TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Florence

di Stephen Frears

 

 

 

1944, New York.
Florence Foster Jenkins intrattiene i suoi ospiti con il canto, ama la musica classica.
Per lei la sua voce è come quella di un usignolo, per chi l’ascolta è uno strazio. Il marito, l’inglese Clair Bayfield, la sostiene, la protegge.
Florence decide di esibirsi alla Carnegie Hall….

 

 

Il film si ispira alla vita di Florence Foster Jenkins*
Film commedia che io reputo drammatico, con punte divertenti.
Meryl Streep (Florence), come sempre carismatica, riesce ad infilarsi nel personaggio con grande disinvoltura; bravissimo Hugh Grant nel ruolo istrionico del marito di Florence; incanta Simon Helberg, il pianista
La storia fila alla meraviglia, in fondo non c’è un gran che da inventare; la sceneggiatura è perfetta.
Da vedere.

 

 

 

*Florence Foster Jenkins nasce in Pennsylvania nel 1868.  Studia musica fin da bambina,  il suo desiderio era studiare all’estero, non assecondata dal padre Florence fugge a Filadelfia con Frank Thornton Jenkins, dottore, che divenne suo marito (i due divorziarono nel 1902).
Qui lavorò come insegnante e pianista. Ammalatasi di sifilide ebbe danni irreparabili alle articolazioni che gli impedirono di continuare la carriera di pianista.
Alla morte del padre ereditò una ingente somma di denaro che le permise di intraprendere la carriera di cantante, sempre ostacolata dall’ex marito.
A Filadelfia fondò il Verdi Club, prese lezioni di canto e iniziò a esibirsi; in tutte le registrazioni si evidenzia la poca intonazione. Malgrado ciò divenne famosa, ma non per il canto ma per il divertimento che il pubblico riceveva nell’ascoltarla. I critici la disprezzavano, lei era convinta di essere un grande soprano.
Florence disegnava da sola gli abiti di scena, incredibilmente eccentrici.
All’età di 76 anni si esibì alla Carnegie Hall, era l’ottobre 1944; i biglietti furono venduti tutti.
Florence morì un mese dopo questo evento.

 

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Everest

di Baltasar Kormákur

 

Due spedizioni tentano di scalare quella che è la montagna meravigliosamente e terribilmente difficile da conquistare, la più pericolosa del pianeta Terra: l’Everest. La sopravvivenza dei scalatori sarà durissima e messa alla prova da una bufera di neve tra le più violente che si ricordi; un’impresa impossibile, quella del 1996.
Tra uomini esperti e dilettanti, tra futuri padri e alcolisti, tra clienti senza preparazione e guide da cui dipende la vita degli altri, la sfida e l’ambizione di conquistare la montagna domineranno sulla ragione portando il dramma in molte vite.
Il turismo globale contaminerà la montagna sacrificando alcune vite.

 

Tratto da una storia vera, l’ho visto come un film/lungometraggio che racconta l’impresa ambiziosa degli uomini che vogliono scalare l’Everest. Preparazione, acclimatizazione, scalata.
La chiave per vedere questo film può essere vista anche come una metafora: risalire le vette che la vita ci mette davanti, superare i propri limiti; io  sinceramente ci ho visto la commercializzazione di uno sport che dovrebbe essere intriso dalla sfida tra l’uomo e la natura, tra chi sfida il sacro di questi giganti della terra e chi dovrebbe calpestarli con i calzari tra le mani riconoscendone il profumo della potenza imbattibile, inviolabile; perchè rispettare quella che è sempre stata definità sin dall’antichità la sacralità, la maestosità, la potenza, l’elevazione verso il cileo, il Dio, i dei, può essere fonte di salvezza, a questi giganti vengono spessissimo sacrificate vite o sconvolte vite solo per il gusto di una sfida che per me non ha senso alcuno.
Le riprese sono mozzafiato, fotografia spettacolare, il cast perfetto, prevalentemente maschile, mi è piaciuto molto Jason Clarke; il film lo consiglio, ma sinceramente non mi ha convinto, troppa meccanica azione cinematografica, lasciando indietro l’emozione che lega l’uomo alla sua sfida, che lega la montagna alla sua natura indomita.

