TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Parliamo di zebre

Questa mattinata levataccia, qualche ora con la banda dei vicini, niente scuola, classe chiusa per Covid per uno e allora tutti a casa!
Dopo una bella colazione il più grande propone un film, non ci penso proprio, di mattina! E’ vero che fuori fa freddissimo malgrado il sole splendente, ma tele e pc no. In attesa che i due più grandi entrino in Dad, propongo di leggere qualche leggenda su un libro che parla di animali.
Scegliamo la zebra, anzi scelgo la zebra, visto che quando leggo i titoli mi guardano come se parlassi di marziani, è vero, la zebra non è un animale molto nominato.


Leggenda africana.
Zebra era sposato con Pioggia.
Dopo un periodo di pacifica convivenza Zebra iniziò ad insultare la moglie, così Pioggia , dopo aver tentato di farlo tacere, decise di tornare nella sua terra d’origine.
Da quel giorno la savana si inaridì e Zebra, assetato, divenne bianco e pieno di crepe.
Quando finalmente iniziò a piovere Zebra bevve tantissima acqua, ma ne bevve così tanta che l’acqua iniziò a sgorgare dalle crepe della pelle, allora sul suo manto bianco apparvero tante strisce nere.

Abbiamo fatto una piccola ricerca sul perché le zebre abbiano questo particolare manto, l’utilità di averlo a strisce sembrerebbe utile nel chiaroscuro della boscaglia, il mantello appare come un gioco di luci ed ombre confondendosi con i chiaroscuri della natura, insomma un buon stratagemma per mimetizzarsi meglio, sfuggendo a grandi e famelici predatori come i leoni. Una serie di ricerche aprono ad altre ipotesi, ad esempio, i ricercatori dell’Università di Calgary, hanno scoperto che iene e leoni non riescono a distinguere a distanza le strisce delle zebre, mentre vedono bene i colori grigi; altri ricercatori ipotizzano che le strisce aiutino le zebre a regolare meglio la loro temperatura corporea, per sopportare il gran caldo africano, le strisce scure si scalderebbero più rapidamente al sole rispetto a quelle bianche, creando un microcircolo d’aria lungo il mantello per favorire lo scambio di calore; uno studio realizzato di recente teorizza invece che le strisce delle zebre servano a tenere alla larga tafani e zanzare, avvallando una ricerca effettuata negli anni Ottanta, la più veritiera.
Appena arrivato il papà io, il piccolo e mia figlia, decidiamo una passeggiata nel bosco, lui è un bambino “particolare”, è difficile tenerlo fermo, e allora….

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Beata la mia ignoranza, benedetta la mia curiosità

 

dipinto da Jacques-Laurent Agasse

Nella savana dell’Africa Meridionale viveva il quagga, nome onomatopeico visto che il suo nitrito aveva come suono qua-ha-ha.
Il quagga era molto simile alla zebra (sicuramente una sottospecie), o se vogliamo era un incrocio tra zebra e cavallo; aveva strisce nere soltanto sulla parte anteriore del corpo e nella zona centrale, le strisce si uniformavano nel colore bruno nella parte posteriore del manto, di questa particolarità non se ne è mai capito il motivo scientifico, si sono fatte supposizioni: sarebbe stato un aiuto a confondersi nella mandria proteggendosi così dai predatori, ridurre le punture delle mosche che sarebbero meno attratte dagli oggetti striati, le striatura della parte posteriore avrebbero potuto aiutare il riconoscimento tra specie nelle fughe precipitose di più mandrie diverse facendo in modo che gli individui di una varietà seguissero i propri simili.
Era lungo in media 257 cm e alto 135 cm, si dice che i quagga erano animali vivaci e nervosi, soprattutto gli esemplai maschi, ma erano anche addomesticabili, infatti furono visti circolare per le strade di Città del Capo; formava mandrie di 30-50 individui che si muovevano in fila.
Essendo un animale facile da cacciare è stato predato dai primi coloni olandesi e poi dagli Afrikaner.
Intorno al 1830 i quagga sono stati usati come animali da tiro per le carrozze a Londra, probabilmente i maschi furono castrati per mitigarne il carattere; i contadini li usavano come animali da guardia per il bestiame in quanto attaccavano gli intrusi; alcuni esemplari furono catturati e spediti in Europa per essere messi in mostra negli zoo.
La sua estinzione è dovuta alla sfrenata caccia che subì perchè la sua pelle era molto resistente e il pelo mutava annualmente e anche per le sue carni; nel 1850 era scomparso dal suo habitat, l’ultimo esemplare selvatico è stato probabilmente abbattuto nel 1878. Un esemplare è vissuto in cattività per 21 anni e 4 mesi, morendo nel 1872 a Londra, un’altro esemplare morì a Berlino nel 1875.
Il quagga si estinse definitivamente nel 1883, con la morte dell’ultima femmina rinchiusa nello zoo di Amsterdam dal 9 maggio 1867 (non si è mai saputa la causa del decesso). Sono conservati 23 esemplari, impagliati.

