TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

8 dicembre

Mi spiace di postare con così tanto ritardo, ma non volevo mancare…giornata impegnativa.

A Roma tradizionalmente l’8 dicembre da inizio alle festività natalizie. I romani di una volta facevano in questo giorno presepe e/o albero.
Strana coincidenza, se penso che in questa data è morto John Lennonn, 8 dicembre 1980. Fu assassinato a colpi di rivoltella da un suo fan, Mark David Chapman.
Non credo di sbagliare se dico che la maggior parte delle persone che vivono su questo pianeta sappiano almeno una cosa di lui, che fu l’autore dell’album Imagine, il suo disco di maggior successo, inno internazionale del pacifismo.

 
E’ statato compositore e cantante del gruppo musicale dei Beatles, poi musicista solista, autore di disegni e testi poetici, attivista politico e paladino del pacifismo.
Nasce a Liverpool nel 1940 mentre era in corso un raid aereo tedesco della seconda guerra mondiale, da una famiglia di origine irlandese.
I genitori si separarono e nel 1945 il padre, Alfred, decise di portare suo figlio con sé in Nuova Zelanda. John si rifiutò e decise di rimanere con la madre Julia, che intanto ebbe un’altra figlia, Victoria Elizabeth, nata dalla relazione con un soldato gallese, ma che fu costretta a dare in adozione con il nome di Ingrid.
John cresce con la zia Mimi (sorella della madre) e suo marito George, allontanandolo così dalla madre a soli 6 anni.
Da subito dimostra una personalità eccentrica e creativa e gli zii lo iscrivono al Liverpool College of Art, intanto si avvicina alla musica da autodidatta.
In pochi anni subisce due lutti, quello dello zio George e quello devastante della madre che morì investita da un’auto guidata da un agente di polizia ubriaco.
Durante un concerto dei Quarrymen, John incontrò Paul McCartney con il quale formò il nucleo centrale dei futuri Beatles.
Lennon si sposò due volte: con Cynthia Powell da cui ebbe il figlio Julian, con l’artista giapponese Yoko Ono, da cui ebbe Sean. Entrambi i figli hanno seguito la carriera artistica del padre.

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21 maggio

Il 21 maggio 1972, nelle prime ore del pomeriggio mi stavo recando con mio padre e mio fratello in San Pietro, andavamo spesso di domenica a vedere i Musei vaticani, o a passeggiare nei dintorni, o a fotografare le bellezze romane e tutte le volte che andavamo entravamo nella Basilica per ammirare la Pietà di Michelangelo, quel giorno non arrivammo mai, ci fermarono sul Lungotevere perchè c’era stato un “incidente”.
L’incidente era di fatto l’atto vandalico che László Tóth perpetrò ai danni della scultura.
Questo giovane folle uomo, che odiava le donne e credeva di essere Gesù, saltò la balaustra che divideva la statua dai visitatori e prese a martellate (dovrei dire mazzettate) la figura della Madonna staccandogli un braccio, il naso e danneggiando le palpebre e alcuni tratti dell’abito.

pieta2 pietasfregio   Pietà_vaticana_dopo_il_vandalismo,_1972
Saperlo è stato uno shock che mi ha seguito per lunghissimo tempo, quel giorno ho pianto abbracciata a mio padre, non riuscivo ad immaginare come qualcuno avesse potuto infierire su tanta meraviglia.
Perchè lasciatemelo dire, La Pietà è una delle opere più belle mai realizzate, un vero capolavoro rinascimentale, l’unica ad essere stata firmata da Michelangelo Michelangelo-Pietà-San-Pietro-in-Vaticano-5
Michelangelo-Pietà-San-Pietro-in-Vaticano-61 La guardi è pensi a quanta arte c’è in quel marmo, che se pur materiale duro è di una finezza e nitidezza che incanta. Il corpo di Cristo è talmente appoggiato in modo naturale da far dimenticare la rigidezza del marmo, l’abito di Maria ha drappeggi che nulla hanno da invidiare ai tessuti.
pieta3 Maria ci offre suo Figlio con una compostezza che mi ha sempre avvinto e forse perchè non avevo paura di guardare quei volti dove non era incisa la sofferenza fisica, ma dovevo solo intuire la sofferenza di una madre.

Ora questa mirabile opera è visibile perchè protetta da una parete di cristallo antiproiettile, ma per questo non meno emozionante, io mi reputo una fortunata ad aver avuto modo di ammirarla quasi da vicino, bastava allungare la mano e avresti potuto sfiorarla, il 21 maggio per me è una data scolpita nel cuore.

