TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Santa Francesca Romana

Tempo fa in un post (https://tuttolandia1.wordpress.com/2013/03/09/santa-francesca-romana-9-marzo/) parlai della Ceccolella, così la chiamiamo noi romani.
Alcuni amici che vivono a Perugia mi hanno chiesto di accompagnarli a vedere la chiesa di Santa Francesca Romana (Santa Maria Nova), attratti dalla storia di Simon Mago.

 


Questa chiesa è situata tra il Foro Romano e il Tempio di Venere, fu costruita nell’anno 850 da Leone IV; qui è sepolta, sotto l’altare maggiore, Francesca Romana nel 1440.
Nella chiesa è conservata l’icona della Madonna Glycophilousa (Madonna della dolcezza), risalente al V secolo, opera traslata da Santa Maria Antiqua, la tavola fu portata da Angelo Frangipane dalla Terrasanta
Tra le altre opere è da tenere in considerazione il Miracolo di san Benedetto di Pierre Subleyras e l’affresco Dottori della Chiesa, attribuito a Melozzo da Forlì.
Nel 1649 il Bernini collocò nella chiesa una statua di bronzo dorato della santa, scomparsa durante l’occupazione napoleonica, quella visibile oggi è una copia di Giosuè Mieli
In questa chiesa è conservata una singolare reliquia di basalto dove sono visibili due impronte: le ginocchia di S.Pietro, impresse quando il santo pregò il Signore di far fallire il volo di Simon Mago, che cadde e morì poco distante.

 
Secondo la leggenda Simon Mago, volendo dimostrare di possedere poteri superiori a quelli di Pietro apostolo e di Paolo di Tarso, avrebbe levitato davanti ai due santi, i quali sarebbero caduti in ginocchio a pregare, causando la caduta e morte di Simone.
  Simon Mago, seppur convertito al cristianesimo, non aveva abbandonato le pratiche magiche delle quali era un esperto.
Bellissimo è il campanile, del XII sec. , vi sono incastonate  molte formelle policrome che creano riflessi metallici quando vi batte il sole.

 

 

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I fossari cristiani

Ma chi erano?
A Roma i fossari erano operai specializzati facenti parte di una antica corporazione che risale ai primi secoli dell’era cristiana, avevano l’incarico di seppellire i morti nelle catacombe e si occupavano della manutenzione dei cimiteri.
I fossari usavano principalmente uno strumento chiamato dolabra fossoria, una piccozza usata per lo scavo della pietra delle catacombe nelle quali aprivano gallerie e dove decoravano anche le tombe. Avevano anche scalpello, pala, mazzuolo, ascia e lampada.
I fossari vivevano di donazioni fino a quando, in cambio di privilegi, sempre inerenti al loro lavoro, iniziarono a ricevere lauti guadagni.
Dal pontificato di Sisto III (432-440) terminò la compravendite di sepolcri in quanto il clero si riappropriò dell’amministrazione cimiteriale, questo decretò la scomparsa di questa figura.
L’unica immagine che abbiamo dei fossari è un affresco della catacomba di Domitilla (Roma), è il fossore Diogene (Diogenes fossor in pace depositus | octab (um) kalendas Octobris (III 6649)

 

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“Forti”

 

Tra il 1877 e il 1880 furono costruiti a Roma i “forti”, una serie di opere militari chiamate “campo trincerato”, nati per difendere la città da eventuali attacchi militari dell’esercito francese
Quindici forti di tipo prussiano eretti nei territori circostanti la città, disposti a raggera, mantenendo una distanza di circa 4-5 km dalle Mura aureliane e di circa 2-3 km l’uno con l’altro, per coprire circa 40 km.
Dal 1919 vennero utilizzati come caserme e depositi militari. Inglobati nell’ubanizzazione di Roma, che si espandeva velocemente,  sono quasi tutti inutilizzati e abbandonati.

