TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Tori

Il figlio di un amico di famiglia parte il 1 luglio per una vacanza in Spagna.


Sono in cinque, uno di loro va anche per vedere la festa di San Firmino a Pamplona, gli altri si asscociano e comprano biglietti mesi prima (e con grande difficoltà per trovarli) per vederla dal balcone, ma quando sono lì decidono di partecipare attivamente, rivendono i biglietti ad altri ragazzi e si tuffano nelle strade. Il figlio dei nostri amici è contrario, ma poi si fa convincere, non so se hanno bevuto o se l’adrenalina contagiosa del momento lo spinge ad accettare.
Ieri pomeriggio sono andata a trovarlo, è tornato con un braccio fratturato e una brutta ferita alla caviglia, qualche giorno d’ospedale in Spagna e suo padre è dovuto partire per riportarlo a casa.


Ora, il mio istinto è stato di dargli uno schiaffone da fargli girare la testa (per essere moderata), è pentito e amareggiato oltre che impaurito, ma non ha avuto nessuna parola per i poveri tori.

Io sto con il toro alla faccia di chi mi dice “…ma poteva morire…”

       

La corsa (che infondo è una sorta di corrida) è chiamata l’encierro, è fulminea sia per gli uomini che per i tori (che non chiamerò bestie…), questi inseguono l’uomo; il percorso si svolge in salita per circa 900 metri, un percorso delimitato da alcune strade chiuse con palizzate di legno; i tori, che pesano anche più di 450 chili, vengono incitati alla partenza dallo sparo di un petardo. Per me assurdo e inconcepibile voler “giocare” a sfidare un toro per arrivare prima di lui. Il senso? E non voglio neanche sapere come nasce questa festa, proprio non mi interessa.

Ernest Hemingway, pur ammirando la corrida, disse: “Da un punto di vista morale moderno, cioè da un punto di vista cristiano, è assolutamente inammissibile.”

Blasco Ibanez ha detto “…la bestia, la vera bestia feroce, sono gli spettatori.”

Posso chiamre bestie i tori? Credo proprio di no.

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Il narvalo

Il narvalo è chiamato anche l’unicorno dell’Artico, per via del corno, un lungo dente a spirale che sporge, nei maschi, dal labbro superiore.
Sono creature da sempre ritenute misteriose e affascinanti, tanto da dare origine a divere leggende. Animali che restano in parte sconosciuti anche a causa dei luoghi remoti e inospitali dove vivono.
La credenza più diffusa su questi animali è che infilzerebbero le loro prede con il loro lungo dente, ma non è vero, perchè le prede di cui si cibano sono piccole e sarebbe difficile per loro recuperare il pesce dalla zanna.
Le teorie ipotizzate è che questa zanna serva come arma di difesa o di attacco, rompighiaccio, strumento di corteggiamento, organo di respirazione; essendo fittamente innervato e ricco di terminazioni, aiuterebbe i cetacei a sentire le temperature ed i cambi di salinità dell’acqua, e forse a trovare i loro compagni e le prede.
Parliamo delle diverse leggende nate attorno a questa misteriosa e meravigliosa creatura.


