TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Giovanni VII

  Di Giovanni VII (86º papa della chiesa cattolica) non ne parlo perchè abbia fatto grandi cose, ma perchè è il primo papa di cui abbiamo l’immagine vera perchè ritratto in vita, quindi attendibile.
Di origine greca, ci sono scarse fonti sulla sua vita, le notizie conosciute contengono soprattutto notizie sulle principali imprese artistiche di papa Giovanni. A differenza dei papi che si fecero seppellire in San Pietro, anche in modesti sepolcri , fu il primo a farsi inumare in un oratorio costruito appositamente per lui e dedicato alla Vergine; fece restaurare diverse chiese romane, tra cui la semidistrutta chiesa di S. Eugenia, fece riparare i cimiteri dei SS. Marcelliano e Marco e di papa Damaso. Molti affreschi che fece dipingere in numerose chiese spesso includevano raffigurazioni della sua persona
I restauri più importanti furono dedicati alla Vergine: i mosaici della basilica di S. Pietro e gli affreschi di S. Maria Antiqua nel Foro romano.

 

Roma – Frammento del mosaico di Giovanni VII. – Museo Petriano

Oratorio di Giovanni VII – Antica basilica di San Pietro – Sacrestia di Santa Maria in Cosmedin –
Sacra Famiglia e Angelo

11 commenti »

Bonifacio IV

Chi era Bonifacio IV?
Nasce nella Marsica, prima di essere eletto papa fu monaco.
Così viene ricordato: “8 maggio – A Roma presso san Pietro, san Bonifacio IV, papa, che trasformò in chiesa il tempio del Pantheon ottenuto dall’imperatore Foca e lo dedicò a Dio in onore della Beata Maria e di tutti i martiri; fu pieno di meriti anche a riguardo della vita monastica. »
In sette anni di pontificato accadde di tutto , carestie, pestilenze,, inondazioni, decadenza morale…
Ma al papa interessava il Pantheon di Agrippa, uno dei più belli di Roma, “…che sorge in mezzo ad altri edifici marmorei irremidiabilmente danneggiati dall’inondazione del 590.” Il Tevere non aveva scosso le fondamenta:”…L’imponente vestibolo si ergeva intatto con le sue sedici colonne granitiche sormontate da capitelli corinzi di marmo bianco, le statue di Augusto e di Agrippa erano ancora in piedi nelle nicchie in cui Agrippa stesso le aveva collocate.l’ingiuria del tempo non aveva ancora potuto spezzare le travi di bronzo dorate che formavano l’armatura del tetto e persino le tegole bronzee che coprivano l’atrio e la cupola splendevano intatte.”
Bonifacio IV “..guardava con desiderio quel capolavoro dell’architettura antica che sembrava possedere tutti i requisiti di una chiesa cristiana…”

Chiese l’autorizzazione all’imperatore bizantino Foca per trasformare il tempio romano in un luogo di culto cattolico (in cambio fu eretta nel Foro Romano una colonna onoraria dedicata all’imperatore che fu lieto della benevolenza dei Romani, con una sua statua in bronzo dorato posta sulla cima).

Nel 609 l’edificio venne convertito in una chiesa cristiana intitolata alla Madonna Regina dei martiri (Santa Maria ad Martyres), la cerimonia della consacrazione fu delle più solenni, sembra che Bonifacio abbia fatto prelevare, dalle numerose catacombe romane, ventotto carri pieni di ossa di martiri cristiani che furono tumulate sotto l’altare principale della nuova chiesa.
All’interno del monumento risuonarono per la prima volta canti intonati da preti che sfilavano in processione, , il papa aspergeva le pareti con acqua santa. Una leggenda popolare, nata perchè i Romani consideravano quel luogo una sede infernale, narra che alle note del Gloria, si videro alzare in volo schiere di demoni atterriti che volevano uscire attraverso l’apertura della cupola, erano in numero pari a quello delle divinità pagane. Per i romani l’apertura venne provocata dalle corna di un grosso diavolo uscito dal corpo di un indemoniato; il Belli invece dice che:

LA RITONNA

Sta cchiesa è ttanta antica, ggente mie,
Che cee l’ha ttrova er nonno de mi’ nonna.
Peccato abbi d’avé ste porcherie
Da nun èssesce bbianca una colonna!
Prima era acconzagrata a la Madonna
E cce sta scritto in delle lettanie:
Ma ddoppo s’è cchiamata la Ritonna,
Pe ccerte storie che nun zò bbuscìe.
Fu un miracolo, fu; pperché una vorta
Nun c’ereno finestre, e in concrusione
Je dava lume er l’uscio de la porta.
Ma un Papa santo, che cciannò in priggione,
Fesce una crosce; e ssubbito a la vorta
Se spalancò da sé cquell’occhialone.
E ‘r miracolo è mmóne
Ch’er muro, co cquer buggero de vòto,
Se ne frega de sé e dder terremoto.