presso il Naturhistorisches Museum di Basilea.

Un gruppo di ricercatori dell’università di Berkeley in California prospettarono l’idea di impiantare su alcuni animali simili il DNA del quagga, utilizzando un frammento di tessuto mummificato e conservato in un museo tedesco, ma attualmente la tecnologia non da la possibilità di recuperare la sottospecie originale, le tecniche di clonazione non consentono di ottenere esemplari vivi di una specie estinta a partire dal patrimonio genetico:  Con la scoperta tramite analisi del DNA mitocondriale è stato avviato un progetto: nel marzo 1986 dalla Namibia furono prelevate delle zebre e trasferite nel 1987 in un complesso appositamente costruito nella riserva naturale Vrolijkheid, nei pressi di Robertson, in Sudafrica. Con l’aumentare del numero di esemplari, tra il 1992 e il 1993 gli animali sono stati trasferiti in diversi siti più spaziosi. Il 29 giugno 2000 l’associazione che portava avanti il progetto ha siglato un accordo con il South African National Parks, divenendo un progetto riconosciuto ufficialmente e supportato logisticamente. Nel 2004 il progetto contava 83 zebre suddivise in 11 località nei dintorni di Città del Capo. Il 20 gennaio 2005 è nato il primo esemplare dal manto sensibilmente meno striato, considerato il primo esemplare del progetto con caratteristiche prossime al quagga.  All’inizio del 2016, dopo circa 4-5 generazioni di incroci mirati si contavano 6 esemplari, nei quali inizialmente venne osservata una riduzione della zebratura, e successivamente la comparsa di una colorazione beige-marrone nel manto sempre più accentuata. La varietà ottenibile avrà caratteristiche esteriormente analoghe al quagga ma geneticamente sarà diversa dall’originale e per questo gli verrà assegnato un altro nome.

femmina quagga presso lo Zoo di Londra, 1863

 

femmina quagga presso lo Zoo di Londra, 1864

L’unica fonte che descrive inequivocabilmente il quagga è quella del maggiore inglese Sir William Cornwallis Harris, nei  suoi appunti del 1840.

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Passo e ripasso…

..da un pò di giorni davanti ad una casa abbandonata, ci passo perchè il primo giorno ho visto un cane legato con una catena, ma da queste parti a volte chi ha case di questo tipo magari lo fa per far vedere che c’è qualcuno che abita la proprietà, ci ripasso il secondo giorno, stessa cosa, fino al quarto giorno quando mi fermo e il cane mogio mogio si avvicina, voglio scavalcare il cancello ma mio marito mi dice sempre di stare calma, prima o poi mi impallinano, demordo, lo chiamo, arriva e decidiamo che il cane va aiutato. Non c’erano ciotole per acqua o cibo. Tutto risolto, il cane ora è in buone mani, il proprietario non ne sapeva nulla, non vive neanche qui, qualche “maledetto” si voleva liberare dell’incomodo sperando forse che qualcuno lo notasse? Vabbè, facciamo finta che voglio illudermi che sia così, credetemi non ho parole, solo rabbia, tanta.

“Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà”

Émile Zola

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Wisaka e il visone

Wisaka è un mitico e antico eroe, dotato di capacità creatrice e generatrice, viene invocato durante le cerimonie. Era venerato dagli indiani Sauk*.
Ci fu un terribile inverno e Wisaka vedendo gli animali morire per il freddo decise di ricoprirli di grasso.
Trasformò le acque di un lago in liquido grasso e iniziò ad immergervi gli animali, iniziando dal bisonte.
Il visone**, agitato perchè non arrivava velocemente il suo turno, non seppe aspettare e si buttò nel lago. Allora Wisaka lo acciuffò per la coda e per castigarlo lo asciugò lasciandolo privo di grasso.

 

*I Sauk sono nativi americani appartenente alla famiglia algonchina.
Vivevano in America Settentrionale, nomadi delle foreste e dei fiumi; praticavano l’agricoltura, ma abbandonavano frequentemente i loro villaggi per dedicarsi alla pesca e alla caccia al bisonte. Attualmente vivono in Oklahoma.

 

Il visone americano** è un mammifero, della famiglia dei Mustelidi.
E’ originario del Nord America, vive in tutti gli Stati Uniti (fatta eccezione per l’Arizona), in Canada, a sud del Circolo Polare Artico.
Sono animali semiacquatici, ottimi nuotatori, possono percorrere sott’acqua fino a 30 m giungendo sino a 5 m di profondità; vivono lungo le rive dei laghi e dei fiumi in tane che di solito sono di altre specie acquatiche (specialmente il topo muschiato) che scacciano o uccidono; all’interno della tana accumulano erba secca o pelli e piume di animali loro prede; caccia indifferentemente su terra o in acqua, si arrampica saltuariamente sugli alberi per raggiungere una preda; si nutre di ciò che è maggiormente disponibile nella zona in cui vive: pesci, crostacei, rane, molluschi, uccelli acquatici, uova, roditori etc. E’ un cacciatore insaziabile, attacca anche rettili e mammiferi.
Sono prevalentemente animali notturni, durante il giorno tendono a dormire. Sono animali solitari, in particolare i maschi si rivelano particolarmente intolleranti ad esemplari dello stesso sesso, di solito marcano il territorio con delle ghiandole sottocaudali che emettono un secreto dall’odore muschiato.
Si riproduce una volta all’anno, le cucciolate sono in di circa 6-7 piccoli. La speranza di vita di questi animali in natura è di circa 3-4 anni, in cattività oltre 10 anni.
I visoni allevati in cattività se fuggono dagli allevamenti, non essendo abituati a procacciarsi il cibo e difendere un proprio territorio, muoiono facilmente entro due mesi per fame o per ferite riportate da combattimenti con altri esemplari.
Dalla seconda metà del XIX secolo la specie cominciò a venire allevata in cattività per sfruttare la sua pregiata pelliccia; nel 1866 venne ottenuta una sottospecie domestica dall’incrocio di tre sottospecie; i visoni ottenuti vennero importati in grandi quantità in allevamenti intensivi sorti in Asia, Sud America ed Europa.
In Italia, la specie è stata importata a partire dagli anni cinquanta.

 