Una di queste racconta che la zanna era particolarmente ambita da Re e potenti perchè aveva proprietà antiveleno molto potenti tanto che ne venivano realizzate posate e bicchieri perché così si srebbe eliminato le proprietà mortali di qualunque veleno con cui fosse venuto a contatto.
Una leggenda Inuit racconta che una vedova viveva con una figlia e un figlio cieco in una capanna isolata fatta di ossa di balena, pietre e pelle di foca; da una piccola finestra passava la luce del sole e un giorno da quella finestrella si affacciò un orso bianco che la donna fece uccidere dal figlio aiutandolo a prendere la mira. Pur avendo molto cibo, mentì al figlio dicendo che l’animale era riuscito a fuggire, invece lo cucinò e lo mangiò di nascosto insieme alla figlia; la ragazza però riuscì a noscondere dei pezzi di carne per il fratello, che potè cibarsi mentre la madre dormiva. Passò l’inverno e arrivò la primavera, il ragazzo cieco chiese allora alla sorella di accompagnarlo sulla riva del mare, di lasciarlo solo e di costruire dei segnali di pietra che gli consentissero di tornare. Due strolaghe che nuotavano lungo la riva si avvicinarono e una fece salire il ragazzo sul suo dorso, lo portò al largo dove si immerse più volte, fino a che il giovane riacquistò la vista. Tornato alla capanna, vide la pelle dell’orso e chiese alla madre da dove provenisse, questa mentendo ancora disse che era un dono dei cacciatori. Venne l’estate e branchi di bianchi beluga passavano davanti alla capanna, il ragazzo preparò un’arpione con una vecchia sega lasciata dal padre, le zanne di un tricheco e il legno di un relitto di una baleniera arenata sulla spiaggia e con questo ne catturò diversi per avere carne e lardo per passare l’inverno; la madre pretese che ne cacciasse ancora e volle aiutarlo, tenedo la cima che era legata all’arpione. Quando si avvicinarono due esemplari la donna disse di arpionare il più piccolo, ma il figlio sbagliò la mira e colpì l’esemplare più grosso che immergendosi trascinò con sé la donna, quando il cetaceo riemerse la donna era legata al suo fianco e gridava disperata “Il mio coltello!”, ma un vortice avvolse in una lunga spirale i suoi capelli che si trasformarono in un lungo dente, il beluga la trascinava sul fondo dove i 2 corpi si fusero trasformandosi nel narvalo.
La leggenda più antica dice che: alcune balene bianche rimasero intrappolate in una baia, mentre si dibattevano un ragazzo le vide e volle arpionarle, legò la fune allo stivale della sorellina, poi lanciò con forza l’arpione che si conficcò in una balena piccola; la nonna allora gli disse di legare lei e colpire la balena più grande, il ragazzo mirò ma non uccise l’esemplare che , anche se mortalmente ferito, si mise a tirare trascinando la donna sott’acqua, quando riemegeva la donna gridava “Il coltello! Il coltello1” per poter tagluare la fune, ma il turbinio delle onde mosse aveva intrecciato i suoi capelli che permisero alla balena di prenderla, trascinarla sul fondo del mare trasformandola in un narvalo maschio tutto nero; i suoi capelli bianchi, induriti dall’acqua divennero il lungo dente.

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Talpa

talpa   E’ un mammifero presente in quasi tutta l’Europa.
In Italia esistono due tipi principali: la Talpa caeca e la Talpa romana.
La Talpa è lunga 14–16 cm, pesa dai 60 ai 120 g. Le zampe anteriori sono larghe, massicce e munite di unghie corte e molto robuste, questo perchè la talpa vive sottoterra e scava.
La pelliccia è fine e vellutata, morbida, per permettere l’adattamento alle gallerie e il movimento a ritroso, è di colore uniforme, prevalentemente nera, talvolta con riflessi marroncini o grigi o azzurrognoli; ha orecchie invisibili e ben protette (come gli occhi), prive di padiglioni auricolari; il muso è appuntito e la punta del naso è color carne, ha grandi denti, anche questi usati per scavare, oltre che per mangiare, le labbra vengono serrate, mentre scava, per non far entrare la terra..
index  È un animale solitario perche trascorre la maggior parte del tempo nel complesso sistema di gallerie sotterranee (circa 7/9 ore), alcune più profonde, collocate a 15–25 cm dalla superficie, utilizzate come ripari permanenti, ed altre più superficiali, quasi al livello del suolo, che utilizzano come terreno di caccia e che possono arrivare a ricoprire una superficie di 600–900 m².
La sua vista è limitata, ma ha olfatto, udito e senso del tatto sono molto sviluppati.
Nell’arco di 24 ore dorme solo 2/3 ore e non va in letargo.
Si nutre prevalentemente di lombrichi, ne mangia una quantità enorme, ma anche di larve, insetti, lumache…talpa2
La riproduzione avviene una volta all’anno; la gestazione è di circa 4 settimane dalla quale nascono 4-6 piccoli che vengono allattati per circa 6 settimane.
La Talpa vive circa 4-6 anni.
Lo scavo delle gallerie comporta problemi estetici nei giardini e danni all’agricoltura; io ne so qualcosa…ma mai l’avrei uccise…se ne sono andate per quattro anni e la primavera scorsa si sono ripresentate per un paio di mesi e poi di nuovo via…il mio giardino era più o meno così…main_molehills-in-field-banner Roberta mi ha detto di piantare erba cipollina, così ho fatto, sembra un buon metodo, e naturale.
Per le talpe sono mortali tutte le sostanze che l’uomo usa come pesticidi e quant’altro.