 

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La Pietà è sempre stata rappresentata da scultori e pittori, ma al di fuori della realtà artistica, la pietà è un sentimento grande, forte, d’amore, un sentimento che non può essere sconfitto, e come mi faceva notare una persona con cui parlavo oggi, quelle martellate che hanno provato a distruggerla non ci sono riuscite, la pietà ancora alberga su questa Terra, qualunque sia la sua provenienza: dalla natura, dalla religione, dall’arte o semplicemente dall’interiorità dell’uomo.

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L’uomo che verrà

imm di Giorgio Diritti

 

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Monte Sole, Bologna, Seconda guerra mondiale, l’inverno rigido del 1944.
Martina, otto anni, vive con la famiglia in una zona agricola la dura vita dei contadini. Martina ha perso l’uso della parola dopo la morte del fratellino, per questo viene presa in giro dai suoi compagni, ma non se ne cura più di tanto, continua la sua vita ed è un’acuta osservatrice.
Quando la madre resta incinta la piccola diventa apprensiva e aspetta con ansia la nascita di un nuovo fratello.
Intanto arrivano i tedeschi ad invadere il territorio e la loro vita, questo induce molti giovani del luogo a creare squadre partigiane.
l-uomo-che-verra-clip-6-4989 l-uomo-che-verra-clip-4661 Un giorno le SS decidono di attuare un rastrellamento dove verranno trucidati senza pietà bambini, donne, vecchi, disabili… Le uccisioni avvengono nelle abitazioni o in massa nei cimiteri e nelle chiese, in una di queste c’è anche Martina che resta illesa per puro caso. Torna a casa e non trova più nessuno e allora corre nel bosco dove aveva nascosto il fratellino nato da poco.
Martina canterà per lui una ninna-nanna…

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Film del 2009 che ha ricevuto numerosi premi che secondo me sono più che meritati. In dialetto con sottotitoli.
Spaccato duro e meraviglioso di quella che era la difficile vita di una volta: animali da custodire, stalle da pulire, bucato da lavare a mano, gli amori…
Vita di comunità, silenzi che dolorosamnte ampliano l’emozione; un film che mette l’uomo davanti alla sua crudeltà e anche inutile e devastante stupidità.
Bellissime inquadrature, i primi piani, bellissima la fotografia; Greta Zuccheri Montanari  bravissima Greta Zuccheri Montanari (Martina), che occupa con grande maestria quasi tutto il film; WINART-39226_uomoverra01g alba brava e intensa Alba Rohrwacher; armando Claudio Casadio indimenticabile la faccia perfetta per il ruolo del padre di Martina e dell’uomo un pò rozzo ma dolce e di sentimenti e la sua bella interpretazione; un cast tutto all’altezza davvero.Un film bellissimo, corale, poetico, drammatico, intriso della disperazione di chi ha vissuto gli anni della guerra e di chi guardandolo non può non immedesimarsi in quel dolore. Il nostro passato. Il nostro futuro. Ho pianto a tratti nel vederlo, ma l’emozione è stata tanta.
La storia è inventata ma molti personaggi sono realmente vissuti.
Questa storia è riferito al terribile eccidio di Marzabotto (770 morti).
Da non perdere anche per vedere questo sguardo uomodavid che dovrebbe farci ricordare ancor di più quanto è inutile tutta la violenza tra fratelli che si sta ancora e di nuovo perpretando in molte parti del nostro pianeta.

 

Per non dimenticare, soprattutto in una giornata come questa: 16 ottobre 1943/2015 – rastrellamento del Ghetto di Roma – deportati 1259 persone – sopravvissuti ad Auschwitz in 15.

 

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24 maggio 1915 – 24 maggio 2015

100 anni e ancora si combatte, ancora maschere….

Soldati con maschere antigas durante un attacco con gas venefici, Prima guerra mondiale, Regno Unito, XX sec., Londra, Imperial War Museum, DeA Picture Library, concesso in licenza ad AlinariSoldati con m Maschere antigas durante un attacco con gas  venefici.  Londra - Imperial War Museum

Soldati con maschere antigas durante un attacco con gas venefici.                                                                                         Londra, Imperial War Museum

 

 

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7 gennaio 2015 – 7 febbraio 2015

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27 Gennaio 2015 – Giornata della memoria

217px-Arrivederci_ragazzi_copertina-AndreabrugionyArrivederci ragazzi –  Louis Malle.

