TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Santi, torciatori, zitelle

A Roma c’è una chiesa dedicata a S.Caterina d’Alessandria: S. Caterina de’Funari, che è l’antichissima chiesa di S.Maria dominae Rosae, forse chiamata così riferendosi alla benefattrice e fondatrice di questa, identificazione difficile per mancanza di documenti.
Nel 1536 papa Paolo III concesse la chiesa a Ignazio di Loyola, che fondò nel monastero una casa per ragazze povere, spesso figlie di prostitute, che venivano chiamate figlie del luogo, ma vi si rifugiavano anche le stesse ragazze dopo essere rimaste vedove o se venivano maltrattate dai mariti. Venivano ospitate anche giovanissime ragazze zitelle che venivano collocate come serve che, dopo sei anni di lavoro, ottenevano dai padroni una dote di 150 scudi per maritarsi. Nel giorno di S. Caterina, il 25 Novembre, le giovani fanciulle, vestite di bianco, andavano in processione verso la Basilica dei SS. Apostoli, per essere scelte dai futuri mariti. Nel 1611 durante la processione una delle ragazze scomparve misteriosamente: per tale motivo si interruppe tale uso per diversi anni e la processione non si svolse più fino al 1640, quando la tradizione fu ripristinata. S. Ignazio e altri devoti uomini, molti dei quali erano nobili e ricchi spagnoli, si offrirono di mettere al sicuro e salvare dal pericolo le figlie di cortigiane e di donne di mal costume che, per il cattivo esempio domestico o per l’estrema povertà, potevano cadere vittime della seduzione. Esse dovevano essere di gradevole aspetto, residenti a Roma da almeno due anni e di età dai nove ai dodici anni. Erano sorvegliate dalle suore agostiniane, che inizialmente furono scelte tra le stesse ragazze aventi vocazione religiosa; istruivano, insegnavano le virtù cristiane, il cucito, il ricamo e ogni arte domestica che potesse formare ciascuna di esse in una donna onesta e timorata di Dio se avevano attitudini alla vita matrimoniale, altrimenti venivano indirizzate alla vita monastica.
Nel 1876 fu trasformato in istituto destinato all’istruzione di orfane di famiglie di condizione civile cadute in povertà. Oggi questo istituto/monastero non esiste più.
La strada prende il nome dai funari, i torciatori di funi (fabbricanti di funi) che si erano stabiliti in questa via dalla vicina riva sinistra del fiume Tevere, per utilizzare come botteghe gli androni dell’antico Circo Flaminio.

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Un’opera “speciale”

 

 

San Pietro in Vincoli, una basilica romana, situata sul colle Oppio. Ma non è di questo sito che voglio parlare, pur conservando sotto l’altare maggiore la catena con cui era stato legato San Pietro a Gerusalemme, ma di un’opere incredibile qui conservata: la tomba di Giulio II, papa dal 1503 al 1513 (che però è sepolto nella basilica di San Pietro in Vaticano).
Una tomba di stupefacente bellezza, che contiene il Mosè di Michelangelo. Un opera maestosa e affascinante, dal volto espressivo e realista, emozionante.
La realizazzione di questa opera meravigliosa costò litigi, contrasti, invidie, ostilità.
L’opera doveva contenere più di quaranta statue, ma di fatto ne contiene sette. Papa Giulio II non la vide mai, fu completata dopo la sua morte
Se transitate in Roma, non fatevi scappare questo capolavoro.

                                                        

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Palazzi e torture

Tra Via del Corso e Via di Ripetta (Campo Marzio) c’è Via della Frezza, che prende il nome dalla famiglia Frezza che qui aveva un palazzo. Questa zona nasce intorno al 1500.
All’altezza di Vicolo delle Colonnette c’era “lo spiazzetto” dove, tra le finestre dei palazzi, tra cui quello della pia signora Pulieri, era appoggiata la trave che permetteva il supplizio della corda per i condannati a questa tortura bestiale; proprio su questo palazzo era posta la trave principale.
Nel 1816 la pia donna fece murare la finestra su cui pose una croce in ricordo dei condannati e per la misericordia di Dio.
Nel 1930 iniziarono i lavori che modificarono completamente questa strada, eliminando lo spiazzetto e molti palazzi


La tortura della corda consisteva nell’appendere, per i piedi o le braccia, il condannato ad una carrucola, veniva sollevato e tirato fino a che tutte le giunture non si fossero slogate. Vi rendete conto che cosa orribile?
Città delle meraviglie e degli orrori la mia Roma.

