in noi, sempre, la voglia di un mondo migliore.

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KIKI – Consegne a domicilio

locandina  di Hayao Miyazaki

 
Kiki ha 13 anni ed è una strega images
Per compiere il noviziato, come è tradizione per tutte le streghe di famiglia kiki-consegne-a-domicilio-screen-3, deve abbandonare la casa natale e dimostrare di sapersela cavare con le sue forze vlcsnap2013013001h49m43

Cosa può portare con se? Kiki-s-Delivery-Service-hayao-miyazaki-25467582-1280-720 La vecchia scopa di sua madre per poter volare e Jiji, il suo gatto nero parlante; Kiki sceglie di passare questo periodo della vita in una città dove c’è il mare.
Adattarsi alla nuova vita non sarà facile, ma grazie all’aiuto di una giovane fornaia che le offe alloggio in cambio di aiuto: volare consegnando pacchi; di Tombo, adolescente affascinato dai suoi poteri; di Ursula, pittrice, Kiki, che per un periodo perde i suoi poteri, riuscirà a capire la sua strada.

 

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Grazie ai nipoti della mia vicina, a cui ho fatto da baby sitter questa mattina, ho potuto vedere questo meraviglioso film giapponese (tratto dal romanzo omonimo di Eiko Kadono), di Hayao Miyazaki, una vera “magia”, un’avventura vissuta tra emozioni, delusioni, amicizia, tenerezza, paura, volontà… ma niente incantesimi, come ci si aspetterebbe da una strega.
Esteticamente perfetto grazie ai raffinati, colorati, dettagliati (ma semplici allo stesso tempo) disegni, con una morale importante: il passaggio dall’adolescenza all’età più matura, con tutti gli aspetti che ciò comporta.
Io e Meli ci siamo innamorate di questa pellicola, di questa storia semplice ma efficace.
E di quel gatto nero che vorremmo per noi gatto

 

 

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Dancing With Maria

6a00d8341ca4f953ef01bb07f7730a970d regia di Ivan Gergolet

 

maria10 Maria Fux, danzatrice argentina, tiene corsi di danzaterapia nella sua casa-studio a Bueno Aires.
Ballerine priofessioniste, disabili mentali e fisici, sordi, persone che cercano l’armonia in loro e nel mondo, uomini e donne di ogni estrazione sociale, giovani e vecchi, magri o sovrappeso, tutti pronti a ricevere la forza di Maria.
Maria li accompagna tutti, intreccia la sua vita alla loro con la delicatezza di una bambina ma la forza di un guerriero.

 

Maria Fux* interpreta se stessa e il film è girato nella sua casa studio; dancing_with_maria-5 la vedrete insegnare ma anche ballare, affaticarsi ma allenarsi, la vedrete parlare con saggezza per far capire ai suoi allievi che il corpo occupa uno spazio dove ci si può movere con grazie anche senza essere perfetti o bravi ballerini, la vedrete aiutare i suoi allievi con handicap a uscire dalle loro “gabbie” image  La vedrete indossare abiti colorati e capelli tra i fiori.

Dancing-with-Maria
Uno stupendo film-documentario, mi ha coinvolto molto.
Amo la danza e questo film mi ha mostrato quanto questa sia una vera e propria arte,  ti mette con contatto con il mondo che ti circonda e con l’interiore. La musica è il mezzo per far muovere il tuo corpo anche senza la necessità di sentirla.
images-15 Il messaggio del film, oltre che proporre questa meravigliosa figura di donna e la sua terapia, dice che la musica e il movimento ci aiutano a scoprire noi stessi, la nostra anima e le potenzialità del nostro corpo, ci aiuta a non arrenderci, e trovare nei limiti una risorsa, la danza è energia.
Non perdetelo, è un gioiello di poco più di un’ora, sembra di essere a teatro. Bravo il regista,  belle e non invadenti le inquadrature che lasciano solo spazio ai personaggi, l’ultima scena è spattacolare, bellissime le musiche di Luca Ciut (vien voglia di ballarci su).
Non troverete musiche frenetiche, ma la serenità che le tante musiche utilizzate acompagnano il film, non troverete una donna manageriale, ma una donna che vive la quotidianità con semplicità ma convinzione e coraggio.