 1944, 2ª guerra mondiale, non lontano da Parigi, in un collegio dei padri Carmelitani di cui padre Jean ne è il direttore, arrivano tre ragazzi: Jean Bonnet (vero cognome Kippelstein), un ragazzo sfuggente e misterioso, Julien Quentin e suo fratello François, figli di un imprenditore della buona borghesia francese.
I tre ragazzi sono ebrei che aiutati da padre Jean si rifugiano al colleggio perchè così le famiglie pensano di poterli proteggere dalla furia nazista. Nessuno degli altri ragazzi presenti sa la loro vera origine.
Tra gli allarmi dei bombardamenti, le uscite ai bagni pubblici per usufruire dell’acqua calda che manca in collegio, la caccia al tesoro nel bosco, i tre diventano amici. Il tempo scorre apparentemente tranquillo fino al giorno in cui, durante una messa, mentre padre Jean parla della persecuzione degli ebrei condannandola, arriva un gruppo di militari tedeschi che preleva i tre ragazzi e un professore, anche lui ebreo, per portarli nei lager; l’artefice della spiata è Joseph, il ragazzo che lavora nelle cucine del collegio; viene arrestato anche padre Jean, sospettato di appartenere alla resistenza.
I ragazzi si guardano per l’ultima volta mentre padre Jean grida agli studenti: “Arrivederci ragazzi, a presto”.

 
Questo libro è tratto dal film omonimo (che non ho visto).
Su quell’arrivederci la commozione mi ha completamente sopraffatta.
E’ un libro coinvolgente e bellissimo, ma molto triste.
Una storia che parla di una forte e bella amicizia, di come questa venga brutalmente spezzata, di come si potesse vivere nella grande incertezza giornaliera del momento, della crudeltà di un genocidio indimenticabile, che non ha risparmiato neanche le giovani vite.
Ho apprezzato come sia stato dato risalto agli sguardi tra i ragazzi, un mondo silenzioso per comunicare, capire, approvare, disapprovare, mi è piaciuta la complessità dei caratteri, mai superficiale, anzi intensa, reale.

 

-I tre ragazzi sono morti lo stesso anno nel campo di concentramento di Auschwitz.
-Padre Jean mori nel campo di concentramento di Mauthausen.

 

PER NON DIMENTICARE
se mai questo è possibile, mi chiedo.

Lascio alle parole (un estratto da I sommersi e i salvati), di Primo Levi la chiusa a questo mio post, che vorrei non dover aver mai dovuto scrivere.

“L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni….Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati….È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”

 

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Giornata contro la violenza sulle donne

Copia di lagardenia4Quante belle parole e iniziative da parte del Governo per questa giornata! Come sempre. Ma di concreto cosa si fa? Briciole. E le donne continuano a morire sotto i colpi di uomini che io reputo fragili, deboli, impauriti dalla forza che le donne possono scatenare. Uomini che non vogliono mollare la loro tirannia sulle donne perchè sanno che non sono oggetti ma “soggetti” che hanno in loro personalità e forza. Dobbiamo essere ancora più forti, più unite, più coraggiose di come dimostriamo nelle piazze e nelle manifestazioni di oggi. Crediamoci nel fatto che non siamo noi le colpevoli, togliamo questo pensiero quasi atavico che ci perseguita; siamo forti, siamo capaci, la natura stessa ce lo ha dimostrato: saper portare una vita dentro un’altra vita: ci vuole forza fisica e mentale e amore. Noi l’abbiamo. Uniamoci e lottiamo anche contro l’educazione marcia di chi ci vuole “femmine” solo in un certo modo, come propina la televisione e alcune riviste. Le nostre madri hanno lottato per questo e ora abbiamo fatto un passo indietro: mercificazione del corpo, scorciatoie…Siamo donne capaci di vivere questi tempi con mille sfaccettature, ma deve essere nostra la scelta, non imposta. Da sempre siamo state considerate un problema per una buona fetta d’umanità e l’emancipazione acquisita fino ad oggi dimostra che anocra lo siamo; questo grado raggiunto non è sufficiente, dobbiamo fare di più, nella stessa Europa Unita, ancora c’è molto da fare per noi.
Lottiamo contro chi, anche nelle alte sfere ci denigra con battue, barzellette, apprezzamenti che nulla hanno a che fare con le nostre “altre” potenzialità: intelligenza, sacrificano,  impegano, dignità.
Ci dobbiamo ricordare che le prime a credere in noi stesse dobbiamo essere proprio noi, alziamo la voce e non “permettiamo”, anzi , “denunciamo”, “combattiamo”. Tutte, insime però, non lasciamo solo chi è più fragile. Abbiamo spalle forti, ce la possiamo fare, anzi ce la dobbiamo fare, insegniamolo alle nostre figlie.

Lo Sportello Donna del San Camillo riferisce che la violenza è in crescita e il 90% è comessa nell’ambito familiare; una donna su quattro ha subito violenza nella vita.

Aboliamo frasi come quella di Paul Claudel:”La donna sarà sempre il pericolo di tutti i paradisi.”

A tutte le mie donne, fisiche e virtuali che conosco: vi voglio bene e ci sonoyfpxcnsw.