 

 

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Diana – La storia segreta di Lady D.

di Oliver Hirschbiegel

 

“A un certo punto mi accorsi di essere come un prodotto su uno scaffale, un prodotto che si vende mlto bene.” (tratto da un’intervista del 1995)

 

Durante una visita all’ospedale Diana conosce il cardiochirurgo pakistano Hasnat Khan, con il quale avvia una relazione sentimentale segreta che durerà due anni, una relazione che le regalerà l’amore tanto desiderato accanto ad un uomo che la farà tornare a sorridere.
Hasnat Khan non sopportando più l’invadenza dei giornalisti e il peso della notorietà di Diana, la lascia.

Dopo diverso tempo il gruppo si è radunato, Roberta ha proposto questo film. La mia a mica è affascinata dalle figure di donne completamente diverse da lei, anche se per me lei è una vera principessa, quella che vive la vita quotidiana con forza e coraggio. Il film narra gli ultimi tre anni della vita di Diana e la sua relazione con il medico pachistano, poco conosciuta; amò quest’uomo tanto da andare a conoscere la famiglia in Pakistan, una storia intensa e passionale; il film passa per il divorzio da Carlo e si chiude poco prima della fine tragica della Principessa.
Naomi Wats, bravissima, anche se per nulla somigliante a Diana (secondo me), indossa abiti diversi ad ogni inquadratura, da far girare la testa; deve passare dalla Diana sexy e integerrima, alla Diana spericolata e casalinga per amore .
Il film ci presenta Diana anche come una donna forte, ribelle, caratteristiche che la portarono ad avere diversi problemi, e ci presenta, allo stesso tempo, una Diana che davanti all’amore diventava fragile, insicura.
La scenografia è dettagliatissima. Non ho capito se questo film voleva mostrare qualcosa in più di quello che si da di questa figura (praticamente si sa tutto, eccetto i dettagli della sua relazione con il medico sempre restio a parlare), se vuol essere un film sentimentale (anche se romanzato), se vuole presentare Diana come donna, come principessa, come vittima…
Se ha una morale questo film, è quella che ci dice quanto questa donna amata da tutti fosse alla fine terribilmete sola. Sfortunata e infelice icona dei nostri tempi.
Mi permetto un commento su questa donna di indubbio stile ma che non ho mai pensato fosse una santa (come molti la vogliono far apparire), nè una sprovveduta, nè una che ha solo subito…la sua vita, purtroppo breve, troppo, questo si (anche come madre), l’ha gestita senza problemi: amori, vacanze, relazioni…Una cosa però devo dirla, da morta ha reso più che da viva (come scritto sopra riportando una sua frase), tra film, libri, prodotti, museo…e questo si che è veramente triste.

 

 

 

 

 

 

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Corpi da reato

di Paul Feig

 

           

L’agente dell’F.B.I. è solitaria, bella, magra, puntigliosa ed efficente; la poliziotta di Boston è grassoccia, sguaiata, linguacciuta, violenta, invadente e piace agli uomini.
Sarah Ashburn e Shannon Mullins devono collaborare per arrestare uno spacciatore di droga.
All’inizio la collaborazione risulta essere difficile, conflittuale, ma poi le due arriveranno ad avere un rapporto sorprendentemente collaborativo ed efficente, nonchè amichevole.

 

 

Senz’altro un film prevedibile, ma una commedia con gag piacevoli che fanno sorridere e ridere di cuore. C’è ironia, allegria, comicità, qualche eccesso che sottolinea con  la parodia la società attuale.
Sicuramente sia la Bullock e la McCarthy sono all’altezza della situazione, ma la McCarthy è veramente brava.
Io e Roberta avendo un’estate pesante, volevamo un film leggero, scorrendo abbiamo trovato questo, tutto al femminile; anche se qualche parola pesante c’è, a noi è piaciuto, ci ha divertito
La regia ha dei deficit, da non perdere solo per vedere le due protagoniste, ma per noi l’obbiettivo è stato raggiunto: sorridere senza pensare troppo.

PS Anche in questo film, come già detto per altri, il titolo non ci “azzecca” niente visto che l’originale è The heat, pazienza, gli italiani si “divertono”.

