TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Il GGG – Il Grande Gigante Gentile

 di Steven Spielberg

 

 

 

Londra: Sophia, bambina orfana, viene rapita da un gigante che la porta nel Paese dei giganti
Il gigante ha il compito di soffiare i sogni nelle camere delle persone e dei bambini che stanno dormendo; GGG porterà anche Sophia nel Paese dei Sogni; è un gigante dolce, gentile
Nel Paese vivono anche dei giganti terribili, che amano nutrirsi di bambini, a differenza di GGG che è vegetariano, i giganti mettono paura; la bambina vorrebbe eliminare la violenza che usano per imporsi, e quando scopre che vogliono fare una srage non esita, insieme al GGG, a presentarsi alla Regina d’Inghilterra per spiegargli la situazione

 

 

Il film è tratto da un libro che non ho letto quindi non posso fare confronti; la viosione del film mi è stata proposta dai bambini della mia vicina a cui ieri, per tre ore, ho fatto da “guardiana” come dice il più grande (7 anni).
Gli effetti speciali non mancano e legano la fantasia cinematografica a figure reali.
Una trama che strizza l’occhio alla diversità, vi si insinua l’ironia; una favola un po’ ingenua, innocente, una favola con una magia dentro: quella della speranza.
Sinceramente un po ne sono rimasta delusa, mi aspettavo di più da un regista come Spielberg, ma vale la pena vederlo, per sognare ancora un po l’infanzia e abbandonare il disincanto della vita; i bambini si sono comunque incantati e divertiti con la figura del GGG.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gambit

di Michael Hoffman

 

 

Harry Deane, curatore d’aste, vessato dal suo capo, mette in piedi una truffa ardita, che si svolge tra Londra e New Mexico, per raggirare un ricco collezionista d’arte, Lionel Shabandar.
Il collezionista deve acquistare un falso Monet.
Deane si fa aiutare da una campionessa di rodeo e dal Maggiore.
Ma non tutto va come previsto.

 

 

Il film è un intreccio spassoso sostenuto dalla divertente scenografia dei fratelli Coen. Film non dei migliori, anche scontato se vogliamo, ma che si gusta senza troppo impegno, con serena ilarità.

Interpreti perfetti: Alan Rickman, Stanley Tucci, Cameron Diaz (che ho apprezzato per la sua figura mozzafiato e sensualità, non per le sue capacità, proprio non riesce a piacermi), Tom Courtenay e non ultimo Colin Firth, dall’insospettabile comicità e dal carismatico talento.
Da guardare se avete voglia di leggerezze e relax, e per chi ama Colin Firth da non perdere la scena in cui incede regalmente senza pantaloni nel Savoy Hotel di Londra.

 

 

 

 

 

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Foxcatcher

di Bennet Miller

 

 

America: due fratelli campioni di lotta libera. Mark Schultz, frequenta il college senza grandi risultati accademici e con una fragilità anche verso se stesso, il fratello maggiore portato all’autodisciplina e più coerente nella vita.
Un eccentrico milionario, John Du Pont invita Mark ad allenarsi nella sua tenuta, vuole riunire i migliori lottatori americani per formare un teem da portare alle olimpiadi di Seul del 1988.
Il rapporto tra i due diverrà morboso e difficile quando il milionario scatenerà tutto il suo potere economico che farà emergere turbe psichiche da cui è affetto, anche influenzato dall’anziana madre, figura ingombrante.
Il rapporto diverrà un drammatico baratro tra sport, follia e sangue, dove a pagare sarà una terza persona.

 

 

Tratto da una storia vera, film coinvolgente, magnifico. Un film per me capolavoro, che racconta rancori e rivincite.
Lati oscuri, fragilità, prevaricazioni; confronti ed emozioni tra uomini che rafforzano la qualità della storia.
Meravigliosi, bravissimi Mark Ruffalo  Steve Carrell (davvero eccezionale)  e Channing Tatum

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Fuocoammare

di Gianfranco Rosi

 

Il dodicenne Samuele vive a Lampedusa, terra che vive quotidianamente l’arrivo di uomini e donne che cercano una nuova vita. Il ragazzo non incontrerà mai queste persone.
Il medico dell’isola sarà colui che incontrerà fisicamente chi sbarca e anche chi purtroppo arriverà senza vita.