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Una poetica leggenda

Piazza S.Francesco d’Assisi (prima S. Francesco a Ripa), in Trastevere, a Roma, prende nome dall’omonima chiesa* che sorge dove un tempo era situata l’antica chiesa denominata S.Biagio de Curtibus, un convento dei Frati Minori con annesso ospizio-ospedale.
Si dice che qui venne ospitato S.Francesco d’Assisi in occasione della sua visita al papa nel 1219 ( ancora oggi la chiesa custodisce la cella del santo ed alcune sue reliquie), anche se molti studiosi nutrono dubbi.
Sul santo nasce quella che sembra essere una poetica leggenda: San Francesco, piantò, nel giardino del convento, un albero di arancio, che fruttificò per diversi secoli; nel 1613 fu trapiantato ma fiorì ugualmente, nel 1871 divenne secco e si decise di bruciarlo, allora un frate staccò un ramoscello e lo piantò, l’albero crebbe e ricominciò a fiorire e dare frutti fino al 1879, e poi ancora nel 1888 anno in cui cessò definitivamente di esistere.

* da visitare assolutamente, se non fosse per ammirare l’Estasi di Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una scultura drammaticamente bella, direi meravigliosa, che riproduce la santa sul letto di morte; nel sarcofago sono conservate le spoglie di Ludovica.

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Santa Francesca Romana

Tempo fa in un post (https://tuttolandia1.wordpress.com/2013/03/09/santa-francesca-romana-9-marzo/) parlai della Ceccolella, così la chiamiamo noi romani.
Alcuni amici che vivono a Perugia mi hanno chiesto di accompagnarli a vedere la chiesa di Santa Francesca Romana (Santa Maria Nova), attratti dalla storia di Simon Mago.

 


Questa chiesa è situata tra il Foro Romano e il Tempio di Venere, fu costruita nell’anno 850 da Leone IV; qui è sepolta, sotto l’altare maggiore, Francesca Romana nel 1440.
Nella chiesa è conservata l’icona della Madonna Glycophilousa (Madonna della dolcezza), risalente al V secolo, opera traslata da Santa Maria Antiqua, la tavola fu portata da Angelo Frangipane dalla Terrasanta
Tra le altre opere è da tenere in considerazione il Miracolo di san Benedetto di Pierre Subleyras e l’affresco Dottori della Chiesa, attribuito a Melozzo da Forlì.
Nel 1649 il Bernini collocò nella chiesa una statua di bronzo dorato della santa, scomparsa durante l’occupazione napoleonica, quella visibile oggi è una copia di Giosuè Mieli
In questa chiesa è conservata una singolare reliquia di basalto dove sono visibili due impronte: le ginocchia di S.Pietro, impresse quando il santo pregò il Signore di far fallire il volo di Simon Mago, che cadde e morì poco distante.

 
Secondo la leggenda Simon Mago, volendo dimostrare di possedere poteri superiori a quelli di Pietro apostolo e di Paolo di Tarso, avrebbe levitato davanti ai due santi, i quali sarebbero caduti in ginocchio a pregare, causando la caduta e morte di Simone.
  Simon Mago, seppur convertito al cristianesimo, non aveva abbandonato le pratiche magiche delle quali era un esperto.
Bellissimo è il campanile, del XII sec. , vi sono incastonate  molte formelle policrome che creano riflessi metallici quando vi batte il sole.