 

 

 

 

 

 

 

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All Is Lost – Tutto è perduto

di J.C. Chandor

 

 

Un container alla deriva danneggia lo scafo di una barca a vela, entra l’acqua. L’uomo sulla barca, che naviga in solitaria, ripara il danno. Poi arriva la tempesta. Nell’Oceano Indiano. Per quanto l’uomo sia abile la tempesta avrà la meglio sull’imbarcazione. L’uomo scivola in mare, si ferisce e in un ultimo tentativo di salvezza si aggrappa ad un natante gonfiabile.
La barca affonda, l’uomo recupera il salvabile tra alimenti e strumenti di navigazione, tra cui una carta nautica. Non si arrende. L’uomo vincerà sulla natura o la natura lo sconfiggerà?

 

 

Film del 2014, appassionante, intenso e spaventoso, con un Robert Redford che in poco spazio cerca di sopravvivere all’immenso. Perchè così vedo l’oceano io. Film che mi ha coinvolto totalmente, l’ho vissuto.
Non ci sono dialoghi, ma acqua e uomo; natura e saper fare; silenzio e rumore di onde; sole e tempesta. Il silenzio è il copratogonista in questo film, il silenzio che amplifica la meraviglia della natura
L’uomo piccolo davanti alla forza della natura. L’uomo grande nella sua voglia di sopravvivenza.
Fotografia meravigliosa, suggestiva; colonna sonora perfetta.
Coraggioso il regista ad appoggiare tutto il film su un solo personaggio e senza che ci sia un dialogo.
Ma lasciatemi dire: un Redford meravigliosamente bravo, regge un film solo con gli sguardi e la presenza fisica, e non parlo di bellezza, grande magnifico attore, grande interpretazione..
Un film metafora, mai l’uomo si arrende, anche quando arriva alla deriva; ce la devi mettere tutta per farcela e credere in te stesso; l’uomo che deve capire che mai la natura si farà assoggettare da lui.
Da vedere assolutamente.

 

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Child 44-Il bambino numero 44

di Daniel Espinosa.

 

Russia, 1953: Leo Demidov, ufficiale dei servizi segreti sovietici, viene osteggiato dal governo sulle indagini che sta svolgendo su un serial killer di bambini. La sua indagine parte dal ritrovamento del corpo di un ragazzino strangolato e violentato.
Anche la sua vita è complicata, viene accusato di tradimento perchè non ha denunciato l’attività eversiva della moglie, insegnante, un rapporto già sentimentalmente minato.
La punizione è l’esilio in una sperduta provincia. Grazie all’aiuto del Generale Mikhail Nesterov si metterà di nuovo sulle tracce dell’asassino.

 

Film tratto dal libro di Tom Rob Smith, ispirate alla vera storia di Andrei Chikatilo*, conosciuto come il Mostro di Rostov.
Storia e cronaca si intrecciano in questo realistico, spettrale, affascinante thriller. Un film cupo che ti trattiene in tensione dall’inizio alla fine, dove è ben definita la vita sotto il regime comunista sovietico dell’epoca. Scenografia perfetta, ambienti reali, sembra quasi viverci dentro; scene che a volte arrivano dritte allo stomaco tanto sono crude .
Eccezionali gli attori; Tom Hardy lo definirei magistrale, calato perfettamente nel personaggio di Leo., bravissima anche Noomi Rapace.
Mi sento di consigliarlo questo film, anche perchè rispolvera la memoria sui regimi militari.

 

 

 