1831

-LA ROTONDA

Questa chiesa è tanto antica, signori miei,
che già la trovò il nonno di mia nonna.
Peccato dover avere queste porcherie
da non esserci una colonna bianca!
Prima era consacrata alla Madonna
e c’è scritto in quelle litanie:
ma dopo si è chiamata la Rotonda,
per certe storie che non sono bugie.
Fu un miracolo, fu: perché una volta
non c’erano finestre, e in conclusione
gli dava luce l’apertura della porta.
Ma un Papa santo, che ci andò in prigione,
fece una croce; e subito nella volta
si spalancò quell’occhione.
E il miracolo è ora che
il muro, con quello sproposito di vuoto,
se ne frega di sé e del terremoto.

(il papa non era quello di cui stiamo parlando, effettivamente non si è mai stabilito chi fosse)

Bonifacio IV morì l’8 maggio 615 e fu sepolto in San Pietro.

9 commenti »

La mia anima mi salva

Si, la mia anima un po’ sognatrice, romantica, delicata (scusate se come al solito me la sono e me la canto), la mia anima che sa cercare il bello e mi fa alzare gli occhi sempre verso il cielo, mi salva dalle brutture di questa umanità sempre più persa nella maleducazione, ignoranza, prevaricatrice, approfittarice. non sto a spiegare chi mi ha dato una bella coltellata oggi, ma vi dico che mi ha lacerato una buona fetta di me. E allora Paola cerca e si rifugia e si allea con se stessa, si chiude nel suo rifugio e riparte, ferita ma riparte, e per farlo cerca nel fascino di storie antiche e nella Luna, il suo astro preferito che sempre si mostra meravigliosa ai suoi occhi.

 

UNA CANZONE MESOPOTAMICA
Gli studiosi dell’Università della California hanno ricreato la canzone più antica del mondo, composta 3400 anni fa, decifrando una serie di antichi testi cuneiformi.
Il gusto musicale dei popoli mesopotamici era anche un modo per avvicinarli ai loro antenati, la musica era considerata un’arte divina, il dio Enki/Ea, portatore della regalità, della magia, delle arti e dei mestieri, ne era il patrono. Tutto ciò che si sapeva della musica sumero-babilonese riguardava solo gli strumenti musicali illustrati nei bassorilievi e ritrovati nei siti archeologici.
Nei primi anni ’50 nell’antica città di Ugarit furono ritrovate quattro tavolette più una tavoletta che riporta la complessa notazione musicale di un inno sacro hurrita, il canto più antico mai scoperto; la tavoletta era incisa con le istruzioni per il cantante che doveva essere accompagnato da un sammum a nove corde, un tipo di arpa o di lira.
Il significato del testo non è del tutto chiaro a causa delle difficoltà interpretative del linguaggio hurrita.
Il brano è dedicato a Nikal, la dea hurrita dei frutteti.
Quello che riporto qui sotto è la traduzione italiana di una versione inglese semplificata del testo hurrita:

Verrò sotto il piede destro del trono divino,
e sarò purificato e cambierò.
Una volta che i peccati sono perdonati, non dovranno più essere modificati,
mi sento bene dopo aver compiuto il sacrificio.
Ho fatto amare la dea e lei mi ama nel suo cuore,
l’offerta che porto può coprire interamente il mio peccato,
con timore, ti porto olio di sesamo per mio conto.
La sterile può diventare fertile,
il grano può essere portato via,
lei, la moglie, si farà carico al padre (dei bambini).
Ella può dare figli a chi ancora non li ha avuti.

Mi piacerebbe ascoltare questo canto rimasto silente per secoli, mi intriga e affascina la suggestione di pensarlo tra atmosfere antiche tanto lontane da me.