 

Non è un film come viene spesso definito ma un documentario, che tocca un problema serio e costante del nostro tempo: l’arrivo di migranti su barconi improponibili e salvataggi.
Sinceramente questo “film” che è stato tanto decantato (e che non ho mai voluto vedere proprio per questo nell’immediato, come ho già spiegato e come faccio spesso in questi casi) non mi ha nè affascinato nè coinvolto, a tratti mi ha annoiato; tutto il mostrato è visto e rivisto alla tele, in rete, sui giornali…mi aspettavo molto di più sulla vita che si svolge su questa terra che sicuramente accoglie, ma che ha sicuramente una serie di problematiche.
Mi è piaciuta la prima immagine del documentario, il faro che illumina il mare alla ricerca di naufraghi…subito mi ha coinvolto nella storia, poi l’ecografia di una donna in gravidanza appena sbarcata…il medico che a tutti i costi mantiene quello che è il suo giuramento deontologico…e poi? Carina la figura di Samuele, affetto dall’occhio pigro, caratteristica che suppongo il regista ha usato per dire allo spettatore di non averne verso l’argomento che propone…
Il regista ha giocato molto sull’immagine (suggestiva, se così si può definire, l’inquadratura dei corpi avvolti nelle dorate coperte isotermiche) con inquadrature e fotografia perfetta; ma non ho capito se racconta la vita di quell’isola, per far vedere che malgrado tutto gli isolani continuano la loro vita o cos’altro…io credo che ci sia altro che non solo la loro quotidianità (che realmente è stata alterata).
Mi viene in mente che forse il mio pensiero è “pigro” visto il tanto positivo clamore per questa pellicola….chissà!

 

 

 

 

 

 

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Florence

di Stephen Frears

 

 

 

1944, New York.
Florence Foster Jenkins intrattiene i suoi ospiti con il canto, ama la musica classica.
Per lei la sua voce è come quella di un usignolo, per chi l’ascolta è uno strazio. Il marito, l’inglese Clair Bayfield, la sostiene, la protegge.
Florence decide di esibirsi alla Carnegie Hall….

 

 

Il film si ispira alla vita di Florence Foster Jenkins*
Film commedia che io reputo drammatico, con punte divertenti.
Meryl Streep (Florence), come sempre carismatica, riesce ad infilarsi nel personaggio con grande disinvoltura; bravissimo Hugh Grant nel ruolo istrionico del marito di Florence; incanta Simon Helberg, il pianista
La storia fila alla meraviglia, in fondo non c’è un gran che da inventare; la sceneggiatura è perfetta.
Da vedere.

 

 

 

*Florence Foster Jenkins nasce in Pennsylvania nel 1868.  Studia musica fin da bambina,  il suo desiderio era studiare all’estero, non assecondata dal padre Florence fugge a Filadelfia con Frank Thornton Jenkins, dottore, che divenne suo marito (i due divorziarono nel 1902).
Qui lavorò come insegnante e pianista. Ammalatasi di sifilide ebbe danni irreparabili alle articolazioni che gli impedirono di continuare la carriera di pianista.
Alla morte del padre ereditò una ingente somma di denaro che le permise di intraprendere la carriera di cantante, sempre ostacolata dall’ex marito.
A Filadelfia fondò il Verdi Club, prese lezioni di canto e iniziò a esibirsi; in tutte le registrazioni si evidenzia la poca intonazione. Malgrado ciò divenne famosa, ma non per il canto ma per il divertimento che il pubblico riceveva nell’ascoltarla. I critici la disprezzavano, lei era convinta di essere un grande soprano.
Florence disegnava da sola gli abiti di scena, incredibilmente eccentrici.
All’età di 76 anni si esibì alla Carnegie Hall, era l’ottobre 1944; i biglietti furono venduti tutti.
Florence morì un mese dopo questo evento.

 

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Everest

di Baltasar Kormákur

 

Due spedizioni tentano di scalare quella che è la montagna meravigliosamente e terribilmente difficile da conquistare, la più pericolosa del pianeta Terra: l’Everest. La sopravvivenza dei scalatori sarà durissima e messa alla prova da una bufera di neve tra le più violente che si ricordi; un’impresa impossibile, quella del 1996.
Tra uomini esperti e dilettanti, tra futuri padri e alcolisti, tra clienti senza preparazione e guide da cui dipende la vita degli altri, la sfida e l’ambizione di conquistare la montagna domineranno sulla ragione portando il dramma in molte vite.
Il turismo globale contaminerà la montagna sacrificando alcune vite.

