TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Il giovane favoloso

di Mario Martone.

 

Dalla giovinezza, passando per una famiglia anaffettiva, dalla disperazione di una adolescenza solitaria all’amore per Fanny, dall’amico Antonio Ranieri al viaggio romano, si arriva a Napoli dove Leopardi vivrà l’ultimo tratto della sua vita.
Giacomo sente che la sua vita sarà breve e la vuole vivere intensamente, anche se compresso in un fisico minato.

 

 

Film biografico del 2014. Non sono molto attratta dalle biografie al cinema, le scelgo solo per i personaggi che amo, così nella mia povera e incompleta cultura cerco di capire se qualcosa del personaggio mi è sfuggita, ma Leopardi non lo avrei perso, raccontarlo non credo sia stato facile, personaggio emotivamente complesso, e saper gestire un’emotività complessa sullo schermo a volte crea dei buchi. Amo questo poeta che trovo potente proprio emotivamente e che trovo passionale.
Un Leopardi visionario, struggente nella sua fragilità fisica, meraviglioso nella sua intellettuale sensibilità, un’anima dalla grande voglia di vita, ma condannata dal fisico e dalle gabbie dell’epoca.
Ho provato tenerezza, per questa figura di uomo giovane che parlava di Infinito, ma che lui stesso è stato l’Infinito che ancora echeggia, per questa mente che io reputo “libera” dai preconcetti dell’epoca, una mente che ha saputo varcare confini, reali e no. Malgrado sia sempre stato additato come “noioso”, io l’ho sempre trovato affascinante, geniale, gentile e, nella sua dolorosa fisicità, forte.
Il cast all’altezza, ma Elio Germano (Leopardi) mi ha conquistato, un’interpretazione bellissima, elegante; bravissimo Massimo Popolizio (padre di Leopardi). Ottima la scenografia. La vera perla di questo film è nella parte che coinvolge la vita di Leopardi a Napoli. Se non lo avete visto fatelo, non perdetelo.

 

 

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Il fondamentalista riluttante

di Mira Nair

 

Pakistan, 2010.
Changez Khan viene intervistato da Bobby Lincoln, giornalista americano.
Changez Khan gli racconta la sua vita di ambizioso analista finanziario di una grande agenzia di New York che valuta in qualsiasi luogo del mondo le credenziali di aziende in difficoltà; oltre ad inserirsi perfettamente nell’occidentale vita americana, si innamora di una fotografa, Erica.
Dopo l’11 settembre 2001 sarà costrettoa tornare in patria, perchè vittima di pregiudizi e sospetti.

 

  

 

Tratto dall’omonimo romanzo, di Moshin Hamid, questo film del 2012 è da vedere, anche se non è tra i migliori che ho visto.
Buona regia, meraviglioso cast dove primegia Riz Ahmed, ottima sceneggiatura, stupenda la fotografia, buona colonna sonora.
L’argomento trattato è spinoso e attualissimo: il fondamentalismo e l’America.
Alla fine qualche dubbio rimane sul protagonista, su come vediamo realmente le altre culture, su come ci si possa, e se è possibile, adattare a vivere in un paese completamente diverso dal nostro.
Film anche inquietante, doloroso, con un pizzico di mistero, ma niente sentimentalismo.
Non ho letto il romanzo, e non lo leggerò, ma credo che sia meglio del film, argomenti così profondi è difficile chiuderli in una macchina da presa.

 

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Il Clan

 di Pablo Trapero.

 

Primi anni ’80, Arquimedes Puccio vive in Argentina, è stato un funzionario dei servizi segreti durante la dittatura. Grazie ad una rete di protezione, e i suoi familiari, organizza sequestri di persona a scopo di estorsione, portando i sequestrati nella sua casa per poi ucciderli a sangue freddo.
Il figlio Alejandro, astro del rugby, pur se riluttante non riesce a dire no al demoniaco padre. Il tutto peggiora quando Arquimedes Puccio rapisce un compagno di Alejandro.
E intanto la vita della famiglia scorre come se niente accadesse, attraversando un periodo post regime tra i più drammatici della storia argentina dove il clero corrotto non disdegna la corruzione. Anche del corpo.