 

Forte Aurelia Antica – Controllava in particolare l’Aurelia Antica e quella nuova, principale via di accesso alla capitale dal porto di Civitavecchia e l’avvallamento di Valcannuta; fu impiegato negli anni ‘30 come Centro Chimico Militare, fu assegnato nel ’45 alla Croce Rossa Italiana per un Ospedale, dopo lavori di adeguamento fu assegnato nel ’58 al Centro Logistico della Guardia di Finanza.
Forte Portuense – Situato a cavallo della Via Portuense, difendeva il settore esterno delle alture dette di Affogalasino, del Casaletto, di S. Passera, del Trullo e dei Prati di Tor di Valle sulla sinistra del Tevere; fu impiegato fin dagli anni ’10 quale deposito di materiale d’artiglieria, sul finire degli anni ’30 come sede di alcune postazioni di artiglieria realizzate per la difesa aerea di Roma; dismesso dalle autorità militari nel 1967, in seguito alla insistenza dei comitati di quartiere durata oltre venti anni, fu consegnato nel 1998 all’attuale Municipio XI, che organizza stabilmente visite guidate al suo interno.
Forte Ostiense – Situato all’intersezione tra le vie Laurentina e Ostiense, aveva il compito strategico di difendere esse, la ferrovia per Civitavecchia e la vallata del Tevere, sino al fosso della Magliana.
  Forte Ardeatino – Realizzato in posizione defilata rispetto alla Via Ardeatina per essere in posizione equidistante dall’Appia e dall’Ostiense, controllava le tenute di S. Alessio, della Cecchignola e di S. Cesareo; impiegato dagli anni ’20 come magazzino militare della Direzione di Commissariato e Sanità; fu seriamente danneggiato nel 1944 quando l’esercito tedesco durante la ritirata da Roma, lo minò facendo esplodere parte del fronte dei ricoveri, del fianco sinistro e del traversone, il corpo di guardia, il portale d’ingresso.
Forte Prenestino – Situato a destra della Via Prenestina, sorvegliava tutta l’area antistante compresa tra le vie Casilina e Tiburtina; fu impiegato fino agli anni ’70 come deposito di materiali d’artiglieria, nel 1977 venne consegnato al Comune di Roma, dopo un breve periodo di apertura rimase chiuso fino al 1986 quando venne occupato dall’omonimo centro sociale che tuttora gestisce la struttura.
Forte Bravetta – Uno dei primi a essere realizzato, fu costruito a ridosso della strada consorziale di casetta Mattei, copriva da nord-est l’area della Nocetta, la zona a nord tra via Pisana e Aurelia, e l’area antistante sino alla via Portuense; fu impiegato quale deposito e poligono di tiro, venne adibito tra il 1932 e il 1945 a luogo di esecuzione di sentenze capitali  (e poi a polveriera), durante il periodo fascista, fu il luogo dell’esecuzione di settantasette partigiani, per mano della Gestapo di Herbert Kappler.; consegnato nel 2009 a Roma Capitale nel 2011 è stato aperto al pubblico stabilmente il parco antistante intitolandolo ai Martiri del Forte Bravetta.
Forte Monte Mario – Sulla sommità di Monte Mario, permetteva il controllo verso il Tevere e la Via Trionfale e rappresentava insieme alla Cinta Fortificata sviluppantesi originariamente tra il Tevere e le Mura Vaticane l’avamposto più vicino alle mura di Roma.
Forte Tiburtino – Situato a destra della Via Tiburtina, difendeva la pianura sino al fiume Aniene e le alture di Tor Sapienza e la ferrovia Roma-Ancona.
Forte Trionfale – Realizzato a cavallo della Via Trionfale, difendeva sia il settore esterno alla via Trionfale, quanto quello interno della valle dell’Inferno.
Forte Boccea – Situato in posizione defilata rispetto a Via di Boccea, difendeva in particolare l’area di Monte Spaccato, Quarticciolo e Primavalle; fin dagli anni ’20 fu impiegato come carcere militare, le sue celle hanno ospitato il comandante delle SS Eric Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, anche i membri della banda della Uno Bianca.
Forte Braschi – Situato a cavallo dell’attuale Via della Pineta Sacchetti, doveva difendere sia le alture a ovest della via Trionfale fino a Torrevecchia e Primavalle, quanto quello interno della valle dell’Inferno.
Forte Appia Antica – Realizzato a destra della Via Appia Antica, controllava le tenute di Tor Carbone e Torricola e l’accesso alla città dalla vicina Via Appia; è l’unico forte di Roma che presenta il ponte levatoio con meccanismo “alla Poncelet”, con contrappesi a vista e catena di sollevamento, è dotato di una polveriera in caverna posta a destra del ponte levatoio raggiungibile attraverso una galleria sotto il fossato.
Forte Casilino – Situato tra le Vie Casilina e Tuscolana, difendeva la pianura tra le due vie e la ferrovia Roma-Napoli e l’area pianeggiante di Centocelle.
Forte Monte Antenne – Si trova all’interno di villa Ada, ricopre il sito della città di Antemnae, conquistata da Romolo.
Forte Pietralata – Fu costruito in via di Pietralata, su un leggero altopiano nei pressi del fiume Anien; è il più grande dei 15 forti di Roma.