 

(mi scuso per la pessima qualità dei scatti ma il mio celulare non è tra i migliori)

26 commenti »

Il narvalo

Il narvalo è chiamato anche l’unicorno dell’Artico, per via del corno, un lungo dente a spirale che sporge, nei maschi, dal labbro superiore.
Sono creature da sempre ritenute misteriose e affascinanti, tanto da dare origine a divere leggende. Animali che restano in parte sconosciuti anche a causa dei luoghi remoti e inospitali dove vivono.
La credenza più diffusa su questi animali è che infilzerebbero le loro prede con il loro lungo dente, ma non è vero, perchè le prede di cui si cibano sono piccole e sarebbe difficile per loro recuperare il pesce dalla zanna.
Le teorie ipotizzate è che questa zanna serva come arma di difesa o di attacco, rompighiaccio, strumento di corteggiamento, organo di respirazione; essendo fittamente innervato e ricco di terminazioni, aiuterebbe i cetacei a sentire le temperature ed i cambi di salinità dell’acqua, e forse a trovare i loro compagni e le prede.
Parliamo delle diverse leggende nate attorno a questa misteriosa e meravigliosa creatura.


Una di queste racconta che la zanna era particolarmente ambita da Re e potenti perchè aveva proprietà antiveleno molto potenti tanto che ne venivano realizzate posate e bicchieri perché così si srebbe eliminato le proprietà mortali di qualunque veleno con cui fosse venuto a contatto.
Una leggenda Inuit racconta che una vedova viveva con una figlia e un figlio cieco in una capanna isolata fatta di ossa di balena, pietre e pelle di foca; da una piccola finestra passava la luce del sole e un giorno da quella finestrella si affacciò un orso bianco che la donna fece uccidere dal figlio aiutandolo a prendere la mira. Pur avendo molto cibo, mentì al figlio dicendo che l’animale era riuscito a fuggire, invece lo cucinò e lo mangiò di nascosto insieme alla figlia; la ragazza però riuscì a noscondere dei pezzi di carne per il fratello, che potè cibarsi mentre la madre dormiva. Passò l’inverno e arrivò la primavera, il ragazzo cieco chiese allora alla sorella di accompagnarlo sulla riva del mare, di lasciarlo solo e di costruire dei segnali di pietra che gli consentissero di tornare. Due strolaghe che nuotavano lungo la riva si avvicinarono e una fece salire il ragazzo sul suo dorso, lo portò al largo dove si immerse più volte, fino a che il giovane riacquistò la vista. Tornato alla capanna, vide la pelle dell’orso e chiese alla madre da dove provenisse, questa mentendo ancora disse che era un dono dei cacciatori. Venne l’estate e branchi di bianchi beluga passavano davanti alla capanna, il ragazzo preparò un’arpione con una vecchia sega lasciata dal padre, le zanne di un tricheco e il legno di un relitto di una baleniera arenata sulla spiaggia e con questo ne catturò diversi per avere carne e lardo per passare l’inverno; la madre pretese che ne cacciasse ancora e volle aiutarlo, tenedo la cima che era legata all’arpione. Quando si avvicinarono due esemplari la donna disse di arpionare il più piccolo, ma il figlio sbagliò la mira e colpì l’esemplare più grosso che immergendosi trascinò con sé la donna, quando il cetaceo riemerse la donna era legata al suo fianco e gridava disperata “Il mio coltello!”, ma un vortice avvolse in una lunga spirale i suoi capelli che si trasformarono in un lungo dente, il beluga la trascinava sul fondo dove i 2 corpi si fusero trasformandosi nel narvalo.
La leggenda più antica dice che: alcune balene bianche rimasero intrappolate in una baia, mentre si dibattevano un ragazzo le vide e volle arpionarle, legò la fune allo stivale della sorellina, poi lanciò con forza l’arpione che si conficcò in una balena piccola; la nonna allora gli disse di legare lei e colpire la balena più grande, il ragazzo mirò ma non uccise l’esemplare che , anche se mortalmente ferito, si mise a tirare trascinando la donna sott’acqua, quando riemegeva la donna gridava “Il coltello! Il coltello1” per poter tagluare la fune, ma il turbinio delle onde mosse aveva intrecciato i suoi capelli che permisero alla balena di prenderla, trascinarla sul fondo del mare trasformandola in un narvalo maschio tutto nero; i suoi capelli bianchi, induriti dall’acqua divennero il lungo dente.