 

 

C’è crudeltà in questo film magistralmente diretto; tratto da una storia vera che coinvolge la famiglia Puccio; un film dove violenza va a braccetto con impunità, dove indifferenza va a braccetto con orrore.
Un film da non perdere, uno spaccato della situazione politica e sociale dell’Argentina sotto regime, dove i rapimenti degli oppositori politici erano usati come modo per tenere la popolazione sotto controllo e paura, un film che mi ha devastato il cuore e l’anima, per l’orrore, per il male che serpeggia nascosto, per l’ipocrisia degli uomini.
Bravissimi gli attori, una recitazione intensa.

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I vichinghi

 di Claudio Fah

 

Guidati dal giovane Asbjorn, un piccolo gruppo di vichinghi alla ricerca di nuove terre, sfidando il Mare del Nord, cerca di arrivare in Gran Bretagna.
Dopo una tempesta approdano in terra scozzese. Osteggiati dalle milizie del signore locale i vichinghi devono scontrarsi con loro e vincere; faranno prigioniera una bella ragazza che si rivelerà un’alleata e un lasciapassare.

Amicizia, sacrificio, lealtà, colpi di scena, avventura…langhe sconfinate, popoli, combattimenti…castelli arroccati, principesse, guerrieri.
Sui vichinghi, sin da bambina, ho sempre favoleggiato: uomini pronti all’esplorazione, popolo misteriso, affascinante, forte…ma in questo film non c’è nè fantasia nè realtà nè mitologia, solo romanzo nato da dove? La trama?
Mi aspettavo un film avvincente, ne sono delusa anche se la visione è scorrevole. Ma banale. Salvo le belle inquadrature dei luoghi. Attori nel mediocre dei personaggi.

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I primi della lista

di Roan Johnson

 

1 Giugno 1970, a Pisa. Renzo Lulli e Fabio Gismondi, liceali, sono nella soffitta di Pino Masi, cantautore contestatore.
Arriva la notizia che sta per scattare un golpemilitare come quello del ’67 voluto dai colonneli in Grecia .
Masi, persona diffidente, paranoica sotto certi aspetti, si agita molto e decide che bisogna andare fuori città, addirittura espatriare per chiedere asilo politico, perché la loro posizione di reazionari può creare serio pericolo. Potrebbero essere i primi della lista ad incorrere in una carcerazione.
I due accettano.

 

Il film è tratto da fatti realmente accaduti, che provocarono addirittura un incidente diplomatico.
L’Italia è a una svolta, tra lotte studentesche, retaggi del ’68, e scioperi (e comunque un mancato colpo di Stato).
La figura di Pino Masi non è un’invenzione, è il cantautore di canzoni di lotta come la Ballata del Pinelli e l’inno di Lotta Continua, nonchè fondatore del Canzionere Pisano.
Questo film mi è piaciuto tantissimo, ottimo, ironico…un po’ mi ha trasportato in un tempo che ho vissuto, anche se ero piccola, un tempo che non posso dimenticare, un po’ per la storia in se stessa, dove umanità, amicizia e anche ingenuità si legano perfettamente alle grottesce travisate situazioni (colonna di carri armati che andavano alla sfilata del 2 giugno e non per il golp, ad esempio) . E poi volte mettere la storica Mini (correggo su suggerimento) …la srorica Autobianchi (scusate ho sbagliato)?
C’è nostalgia, c’è realtà, che anche ironia e scanzonatezza. Si ride, ma anche amaramente, ci si perde nella gioventù vogliosa di cambiare la società dell’epoca, una gioventù che si buttava a capofitto, a volte senza riflettere seriamente, ma non è forse anche così lo spirito dei giovani?
Bravi davvero Claudio Santamaria (che ha costruito perfettamente il personaggio), Francesco Turbanti e Paolo Cioni, nei panni dei protagonisti. Ottima la sceneggiatura, la fotografia, la colonna sonora.
Lo consiglio vivamente, a chi vuole fare un tuffo nel passato, a chi quei tempi non li ha vissuti ma ne ha sentito parlare, per il film in se stesso.