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Animali e anima…

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angelo-con-gattino Dicono che gli animali non hanno un’anima… bè, io non ci credo. Se avere un’anima significa essere in grado di provare amore, fedeltà e gratitudine, allora gli animali sono migliori di tanti esseri umani (J. Herriot) angioletto-con-coniglio

 

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Diavolo della Tasmania

Mi fa tenerezza sapere come questo Diavolo, che è un buon diavolo, possa essere decimato da una malattia che come al solito vede lo zampino dell’uomo.

 

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Dal 2010 il Diavolo della Tasmania (diavolo orsino) è considerato in forte pericolo di estinzione.
Nel 1996 nella Tasmania nord-orientale è stato localizzato il primo animale affetto da quello che viene chiamato  tumore facciale del diavolo (DFTD) che in pochi anni si è diffuso nel 65% della Tasmania decimando la popolazione selvatica di questo animale. Questo tipo di cancro è trasmissibile da un animale all’altro attraverso l’accoppiamento, i morsi o anche il consumo di una stessa preda contaminata dalla saliva di un animale che ne è già affetto, la malattia ha una mortalità del 100 per cento, non è dovuta a un virus, come ipotizzato all’inizio, ma al passaggio da un esemplare all’altro di cellule tumorali; una ricerca ha scoperto che le cellule tumorali non vengono distrutte dalle difese naturali dell’organismo perchè sono invisibili al sistema immunitario a causa di modifiche dei geni che fanno parte del sistema immunitario adattativo, in quanto si trasformano anche in agenti infettivi.
t La malattia si manifesta con la comparsa di formazioni neoplastiche attorno agli occhi e alla bocca (e a uno stadio avanzato anche all’interno di essa) che ostacolano le normali attività di ricerca del cibo e nutrizione, portando nella maggior parte dei casi alla morte per inedia nel giro di pochi mesi. A tutt’oggi non è ancora stato possibile approntare un vaccino o una cura efficace per questo male, l’unica maniera per arginarne gli effetti sulla popolazione selvatica è isolare il prima possibile gli individui infetti per evitare che diffondano il contagio. Sono comunque in atto catture mirate di esemplari sani, messi in quarantena per salvaguardare il biotipo in caso di distruzione della specie allo stato selvatico: a questo scopo vengono allevate in condizioni di semilibertà due “popolazioni di sicurezza”, una nel villaggio di Taroona (sito nei pressi della capitale tasmaniana Hobart) e una su Maria Island, al largo della costa orientale della Tasmania.
Nel 2008 da esami chimici effettuati sul tessuto adiposo di 16 individui colpiti da DFTD hanno fatto emergere la presenza di forti dosi di elementi chimici tossici e potenzialmente cancerogeni: in particolare è stata evidenziata la presenza di sostanze utilizzate comunemente come ritardanti di fiamma in molti oggetti di uso comune. In passato era stata chiesta la messa al bando di questi composti ai sensi della convenzione di Stoccolma, ma le industrie produttrici avevano negato la possibilità di bioaccumulo da parte di questi composti imponendoli proprio per questa caratteristica.
diavolo_della_tasmania_5 E’ un mammifero di colore nero che emette di notte versi che assomigliano ad urla, da qui il nome di Demonio, datogli dai primi esploratori e coloni. Attualmente è diffuso soltanto nell’isola di Tasmania, 400 anni ptima dell’arrivo dei colonizzatori europei (1788) viveva anche in Australia dove si estinse perchè perseguitato per lungo tempo in quanto ritenuto un grande razziatore di pollai e cacciatore di capi di bestiame. Dalla seconda metà del XX secolo la specie è stata dichiarata protetta dal governo della Tasmania.
Questo animale raramente supera gli 80 centimetri di lunghezza e i 9/12 kg di peso, è alto 30-40 cm, le femmine sono più piccole dei maschi del 20%.