 

 

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I fossari cristiani

Ma chi erano?
A Roma i fossari erano operai specializzati facenti parte di una antica corporazione che risale ai primi secoli dell’era cristiana, avevano l’incarico di seppellire i morti nelle catacombe e si occupavano della manutenzione dei cimiteri.
I fossari usavano principalmente uno strumento chiamato dolabra fossoria, una piccozza usata per lo scavo della pietra delle catacombe nelle quali aprivano gallerie e dove decoravano anche le tombe. Avevano anche scalpello, pala, mazzuolo, ascia e lampada.
I fossari vivevano di donazioni fino a quando, in cambio di privilegi, sempre inerenti al loro lavoro, iniziarono a ricevere lauti guadagni.
Dal pontificato di Sisto III (432-440) terminò la compravendite di sepolcri in quanto il clero si riappropriò dell’amministrazione cimiteriale, questo decretò la scomparsa di questa figura.
L’unica immagine che abbiamo dei fossari è un affresco della catacomba di Domitilla (Roma), è il fossore Diogene (Diogenes fossor in pace depositus | octab (um) kalendas Octobris (III 6649)

 

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“Forti”

 

Tra il 1877 e il 1880 furono costruiti a Roma i “forti”, una serie di opere militari chiamate “campo trincerato”, nati per difendere la città da eventuali attacchi militari dell’esercito francese
Quindici forti di tipo prussiano eretti nei territori circostanti la città, disposti a raggera, mantenendo una distanza di circa 4-5 km dalle Mura aureliane e di circa 2-3 km l’uno con l’altro, per coprire circa 40 km.
Dal 1919 vennero utilizzati come caserme e depositi militari. Inglobati nell’ubanizzazione di Roma, che si espandeva velocemente,  sono quasi tutti inutilizzati e abbandonati.

 

Forte Aurelia Antica – Controllava in particolare l’Aurelia Antica e quella nuova, principale via di accesso alla capitale dal porto di Civitavecchia e l’avvallamento di Valcannuta; fu impiegato negli anni ‘30 come Centro Chimico Militare, fu assegnato nel ’45 alla Croce Rossa Italiana per un Ospedale, dopo lavori di adeguamento fu assegnato nel ’58 al Centro Logistico della Guardia di Finanza.
Forte Portuense – Situato a cavallo della Via Portuense, difendeva il settore esterno delle alture dette di Affogalasino, del Casaletto, di S. Passera, del Trullo e dei Prati di Tor di Valle sulla sinistra del Tevere; fu impiegato fin dagli anni ’10 quale deposito di materiale d’artiglieria, sul finire degli anni ’30 come sede di alcune postazioni di artiglieria realizzate per la difesa aerea di Roma; dismesso dalle autorità militari nel 1967, in seguito alla insistenza dei comitati di quartiere durata oltre venti anni, fu consegnato nel 1998 all’attuale Municipio XI, che organizza stabilmente visite guidate al suo interno.
Forte Ostiense – Situato all’intersezione tra le vie Laurentina e Ostiense, aveva il compito strategico di difendere esse, la ferrovia per Civitavecchia e la vallata del Tevere, sino al fosso della Magliana.
  Forte Ardeatino – Realizzato in posizione defilata rispetto alla Via Ardeatina per essere in posizione equidistante dall’Appia e dall’Ostiense, controllava le tenute di S. Alessio, della Cecchignola e di S. Cesareo; impiegato dagli anni ’20 come magazzino militare della Direzione di Commissariato e Sanità; fu seriamente danneggiato nel 1944 quando l’esercito tedesco durante la ritirata da Roma, lo minò facendo esplodere parte del fronte dei ricoveri, del fianco sinistro e del traversone, il corpo di guardia, il portale d’ingresso.
Forte Prenestino – Situato a destra della Via Prenestina, sorvegliava tutta l’area antistante compresa tra le vie Casilina e Tiburtina; fu impiegato fino agli anni ’70 come deposito di materiali d’artiglieria, nel 1977 venne consegnato al Comune di Roma, dopo un breve periodo di apertura rimase chiuso fino al 1986 quando venne occupato dall’omonimo centro sociale che tuttora gestisce la struttura.
Forte Bravetta – Uno dei primi a essere realizzato, fu costruito a ridosso della strada consorziale di casetta Mattei, copriva da nord-est l’area della Nocetta, la zona a nord tra via Pisana e Aurelia, e l’area antistante sino alla via Portuense; fu impiegato quale deposito e poligono di tiro, venne adibito tra il 1932 e il 1945 a luogo di esecuzione di sentenze capitali  (e poi a polveriera), durante il periodo fascista, fu il luogo dell’esecuzione di settantasette partigiani, per mano della Gestapo di Herbert Kappler.; consegnato nel 2009 a Roma Capitale nel 2011 è stato aperto al pubblico stabilmente il parco antistante intitolandolo ai Martiri del Forte Bravetta.
Forte Monte Mario – Sulla sommità di Monte Mario, permetteva il controllo verso il Tevere e la Via Trionfale e rappresentava insieme alla Cinta Fortificata sviluppantesi originariamente tra il Tevere e le Mura Vaticane l’avamposto più vicino alle mura di Roma.
Forte Tiburtino – Situato a destra della Via Tiburtina, difendeva la pianura sino al fiume Aniene e le alture di Tor Sapienza e la ferrovia Roma-Ancona.
Forte Trionfale – Realizzato a cavallo della Via Trionfale, difendeva sia il settore esterno alla via Trionfale, quanto quello interno della valle dell’Inferno.
Forte Boccea – Situato in posizione defilata rispetto a Via di Boccea, difendeva in particolare l’area di Monte Spaccato, Quarticciolo e Primavalle; fin dagli anni ’20 fu impiegato come carcere militare, le sue celle hanno ospitato il comandante delle SS Eric Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, anche i membri della banda della Uno Bianca.
Forte Braschi – Situato a cavallo dell’attuale Via della Pineta Sacchetti, doveva difendere sia le alture a ovest della via Trionfale fino a Torrevecchia e Primavalle, quanto quello interno della valle dell’Inferno.
Forte Appia Antica – Realizzato a destra della Via Appia Antica, controllava le tenute di Tor Carbone e Torricola e l’accesso alla città dalla vicina Via Appia; è l’unico forte di Roma che presenta il ponte levatoio con meccanismo “alla Poncelet”, con contrappesi a vista e catena di sollevamento, è dotato di una polveriera in caverna posta a destra del ponte levatoio raggiungibile attraverso una galleria sotto il fossato.
Forte Casilino – Situato tra le Vie Casilina e Tuscolana, difendeva la pianura tra le due vie e la ferrovia Roma-Napoli e l’area pianeggiante di Centocelle.
Forte Monte Antenne – Si trova all’interno di villa Ada, ricopre il sito della città di Antemnae, conquistata da Romolo.
Forte Pietralata – Fu costruito in via di Pietralata, su un leggero altopiano nei pressi del fiume Anien; è il più grande dei 15 forti di Roma.