 

Tratto da una storia vera, l’ho visto come un film/lungometraggio che racconta l’impresa ambiziosa degli uomini che vogliono scalare l’Everest. Preparazione, acclimatizazione, scalata.
La chiave per vedere questo film può essere vista anche come una metafora: risalire le vette che la vita ci mette davanti, superare i propri limiti; io  sinceramente ci ho visto la commercializzazione di uno sport che dovrebbe essere intriso dalla sfida tra l’uomo e la natura, tra chi sfida il sacro di questi giganti della terra e chi dovrebbe calpestarli con i calzari tra le mani riconoscendone il profumo della potenza imbattibile, inviolabile; perchè rispettare quella che è sempre stata definità sin dall’antichità la sacralità, la maestosità, la potenza, l’elevazione verso il cileo, il Dio, i dei, può essere fonte di salvezza, a questi giganti vengono spessissimo sacrificate vite o sconvolte vite solo per il gusto di una sfida che per me non ha senso alcuno.
Le riprese sono mozzafiato, fotografia spettacolare, il cast perfetto, prevalentemente maschile, mi è piaciuto molto Jason Clarke; il film lo consiglio, ma sinceramente non mi ha convinto, troppa meccanica azione cinematografica, lasciando indietro l’emozione che lega l’uomo alla sua sfida, che lega la montagna alla sua natura indomita.

 

 

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Diana – La storia segreta di Lady D.

di Oliver Hirschbiegel

 

“A un certo punto mi accorsi di essere come un prodotto su uno scaffale, un prodotto che si vende mlto bene.” (tratto da un’intervista del 1995)

 

Durante una visita all’ospedale Diana conosce il cardiochirurgo pakistano Hasnat Khan, con il quale avvia una relazione sentimentale segreta che durerà due anni, una relazione che le regalerà l’amore tanto desiderato accanto ad un uomo che la farà tornare a sorridere.
Hasnat Khan non sopportando più l’invadenza dei giornalisti e il peso della notorietà di Diana, la lascia.

Dopo diverso tempo il gruppo si è radunato, Roberta ha proposto questo film. La mia a mica è affascinata dalle figure di donne completamente diverse da lei, anche se per me lei è una vera principessa, quella che vive la vita quotidiana con forza e coraggio. Il film narra gli ultimi tre anni della vita di Diana e la sua relazione con il medico pachistano, poco conosciuta; amò quest’uomo tanto da andare a conoscere la famiglia in Pakistan, una storia intensa e passionale; il film passa per il divorzio da Carlo e si chiude poco prima della fine tragica della Principessa.
Naomi Wats, bravissima, anche se per nulla somigliante a Diana (secondo me), indossa abiti diversi ad ogni inquadratura, da far girare la testa; deve passare dalla Diana sexy e integerrima, alla Diana spericolata e casalinga per amore .
Il film ci presenta Diana anche come una donna forte, ribelle, caratteristiche che la portarono ad avere diversi problemi, e ci presenta, allo stesso tempo, una Diana che davanti all’amore diventava fragile, insicura.
La scenografia è dettagliatissima. Non ho capito se questo film voleva mostrare qualcosa in più di quello che si da di questa figura (praticamente si sa tutto, eccetto i dettagli della sua relazione con il medico sempre restio a parlare), se vuol essere un film sentimentale (anche se romanzato), se vuole presentare Diana come donna, come principessa, come vittima…
Se ha una morale questo film, è quella che ci dice quanto questa donna amata da tutti fosse alla fine terribilmete sola. Sfortunata e infelice icona dei nostri tempi.
Mi permetto un commento su questa donna di indubbio stile ma che non ho mai pensato fosse una santa (come molti la vogliono far apparire), nè una sprovveduta, nè una che ha solo subito…la sua vita, purtroppo breve, troppo, questo si (anche come madre), l’ha gestita senza problemi: amori, vacanze, relazioni…Una cosa però devo dirla, da morta ha reso più che da viva (come scritto sopra riportando una sua frase), tra film, libri, prodotti, museo…e questo si che è veramente triste.