E’un animale tozzo e robusto, la testa è molto grande rispetto al corpo; sul muso sono presenti lunghe vibrisse che utilizza nella ricerca del cibo nell’oscurità; l’olfatto è molto sviluppato permettendogli di sentire l’odore di carcasse in putrefazione fino a 1 km di distanza, (anche se si trovano sottoterra); il senso più sviluppato è l’udito.
I denti sono molto simili a quelli delle iene, crescono lentamente e continuamente ma una volta caduti o spezzati non possono essere rimpiazzati; è in grado di sferrare morsi dalla forza prodigiosa, il morso è del 62% più potente di quello di un leone (abbastanza da bucare anche pannelli di metallo), questo gli permette di nutrirsi con anche di ossa coriacee.
Sono animali crepuscolari e notturni, durante il giorno riposano in tane o nascosti nella vegetazione densa; hanno un’andatura lenta e dinoccolata (comunque può raggiungere i 25 km/h e mantenere tale velocità per 1,5 km); sono buoni nuotatori (attraversano anche bracci d’acqua di oltre 50 m) e sono in grado di scalare piante alte fino a 2,5 m e dal diametro superiore ai 40 cm.
Generalmente è solitario e aggressivo nei confronti dei conspecifici.
E’ essenzialmente carnivoro, aggredisce e sopraffà animali di dimensioni considerevoli (giovani canguri e pecore) anche se spesso si accontenta di mangiare carogne, animali giovani o malati, piccoli mammiferi (bettongie e ratti canguro), pesci, ma anche frutta e bacche; nelle aree urbane cerca cibo fra i rifiuti o si intrufola nelle case per nutrirsi di animali domestici, del loro cibo e anche di scarpe in cuoio; tende inoltre a concentrarsi nei pressi delle strade, dove può nutrirsi degli animali investiti dai veicoli di passaggio.
Le femmine vanno in estro una volta l’anno, prevalentemente nei mesi compresi fra febbraio e marzo (ma molte femmine possono accoppiarsi anche fino a giugno), questo permette di svezzare i picoli in coincidenza con la tarda primavera australe, quando il cibo è più abbondante. I piccoli restano attaccati al capezzolo materno per circa 100 giorni, escono dal marsupio prima dei 105 giorni di vita, quando sono praticamente una copia in miniatura degli adulti; per altri tre mesi non lasciano il rifugio materno, avventurandosi fuori di esso verso l’inizio dell’estate australe (ottobre/dicembre), seguendo la madre durante la ricerca del cibo e spesso lasciandosi trasportare sulla sua groppa; saranno completamente indipendenti entro il mese di gennaio, fino al raggiungimento dell’indipendenza continuano a bere il latte materno, consentendone una crescita molto rapida (circa mezzo chilo al mese).
La prima testimonianza di interazione fra l’uomo e il diavolo della Tasmania consiste in un monile formato da 178 denti (appartenenti a 49 diversi esemplari) rinvenuto al collo di uno scheletro umano ritrovato nel 1970 nella località di Lake Nitchie, in Nuovo Galles del Sud, e risalente a 7.000 anni fa (i denti potrebbero essere ancora più antichi). Gli aborigeni erano soliti condividere con questo animale i ripari per la notte, non vi sono prove che essi si nutrano o che in passato abbiano avuto l’usanza di nutrirsi della carne di questo animale; sebbene i diavoli possano mangiare carne umana non rappresentano un pericolo concreto per l’uomo, solo se disturbati possono graffiare o mordere con forza.
Nonostante la fama sinistra di cui ha goduto in passato (e della quale gode in parte a tutt’oggi), il diavolo della Tasmania rappresenta attualmente uno degli animali simbolo dell’Australia e in particolare è l’animale simbolo della Tasmania.
Il diavolo della Tasmania è inoltre il protagonista di numerosi libri, documentari e cartoni animati, spesso in veste di antieroe o del cattivo di turno: probabilmente il più conosciuto di questi è il personaggio dei Looney Tunes Taz, creato nel 1954; dal 2006 il profitto derivante dalla vendita di pupazzi raffiguranti Taz viene reinvestito nella ricerca sul DFTD.