18 commenti »

Sant’Apollonia

Carlo Dolci - 1670

Carlo Dolci – 1670

 

 

 

 

 

 

 

 

Santa Apollonia è una di quelle sante di cui non si parla spesso. Anzi, mi sono resa conto che moltissimi non la conoscono per niente.
E’ pur vero che oggi i santi passano inosservati…
Di Apollonia non si sa la data di nascita, si presume sia nata negli ultimi anni del II secolo o al principio del III secolo, ci arriva la conoscenza tramite Eusebio di Cesarea (265-340) grazie ad una testimonianza scritta dal vescovo Dionigi di Alessandria.
In Alessandria d’Egitto tra il 248 ed il 249 scoppia una sommossa popolare contro i cristiani; Apollonia, donna cristiana, non giovanissima, non sposata, vergine, e per questo raffigurata giovane secondo l’iconografia sacra, aiuta i cristiani e fa opera di apostolato.Viene catturata e rinchiusa in prigione per una notte; viene poi sottoposta a tortura, il boia gli strappa i denti con delle pinze, poi gli chiede di rinunciare alla sua religione per abbracciare l’idolatria, Apollonia pur di non accettare si lancia nel fuoco preparato per brucialla viva se non avesse accettato.

                      pp152_big             santapollonia
Il suo culto nasce nel primo Medioevo diffondendosi prima in Oriente e poi in Occidente, la devozione la vuole protettrice dei denti e nel dolore che procurano, delle relative malattie, che dal Medioevo in poi si moltiplicaroe.
E’ celebrata il 9 febbraio

Guido Reni

Guido Reni

7 commenti »

S. Pietro in Carcere

Il Tullianum è stata la prima prigione dell’antica Roma, fatto costruire, forse, da Anco Marzio nel VII secolo a.C., conosciuto dal medioevo con il nome di Carcere Mamertinumindex Il nome Tullianum deriva da tullus (polla d’acqua raccolta in una cisterna, dove l’acqua filtra naturalmente ancora oggi), anche se potrebbe derivare da Servio Tullio o da Tullo Ostilio.
Si trovava nel Foro Romano, oggi sotto la chiesa di S.Giuseppe, eretta dall’Arciconfraternita dei Falegnami nel 1597. Quattro i livelli: la chiesa, la cappella del Crocifisso, il Carcere Mamertino ed il Tullianum.
A noi resta la parte più segreta della prigione, il complesso era probabilmente molto più esteso.
Le prigioni erano scavate all’interno del Campidoglio, le Lautumiae, antiche cave di tufo riadattate allo scopo.
Il nome Mamertino probabilmente deriva dal dio Marte di cui esisteva un tempio nelle vicinanze.
Al Mamertino venivano rinchiusi i prigionieri di stato, capi di popolazioni nemiche, rivoltosi; la detenzione poteva essere breve perché l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo, sia lunga.
carcere-mamertino_2 Al centro dell’ambiente si trova una botola di forma circolare dove venivano gettati i prigionieri condannati a morte per strangolamento, decapitazione, o per fame. Qui furono uccisi Giugurta (re della Numidia), Vercingetorige (re dei Galli, che passò sei anni nel Tullianum prima di essere decapitato), Ponzio ( re dei Sanniti), i partecipanti alle rivolte di Caio Gracco e di Catilina, Erennio Siculo, Gaio Sempronio Gracco, Lentulo e Cetego, Seiano e i suoi figli, Simone di Giora….
In questo luogo si dice che furono imprigionati per nove mesi i Santi Pietro e Paolo e che qui convertirono i carcerieri Processo e Martiniano (poi martiri) e i compagni di cella, li battezzarono grazie alla fonte d’acqua che la leggenda vuole fecero sgorgare i santi grazie ad un miracolo 175910144-4b7f17fb-a549-406d-87e0-a39f58a1f9c2
La leggenda popolare vuole che qui ci fosse la colonna dove vennero legati i due santi e il muro dove è impresso il punto in cui San Pietro avrebbe battuto la testa scendendo le scale che prtavano nei sotterranei Roma - Carcere Mamertino: l'interno  I due apostoli non furono giustiziati nel carcere, san Pietro fu giustiziato sul colle Vaticano e san Paolo alle Acque Salvie, attuale Abbazia delle Tre Fontane.

 

1430500944

 

carceremamertino

 

24 commenti »

Burqua in Bulgaria

Vietato nei luoghi pubblici, nuova legge varata perchè secondo i  nazionalisti del Fronte patriottico “…più che un simbolo religioso è un’uniforme che aggevola l’attività terroristica…”. Multa: 100euro. bulgaria185

Ora, a parte che potrei esser d’accodo sul fatto che aggevoli l’attività terroristica, quello che dico è che, condivido il fatto che nei luoghi pubblici devi essere visibile e riconoscibile.