 

 

 

 

 

 

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Corpi da reato

di Paul Feig

 

           

L’agente dell’F.B.I. è solitaria, bella, magra, puntigliosa ed efficente; la poliziotta di Boston è grassoccia, sguaiata, linguacciuta, violenta, invadente e piace agli uomini.
Sarah Ashburn e Shannon Mullins devono collaborare per arrestare uno spacciatore di droga.
All’inizio la collaborazione risulta essere difficile, conflittuale, ma poi le due arriveranno ad avere un rapporto sorprendentemente collaborativo ed efficente, nonchè amichevole.

 

 

Senz’altro un film prevedibile, ma una commedia con gag piacevoli che fanno sorridere e ridere di cuore. C’è ironia, allegria, comicità, qualche eccesso che sottolinea con  la parodia la società attuale.
Sicuramente sia la Bullock e la McCarthy sono all’altezza della situazione, ma la McCarthy è veramente brava.
Io e Roberta avendo un’estate pesante, volevamo un film leggero, scorrendo abbiamo trovato questo, tutto al femminile; anche se qualche parola pesante c’è, a noi è piaciuto, ci ha divertito
La regia ha dei deficit, da non perdere solo per vedere le due protagoniste, ma per noi l’obbiettivo è stato raggiunto: sorridere senza pensare troppo.

PS Anche in questo film, come già detto per altri, il titolo non ci “azzecca” niente visto che l’originale è The heat, pazienza, gli italiani si “divertono”.

 

 

 

 

 

 

 

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All Is Lost – Tutto è perduto

di J.C. Chandor

 

 

Un container alla deriva danneggia lo scafo di una barca a vela, entra l’acqua. L’uomo sulla barca, che naviga in solitaria, ripara il danno. Poi arriva la tempesta. Nell’Oceano Indiano. Per quanto l’uomo sia abile la tempesta avrà la meglio sull’imbarcazione. L’uomo scivola in mare, si ferisce e in un ultimo tentativo di salvezza si aggrappa ad un natante gonfiabile.
La barca affonda, l’uomo recupera il salvabile tra alimenti e strumenti di navigazione, tra cui una carta nautica. Non si arrende. L’uomo vincerà sulla natura o la natura lo sconfiggerà?

 

 

Film del 2014, appassionante, intenso e spaventoso, con un Robert Redford che in poco spazio cerca di sopravvivere all’immenso. Perchè così vedo l’oceano io. Film che mi ha coinvolto totalmente, l’ho vissuto.
Non ci sono dialoghi, ma acqua e uomo; natura e saper fare; silenzio e rumore di onde; sole e tempesta. Il silenzio è il copratogonista in questo film, il silenzio che amplifica la meraviglia della natura
L’uomo piccolo davanti alla forza della natura. L’uomo grande nella sua voglia di sopravvivenza.
Fotografia meravigliosa, suggestiva; colonna sonora perfetta.
Coraggioso il regista ad appoggiare tutto il film su un solo personaggio e senza che ci sia un dialogo.
Ma lasciatemi dire: un Redford meravigliosamente bravo, regge un film solo con gli sguardi e la presenza fisica, e non parlo di bellezza, grande magnifico attore, grande interpretazione..
Un film metafora, mai l’uomo si arrende, anche quando arriva alla deriva; ce la devi mettere tutta per farcela e credere in te stesso; l’uomo che deve capire che mai la natura si farà assoggettare da lui.
Da vedere assolutamente.

 

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Child 44-Il bambino numero 44

di Daniel Espinosa.

 

Russia, 1953: Leo Demidov, ufficiale dei servizi segreti sovietici, viene osteggiato dal governo sulle indagini che sta svolgendo su un serial killer di bambini. La sua indagine parte dal ritrovamento del corpo di un ragazzino strangolato e violentato.
Anche la sua vita è complicata, viene accusato di tradimento perchè non ha denunciato l’attività eversiva della moglie, insegnante, un rapporto già sentimentalmente minato.
La punizione è l’esilio in una sperduta provincia. Grazie all’aiuto del Generale Mikhail Nesterov si metterà di nuovo sulle tracce dell’asassino.