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5 giugno – Giornata mondiale dell’Ambiente

Quest’anno dedicata al bracconaggio

L’immagine che posto non si riferisce al bracconaggio, visto che il permesso di chi ha ucciso questo stupendo esemplare, era stata autorizzata dal governo dello Zimawue, ma la posto per agganciarmi all’estinzione della specie.

leone

Tristemente conosciuto purtroppo, l’esemplare fotografato da B. Stapelkamp, è il leone Cecil, che ha dovuto affrontare ben 40 ore di agonia per essere “anche”  decapitato.

In Africa, dal 1980 quando si contavano circa 100mila esemplari, si è passati a circa 30mila nel 2014, a tutt’oggi continuano a diminuire; anche nei Paesi dove la caccia è stata abolita (ad es. in  Kenia) la popolazione animale continua a diminuire.

Il mio non è pesimismo, ma è una cosa a cui credo profondamente: la natura si riprenderà tutto ciò che gli stiamo togliendo (e di riflesso togliamo a noi) e nulla l’uomo potrà fare per fermarla.

Aristotele ha detto: La natura non compie nulla inutilmente.

NAUTILUS

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Pedigree e gru

20151206_155612 Questa mattina ci ha fatto visita un amico di mio marito. Ci ha chiesto se volevamo segnare Semir ad una mostra canina. Come sempre (era accaduto anche con Argo e Angel) abbiamo rifiutato, i nostri amici pelosi li abbiamo solo “prestati” per campagne contro la violenza sugli animali e calendari. Il resto per noi non esiste, il cane per noi non è da “esporre”. L’amico insiste e nel discorso ci infila anche il pedigree. Io lo guardo e dico:”Pedigree?” E lui: “Non ditemi che non lo ha! E’ una cane perfetto…” E io (sotto l’occhio terrorizzato di mio marito che sa come la penso, ma dovrebbe sapere anche che sono educata): “Certo che ce l’ha: bellezza, forza, carattere, gioiosità, possessività verso la famiglia, prepotenza, e poi ancora, folle guardiano del territorio dove vive, non puoi toccargli la sua palla, gioca a pallone e a frisbee….è sufficiente? Ma dico, serve il pedigree per dire che è un cane? ” Fine di tutto. Stò pedigree non l’ho mai digerito. Possiamo amarli anche senza documenti, non so se è chiaro, senza discriminazione, senza pensare se è bello, brutto, storto, malato, se viene dall’allevamento del re o dal canalone di scolo delle acque (come Jo ad esempio) DSC07559 DSC07481

20160227_124454  ANGEL 2015 (Angel l’ “anzianotta”)

 

Ma cosa è il pedigree? E’ il documento che riporta l’albero genealogico di madre e padre tracciandone le carateristiche comuni alla razza.
Sapete cosa significa pedigree (dal francese)? Significa zampa di gru, le “dita” sottili di questo animale avrebbero suggerito all’uomo l’idea dell’albero genealogico.
Ma perchè proprio la gru? Perchè nei secoli le gru hanno ispirato fantasie magiche, come l’idea che viva migliaia di anni.
23-shoson_cranes Questo sopratutto in Giappone dove è il simbolo per augurare una lunga e felice vita coniugale, perchè è un animale che rimane fedele al proprio compagno per tutta la sua esistenza. In Giappone è usanza pensare che la gru possa vivere mille anni e che realizzarne con l’origami un grande numero, conferisca longevità e buona salute non solo a colui che le piega, ma anche a colui che le riceverà in dono… Origami 1
sadako-sasaki-illustration Una leggenda dice che chiunque pieghi mille gru avrà i desideri del proprio cuore esauditi: una piccola ragazza giapponese chiamata Sadako Sasaki fu esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima quando era bambina e, nel 1955, a 12 anni, stava morendo di leucemia; conoscendo questa legenda decise di piegare mille gru in modo che si avverasse il suo desiderio, poter continuare a vivere sadako  Purtroppo il desiderio non si avverò, ma i giapponesi eressero una statua nel Parco della Pace di Hiroshima: una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita. I visitatori appoggiano ai suoi piedi ghirlande di gru che incorniciano la targa con la scritta: “Ecco la speranza e la preghiera: che la pace regni nel mondo”.
BunjI4uIgAAq_df La gru giapponese è diventata un simbolo di pace.