 

 

16 commenti »

Leggende e curiosità

Sulla fondazione di Roma si sa qual’è la leggenda più accredidata, la famosa lupa… ma sulla città di Roma ce ne sono tantissime di leggende.

fororomano
Ad esempio, nel 753 a.C. il Foro Romano era una malsana palude dove si svolse la battaglia fra romani e sabini, conseguenza del famoso ratto delle sabine.
Il comandante dei sabini Mezio Curzio precipita in un fosso, con il suo cavallo, a causa della melma; quel luogo fu chiamato “Lacus Curtius” (lago di Curzio), fu bonificato, riempito di terra e considerato sacro.
Nel 393 a.C. quel fosso si riapre improvvisamente creando una grossa voragine, la leggenda dice a causa di un fulmine; segnale infausto degli dei, consultati gli oracoli il responso fu che la loro ira si sarebbe placata e la voragine richiusa solo gettandovi ciò che Roma avesse di più prezioso, ma di tutte le offerte gettate nessuna ebbe l’effetto sperato..
Ciò che Roma aveva di più prezioso era l’esercito e questo fu capito da Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani. Marco Curzio indossò l’armatura, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L’ira degli dei si placò e il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
i-resti-del-lacus-curtius-nel-foro-romano L’assurdo di questa leggenda è che il Lacus Curtius è stato trovato durante i scavi effettuate nelle parte più antica del Foro Romano, con all’interno un antico rilievo marmoreo.

 
Altra leggenda che ha radici nella festa del Vulcanale; non si sa con sicurezza se all’inizio di aprile, o giugno e agosto si teneva una feste dove i pescatori del Tevere bruciavano in un falò tutti i pesci pescati in giornata, di fronte al Vulcanale, tempio di Vulcano il Dio degli incendi, ma che propabilmente a Roma era personificato con Giove.
Giove chiese di sacrificare a lui un uomo, per porre fine alla pestilenza che imperversava in quel periodo, tagliandogli la testa, Numa Pompilio rifiutò questo sacrificio e sacrificò la testa di un pesce; Giove, conquistato dalla fermezza del re si accontentò e promise benevolenza, il giorno dopo tre rombi di tuono annunciarono ai romani la discesa del Sacro Ancile, uno scudo rotondo che planò sul Foro Romano e fu posto insieme agli altri sei pegni della potenza romana* (pignora imperii): Il Palladio, l’Ago di Pessinunte, la quadriga di Vejo, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilionea. La ninfa Egeria aveva rivelato che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente, allora Numa, per evitarne il furto da parte dei nemici, ordinò a Mamurio Veturio di fabbricarne altri undici uguali che, con quello originario, furono affidati a dodici giovani patrizi, i Salii che, alle idi di marzo, li portavano in processione per le vie di Roma, e poi solennemente li custodivano scudo

 

* Il Palladio era un talismano, simulacro di Minerva palladio, che aveva il potere di difendere un’intera città, il più famoso era nella città di Troia che fu distrutta solo dopo che Ulisse riuscì a rubarlo; un’altro era custodito nell’antica Roma, si dice portato da Enea, secondo Arctino di Mileto invece Ulisse non rubò il vero Palladio perchè Enea lo portò con sé in Italia depositandolo nel tempio di Vesta (nel Foro Romano); la tradizione vuole che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione.

pessinunte * L’ago di Pessinunte era una pietra nera, sacra, di forma conica, che i Romani trasferirono a Roma da Pessinunte (una delle principali città della Galazia), nel 204 a.C., per scongiurare la vittoria di Annibale; esso era conservato nel tempio della Magna Mater, sul Palatino.
* La quadriga di Vejo era un’opera prodotta in terracotta dal leggendario scultore etrusco Vulca, originario di Veio, che, verso la fine del VI secolo a.C., era posta sul tetto come ornamento del tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio qudriga
* Le ceneri di Oreste restano un mistero, non si capisce la ragione che avrebbe portato questa reliquia come monile per la protezione della città.
* Anche lo scettro di Priamo e il velo di Iliona (primogenita di Priamo) restano un’incognita, si pensa che potevano essere arrivati a Roma portati dai profughi troiani.