 

Un post che mi è venuto in mente parlando con mia figlia del libro che sto leggendo e mi riporta indietro nel tempo, quando mio padre mi raccontava come da ragazzo, aveva circa 20 anni, spesso andava con gli amici ad esplorare i “forti” , tre di questi li conosceva meglio di casa sua…mia figlia è sempre affascinata quando gli racconto di questo nonno che purtroppo non ha mai conosciuto realmente.

 

 

 

 

 

 

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Palazzo Del Gallo – Roma

Palazzo del Gallo risale alla metà dell’800, fu realizzato per la famiglia del Gallo; fu uno gli ultimi edifici patrizi romani realizzati prima della Breccia di Porta Pia.
Il progetto è dell’architetto Italo Rossini, che iniziò i lavori nel 1864 portandoli a termine tra il 1866 e il 1867.
La facciata è di stile tardo-settecentesca, la facciata è scandita da riquadri verticali che delineano gli spazi entro i quali si aprono dieci finestre per piano; al pian terreno si apre il portale con un sovrastante balcone recante il nome della famiglia.
Vi dimorò la duchessa di Devonshire che ospitava importanti personalità del mondo della cultura, ad esempio il Lamartine, il card. Consalvi…quando passò a Giulia Bonaparte (moglie di Alessandro del Gallo) vi passarono uomini politici, Gabriele D’Annunzio, Giacomo Boni, Tomassetti, De Rossi, l’archeologo Rodolfo Lanciani….
La famiglia del Gallo era di origine ligure, insediata nel Cosentino, nel 1824 fu insignita del titolo di marchesi di Roccagiovine, paese dei Monti Lucretili, provvedendo a bonificarne il territorio e a restaurare il castello.
La famiglia è presente a Roma dal 1847 con Alessandro, ultimo feudatario del castello di Mandela. Tra gli ultimi rappresentanti della famiglia: Alessandro, nato nel 1893 e morto nel 1969, il figlio Francesco ed i nipoti Alberto, Laetitia e Gregorio, i quali sono proprietari anche del borgo di Tagliata.

