TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Romeo&Juliet

di Carlo Carlei.

 

   

Salto temporale: dal Medioevo al Rinascimento.
Due adolescenti innamorati: Romeo e Gulietta.
Montecchi e Capuleti.

 

 

Non sto a spiegare la trama, la storia è conosciuta e universale.
Il regista cambia qualcosa, ma il sentimentalismo, il romanticismo, la dolcezza dell’amore sono gli stessi, anche se trasportati in un’altra epoca. Belli, bellissimi i giovani protagonisti (Douglas Booth/Romeo,Hailee Steinfeld/Giulietta) anche troppo.


Proprio la bellezza della protagonista, così innocentemente pura e bambinesca toglie alla recitazione carisma e avvenenza
Belli i costumi e le ambientazioni, ottima la fotografia.
Non eccellenti gli attori… e allora di questo film mi è rimasta solo la magia dell’amore.
Che vale sempre la pena sognare.

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Tully

di Jason Reitman

Dopo la nascita del secondogenito, Marlo, quarantenne, inizia a soffrire di depressione postparto. La sua vita diventa un inferno quando scopre di essere di nuovo incinta.
Una bella casa, un marito affettuoso, ma incapace di aiutarla nelle incombenze quotidiane, non le impediscono di scivolare sempre più nella depressione.
Il fratello di Marlo le invia Tully, una giovanissima, gioiosa governante.
Inizialmente Marlo è infastidita da questa presenza, ma la ragazza troverà il modo giusto per entrare in amicizia con la donna e riportarla all’accettazione si se stessa, come donna e come mamma.

   

Film realista, sulla condizione che spesso le mamme affrontano in silenzio e senza aiuto.
Una commedia che mette in evidenza come essere mamma e donna spesso presenta difficoltà immaginabili. Una quotidianità frenetica che può annientare.
Bravissime Charlize Theron (Marlo) e Mackenzie Davis (Tully), godibile la loro recitazione, ma decisamente divina la Theron, sempre all’altezza nel calarsi in ruoli di donne “diverse”.
Un bel film, mi è piaciuto, ma non lo rivedrei, lo consiglio però, mette in evidenza la realtà della maternità, che può essere gioia e dolore contemporaneamente.

 

 

 

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Il dubbio

di John Patrick Shanley

 

 

1964, St. Nicholas Church School, nel Bronx, New York.
Suor Aloysius Beauvier, preside della scuola, entra in conflitto con padre Brendan Flynn, parroco che si prende cura dei studenti.
Suor Aloysius è autoritaria, conservatrice, terrore degli studenti per i suoi metodi inflessibili.
Padre Brendan va contro una scuola e una fede troppo conservatrice avvicinando i ragazzi con metodi più comprensivi e amorevoli, soprattutto con ragazzi che arrivano da situazioni familiari difficili, come l’unico alunno di colore, il dodicenne Donald Miller, di cui padre Flynn ne promuove l’integrazione, iscritto all’istituto dalla madre per sottrarlo anche al carattere violento del padre.
Le molte attenzioni che il parroco dedica al giovane studente fanno sorgere sospetti nella giovanissima suor James, che si confida con la direttrice.
Inizia così un contrasto forte tra la preside e il parroco, sorgeranno dubbi e conflitti fino allo scontro finale dove suor Aloysius accuserà padre Flynn di abusi sessuali, pur non avendo prove, ma sostenuta dalla sua “incorutibile” fede.
L’intera comunità ne verrà sconvolta, il sacerdote subirà l’onta di un dubbio infamante…perchè di dubbio si parla….
E ci sarà certezza? Lo spettatore riuscirà a sciogliere o confermare il “dubbio”? Quanto si è disposti a mettere in gioco per rinunciare a se stessi pur di sopraffare l’altro?