 

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Hitchcock

di Sacha Gervasi.

 

 

Anni ’50./’60.  Un capolavoro in bianco e nero: Psycho. Il suo artefice, Hitchcock. La moglie del regista: Alma, unica donna/collaboratrice fedele di tutte le sue pellicole. Anche una storia d’amore.
Un legame segreto, intenso, complice, con la mogle collaboratrice (sceneggiatrice), donna forte e decisiva per la vita del regista. Una relazione complessa intensa. Relazione che passerà per il thriller Psycho, inquietante travagliato successo cinematografico, osteggiato, censurato…

 

 

Film biografico (dove si da grande spazio alla moglie del regista, vera protagonista), drammatico, con un cast stellare: Anthony Hopkins, un vero “mostro” di bravura, una straordinaria interpretazione; Helen Mirren, una dama;  la morbida bionda Scarlett Johansson;  la sexy Jessica Biel; James D’Arcy quasi una controfigura di Anthony Perkins.
Il film centra un preciso momento della vita del regista e della moglie, la realizzazione del film Psycho, film anticonvenzinale, tetro e di grande suspance.
Il film di Gervasi, a mio avviso, è affascinante, intrigante, raffinato, da vedere; mette in risalto i lati oscuri di Hitchcock, la sua ossessione per le bionde (ma sposerà una mora…), la sua talentuosa maniacalità cinematografica; mette in risalto la personalità stravagante e inquietante della moglie, ma ahimè, anche le umiliazioni che la donna ha affrontato. Bellissimi i costumi che riproducono fedelmente la moda del momento, la ricostruzione degli ambienti è perfetta.
Non facile raccontare una personalità come quella di Hitchcock, secondo me il regista è riuscito nell’impresa pensando a come si deve in circa due ore comprimerla.
Il film è ispirato al libro di Stephan Rebello, Come Hitchcock ha realizzato Psycho.

     

 

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Il GGG – Il Grande Gigante Gentile

 di Steven Spielberg

 

 

 

Londra: Sophia, bambina orfana, viene rapita da un gigante che la porta nel Paese dei giganti
Il gigante ha il compito di soffiare i sogni nelle camere delle persone e dei bambini che stanno dormendo; GGG porterà anche Sophia nel Paese dei Sogni; è un gigante dolce, gentile
Nel Paese vivono anche dei giganti terribili, che amano nutrirsi di bambini, a differenza di GGG che è vegetariano, i giganti mettono paura; la bambina vorrebbe eliminare la violenza che usano per imporsi, e quando scopre che vogliono fare una srage non esita, insieme al GGG, a presentarsi alla Regina d’Inghilterra per spiegargli la situazione

 

 

Il film è tratto da un libro che non ho letto quindi non posso fare confronti; la viosione del film mi è stata proposta dai bambini della mia vicina a cui ieri, per tre ore, ho fatto da “guardiana” come dice il più grande (7 anni).
Gli effetti speciali non mancano e legano la fantasia cinematografica a figure reali.
Una trama che strizza l’occhio alla diversità, vi si insinua l’ironia; una favola un po’ ingenua, innocente, una favola con una magia dentro: quella della speranza.
Sinceramente un po ne sono rimasta delusa, mi aspettavo di più da un regista come Spielberg, ma vale la pena vederlo, per sognare ancora un po l’infanzia e abbandonare il disincanto della vita; i bambini si sono comunque incantati e divertiti con la figura del GGG.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gambit

di Michael Hoffman

 

 

Harry Deane, curatore d’aste, vessato dal suo capo, mette in piedi una truffa ardita, che si svolge tra Londra e New Mexico, per raggirare un ricco collezionista d’arte, Lionel Shabandar.
Il collezionista deve acquistare un falso Monet.
Deane si fa aiutare da una campionessa di rodeo e dal Maggiore.
Ma non tutto va come previsto.