*Andrej Romanovic Cikatilo (1936 – 1994), serial killer russo era soprannominato il Mostro di Rostov o Il Macellaio di Rostov.
Fu accusato dell’omicidio di 53 persone (donne, bambini e adolescenti di ambo i sessi).
Cikatilo nasce nel villaggio di Jablocnoe nel 1936, ha un’infanzia traumatica: la collettivizzazione agricola di Stalin aveva causato devastanti carestie e uno dei suoi fratelli maggiori era stato rapito e mangiato dai vicini affamati; durante la Seconda guerra mondiale fu testimone dei devastanti bombardamenti tedeschi e iniziò a fantasticare sul poter eseguire esecuzioni di tedeschi nei boschi e che ebbe poi un nesso con i suoi omicidi; spesso veniva punito, picchiato e umiliato duramente dalla madre, con la quale dormiva mentre suo padre era in guerra, a causa della frequente incontinenza notturna.
A scuola ottenne buoni risultati riuscendo a diplomarsi ma fallendo l’esame di ammissione all’Università di Mosca.
Trovò impiego come tecnico telefonico.
A 18 anni aggredì una ragazza di 13 anni (amica di sua sorella), lottando con lei per avere un rapporto sessuale, questo episodio lo portò ad associare il sesso alla violenza per tutta la vita.
Nel 1963 si sposa grazie all’interessamento della sorella più giovane che gli fece conoscere una sua amica, malgrado offrisse di frequente impotenza ebbe un figlio ed una figlia.
Nel 1971 ottenne la Laurea in Lingua e Letteratura Russa e tentò la carriera di insegnante a Novošachtinsk con scarsi risultati a causa della sua mancata autorità e rispetto da parte degli alunni, continuò la professione spostandosi di scuola in scuola quando era sospettato di abusi sessuali, malgrado fosse un pedofilo non fu mai arrestato e le autorità scolastiche preferivano licenziarlo invece di iniziare un’indagine e rovinare la reputazione della scuola.
Trovò lavoro come commesso, ciò gli permise, durante i suoi viaggi, sempre all’interno dell’Unione Sovietica, di commettere crimini.
Nel 1978 commise il suo primo omicidio (documentato) attirando una bambina di 9 anni in una vecchia casa che aveva comprato in segreto dalla sua famiglia, dove tentò di stuprarla, quando la bambina si ribellò cercando di scappare, la pugnalò a morte. Da quel momento in poi accoltellare donne e bambini, fino a provocarne la morte, sarebbe stato il suo unico modo di procurarsi piacere, metodo applicato in ogni suo omicidio. Si aggirava prevalentemente attorno a stazioni di autobus o treni avvicinando giovani vagabondi, spingendoli ad allontanarsi, e il bosco più vicino diventava la scena per un nuovo omicidio. Solitamente tentava di avere rapporti sessuali con le vittime, ma essendo spesso impotente si scatenava in lui la furia omicida.
Nell’URSS, il genere di crimini come quelli commessi da Cikatilo erano nascosti, per questo motivo i genitori ignoravano il crescente numero di vittime e non avvisavano i bambini dei pericoli.
Quando vennero scoperti i primi sei corpi la polizia di Mosca approntò un team guidato dal maggiore Michail Fetisov che fu inviato a Rostov per dirigere le indagini. Furono interrogate e schedate oltre 150.000 persone, dopo altri quindici omicidi la polizia aumentò il numero di pattuglie ed agenti in borghese alle principali fermate di trasporti pubblici. Cikatilo fu trovato ad agire in modo sospetto ad una fermata del bus a Rostov e quindi arrestato ma non emersero prove sufficienti per incriminarlo degli omicidi, fu accusato di altri crimini e condannato ad un anno di prigione, ma liberato dopo solo 3 mesi.
Trovato un nuovo lavoro a Novocerkassk non uccise fino all’agosto del 1985, quando commise l’omicidio di due donne. L’indagine della polizia si riaccese fu rivitalizzata nella metà del 1985, quando Issa Kostoyev fu assegnato al caso, esaminò attentamente tutti i crimini ed interrogò di nuovo i criminali sessuali. Nel 1985 furono rinnovate le ronde intorno alle stazioni di Rostov e Cikatilo, per oltre due anni, mantenne i propri desideri sotto controllo fino al 1988 quando tornò ad uccidere, lontano dall’area di Rostov.
La scoperta di nuove vittime portò ad un’operazione massiccia della polizia che pattugliava le stazioni di treni e bus e molte altre aree pubbliche intorno all’area di Rostov.
Il 6 novembre, Cikatilo uccise e mutilò Sveta Korostik. Mentre lasciava la scena del crimine, fu fermato da un agente che pattugliava la stazione dei treni e che lo vide tornare dai boschi con aria sospetta sia per l’abbigliamento che per le macchie di sangue su guancia e orecchio. Controllò i suoi documenti ma non la borsa che aveva in mano, dove avrebbe trovato i seni recisi di Sveta Korostik. Solo dopo la compilazione del rapporto e il ritrovamento di due corpi, vicino alla stazione Leschoz, e la descrizione di un testimone, si pensò a lui come omicida. Non avendo abbastanza prove per l’arresto Cikatilo fu messo sotto stretta sorveglianza, seguito e filmato da agenti sotto copertura. Il 20 novembre 1990, Cikatilo lasciò la sua casa con un contenitore di birra, iniziò a girare per tutta la città tentando di avvicinare i bambini che incontrava; alla fine entrò in un bar dove comprò la birra, la polizia si convinse che non poteva aver fatto tante ore di cammino solo per comprare birra. L’insistenza con la quale tentava di avvicinare bambini convinse la polizia ad arrestarlo.
Fra il 30 novembre ed il 5 dicembre, confessò 56 omicidi; tre delle vittime furono impossibili da identificare perché vennero seppellite e si trovavano in avanzato stato di decomposizione. Non venne, quindi, accusato di questi omicidi.
Precauzioni speciali furono necessarie durante la prigionia di Cikatilo. perchè crimini violenti a sfondo sessuale, soprattutto contro i bambini, erano un tabù in Russia, i prigionieri accusati di questi reati erano abusati e a volte uccisi dai propri compagni di cella. Alcuni parenti delle vittime erano secondini o lavoravano nelle prigioni ed era molto alto il rischio di un’esecuzione prima del processo.
In cella (dove pensava che nessuno lo guardasse) era sotto sorveglianza video, il suo comportamento era assolutamente normale, a differenza di quando era davanti a secondini o avvocati: mangiava e dormiva senza problemi, faceva ginnastica ogni mattina e leggeva molti libri e giornali, scriveva lettere di lamentela alla sua famiglia, ad ufficiali del governo e ai mass media. Scrivere divenne la sua passione tanto che, venuto a conoscenza di un concorso indetto da un popolare giornale per eleggere “l’investigatore dell’anno”, vi si iscrisse, candidando le proprie indagini per il premio.
Fu processato il 4 aprile 1992. Nonostante il suo comportamento irriverente in aula, fu giudicato sano di mente.
Durante il processo fu tenuto in gabbia al centro dell’aula, misura che aveva lo scopo di proteggerlo dai parenti delle vittime, i quali chiedevano alle autorità di rilasciarlo in modo da procedere in autonomia alla sua esecuzione.
Al termine del processo fu dichiarato colpevole di 52 dei 53 omicidi (fra il 1978 ed il 1990) di cui era accusato, fu condannato per ognuno dei crimini commessi che si vantò di aver eseguito per depurare la società da persone inutili. Fu condannato a morte mediante colpo alla nuca, eseguito nella prigione di Rostov il 14 febbraio 1994.