Film meraviglioso, fortemente emozionale, almeno per me lo è stato.
Il tema centrale non è nello specifico la pedofilia, anche se ha il suo peso, soprattutto parlando di questa piaga all’interno della chiesa cattolica non solo americana, ma il tema complesso della fede, della morale, dell’intransigenza personale, quella che non fa andare le proprie vedute oltre se stessi. A mio avviso la peggiore. Il tema è il cambiamento, l’evoluzione, l’abbandono o il mantenimento di alcune rigidità sociali e morali.
Superba l’interpretazione di Maryl Streep (suora Aloysious), eccezionale quella di Philip Seymour Hoffman (padre Flynn), affascinanti nelle loro interpretazioni; da non perdete il volto di Viola Davis (mamma di Donald Miller),
Straordinaria la regia, la sceneggiatura, i dialoghi; ottima la fotografia.
Film che consiglio vivamente, dove ogni argomento è chiaro, senza contorte situazioni, arriva dritto e crudo al punto e al cuore e, se l’avete, all’anima.

 

 

 

 

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Tutta colpa del vulcano

di Alexandre Coffre

 

2010, il vulcano islandese erutta con tutta la sua potenza oscurando i cieli dell’Europa.
L’aereo su cui volano Alain e Valerie è costretto ad atterrare a Stoccarda.
I due, ex marito e moglie, si ritrovano dopo vent’anni in volo, diretti a Corfù per celebrare il matrimonio della figlia Cecile.
Si odiano ferocemente ma si uniscono per affrontare un viaggio in macchina attraverso l’Europa. Un viaggio dove non mancheranno angherie reciproche, dispetti, fughe, situazioni imprevedibili… dovute a rancori e dissapori mai appianati.
Chissà se troveranno un punto d’incontro per arrivare sereni al matrimonio?

 

Commedia francese di qualche anno fa.
Con le amiche cercavamo qualcosa di “leggero”, diciamo che per poco più di un’ora ci siamo rilassate, carino, divertente ma ci aspettavamo qualcosa di più, diciamo che le nostre risate erano contenute.
Però bravissimi gli attori, Dany Boon (Alain) e Valérie Bonneton (Valérie), nell’esternare le emozioni; bella la fotografia, sotto tono la sceneggiatura, grottesca la trama.

 

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Tutta colpa di Freud

di Paolo Genovese

 

Il dottor Taramelli, bravissimo psicanalista cinquantenne, è un padre disponibile verso le tre figlie femmine, cresciute con lui dopo che la moglie lo ha abbandonato.
Marta fa la libraia e si innamora di un ladro di lbretti d’opera; Sara è lesbica e vuole cambiare orientamento visto le delusioni che continua a ricevere dalle donne; Emma ha diciotto anni e ha una storia con un cinquantenne sposato.

Dico subito che non sono una simpatizzante di Genovese, non ho visto nessuno dei suoi film, questo mi è stato proposto.
Commedia gradevole anche se non eccezionale, da guardare con leggerenza anche se il tema affrontato non è mai leggero…l’amore, che non è mai dato per scontato, non è mai troppo facile. Film dal ritmo continuo senza bisogno di volgarità, forse un po’ troppo lungo.
Ottimo il cast con un convincente Giallini sia nel ruolo di padre che di uomo, bravissimo Marchioni nel ruolo del ragazzo sordomuto, ho apprezzato molto Anna Foglietta, bella, brava, recitazione sicura e divertentissima…tra le donne la migliore, mi ha incantato il suo look; sempre romantica e delicata Vittoria Puccini, anche se spesso non è mai troppo naturale (come in tutte le sue prove).
Ottima la colonna sonora, bellissima la fotografia; sempre magnifica la mia Roma e magica New York.

 

 

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Tutti i santi giorni

 di Paolo Virzì

 

Guido è gentile, colto, poliglotta, lavora come portiere di notte in un grande albergo.
Antonia lavora in un autonoleggio, è irrequieta, è una musicista che canta la sera nei locali.
Vivono alla periferia di Roma, si amano tantissimo e lui tutte le mattine la sveglia con la colazione e il nome del santo del giorno.
Sognano di avere un figlio, che non arriva.