 

Un post che mi è venuto in mente parlando con mia figlia del libro che sto leggendo e mi riporta indietro nel tempo, quando mio padre mi raccontava come da ragazzo, aveva circa 20 anni, spesso andava con gli amici ad esplorare i “forti” , tre di questi li conosceva meglio di casa sua…mia figlia è sempre affascinata quando gli racconto di questo nonno che purtroppo non ha mai conosciuto realmente.

 

 

 

 

 

 

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Palazzo Del Gallo – Roma

Palazzo del Gallo risale alla metà dell’800, fu realizzato per la famiglia del Gallo; fu uno gli ultimi edifici patrizi romani realizzati prima della Breccia di Porta Pia.
Il progetto è dell’architetto Italo Rossini, che iniziò i lavori nel 1864 portandoli a termine tra il 1866 e il 1867.
La facciata è di stile tardo-settecentesca, la facciata è scandita da riquadri verticali che delineano gli spazi entro i quali si aprono dieci finestre per piano; al pian terreno si apre il portale con un sovrastante balcone recante il nome della famiglia.
Vi dimorò la duchessa di Devonshire che ospitava importanti personalità del mondo della cultura, ad esempio il Lamartine, il card. Consalvi…quando passò a Giulia Bonaparte (moglie di Alessandro del Gallo) vi passarono uomini politici, Gabriele D’Annunzio, Giacomo Boni, Tomassetti, De Rossi, l’archeologo Rodolfo Lanciani….
La famiglia del Gallo era di origine ligure, insediata nel Cosentino, nel 1824 fu insignita del titolo di marchesi di Roccagiovine, paese dei Monti Lucretili, provvedendo a bonificarne il territorio e a restaurare il castello.
La famiglia è presente a Roma dal 1847 con Alessandro, ultimo feudatario del castello di Mandela. Tra gli ultimi rappresentanti della famiglia: Alessandro, nato nel 1893 e morto nel 1969, il figlio Francesco ed i nipoti Alberto, Laetitia e Gregorio, i quali sono proprietari anche del borgo di Tagliata.

 

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Foro Traiano (o Trajano)