 

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Carnage

di Roman Polanski.

 

Quattro genitori, una lite tra figli, una stanza. Genitori/persone mettono a nudo se stessi

 

 

Jodie Foster, Kate Winslet (straordinaria), Christoph Waltz (per me il migliore in assoluto), John C. Reilly sono i meravigliosi interpreti di un dramma che solo inizialmente è centrato sui conflitti adolescenziali, poi cadono le maschere invisibili degli adulti e la stanza, dove si svolge tutto il film, diventa l’arena feroce dove ipocrisia, menzogna, aggresività invadono la civile convivenza portando a galla istinti feroci.
Certamente un film interessante di cui ne riconosco l’impeccabile regia, ma io mi sono annoiata da morire. Questa volta Polanski non mi ha incantato, anzi, delusa…non ne ho capito il senso. Mettere a nudo l’uomo e i suoi istinti? Scavare l’intimità di ognuno di noi? Riporatre il cinema a dialoghi complessi e fitti come non se ne vedono più (io mi sono persa tanto lo erano, troppo…)? Cercare il perchè della mancata comunicazione tra coppie?….e il finale? Dov’è?
Qualcuno lo ha visto? Mi da un parere?

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Captain America: The Winter Soldier

di Anthony e Joe Russo

 
Steve Rogers, che a fatica cerca di adattarsi alla società attuale, indossa ancora la divisa di Capitan America, prende il suo scudo e va ad affrontare un misterioso terribile assassino: il Soldato d’Inverno. Che vuole ucciderlo. Si dovrà guardare anche da un un ex capo dello S.H.I.E.L.D: Alexander Pierce. Non mancano la Vedova Nera, il colonnello Nick Fury e la new entry Falcon.