Una bella storia d’amore, una commedia vivace anche se c’è dentro il dolore di non essere genitori e la spasmodica ricerca per diventarlo. Una vita routine che non pesa, perchè la vivi con la persona che ami, quella con cui scegli di dividere la vita con tutto quello che comporta e che anche nelle difficoltà diventa più forte, perchè la forza arriva dalla complicità che hanno i protagonisti, una verso l’altro.
Bravissimi gli interpreti, Luca Marinelli (Guido) e Federica Caiozzo (Antonia, in arte Thony), intensi, dolci, comici. Film da vedere, è piacevole e senza sottovalutare l’argomento principale: la maternità desiderata.
Farete anche un viaggio nella mia Roma grazie alle belle inquadrature.
Ottima la colonna sonora.
Unico appunto che posso fare è che personalmente avrei evitato qualche scena e battuta troppo da commedia comico/volgare.

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Still Alice

di Richard Glatzer e Wash Westmoreland

 

Alice Howland, cinquantenne, professoressa di linguistica alla Columbia University di New York.
La memoria vacilla, le parole scompaiono, cosa sta accadendo?
Lo specialista a cui si rivolge gli conferma che è stata colpita da una forma ereditaria precoce di Alzheimer.
La vita perfetta e serena che vive, tra lavoro, figli e marito, il loro affetto e le cure, non la salveranno dall’inevitabile declino intellettuale.
Alice resisterà eroicamente anche se consapevole del declino che annullerà gradualmente le sue capacità intellettive e la sua anima. Che annullerà anche la possibilità di combattere la malattia.

 

Tratto dal romanzo di Lisa Genova (che non ho letto) è un film da vedere, strappa qualche lacrima, ma di emozione non per sentimento melodrammatico, anzi… Un film essenziale, lineare, che ti mette davanti la consapevolezza della sofferenza, l’impossibilità di sfuggire a questa malattia che ti consuma piano piano, un film che è cronaca di una malattia grave e abbastanza comune. Una malattia che ti toglie te stessa/o ma anche i ricordi. Ottima la regia, la scenografia, importante il significato che trasmette il film.
Stupenda l’interpretazione di Julianne Moore (Alice), che le ha regalato l’Oscar, un’attrice che amo ma non per questo sono di parte, è davvero stupenda in questo film.
Il film mi ha particolarmente colpito anche perchè abbiamo una carissima amica che convive da 25 anni con questo morbo, lei neanche se ne rende conto, tutto il suo mondo è sparito, gli è sconosciuto ormai da almeno 20 anni, pensate che non si è resa conto che suo figlio non c’è più ormai da un anno, chiede di lui come quando era piccolo…triste e terribile, per fortuna è circondata da tanto amore familiare e degli amici. Il film mi ha fatto rivivere un pò l’angoscia che provo quando la vado a trovare e tento di pensare come sarebbe vivere così…fragili, indifesi, senza memoria.

 

 

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Colette

di Wash Westmoreland

 

 

La ventenne Gabrielle Colette, vive in provincia, nel 1893 sposa Willy, scrittore, critico, seduttore.
Vanno a vivere Parigi, dove conducono una intensa vita mondana tra salotti letterari, figure di artisti, giochi amorosi e scandali.
Gabrielle ama scrivere, ha un vero talento, Willy la convince che firmare i scritti a nome suo sia la migliore strategia. E così sarà.
Ma quando Gabrielle incontrerà Missy, con la quale si legherà sentimentalmente, decide di rompere il matrimonio e rivendicare la proprietà delle sue opere; presa coscienza del suo valore come artista e della sua sessualità, costruirà la sua emancipazione sociale diventando solo Colette*.