Il Foro di Traiano fu costruito da Traiano tra il 107 (anno del suo trionfo sui Daci) ed il 113, spianando un pezzo del Quirinale.
Era lungo complessivamente metri 300 e largo 185 e si articolava su terrazze leggermente sopraelevate l’una rispetto all’altra.
Fino a poco tempo fa si pensava che l’ingresso avvenisse dal lato rivolto verso il Foro di Augusto, ma scavi recenti hanno dimostrato che da questa parte era situato il Tempio di Traiano (costruito da Adriano in onore di Traiano e della moglie Plotina), mentre l’ingresso sarebbe rivolto verso il Campo Marzio.
Nel Foro vi erano due edifici posti uno di fronte all’altro, le Biblioteche (una per i libri latini e l’altra per quelli greci), al centro delle quali vi era la Colonna Traiana, unico monumento del Foro intatto 
Addossata alle Biblioteche, a chiusura della piazza, si allungava l’imponente Basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma (170 metri di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza), di questa resta solo il troncone centrale. L’interno era diviso in cinque navate da quattro file di colonne (come si può ancora vedere dalle basi e dalle colonne rimaste): quelle della navata centrale erano più grandi e di granito grigio, a differenza delle altre, più piccole e di cipollino. Tra le funzioni della basilica, oltre a quelle giudiziarie e commerciali, vi era quella di far svolgere l’Atrium Libertatis, la cerimonia di liberazione degli schiavi. La facciata meridionale, rivolta verso la piazza, aveva tre ampie porte di accesso decorate da colonnati e nicchie con statue; sulle statue vi erano ritratti, su scudi, dei generali di Traiano, mentre al di sopra dell’alto attico vi era la statua di Traiano sul carro trionfale, tirato da sei cavalli e fiancheggiato da trofei con Vittorie.
La grande piazza centrale, rettangolare, di m 108 x 85, con la grande statua equestre di Traiano al centro, era pavimentata con più di 3000 lastre di marmo bianco di Luni (Carrara), era fiancheggiata da portici che si aprivano in due ampie esedre. I portici erano ad un solo ordine di colonne in marmo colorato, sormontate da un alto attico decorato da statue colossali di Daci prigionieri.
La Colonna Traiana, costruita in grandi blocchi di marmo lunense, poggia su un basamento a forma di dado su uno zoccolo coronato da una cornice che presenta, agli angoli, quattro aquile che sorreggono festoni. Tre lati del dado sono decorati con rilievi che rappresentano armi ed insegne daciche; il quarto lato, quello principale rivolto verso la Basilica Ulpia, presenta un pannello sorretto da due Vittorie con la seguente iscrizione dedicatoria: “SENATUS POPULUSQUE ROMANUS IMP(ERATORI) CAESARI DIVI NERVAE F(ILIO) NERVAE TRAIANO AUG(USTO) GERM(ANICO) DACICO PONTIF(ICI) MAXIMO TRIB(UNICIA) POT(ESTATE) XVII IMP(ERATORI) VI CO(N)S(ULI) VI P(ATER) P(ATRIAE) AD DECLARANDUM QUANTAE ALTITUDINIS MONS ET LOCUS TANT(IS OPER)IBUS SIT EGESTUS”: “Il Senato e il popolo romano all’imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, pontefice Massimo, rivestito per la diciassettesima volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per la sesta volta, console per la sesta volta, padre della patria, per indicare quanto era alto il colle che con questi lavori è stato demolito”. Lo scopo più importante della colonna era quello di servire da tomba all’imperatore. Sotto l’iscrizione dedicatoria è situata, infatti, una porticina che permette di accedere all’interno del basamento: qui si trova la camera funeraria dove era posta, sopra una lastra di marmo, l’urna d’oro contenente le ceneri di Traiano, trafugata ai tempi delle invasioni barbariche. A destra inizia la scala costituita da 185 gradini che permette di salire sino alla sommità. Sul fusto della colonna (29,78 metri senza base e 39,83 con essa) si snoda a spirale, il lungo rilievo (circa 200 metri) con la rappresentazione delle guerre daciche: l’attraversamento del Danubio da parte dell’esercito romano sopra un ponte di barche ricorda l’inizio delle guerre, battaglie, assedi, costruzioni di accampamenti, la prima sottomissione di Decebalo, re dei Daci, a Traiano e la Vittoria che scrive su uno scudo la fine della prima campagna dacica. Il rilievo continua con le scene della seconda campagna, con le scene dell’esercito romano che passa su un ponte costruito da Apollodoro, l’assedio alla capitale nemica Sarmizegetusa ed i Daci che la incendiano per non consegnarla ai romani, l’autoavvelenamento dei capi daci, la cattura del tesoro nemico, la fuga di Decebalo ed il suo suicidio, la sua testa portata a Traiano ed infine la deportazione dei prigionieri daci  La tradizione vuole che il monumento sia sopravvissuto grazie a papa Gregorio Magno (590-604) che, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell’anima dell’imperatore. Dio apparve allora al papa, annunciando che l’anima di Traiano era salva, ma di non intercedere più per i pagani. Secondo la leggenda, quando le ceneri furono esumate, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall’inferno. La terra intorno fu allora dichiarata sacra e la colonna rimase intatta nel tempo. La statua di Traiano, che coronava la colonna, scomparve nel Medioevo e fu sostituita, nel 1587, all’epoca di Sisto V, con la statua di S.Pietro. Addossata al basamento della colonna venne costruita una cappelletta, officiata da un eremeita, a cui venne dato il nome di S. Nicolò de columna; l’eremità isso sulla colonna una campanella che suonava per mezzo di una corda. La chiesina è ricordata in un documento del 1336 e fu abbattuta per ordine di Paolo III. Per ricordarla, dopo la demolizione, fu dedicato un altare a S.Nicolò nella vicina chiesa del SS. Nome di Maria. Tra il X ed il XIII secolo il Foro fu interessato da un’urbanizzazione che diede origine ad abitazioni, chiese e monasteri fino alla creazione, nel XVI secolo, di un quartiere denominato “Alessandrino” a nome del suo realizzatore, il cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria, che provvide alla bonifica della zona. Fu soltanto tra il 1924 ed il 1932 che questo settore urbano subì una radicale trasformazione per mano del Regime Fascista, che demolì l’intero quartiere per consentire l’apertura di via dell’Impero, Benito Mussolini nel 1925 fece iniziare l’abbattimento di case medioevali, chiese ed un intero agglomerato cinquecentesco situato sul Foro di Traiano e dinanzi ai Mercati Traianei.
La tradizione vuole che, essendo il Foro di incredibile bellezza, un giorno l’imperatore Costanzo, ammirando la grande statua equestre di Traiano, espresse il desiderio di farsi fare un cavallo simile per erigerlo a Costantinopoli, ma il persiano Ormisda, gentiluomo al suo seguito, gli fece notare che per un cavallo simile ci sarebbe voluta anche una stalla adeguata…e non c’era!