 
Ancora una leggenda affascinante. Si dice che nel bosco sacro, dove sorgeva il Tempio di Giunone Lucina (oggi sarebbe presso la chiesa di San Francesco di Paola), era piantato un albero di loto, il “lotus capillaris”, a questo venivano appese le chiome delle vestali, recise quando ancora bambine entravano a far parte delle sacerdotesse della dea Vesta, il più antico e importante santuario di Roma, considerato il sostituto del focolare domestico.
Proprio questa importanza diede origine alla custodia di un gruppo di sacerdotesse, le vestali appunto; erano in numero di sei, incaricate della sorveglianza del fuoco e dei riti connessi con il culto domestico; le vestali erano sottratte alle famiglie patrizie in giovanissima età, tra i sei e i dieci anni, dovevano prestare sacerdozio per un periodo di trenta anni, conservando la verginità perché da questa e dal fuoco derivava la forza e la salvezza di Roma, chi veniva meno a questa norma veniva sepolta viva perchè il sangue della vestale non poteva essere versato; al complice era assegnata la morte per fustigazione.
Le vestali godevano di prestigio e grandi privilegi: non era soggetta alla potestà del padre, aveva a disposizione notevoli mezzi finanziari, aveva diritto a spostarsi in città con il carro, aveva posti riservati negli spettacoli e diritto di sepoltura all’interno del pomerium (spazio compreso entro le mura cittadine) dell’urbe. Il più grande privileggio era la vista del Penus Vestae dove erano conservati gli oggetti pegno dell’impero.

vestali

 
Ma Roma è anche città di curiosità incredibili.

 

Nel Foro vennero deposte le spoglie di Giulio Cesare dopo essere state bruiciate.
Dopo la sua morte, avvenuta nella Curia, il corpo venne trasportato nel Foro Romano e cremato; qui fu alzata una colonna di marmo con l’iscrizione “Parenti Patriae” (al padre della patria). Successivamente, rimossa la colonna, Augusto fece costruire il tempio dedicato al Divo Giulio. Dopo i saccheggi, particolarmente distruttivi avvenuti nel XV secolo, restano soltanto avanzi in opera cementizia del podio: i vuoti corrispondono alle parti più importanti, colonnato e muri della cella, che erano in blocchi di tufo. La parte anteriore del podio è costituita da un emiciclo entro il quale vi è ancora il nucleo di un altare circolare probabilmente eretto sul luogo dove il corpo di Cesare fu cremato (in seguito, per ragioni non note, l’emiciclo e l’altare furono chiusi con un muro rettilineo), alla piattaforma si accedeva tramite due scale laterali. Il tempio era probabilmente corinzio ed era costituito da una cella preceduta da sei colonne, più due sui lati lunghi. All’interno della cella era posta la statua di Cesare con la testa sormontata da una stella (immagine ricavata dale monete), rappresentata anche sul frontone del tempio. L’edificio era circondato, sui due lati lunghi e su quello posteriore, da un portico che potrebbbe essere identificato come la “porticus Iulia”, sul lato anteriore doveva sorgere una delle tre tribune oratorie del Foro, con il frontale ornato dei rostri delle navi appartenute alla flotta di Antonio e Cleopatra, catturate nella battaglia di Azio nel 31 a.C.
Ancora oggi ogni anno, in corrispondenza con le Idi di Marzo sul basamento vengono deposti fiori e accese candele.

giulio

 
Altra curiosità, ai romani piacevano molto i “giochi da tavolo”. Una grande passione molto praticata, specie in epoca imperiale; per i giochi venivano usate le “tabule lusorie”, tavole con iscrizioni di sei parole composte a loro volta da sei caratteri ciascuna.
La tavola era composta da 36 caselle disposte su tre righe parallele, le scritte erano di vario genere: inneggianti alle vittorie dell’esercito o alle gare circensi, o dei semplici segni ripetuti.
Una di queste tavole, di legno richiudibile, è stata ritrovata nel Castro Pretorio di Roma ed è oggi conservata nei Musei Capitolini. Quelle di legno venivano usate dai viaggiatori che con le barche solcavano fiumi e mare, o sulle carrozze, come era solito fare l’imperatore Claudio tabuleju
Molte di queste tavole furono reimpiegate, in età tardo-antica, dentro le catacombe come lastre di chiusura dei loculi, molti cristiani non erano immuni al gioco.
Le tavole lusorie venivano anche incise o dipinte in luoghi pubblici come i fori.
Altri giochi da tavolo apprezzati erano:
il gioco delle 12 linee, citato sia da Cicerone che da Quintiliano, a cui si partecipava con due file di 15 pedine per ciascun giocatore, bianche e nere incise con numeri alla latina e alla greca su ciascuna faccia che potevano essere di materiale diverso: avorio, osso, legno, vetro o marmo;
il filetto (molto simile a quello che si gioca ancora oggi) si giocava tramite l’impiego di tavole a mulino, costituite da quadrati concentrici intersecati da due linee perpendicolari, mentre agli angoli e agli incroci erano i punti di sosta delle pedine;
il gioco dei soldati era simile all’attuale dama o agli scacchi, erano richieste 64 caselle, ciascun giocatore aveva 30 pedine bianche o nere, denominate soldati o combattenti, la finalità del gioco stava nel bloccare l’avversario in modo che non avesse più caselle per muoversi, il punteggio era di volta in volta determinato dal lancio di tre dadi posti dentro un bussolotto detto Fritilla;
l’Alea o tabula (il cosidetto tavoliere romano a spicchi) era molto simile al gioco dei soldati, prevedeva l’impiego di 36 caselle divise in 3 file parallele e suddivise da elementi ornamentali.
giochi Le tavole con i vari giochi sono stati rinvenuti, incisi sul pavimento, nella Basilica Giulia, monumento tra i più straordinari del Foro romano, profondamente legato alla figura dell’imperatore Augusto, che la “ereditò” da Giulio Cesare per ampliarla e trasformarla nel più grande tribunale di Roma. Cesare ne avviò i lavori nel 54 a. C.