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4 Novembre

Mi torna in mente una poesia che Ungaretti, testimone diretto della prima guerra mondiale, scrisse il 23 dicembre 1915, una poesia che non si può dimenticare, non perchè imparata a memoria (ne ho persi i versi tra i meandri della mente), ma per il contenuto: l’uomo che davanti la morte comprende il valore della vita. Le parole sono strazianti ma il significato è profondo, riscoprire il senso della vita proprio in quei drammatici momenti. La studiai alle medie ed è rimasta in me come un marchio a fuoco. Mi bruciano nell’anima le tante vite di un’intera generezione decimata.

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VEGLIA

Un’intera nottata

Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

 

 

 

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11 Settembre

Una data che, purtroppo, fa parte dell’ennesima ricorrenza entrata nella storia ormai per ricordare un qualche fatto. Io non la uso per ricordare nello specifico quello che accaduto in America, la uso come tutte le date che riguardano l’uomo, per ricordare la sua sete di vendetta, odio, potere. Questo che sia in America, Asia, Europa, Oceania, Africa…Posto queste immagini per chiedermi quante volte ancora (come succede tutti i giorni in Siria ad esempio) l’uomo colorerà di nero l’azzurro del cielo che ci sovrasta.

Twin Tower Nord ore 8.46 locali

Twin Tower Nord
ore 8.46 locali

Torre Sud ore 9.03 locali

Torre Sud
ore 9.03 locali

 

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Dal blog L’artenativa nomade

“Una risposta a Vivere senza libri. Il gigantesco rogo nazista del 10 maggio 1933″

rogSigmund Freud

Nell’evocare l’invasione dell’Austria da parte delle truppe naziste nel marzo 1939,
Thomas Mann diceva, con una punta di humor, che il furore con il quale Hitler aveva
marciato su Vienna si spiegava con l’odio nei confronti di Freud “il vecchio analista
installato laggiù, il suo nemico giurato, il filosofo che smascherà la nevrosi, il grande
distruttore di illusioni che sapeva come regolarsi con il genio”.
Freud da parte sua dovette sopportare la rabbia dei nazisti che, subito dopo l’ascesa
al potere, si scatenarono contro gli ebrei e gli oppositori. rogoNel 1933, le opere di Freud
furono bruciate, “Che progresso!” avrebbe esclamato Freud, “Nel Medio Evo avrebbero bruciato me. Oggi si accontentano di bruciare i miei libri”.
A dispetto delle ostilità inizialmente incontrate, la psicanalisi, che rivoluzionava non solo la psichiatria, ma anche la psicologia classica, ottenne un consenso sempre crescente, e negli anni ‘20 la fama di Freud si estese al mondo intero.
Alcuni giorni dopo l’Anschluss – l’annessione dell’Austria da parte della Germania – a Vienna cominciarono le epurazioni. La casa editrice che pubblicava le opere degli psicanalisti fu occupata dai nazisti. Il figlio di Freud, Martin, fu arrestato. Una settimana dopo fu la Gestapo a presentarsi e portò via la figlia di Freud, Anna. La
rilasciarono quasi subito, ma Freud ne rimase scosso a tal punto da cedere, infine, alle insistenze degli amici che lo spingevano ad emigrare. Dovette rassegnarsi all’idea. Ma bisognava sormontare altri due ostacoli. Ottenere un visto di entrata in Inghilterra, il che avvenne in breve tempo grazie al credito di cui Freud godeva in quel paese. Ed ancora farsi rilasciare un visto di uscita dall’Austria, per lui e la sua famiglia, cosa che non fu del tutto facile. Si resero necessarie sollecitazioni e pressioni diplomatiche, oltre ad un’ingente somma di denaro, estorta dalle autorità con vari pretesti. L’ultima formalità richiestagli fu quella di firmare una dichiarazione in cui attestava di essere stato trattato dalle autorità tedesche, e dalla Gestapo in particolare, con tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla sua reputazione scientifica, e che non aveva niente di cui lamentarsi! Freud, sempre ironico, domandò se fosse autorizzato ad aggiungere questa frase. “Lo posso raccomandare a tutti la Gestapo”. Questa sua frase avrebbe avuto una lugubre eco quando, cinque anni dopo, le quattro sorelle di Freud, rimaste a Vienna, sarebbero state arrestate e avrebbero trovato la morte in un
campo di concentramento. Il 4 giugno 1935 Freud, con la moglie e la figlia, potè finalmente congedarsi dallacittà in cui aveva passato 79 anni. Suo figlio Martin l’aveva preceduto di alcune settimane, mentre gli altri due figli, Oliver ed Ernst, erano emigrati cinque anni prima. Sistemato a Londra, Freud poteva ricevere i pazienti e continuare la stesura del suo ultimo libro, “Mosè ed il suo monoteismo”. Sapeva tuttavia di avere i giorni contati. Il suo male, un vecchio cancro alla mandibola, stava per avere ragione della sua resistenza il 22 settembre del 1939.

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