Il film è biografico, racconta una parte della vita della scrittrice Colette.
Un buon film, ma sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. A tratti mi ha annoiato. Da una figura così “rivoluzionaria” si poteva trarre qualcosa di più importante. Più che della vita di Colette sembra un’affresco sulla Belle Epoque, uno spaccato frenetico del momento, che sicuramente ha la sua importanza ai fini della storia, ma è qualcosa di visto e rivisto in altri film.
La regia a mio giudizio pecca di originalità, si impantana nei scandali, rapporti e intrighi della protagonista calcando sulla carnalità e passione, riducendo così il vero valore di Colette, quello artistico, senza troppo descrivere il raggiungimento dell’indipendenza femminile e conseguente femminismo.
Comunque belli i costumi e la ricostruzione degli ambienti parigini. Brava Keira Knightley (Colette) che sfodera la sua sensualità, il suo fascino nel bene e nel male, anche se un po richiama ad altri ruoli da lei sostenuti in altri film, Colette esigeva secondo me qualcosa di più incisivo; davvero strepitoso Dominic West (Willy), un vero talento in questa interpretazione che può apparire antipatica per il ruolo del marito maschilista e opportunista.

 

*Colette è considerata una delle maggiori scrittrici francesi, candidata al Premio Nobel per la letteratura nel 1948

 

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Il destino di un uomo (Sud’ ba celoveka)

di Sergei Bondarchuk

 

Andrei, dopo 17 anni di matrimonio e tre figli, parte per la guerra. Viene fatto prigioniero dai nazisti e spostato in diversi campi di concentramento. Tenta la fuga, che non gli riesce, fino a quando con uno stratagemma riesce ad arrivare alle linee amiche.
Torna a casa, nel paese di Vorond, che trova completamente distrutto dai bombardamenti, grande il dolore quando scopre che la moglie e le figlie sono morte, riesce a scoprire però che il figlio è vivo, ma è una momentanea vittoria, anche questi cadrà sotto il fuoco nemico.
Distrutto dal dolore inizia a lavorare come camionista, per caso incontra un bambino orfano e abbandonato, decide di prenderlo con se facendogli credere di essere il padre.

Film russo del 1959, tratto da un racconto di Mikhail Sciolokov.
Bianco/nero, dove le musiche sono il commento principale in tutte le scene.
Film bellissimo, intenso, con un’attore (Sergej Fëdorovič Bondarčuk), il protagonista, davvero sorprendente. La tecnica di regia malgrado sia d’epoca mi ha affascinato tantissimo.
In questo film, dove ovviamente c’è un realismo socialista e una condanna all’orrore del nazismo, c’è anche la volontà di mettere in risalto la forza di un singolo individuo, la voglia di non arrendersi neanche nel dolore, la possibilità di non abbandonare la coscienza neanche nel dramma.
Ci sono scene di struggente bellezza e di struggente dolore.
Ringrazio Maria, del blog https://eternamenta.wordpress.com, per avermelo fatto conoscere.

 

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Two mothers

 di Anne Fontaine

 

 

Lil e Roz sono amiche fin dall’infanzia.
Lil ha un figlio, Ian, è vedova.
Roz ha un figlio, Tom, è separata.
Roz e Ian diventano amanti e, dopo averlo scoperto, anche Tom decide di intraprendere una relazione con Lil.
Per una serie di avvenimenti le due “coppie” si separeranno, ma dopo qualche anno decidono di ritrovarsi per una spensierata giornata al mare…una delle due coppie capirà che la passione che li aveva avvinti non si è mai sopita.

 

Film tratto da un romanzo di Doris Lessing.
Bellissime e bravissime Naomi Watts e Robin Wright (top), bellissimi i due attori che interpretano Ian e Tom, ma questo non mi ha aiutato a non annoiarmi, ad affascinarmi è stata solo la location: l’Australia.
Non che la storia sia banale, ma non sono riuscita ad entrare in empatia con questo film, non mi ha creato nessuna emozione nè mi ha fatto giungere un messaggio, neanche quello dell’amore, che forse la regista voleva far trasparire se ripenso alla scena finale sulla spiaggia; direi che è più una storia di attrazione e desiderio in un contesto torbido, neanche tanto originale.
Neanche la colonna sonora mi ha coinvolto.

 

 

 

 

 

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