tabule
I romani amavano anche giocare a morra, ai dadi ed astrago.

7 commenti »

8 dicembre

Mi spiace di postare con così tanto ritardo, ma non volevo mancare…giornata impegnativa.

A Roma tradizionalmente l’8 dicembre da inizio alle festività natalizie. I romani di una volta facevano in questo giorno presepe e/o albero.
Strana coincidenza, se penso che in questa data è morto John Lennonn, 8 dicembre 1980. Fu assassinato a colpi di rivoltella da un suo fan, Mark David Chapman.
Non credo di sbagliare se dico che la maggior parte delle persone che vivono su questo pianeta sappiano almeno una cosa di lui, che fu l’autore dell’album Imagine, il suo disco di maggior successo, inno internazionale del pacifismo.

 
E’ statato compositore e cantante del gruppo musicale dei Beatles, poi musicista solista, autore di disegni e testi poetici, attivista politico e paladino del pacifismo.
Nasce a Liverpool nel 1940 mentre era in corso un raid aereo tedesco della seconda guerra mondiale, da una famiglia di origine irlandese.
I genitori si separarono e nel 1945 il padre, Alfred, decise di portare suo figlio con sé in Nuova Zelanda. John si rifiutò e decise di rimanere con la madre Julia, che intanto ebbe un’altra figlia, Victoria Elizabeth, nata dalla relazione con un soldato gallese, ma che fu costretta a dare in adozione con il nome di Ingrid.
John cresce con la zia Mimi (sorella della madre) e suo marito George, allontanandolo così dalla madre a soli 6 anni.
Da subito dimostra una personalità eccentrica e creativa e gli zii lo iscrivono al Liverpool College of Art, intanto si avvicina alla musica da autodidatta.
In pochi anni subisce due lutti, quello dello zio George e quello devastante della madre che morì investita da un’auto guidata da un agente di polizia ubriaco.
Durante un concerto dei Quarrymen, John incontrò Paul McCartney con il quale formò il nucleo centrale dei futuri Beatles.
Lennon si sposò due volte: con Cynthia Powell da cui ebbe il figlio Julian, con l’artista giapponese Yoko Ono, da cui ebbe Sean. Entrambi i figli hanno seguito la carriera artistica del padre.

lennn

11 commenti »

Giardini pensili

disegno-giardini-babilonesi-a-terrazzi

 