 
gru La gru ha come caratteristica la lunghezza del collo, delle zampe, delle ali e del becco.
E’ diffuse in quasi tutti i continenti, tranne il Sud America e i Poli.
Quando vola lo stormo si sposta con la tipica formazione a V gggg
E’ un animale gregario, vive in gruppi numerosi che si tengono in costante contanto grazie a richiami sonori. Trascorre l’inverno nell’Europa meridionale e nel Nordafrica. Nidifica su di dalla penisola scandinava alla Siberia orientale, in passato esistevano aree riproduttive anche nell’Europa centro-meridionale (ad esempio il Delta del Po); il nido viene costruito sul terreno al margine di laghi o paludi, in aree alberate e indisturbate; depone di solito due uova che verranno incubate sia dal maschio che dalla femmina, entrambi partecipano allo svezzamento dei piccoli.
Si ciba prevalentemente di cereali, patate e ghiande, nei luoghi di riproduzione, come distese paludose e acquitrini, si nutrono anche di insetti e pesciolini.

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Sfiduciata (con speranza)

Domenica, a Parigi inizierà il vertice organizzato dall’Onu per salvare il Pianeta dalle emissioni di Co2 che stanno facendo aumentare vertiginosamente la temperatura dell’atmosfera e dei mari, con le conseguenze ormai note a tutti: spaventosi disastri naturali.
190 Paesi partecipanti.
Riusciranno/riusciremo davvero a ottenere qualcosa? Sono anni che vengono imposte drastiche norme che puntualmente non vengono messe in atto. Non ci vogliono parole, protocolli…cioè ci vogliono, ma ci vuole una grande convinzione, che scetticamente non vedo.
Non sto qui a nominare quali Paesi hanno promesso e non mantenuto…e sperando che questa volta abbiano voglia di lasciare seriamente questo nostro meraviglioso mondo un po meno malandato ai nostri figli (no i nostri figli no, nipoti…) dico che intanto:

 

– Italia: l’Oms ha stimato che, a causa della concentrazione di polveri sottili dovute a traffico, industrie e riscaldamento, muoiono 8mila persone all’anno;

-Cina: a causa dell’inquinamento industriale le alghe invadono le coste dell’est, ne sono state rimosse circa 7mila tonnellate ;alg nella provincia di Gansu avanza la desertificazione, a causa delle tempeste di sabbia, mai avvenute in quella zona, che coprono le terre coltivabili;

-Artico: l’Agenzia Spaziale Europea ha inviato immagini dei ghiacci perenni, si riducono, sono diventati sottilissimi, spariranno fra 2020 e 2030.

-Canada: nel nord/ovest, terra degli inuit, l’erosione delle coste e lo scioglimento del permafrost, ne compromette la vita;

-Russia: in Siberia il permafrost, suolo perennemente ghiacciato, si sta sciogliendo provocando lo sprofondamento delle case;

-Himalaya: in 20 anni i ghiacciai del Tibet si sono ridotti dell’8%, spariranno entro il 2040 img739

-Perù: i lama, sostentamento primario di molte popolazioni stanno diminuendo a causa delle estati troppo calde e degli inverni troppo gelidi che fannno ammalare questi animali;

-USA: Colorado, i pini delle Montagne Rocciose si stanno ammalando e muoiono a causa dell’arrivo di parassiti non abiituali della zona;

-Italia: Basilicata, la spiaggia di Metaponto si sta riducendo a causa dell’erosione causata da piogge e temporali di natura tropicale, in 10 anni ci sono stati 15 metri di spiaggia in meno;

-Monte Bianco: ghiacciaio del Prè de Bar, si riduce di 20/30 metri di lunghezza e di5/7 metri di spessore all’anno prima dopo (ho avuto la fortuna di vederlo 24 anni fa, spettacolare e imponente, lo riconoscerei oggi?)