 

Film tratto dal libro di Tom Rob Smith, ispirate alla vera storia di Andrei Chikatilo*, conosciuto come il Mostro di Rostov.
Storia e cronaca si intrecciano in questo realistico, spettrale, affascinante thriller. Un film cupo che ti trattiene in tensione dall’inizio alla fine, dove è ben definita la vita sotto il regime comunista sovietico dell’epoca. Scenografia perfetta, ambienti reali, sembra quasi viverci dentro; scene che a volte arrivano dritte allo stomaco tanto sono crude .
Eccezionali gli attori; Tom Hardy lo definirei magistrale, calato perfettamente nel personaggio di Leo., bravissima anche Noomi Rapace.
Mi sento di consigliarlo questo film, anche perchè rispolvera la memoria sui regimi militari.

 

 

 

*Andrej Romanovic Cikatilo (1936 – 1994), serial killer russo era soprannominato il Mostro di Rostov o Il Macellaio di Rostov.
Fu accusato dell’omicidio di 53 persone (donne, bambini e adolescenti di ambo i sessi).
Cikatilo nasce nel villaggio di Jablocnoe nel 1936, ha un’infanzia traumatica: la collettivizzazione agricola di Stalin aveva causato devastanti carestie e uno dei suoi fratelli maggiori era stato rapito e mangiato dai vicini affamati; durante la Seconda guerra mondiale fu testimone dei devastanti bombardamenti tedeschi e iniziò a fantasticare sul poter eseguire esecuzioni di tedeschi nei boschi e che ebbe poi un nesso con i suoi omicidi; spesso veniva punito, picchiato e umiliato duramente dalla madre, con la quale dormiva mentre suo padre era in guerra, a causa della frequente incontinenza notturna.
A scuola ottenne buoni risultati riuscendo a diplomarsi ma fallendo l’esame di ammissione all’Università di Mosca.
Trovò impiego come tecnico telefonico.
A 18 anni aggredì una ragazza di 13 anni (amica di sua sorella), lottando con lei per avere un rapporto sessuale, questo episodio lo portò ad associare il sesso alla violenza per tutta la vita.
Nel 1963 si sposa grazie all’interessamento della sorella più giovane che gli fece conoscere una sua amica, malgrado offrisse di frequente impotenza ebbe un figlio ed una figlia.
Nel 1971 ottenne la Laurea in Lingua e Letteratura Russa e tentò la carriera di insegnante a Novošachtinsk con scarsi risultati a causa della sua mancata autorità e rispetto da parte degli alunni, continuò la professione spostandosi di scuola in scuola quando era sospettato di abusi sessuali, malgrado fosse un pedofilo non fu mai arrestato e le autorità scolastiche preferivano licenziarlo invece di iniziare un’indagine e rovinare la reputazione della scuola.
Trovò lavoro come commesso, ciò gli permise, durante i suoi viaggi, sempre all’interno dell’Unione Sovietica, di commettere crimini.
Nel 1978 commise il suo primo omicidio (documentato) attirando una bambina di 9 anni in una vecchia casa che aveva comprato in segreto dalla sua famiglia, dove tentò di stuprarla, quando la bambina si ribellò cercando di scappare, la pugnalò a morte. Da quel momento in poi accoltellare donne e bambini, fino a provocarne la morte, sarebbe stato il suo unico modo di procurarsi piacere, metodo applicato in ogni suo omicidio. Si aggirava prevalentemente attorno a stazioni di autobus o treni avvicinando giovani vagabondi, spingendoli ad allontanarsi, e il bosco più vicino diventava la scena per un nuovo omicidio. Solitamente tentava di avere rapporti sessuali con le vittime, ma essendo spesso impotente si scatenava in lui la furia omicida.
Nell’URSS, il genere di crimini come quelli commessi da Cikatilo erano nascosti, per questo motivo i genitori ignoravano il crescente numero di vittime e non avvisavano i bambini dei pericoli.
Quando vennero scoperti i primi sei corpi la polizia di Mosca approntò un team guidato dal maggiore Michail Fetisov che fu inviato a Rostov per dirigere le indagini. Furono interrogate e schedate oltre 150.000 persone, dopo altri quindici omicidi la polizia aumentò il numero di pattuglie ed agenti in borghese alle principali fermate di trasporti pubblici. Cikatilo fu trovato ad agire in modo sospetto ad una fermata del bus a Rostov e quindi arrestato ma non emersero prove sufficienti per incriminarlo degli omicidi, fu accusato di altri crimini e condannato ad un anno di prigione, ma liberato dopo solo 3 mesi.