Tra le sette meraviglie del mondo antico trovano locazione anche i Giardini pensili di Babilonia.
Non si è certi che veramente esistessero, non ci sono risultati neanche sulla loro locazione. Non sono mai state trovate nè storicamente nè archeologicamente tracce, neanche a Babilonia (oggi sarebbe una città dell’Iraq posta a 100 chilometri a sud di Bagdag), città che le avrebbe ospitate. Fonti antiche le descrivono, ma nessuna ne delinea la locazione all’interno della città.
Si dice che siano state fatte costruire intorno al 590 a.C. dal re Nabucodonosor II*, ma la leggenda narra che a volerle fu la regina Semiramide** affinchè, malgrado il clima arido della città, trovasse nei giardini ogni giorno rose fresche.
L’architetto tedesco Robert Koldewey fu il primo a teorizzare la loro esistenza, avendo trovato durante scavi fatti tra il 1889 e il 1917, una enorme struttura con volte a botte, composta da quattordici stanze, con un muro demilitatore e un pozzo con fori che potevano essere associati ad una conduttura idrica, ma la teoria fu smontata dal fatto che l’Eufrate era troppo lontano e i giardini inaccessibili dalle stanze.
La seconda teoria fu proposta da Wiseman, che collocava i giardini sopra il Palazzo Sud, estendendoli fino alle rive dell’Eufrate.
Nella prima metà degli anni novanta lo studioso D.W.W. Stevenson propose un’altra tesi: i giardini sarebbero stati un edificio a terrazze indipendente ma vicino al Palazzo Meridionale, anche questa tesi non fu mai confermata non essendo mai stata trovata traccia.
Studi recenti sostengono che i giardini non erano in Babilonia, ma nella vicina città di Ninive, tesi sorretta da documenti assiri dove si parla di impianti idrici, edifici e giardini presso le rive del Khors.
Lasciamo che ognuno di noi viva come vuole il sogno, il mistero di questi giardini…io li lascio a Babilonia, città dalle doppie cinta murarie, interrotta dalla porta di Ishtar, accesso alla città, rivestita da mattonelle smaltate azzurre ed ornata con oltre 120 statue di leoni con le fauci spalancate; sopra questa porta esisteva la struttura a volta che costituiva la base di sostegno dei giardini terrazzati.
Si dice che nei giardini crescesse una flora non originaria della zona e che per irrigarli frequentemente e con enormi la quantità di acqua, fu costruito un complesso sistema idraulico che doveva sollevare l’acqua dal fiume.
I terrazzi furono costruiti interamente in pietra, cosi dice Erodoto.
Ctesia di Cnido e Clitarco di Alessandria ne fanno una descrizione simile: si estendono su quattro lati lunghi circa 123 metri ciascuno, su questa base di circa 3.500 metri quadrati si disponevano su più livelli cinque terrazze, ogni terrazza era sostenuta da una costruzione con colonne istoriate e pilastri in pietra per sopportarne il peso; questo porticato generava una galleria sottostante, la piú alta misurava circa 25 metri ed era posta allo stesso livello della cinta protettiva; i muri erano sontuosamente decorati in rilievo, spessi circa 7 metri, e ciascun passaggio era largo circa 3 metri; ogni terrazza riceveva luce e conteneva delle stanze.

disegno-dei-giardini-di-babilonia

 

*Nabucodonosor sposò la bellissima principessa e ne fece la regina di Babilonia. La regina aveva nostalgia delle montagne e dei giardini del suo paese, allora il re fece costruire dai suoi architetti i giardini più belli del mondo con fiori, alberi da frutta e fontane, i giardini pensili erano i più alti che si fossero mai visti, addirittura come un edificio di trentacinque piani nebukatnezar_03

 

Edgar Degas, Semiramide alla costruzione di Babilonia

Edgar Degas, Semiramide alla costruzione di Babilonia

**Oggi gli storici identificano Semiramide con la regina assira Samuramat, moglie di Shamashi/Adad V (823-810 a.C.) e madre di Adadnirari. Furono i Greci a chiamarla Semiramide e la descrissero come una conquistatrice (nei cinque anni in cui tenne la reggenza al posto del figlio), saggia nel governare, creatrice dei Giardini. Nella Bibbia e nella tradizione medioevale è ricordata invece come simbolo di lussuria e crudeltà.
Diodoro Siculo, attingendo al testo di Ctesia di Cnido (che aveva fatto parte della corte persiana ed era perciò testimone attendibile), dice che Semiramide era moglie di Nino, fondatore del regno assiro e costruttore della città di Nino cioè Ninive, di questo personaggio nei testi cuneiformi non c’è però traccia; nel testo si racconta che Semiramide fosse figlia di un adulterio e per questo abbandonata dalla madre, allevata da pastori fu ceduta in sposa a un dignitario di Corte; il re Nino colpito dalla sua bellezza offrì al dignitario la propria figlia Sosane affinché gli cedesse Semiramide, l’uomo rifiutò e il re minacciò di cavargli gli occhi, questo, disperato impazzì e si suicidò impiccandosi. Semiramide alla morte del marito re fondò altre città, poi quando il figlio ordì un attentato alla sua vita, invece di punirlo gli cedette il potere e scomparve nel nulla al pari degli dèi.
Ateneo riferisce invece che Semiramide fosse una bella etera di cui il re d’Assiria si fosse innamorato, questi si fece convincere a cedergli per cinque giorni il potere, lei allestì una grande festa nella quale convinse i condottieri dell’esercito a seguirla tradendo il loro re che fu posto in prigione e lì dimenticato.

leonedibabilonia

18 commenti »