-Oceani: temperatura con picchi di 17° in superficie, muore così la barriera corallina e scompare il fitoplancton (microrganismi che alimentano i pesci) Copia di img739

“La terra ti ascolta, il cielo
e le montagne ti scrutano.
Se riesci a comprendere questa verità
vivrai a lungo!
(canto luiseno)

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Il Gracchio

gracchio Il gracchio è un uccello della famiglia dei Corvidae, per capirci la stessa famiglia delle cornacchie.
Il piumaggio è uniformemente nero, ha becco forte è robusto di colore giallo e zampe rosso arancio; ha ali lunghe, ampie e arrotondate, la coda è piuttosto lunga e arrotondata all’apice.
E’ lungo circa 37 cm e pesa intorno ai 260 g.
Vive in Europa, Asia, ed Africa del nord; in Italia sulle Alpi e sull’Appennino.
E’ un uccello stanziale che nidifica nelle spaccature delle pareti rocciose in voluminosi nidi composti da rametti e erbe secche, dove la femmina depone, in primavera, 3/5 uova che cova per 18/21 giorni; in inverno, in caso di abbondanti nevicate scende sino al fondovalle frequentando prati, frutteti e centri abitati.
E’onnivoro anche se prevalentemente insettivoro in estate, ma in autunno e inverno mangia mirtilli, uva orsina e mele.
Il Gracchio è animale gregario, si riunisce spesso in stormi composti da numerose decine di individui, sino ad oltre un migliaio in inverno.
Il Gracchio vive in colonie organizzate di circa venti individui, a protezione del gruppo ce n’è sempre uno di guardia incaricato di dare l’allarme in caso di pericolo, ma se per caso tra le zampe gli capita un insetto o vermicello succede che il “guardiano” lancia un falso segnale d’allarme che fa fuggire i compagni, così resta da solo a mangiare la preda in santa pace…Che strano, mi ricorda qualcuno…a due zampe!

grac

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Api…

Alle sei del mattino già il brusio delle api era assordante.
IMG_0098 Questa pianta (che rispetto al giorno che l’ho fotografata ha almeno 30 fiori in più), con i suoi meravigliosi, innumerevoli fiori le richiama. Entrano ed escono da quei calici senza profumo, dal colore delicatoe dal nettare abbondante, con un via vai continuo.
USA - Bees Disappear in the United States Un pò mi inquieta quella massa di operaie rumorose, ma mi affascinano anche.
E se penso che in Europa ci sono molte sostanze chimiche (pesticidi) che sono nocive per la loro vita, anche se l’EFSA, nell’Unione Europea, ne ha dettato norme restrittive, mi viene una grande amarezza.
I pesticidi (in particolare i neonicotinoidi usati per le sementi) possono:
compromettere la loro memoria olfattiva che è essenziale nel loro comportamento;
compromettere la capacità di raccolta del polline non essendo più in grado di tornare alle arnie e non riuscendo a spostarsi in modo efficiente;
causare lo sviluppo di disfunzioni, anche delle larve e delle regine.
Anche i pesticidi usati su mais, vite e melo sono un vero e proprio pericolo per questa specie animale.
In Italia la mortalità media delle colonie di api è del 20-25% annuo e solo grazie agli apicoltori, questo “patrimonio” rimane quasi costante.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa di apidologia e apicoltura del dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agro-ambientali, suggerisce di piantare vedovine maggiori (Cephalaria transsylvanica), piante che fioriscono in autunno quando polline e nettare scarseggiano, per dare ristoro alle api Vedovina-maggiore-api-320x234
Credo che l’unica strada che darebbe risultati sarebbe il totale divieto dei pesticidi promuovendo una agricoltura più sostenibili come spiegano diversi ricercatori; il Kenia lo conferma, dove sicuramente le api hanno una resistenza genetica superiore alle nostre, ma che sono comunque soggette agli stessi parassiti e alle stesse malattie delle nostre, dove l’uso dei pesticidi è quasi inesistente; le api “keniote” non mostrano alcuna moria allarmante. L’ape con il suo “grande” lavoro è una sicurezza alimentare per noi umani .nidodape

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