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Giovanni VII

  Di Giovanni VII (86º papa della chiesa cattolica) non ne parlo perchè abbia fatto grandi cose, ma perchè è il primo papa di cui abbiamo l’immagine vera perchè ritratto in vita, quindi attendibile.
Di origine greca, ci sono scarse fonti sulla sua vita, le notizie conosciute contengono soprattutto notizie sulle principali imprese artistiche di papa Giovanni. A differenza dei papi che si fecero seppellire in San Pietro, anche in modesti sepolcri , fu il primo a farsi inumare in un oratorio costruito appositamente per lui e dedicato alla Vergine; fece restaurare diverse chiese romane, tra cui la semidistrutta chiesa di S. Eugenia, fece riparare i cimiteri dei SS. Marcelliano e Marco e di papa Damaso. Molti affreschi che fece dipingere in numerose chiese spesso includevano raffigurazioni della sua persona
I restauri più importanti furono dedicati alla Vergine: i mosaici della basilica di S. Pietro e gli affreschi di S. Maria Antiqua nel Foro romano.

 

Roma – Frammento del mosaico di Giovanni VII. – Museo Petriano

Oratorio di Giovanni VII – Antica basilica di San Pietro – Sacrestia di Santa Maria in Cosmedin –
Sacra Famiglia e Angelo

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Bonifacio IV

Chi era Bonifacio IV?
Nasce nella Marsica, prima di essere eletto papa fu monaco.
Così viene ricordato: “8 maggio – A Roma presso san Pietro, san Bonifacio IV, papa, che trasformò in chiesa il tempio del Pantheon ottenuto dall’imperatore Foca e lo dedicò a Dio in onore della Beata Maria e di tutti i martiri; fu pieno di meriti anche a riguardo della vita monastica. »
In sette anni di pontificato accadde di tutto , carestie, pestilenze,, inondazioni, decadenza morale…
Ma al papa interessava il Pantheon di Agrippa, uno dei più belli di Roma, “…che sorge in mezzo ad altri edifici marmorei irremidiabilmente danneggiati dall’inondazione del 590.” Il Tevere non aveva scosso le fondamenta:”…L’imponente vestibolo si ergeva intatto con le sue sedici colonne granitiche sormontate da capitelli corinzi di marmo bianco, le statue di Augusto e di Agrippa erano ancora in piedi nelle nicchie in cui Agrippa stesso le aveva collocate.l’ingiuria del tempo non aveva ancora potuto spezzare le travi di bronzo dorate che formavano l’armatura del tetto e persino le tegole bronzee che coprivano l’atrio e la cupola splendevano intatte.”
Bonifacio IV “..guardava con desiderio quel capolavoro dell’architettura antica che sembrava possedere tutti i requisiti di una chiesa cristiana…”