 

 

Oggi tre ore da baby sitter per la mia vicina, ma questa volta con i “ragazzi” più grandi, quindi niente cartoon ma Supereroi.
Film con effetti speciali e spettacolari scene d’azione, humour, ma anche un pizzico di politica.
Non un capolavoro ma per me da vedere (Capitan America è pur sempre il longevo Capitan America, eroe a stelle e strisce  😉 ), bravissimi gli attori, carismatico e ambiguo Robert Redford.

 

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Cani sciolti

di Baltasar Kormákur.

 
Una banda di narcotrafficanti in Messico
Bobby Trench e Marcus Stigman, il primo è un infiltrato della narcotici, l’altro della marina degli USA.
Ma uno ignora chi sia veramente l’altro, apparentemente sono due trafficanti di droga.
Decidono di svaligiare una banca e impossessarsi dei soldi del narcotraffico. Ma fanno male i calcoli, il potere è più forte di loro.

 

Film assolutamente “americano”, tanta azione ma anche tanta ironia. Tutto abbastanza prevedibile. Per fortuna Denzel Washington e Mark Wahlberg sono in gran forma.
Ma allora, chi mi segue e mi conosce (non è proprio il mio genere di film), si può domandare perchè mai io lo abbia visto. Ecco, per passare una serata “leggera”, certo, ma perchè io adoro Denzel Washington da sempre, e se anche qui è caduto in un film non proprio tra i migliori, mi dimostra sempre la sua camaleontica capacità di interpretazione.
E lo so’, sono di parte, pazienza…ma me lo gusto.
Ah, dimenticavo, la fotografia, però, è perfetta…

 

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Adaline – L’eterna giovinezza

di  Lee Toland Krieger

 


Anni Trenta: Adaline, giovane donna, resta vedova dopo pochi anni di un felice matrimonio da cui è nata una bambina.
Dopo qualche mese la donna subisce un grave incidente d’auto a causa delle condizioni metereologiche, dopo essersi miracolosamente salvata si rende conto che smette d’invecchiare.
Questo segreto resta celato (meno che a sua figlia) e la costringe alla solitudine sentimentale fino a quando incontra un uomo che farà cambiare tutto.
Per circa ottanta anni la sua vita sarà un continuo cambiamento, arriverà addirittura a vedere sua figlia invecchiare.

 

 

Film del 2015, un dramma sentimentale che a tratti emoziona, film surreale, di raffinato romanticismo.
Il mezzo per emozionare è il concetto dell’immortalità, a cui l’uomo da sempre aspira, a tutt’oggi è riuscita solo a Peter Pan.
Ma non è forse più concepibile, fantasia permettendo, la mortalità? Si nasce, si crea, si muore per dare spazio a nuova linfa vitale, per me necessaria alla sopravvivenza di questa meravigliosa Terra. Come sarebbe essere immortali mantenendo sempre se stessi? Mi viene di pensare che, se è vero che nel film l’unica a non invecchaire è la protagonista e questo gli permette di confrontarsi sempre con nuove tematiche, se tutti fossimo immortali saremmo la staticità e il mondo invecchierebbe per mancanza di innovazione. Alla fine si piegherebbe su se stesso. Questo pensiero mi fa scaturire la sensazione che anche in un propabile cataclisma, la natura non permetterebbe l’annullamento totale, sempre una forma di vita che risproduca nuova vita deve rimanere.
L’eterna giovinezza (tema molto in voga nell’attuale società) è una bella deliziosa fiaba che fa sognare, ma come in tutte le favole c’è un’antagonista, qui è “la solitudine”; nella realtà potrei dire che spesso, la ricerca attuale dell’immortalità (che si sa che è una bugia, ma si rimuove il pensiero che lo sia), che passa per la sfibrante bellezza che si vuole mantenere a tutti i costi (visto che la scienza ancora non riesce a non farci invecchiare), è la solitudine dell’anima.
Bella, brava e delicata Blake Lively, ma bravi tutti gli attori, con un impeccabile Harrison Ford e una meravigliosa Etien Burstyn (la figlia di Adaline).
Il film mi ha incuriosito, non sdolcinato, un film gradevole, da vedere, non un capolavoro ma piacevole, quasi rilassante direi.
Il finale lo avrei desiderato diverso…ma alla fine una fiaba è una fiaba. Anche nel finale.

 

 

PS Mi sono domandata come avrei guardato io mia figlia, invecchita…mi sarei sentita morire, mi sarei davvero sentita sola.

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