 

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Foro Traiano (o Trajano)

Il Foro di Traiano fu costruito da Traiano tra il 107 (anno del suo trionfo sui Daci) ed il 113, spianando un pezzo del Quirinale.
Era lungo complessivamente metri 300 e largo 185 e si articolava su terrazze leggermente sopraelevate l’una rispetto all’altra.
Fino a poco tempo fa si pensava che l’ingresso avvenisse dal lato rivolto verso il Foro di Augusto, ma scavi recenti hanno dimostrato che da questa parte era situato il Tempio di Traiano (costruito da Adriano in onore di Traiano e della moglie Plotina), mentre l’ingresso sarebbe rivolto verso il Campo Marzio.
Nel Foro vi erano due edifici posti uno di fronte all’altro, le Biblioteche (una per i libri latini e l’altra per quelli greci), al centro delle quali vi era la Colonna Traiana, unico monumento del Foro intatto 
Addossata alle Biblioteche, a chiusura della piazza, si allungava l’imponente Basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma (170 metri di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza), di questa resta solo il troncone centrale. L’interno era diviso in cinque navate da quattro file di colonne (come si può ancora vedere dalle basi e dalle colonne rimaste): quelle della navata centrale erano più grandi e di granito grigio, a differenza delle altre, più piccole e di cipollino. Tra le funzioni della basilica, oltre a quelle giudiziarie e commerciali, vi era quella di far svolgere l’Atrium Libertatis, la cerimonia di liberazione degli schiavi. La facciata meridionale, rivolta verso la piazza, aveva tre ampie porte di accesso decorate da colonnati e nicchie con statue; sulle statue vi erano ritratti, su scudi, dei generali di Traiano, mentre al di sopra dell’alto attico vi era la statua di Traiano sul carro trionfale, tirato da sei cavalli e fiancheggiato da trofei con Vittorie.
La grande piazza centrale, rettangolare, di m 108 x 85, con la grande statua equestre di Traiano al centro, era pavimentata con più di 3000 lastre di marmo bianco di Luni (Carrara), era fiancheggiata da portici che si aprivano in due ampie esedre. I portici erano ad un solo ordine di colonne in marmo colorato, sormontate da un alto attico decorato da statue colossali di Daci prigionieri.
La Colonna Traiana, costruita in grandi blocchi di marmo lunense, poggia su un basamento a forma di dado su uno zoccolo coronato da una cornice che presenta, agli angoli, quattro aquile che sorreggono festoni. Tre lati del dado sono decorati con rilievi che rappresentano armi ed insegne daciche; il quarto lato, quello principale rivolto verso la Basilica Ulpia, presenta un pannello sorretto da due Vittorie con la seguente iscrizione dedicatoria: “SENATUS POPULUSQUE ROMANUS IMP(ERATORI) CAESARI DIVI NERVAE F(ILIO) NERVAE TRAIANO AUG(USTO) GERM(ANICO) DACICO PONTIF(ICI) MAXIMO TRIB(UNICIA) POT(ESTATE) XVII IMP(ERATORI) VI CO(N)S(ULI) VI P(ATER) P(ATRIAE) AD DECLARANDUM QUANTAE ALTITUDINIS MONS ET LOCUS TANT(IS OPER)IBUS SIT EGESTUS”: “Il Senato e il popolo romano all’imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, pontefice Massimo, rivestito per la diciassettesima volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per la sesta volta, console per la sesta volta, padre della patria, per indicare quanto era alto il colle che con questi lavori è stato demolito”. Lo scopo più importante della colonna era quello di servire da tomba all’imperatore. Sotto l’iscrizione dedicatoria è situata, infatti, una porticina che permette di accedere all’interno del basamento: qui si trova la camera funeraria dove era posta, sopra una lastra di marmo, l’urna d’oro contenente le ceneri di Traiano, trafugata ai tempi delle invasioni barbariche. A destra inizia la scala costituita da 185 gradini che permette di salire sino alla sommità. Sul fusto della colonna (29,78 metri senza base e 39,83 con essa) si snoda a spirale, il lungo rilievo (circa 200 metri) con la rappresentazione delle guerre daciche: l’attraversamento del Danubio da parte dell’esercito romano sopra un ponte di barche ricorda l’inizio delle guerre, battaglie, assedi, costruzioni di accampamenti, la prima sottomissione di Decebalo, re dei Daci, a Traiano e la Vittoria che scrive su uno scudo la fine della prima campagna dacica. Il rilievo continua con le scene della seconda campagna, con le scene dell’esercito romano che passa su un ponte costruito da Apollodoro, l’assedio alla capitale nemica Sarmizegetusa ed i Daci che la incendiano per non consegnarla ai romani, l’autoavvelenamento dei capi daci, la cattura del tesoro nemico, la fuga di Decebalo ed il suo suicidio, la sua testa portata a Traiano ed infine la deportazione dei prigionieri daci  La tradizione vuole che il monumento sia sopravvissuto grazie a papa Gregorio Magno (590-604) che, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell’anima dell’imperatore. Dio apparve allora al papa, annunciando che l’anima di Traiano era salva, ma di non intercedere più per i pagani. Secondo la leggenda, quando le ceneri furono esumate, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall’inferno. La terra intorno fu allora dichiarata sacra e la colonna rimase intatta nel tempo. La statua di Traiano, che coronava la colonna, scomparve nel Medioevo e fu sostituita, nel 1587, all’epoca di Sisto V, con la statua di S.Pietro. Addossata al basamento della colonna venne costruita una cappelletta, officiata da un eremeita, a cui venne dato il nome di S. Nicolò de columna; l’eremità isso sulla colonna una campanella che suonava per mezzo di una corda. La chiesina è ricordata in un documento del 1336 e fu abbattuta per ordine di Paolo III. Per ricordarla, dopo la demolizione, fu dedicato un altare a S.Nicolò nella vicina chiesa del SS. Nome di Maria. Tra il X ed il XIII secolo il Foro fu interessato da un’urbanizzazione che diede origine ad abitazioni, chiese e monasteri fino alla creazione, nel XVI secolo, di un quartiere denominato “Alessandrino” a nome del suo realizzatore, il cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria, che provvide alla bonifica della zona. Fu soltanto tra il 1924 ed il 1932 che questo settore urbano subì una radicale trasformazione per mano del Regime Fascista, che demolì l’intero quartiere per consentire l’apertura di via dell’Impero, Benito Mussolini nel 1925 fece iniziare l’abbattimento di case medioevali, chiese ed un intero agglomerato cinquecentesco situato sul Foro di Traiano e dinanzi ai Mercati Traianei.
La tradizione vuole che, essendo il Foro di incredibile bellezza, un giorno l’imperatore Costanzo, ammirando la grande statua equestre di Traiano, espresse il desiderio di farsi fare un cavallo simile per erigerlo a Costantinopoli, ma il persiano Ormisda, gentiluomo al suo seguito, gli fece notare che per un cavallo simile ci sarebbe voluta anche una stalla adeguata…e non c’era!