Trovato un nuovo lavoro a Novocerkassk non uccise fino all’agosto del 1985, quando commise l’omicidio di due donne. L’indagine della polizia si riaccese fu rivitalizzata nella metà del 1985, quando Issa Kostoyev fu assegnato al caso, esaminò attentamente tutti i crimini ed interrogò di nuovo i criminali sessuali. Nel 1985 furono rinnovate le ronde intorno alle stazioni di Rostov e Cikatilo, per oltre due anni, mantenne i propri desideri sotto controllo fino al 1988 quando tornò ad uccidere, lontano dall’area di Rostov.
La scoperta di nuove vittime portò ad un’operazione massiccia della polizia che pattugliava le stazioni di treni e bus e molte altre aree pubbliche intorno all’area di Rostov.
Il 6 novembre, Cikatilo uccise e mutilò Sveta Korostik. Mentre lasciava la scena del crimine, fu fermato da un agente che pattugliava la stazione dei treni e che lo vide tornare dai boschi con aria sospetta sia per l’abbigliamento che per le macchie di sangue su guancia e orecchio. Controllò i suoi documenti ma non la borsa che aveva in mano, dove avrebbe trovato i seni recisi di Sveta Korostik. Solo dopo la compilazione del rapporto e il ritrovamento di due corpi, vicino alla stazione Leschoz, e la descrizione di un testimone, si pensò a lui come omicida. Non avendo abbastanza prove per l’arresto Cikatilo fu messo sotto stretta sorveglianza, seguito e filmato da agenti sotto copertura. Il 20 novembre 1990, Cikatilo lasciò la sua casa con un contenitore di birra, iniziò a girare per tutta la città tentando di avvicinare i bambini che incontrava; alla fine entrò in un bar dove comprò la birra, la polizia si convinse che non poteva aver fatto tante ore di cammino solo per comprare birra. L’insistenza con la quale tentava di avvicinare bambini convinse la polizia ad arrestarlo.
Fra il 30 novembre ed il 5 dicembre, confessò 56 omicidi; tre delle vittime furono impossibili da identificare perché vennero seppellite e si trovavano in avanzato stato di decomposizione. Non venne, quindi, accusato di questi omicidi.
Precauzioni speciali furono necessarie durante la prigionia di Cikatilo. perchè crimini violenti a sfondo sessuale, soprattutto contro i bambini, erano un tabù in Russia, i prigionieri accusati di questi reati erano abusati e a volte uccisi dai propri compagni di cella. Alcuni parenti delle vittime erano secondini o lavoravano nelle prigioni ed era molto alto il rischio di un’esecuzione prima del processo.
In cella (dove pensava che nessuno lo guardasse) era sotto sorveglianza video, il suo comportamento era assolutamente normale, a differenza di quando era davanti a secondini o avvocati: mangiava e dormiva senza problemi, faceva ginnastica ogni mattina e leggeva molti libri e giornali, scriveva lettere di lamentela alla sua famiglia, ad ufficiali del governo e ai mass media. Scrivere divenne la sua passione tanto che, venuto a conoscenza di un concorso indetto da un popolare giornale per eleggere “l’investigatore dell’anno”, vi si iscrisse, candidando le proprie indagini per il premio.
Fu processato il 4 aprile 1992. Nonostante il suo comportamento irriverente in aula, fu giudicato sano di mente.
Durante il processo fu tenuto in gabbia al centro dell’aula, misura che aveva lo scopo di proteggerlo dai parenti delle vittime, i quali chiedevano alle autorità di rilasciarlo in modo da procedere in autonomia alla sua esecuzione.
Al termine del processo fu dichiarato colpevole di 52 dei 53 omicidi (fra il 1978 ed il 1990) di cui era accusato, fu condannato per ognuno dei crimini commessi che si vantò di aver eseguito per depurare la società da persone inutili. Fu condannato a morte mediante colpo alla nuca, eseguito nella prigione di Rostov il 14 febbraio 1994.

 

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