 

 

Il film è un intreccio spassoso sostenuto dalla divertente scenografia dei fratelli Coen. Film non dei migliori, anche scontato se vogliamo, ma che si gusta senza troppo impegno, con serena ilarità.

Interpreti perfetti: Alan Rickman, Stanley Tucci, Cameron Diaz (che ho apprezzato per la sua figura mozzafiato e sensualità, non per le sue capacità, proprio non riesce a piacermi), Tom Courtenay e non ultimo Colin Firth, dall’insospettabile comicità e dal carismatico talento.
Da guardare se avete voglia di leggerezze e relax, e per chi ama Colin Firth da non perdere la scena in cui incede regalmente senza pantaloni nel Savoy Hotel di Londra.

 

 

 

 

 

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Foxcatcher

di Bennet Miller

 

 

America: due fratelli campioni di lotta libera. Mark Schultz, frequenta il college senza grandi risultati accademici e con una fragilità anche verso se stesso, il fratello maggiore portato all’autodisciplina e più coerente nella vita.
Un eccentrico milionario, John Du Pont invita Mark ad allenarsi nella sua tenuta, vuole riunire i migliori lottatori americani per formare un teem da portare alle olimpiadi di Seul del 1988.
Il rapporto tra i due diverrà morboso e difficile quando il milionario scatenerà tutto il suo potere economico che farà emergere turbe psichiche da cui è affetto, anche influenzato dall’anziana madre, figura ingombrante.
Il rapporto diverrà un drammatico baratro tra sport, follia e sangue, dove a pagare sarà una terza persona.

 

 

Tratto da una storia vera, film coinvolgente, magnifico. Un film per me capolavoro, che racconta rancori e rivincite.
Lati oscuri, fragilità, prevaricazioni; confronti ed emozioni tra uomini che rafforzano la qualità della storia.
Meravigliosi, bravissimi Mark Ruffalo  Steve Carrell (davvero eccezionale)  e Channing Tatum

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Fuocoammare

di Gianfranco Rosi

 

Il dodicenne Samuele vive a Lampedusa, terra che vive quotidianamente l’arrivo di uomini e donne che cercano una nuova vita. Il ragazzo non incontrerà mai queste persone.
Il medico dell’isola sarà colui che incontrerà fisicamente chi sbarca e anche chi purtroppo arriverà senza vita.

 

Non è un film come viene spesso definito ma un documentario, che tocca un problema serio e costante del nostro tempo: l’arrivo di migranti su barconi improponibili e salvataggi.
Sinceramente questo “film” che è stato tanto decantato (e che non ho mai voluto vedere proprio per questo nell’immediato, come ho già spiegato e come faccio spesso in questi casi) non mi ha nè affascinato nè coinvolto, a tratti mi ha annoiato; tutto il mostrato è visto e rivisto alla tele, in rete, sui giornali…mi aspettavo molto di più sulla vita che si svolge su questa terra che sicuramente accoglie, ma che ha sicuramente una serie di problematiche.
Mi è piaciuta la prima immagine del documentario, il faro che illumina il mare alla ricerca di naufraghi…subito mi ha coinvolto nella storia, poi l’ecografia di una donna in gravidanza appena sbarcata…il medico che a tutti i costi mantiene quello che è il suo giuramento deontologico…e poi? Carina la figura di Samuele, affetto dall’occhio pigro, caratteristica che suppongo il regista ha usato per dire allo spettatore di non averne verso l’argomento che propone…
Il regista ha giocato molto sull’immagine (suggestiva, se così si può definire, l’inquadratura dei corpi avvolti nelle dorate coperte isotermiche) con inquadrature e fotografia perfetta; ma non ho capito se racconta la vita di quell’isola, per far vedere che malgrado tutto gli isolani continuano la loro vita o cos’altro…io credo che ci sia altro che non solo la loro quotidianità (che realmente è stata alterata).
Mi viene in mente che forse il mio pensiero è “pigro” visto il tanto positivo clamore per questa pellicola….chissà!

 

 

 

 

 

 

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