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*Maria Fux nasce il 2 gennaio 1922, è figlia di migranti russi scampati a un pogrom.
Sua madre arriva dalla Russia con un’infezione devastante al ginocchio, subisce un intervento chirurgico invalidante che la costringerà a zoppicare per tutta la vita. Questo gli impedisce anche di ballare.
Maria nasce e cresce a Buenos Aires, dopo aver conosciuto la biografia di Isadora Duncan diventa ballerina e si esibisce in tutto il mondo, il balletto più suggestivo della sua carriera è “L’ultima foglia”, nel quale ha danzato senza alcuna nota musicale, nel silenzio più assoluto: lo staccarsi dell’ultima foglia rimasta su un albero in autunno. Per essersi esibita anche nei paesi dell’allora cortina di ferro ha subito dal governo argentino un ostracismo che le ha stroncato la carriera.
Tra il 1954 e il 1960 è una delle prime ballerine del Teatro Colon di Buenos Aires, dal 1960 al 1965 dirige il “Seminario di Danza” all’Università Nazionale di Buenos Aires.
Invitata dall’Hospital Kubichec ha lavorato alla riabilitazione dei pazienti durante la fase post-operatoria.
Nel 1998, su richiesta della Direcion de Cultura de México e con l’organizzazione dell’Universidad de las Artes, ha diretto corsi sulla Danzaterapia e lavorato presso un’istituzione psichiatrica dove i pazienti erano insufficienti mentali.
Nell’anno 2000 l’Ospedale Psichiatrico Borda di Buenos Aires le ha proposto di lavorare in forma integrata con medici e pazienti e in quell’occasione ha presentato anche uno spettacolo. Nel giugno del 2002 è stata nominata cittadina illustre della Città di Buenos Aires;  nel settembre del 2002, invitata da Humanus Espaco Integral e DaCi & The Child International del Brasile, nella città di Recife, ha condotto nel Convento Sao Francisco, seminari diretti a professionisti dell’educazione, psicologi, fonoaudiologi, ballerini, ginnasti e artisti; nell’ottobre dello stesso anno è stata nominata Esperta Coreografa e Danzaterapeuta Argentina e ha diretto il seminario “Parallelismo tra la Musicoterapia e la Danzaterapia” nell’Università Andrés Bello del Cile; nel novembre del 2002 ha realizzato un laboratorio organizzato dal Dipartimento di Educazione Musicale in collaborazione con il Dipartimento di Educazione Differenziale della Università Metropolitana di Santiago del Cile, diretto a professionisti e studenti dell’educazione differenziale, educazione fisica, educazione musicale e kinesiologi.

 

Il metodo Fux è una danza psicofisica rivolta anche a disabili fisici o psichici, ai non udenti, ai non vedenti, a chi non parla.
Il metodo di Maria gli è stato ispirato,  nel 1942, da una foglia staccatasi da un albero e dal suo muoversi nel vento.
Maria Fux ha 93 anni, ancora danza e insegna tenendo seminari a persone che arrivano da tutto il mondo. La sua idea è trasformare i limiti fisici in una risorsa. E’ riuscita a cambiare la vita di molte persone.
Riporto un’esperienza emblematica della Fux: Maria Garrido è un’orfana che, nel 1971, la polizia trova in una grotta, la bambina è sordomuta e denutrita, la Fux le ha insegnato a muoversi tra le persone e poi nel mondo.
Ivan Gergerso ha conosciuto Maria Fux grazie alla moglie, Martina Serban, danzatrice, che era andata in Argentina per seguire un seminario di danza.

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“La danza è l’incontro di un essere con gli altri”

“L’arte è andare in luoghi sconosciuti”

Maria Fux

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