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Giovanni VII

  Di Giovanni VII (86º papa della chiesa cattolica) non ne parlo perchè abbia fatto grandi cose, ma perchè è il primo papa di cui abbiamo l’immagine vera perchè ritratto in vita, quindi attendibile.
Di origine greca, ci sono scarse fonti sulla sua vita, le notizie conosciute contengono soprattutto notizie sulle principali imprese artistiche di papa Giovanni. A differenza dei papi che si fecero seppellire in San Pietro, anche in modesti sepolcri , fu il primo a farsi inumare in un oratorio costruito appositamente per lui e dedicato alla Vergine; fece restaurare diverse chiese romane, tra cui la semidistrutta chiesa di S. Eugenia, fece riparare i cimiteri dei SS. Marcelliano e Marco e di papa Damaso. Molti affreschi che fece dipingere in numerose chiese spesso includevano raffigurazioni della sua persona
I restauri più importanti furono dedicati alla Vergine: i mosaici della basilica di S. Pietro e gli affreschi di S. Maria Antiqua nel Foro romano.

 

Roma – Frammento del mosaico di Giovanni VII. – Museo Petriano

Oratorio di Giovanni VII – Antica basilica di San Pietro – Sacrestia di Santa Maria in Cosmedin –
Sacra Famiglia e Angelo

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