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Gru

Le Gru sono grandi uccelli trampolieri. Sono diffuse in tutto il mondo tranne che in Sudamerica e in Antartide.
La loro caratteristica sono le lunghe zampe.
Gli antichi popoli del Mediterraneo le consideravano messaggere degli dei e ne osservavano il volo per predire il futuro.
In Scandinavia, il loro arrivo a primavera, annunciava il rifiorire della natura.
Nel settentrione degli Stati Unitid’America, gli indiani Algonchini, ne raccontano un’antica leggenda.
Lo stregone Wasakayack, era intento a guardare la luna risplendere nel cielo.
“Com’è bella!” diceva, “Darei i miei amuleti più preziosi e il mio arco pur di cavalcarla.”
Così decise di raggiungerla e si incamminò verso il punto dove la Terra e il Cielo si toccano, ma per quanto camminava la luna era sempre lontana; una sera, stanco e sfiduciato, stava per rinunciare, ma vide una gru e gli chiese aiuto.
“Potresti portarmi sulla luna? Ti ricompenserò bene.”
La gru rispose:” Volentieri! Afferra le mie zampe. Tienile ben strette e voleremo lontano.”
Ma vola, vola, la luna era sempre lontana e la gru iniziò ad essere stanca.
L’uccello disse:”Non ce la faccio più!”
Wasakayack rispose:”Io ho le braccia rotte!”
Privi di forze svennero e iniziarono a fare mille giravolte fino ad arrivare sull’orlo della luna.
Quando si svegliarono lo stregone ringraziò la gru e per ricompensarla gli dipense una macchia rossa fra gli occi, rossa come la luna
Wasakayack si rese conto che le zampe della gru, per lo sforzo, si erano allungate, esclamò:” Con queste zampe camminerai molto velocemente!”
Infatti da allora le gru camminano rapidamente.

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Una leggenda africana

Un Avvoltoio spesso faceva visita alla Tartaruga.
Tartaruga si dispiaceva di non poter contraccambiare la visita, era troppo lenta …
Un giorno Tartaruga disse alla moglie:”Moglie, nascondimi in fondo a questa bisaccia e riempila d’orzo; poi, quando arriva Avvoltoio, digli che è un regalo per lui”.
L’uccello arrivò, prese il dono, ringraziò e volò verso casa.
Ma mentre volava udì una strana voce:”Avvoltoio, sono io! Sono Tartaruga! Te l’avevo detto che sarei venuto a trovarti. Sono qui, nella bisaccia che stringi nel becco…ooooo!”
Colto di sorpresa Avvoltoio aprì il becco e il saccò precipitò a terra. Nell’urto il carapace di Tartaruga andò in mille pezzi, e da allora il guscio delle tartarughe è segnato da tante crepe!

    

(il culto delle tartarughe, sia terrestri che acquatiche, è molto antico; la tartaruga sopravvive da 250 milioni di anni e ha sempre suscitato nell’uomo curiosità)

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Giaguaro

 

Ma quanto è bello il giaguaro?
Trovo sia un animale affascinante.
Oggi, come la gran parte di alcune specie viventi, rischia l’estinzione.
Purtroppo la deforestazione ha già distrutto il suo habitat per il 50%, la distruzione delle foreste pluviali causa la morte anche delle prede del giaguaro; altro pericolo d’estinzione è costituito dai bracconieri che cacciano il felino per il suo manto maculato.
Gli Aztechi lo riteneveano una creatura degli inferi, animale lunare perchè il suo manto luccica al chiarore della notte, emblema del Regno dei Morti, guida alle anime dei morti, erano convinti che chi fosse riuscito a guardarlo da vicino, negli occhi avrebbe letto il futuro. Un’antica leggenda dice che quattro giaguari rappresentino i guardiani della strada per la pace. La dea della terra azteca e’ raffigurata incinta di un giaguaro con gli artigli.
Per i Maya era anche figlio del Sole, animale solare, con il manto ricoperto di macchie dorate.
Peri i Toltechi, rappresentava la luna: il crepuscolo è un giaguaro che divora il Sole.
Per gli attuali Indios dell’America centrale e dell’Amazzonia è l’animale più rappresentativo dello sciamano che può anche assumere la stessa forma del giaguaro; secondo una leggenda, ha dato all’uomo il fuoco e suggerito l’arte venatoria; si pensa che abbia la capacità di viaggiare tra i mondi e che nel tempo, attraverso questi suoi viaggi, abbia acquisito i suoi molteplici poteri e la saggezza arcaica di tenere segrete le sue conoscenze.
Alcune tribù Indios nutrono un tale sacro rispetto per la sua forza, e lo ammirano talmente tanto che prima di andare a caccia si dipingono il volto, con tinte naturali, per ricalcarne l’aspetto e si conficcano nelle labbra e nel naso delle stecchette di palma che ne imitano le vibrisse. Pur cacciandolo, lo ritengono un amico misterioso.
Nell’Europa occidentale è l’emblema dell’industria di automobili Jaguar (colui che uccide con un balzo, dai nativi americani): omaggio alla sua velocità e potenza
E’ un animale vagabondo, solitario, si arrampica e nuota molto bene, attivo all’alba e al tramonto.
Caccia cervi, pecari, tapiri, scimmie, uccelli di grandi dimensioni e raramente gli animali domestici, si nutre anche di pesci, tartarughe, caimani. Segue le prede fino allo sfinimento e la trascina sugli alberi
Ha un’altezza al garrese di 75 cm e una lunghezza del corpo di 150-180 cm, più la coda che misura 70-90 cm, pesa dai 68 ai 136 kg, i maschi sono il 10-20% più grandi delle femmine; sono dotati di muscolatura possente, ideale per scattare in avanti e agguantare la preda. La folta pelliccia giallo dorata presenta macchie nere a forma di rosetta sulla parte dorsale del corpo e sugli arti, sono abbastanza comuni gli esemplari completamente neri
Come detto è un animale solitario, solo durante il periodo degli accoppiamenti la femmina e il maschio vivono insieme, mentre la struttura sociale è rappresentata dalla madre con i suoi piccoli; ogni 48 mesi nascono mediamente un paio di cuccioli, che dipendono completamente dalle cure materne per i primi due 2 anni di vita, in questo periodo oltre ricevere protezione, cibo e una guida per gli spostamenti, imparano a cacciare
Vive circa 12 anni e comunica principalmente attraverso vocalizzazioni simili a grugniti, ha sensi acuti, specialmente vista e olfatto.

 

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L’amore eterno

“I cani, quando amano, amano in modo costante, inalterabile, fino all’ultimo respiro.”
E. Von Arnim

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Lo avevo dimenticato…

…il basilisco. L’ho ricordato solo oggi grazie al mio piccolo vicino di casa che me lo ha mostrato su un suo libro.
La leggenda narra che sia nato da un uovo deposto da un rospo o da un gallo, è un animale fantastico, un mostro dal corpo di serpente con la corona su una testa di gallo. Si dice che: intorno a se creava il deserto perché ha la capacità di seccare gli arbusti, gli uccelli cadevano ai suoi piedi morti, i frutti imputridivano, avvelenava le acque dove beveva, uccideva pietrificando o incenerendo con lo sguardo, quello stesso che potrebbe ucciderlo se si guarda riflesso in uno specchio. Si narra che un cavaliere tentò di ucciderlo con la sua lancia, il veleno da lui prodotto vi si infiltrò e uccise cavaliere e cavallo. Nelle antiche leggende cristiane viene citato come il simbolo della Terra dell’Anticristo o del Diavolo.

Lasciando il fantastico mondo della mia infanzia, nella realtà il basilisco è una lucertola di circa 60 cm di lunghezza che vive negli ambienti fluviali delle foreste del Centro/Sud America; non è letale, ma sa correre sull’acqua per sfuggire ai predatori:, per questo è soprannominato la Lucertola di Gesù Cristo!

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Api

E di pochi giorni fa la notizia dei pesticidi usati da alcuni agricoltori nella zona di Udine che hanno sterminato decine di migliaia di api. Purtroppo già da tempo si sa che c’è una diminuzione delle colonie del -12%, dovuto sia ai pesticidi che ai cambiamenti climatici. Se calcoliamo che in un singolo alveare, in inverno, ci sono 10-20 mila api e in estate addirittura 90.000, viene da se calcolare che quel – 12% è davvero catastrofico.
Le api sono la vita del pianeta

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