Chiese l’autorizzazione all’imperatore bizantino Foca per trasformare il tempio romano in un luogo di culto cattolico (in cambio fu eretta nel Foro Romano una colonna onoraria dedicata all’imperatore che fu lieto della benevolenza dei Romani, con una sua statua in bronzo dorato posta sulla cima).

Nel 609 l’edificio venne convertito in una chiesa cristiana intitolata alla Madonna Regina dei martiri (Santa Maria ad Martyres), la cerimonia della consacrazione fu delle più solenni, sembra che Bonifacio abbia fatto prelevare, dalle numerose catacombe romane, ventotto carri pieni di ossa di martiri cristiani che furono tumulate sotto l’altare principale della nuova chiesa.
All’interno del monumento risuonarono per la prima volta canti intonati da preti che sfilavano in processione, , il papa aspergeva le pareti con acqua santa. Una leggenda popolare, nata perchè i Romani consideravano quel luogo una sede infernale, narra che alle note del Gloria, si videro alzare in volo schiere di demoni atterriti che volevano uscire attraverso l’apertura della cupola, erano in numero pari a quello delle divinità pagane. Per i romani l’apertura venne provocata dalle corna di un grosso diavolo uscito dal corpo di un indemoniato; il Belli invece dice che:

LA RITONNA

Sta cchiesa è ttanta antica, ggente mie,
Che cee l’ha ttrova er nonno de mi’ nonna.
Peccato abbi d’avé ste porcherie
Da nun èssesce bbianca una colonna!
Prima era acconzagrata a la Madonna
E cce sta scritto in delle lettanie:
Ma ddoppo s’è cchiamata la Ritonna,
Pe ccerte storie che nun zò bbuscìe.
Fu un miracolo, fu; pperché una vorta
Nun c’ereno finestre, e in concrusione
Je dava lume er l’uscio de la porta.
Ma un Papa santo, che cciannò in priggione,
Fesce una crosce; e ssubbito a la vorta
Se spalancò da sé cquell’occhialone.
E ‘r miracolo è mmóne
Ch’er muro, co cquer buggero de vòto,
Se ne frega de sé e dder terremoto.

1831

-LA ROTONDA

Questa chiesa è tanto antica, signori miei,
che già la trovò il nonno di mia nonna.
Peccato dover avere queste porcherie
da non esserci una colonna bianca!
Prima era consacrata alla Madonna
e c’è scritto in quelle litanie:
ma dopo si è chiamata la Rotonda,
per certe storie che non sono bugie.
Fu un miracolo, fu: perché una volta
non c’erano finestre, e in conclusione
gli dava luce l’apertura della porta.
Ma un Papa santo, che ci andò in prigione,
fece una croce; e subito nella volta
si spalancò quell’occhione.
E il miracolo è ora che
il muro, con quello sproposito di vuoto,
se ne frega di sé e del terremoto.

(il papa non era quello di cui stiamo parlando, effettivamente non si è mai stabilito chi fosse)

Bonifacio IV morì l’8 maggio 615 e fu sepolto in San Pietro.

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San Lorenzo in Miranda

In questo periodo stò preparando lo spostamento di mia madre con annessi e connessi qui da noi (non stessa casa, ma stesso paese), quindi faccio su e giù per Roma come fossi un bus di linea. Quando arrivo a Roma mi prende il coccolone, la amo troppo sta città e sapere di non avere più un appoggio mi destabilizza un po’, ma solo un po’, perchè continuerò le mie scorribande romane, anche se limitate a una giornata o qualche ora. E allora ogni tanto ricerco tra i miei mille appunti, fotografie e libri qualche luogo da me visitato che mi è rimasto nel cuore. E questo è un vero gioiello, da non perdere.

 

 

Quello che era nel 141 d.C. un tempio dedicato ad Antonino e Faustina, divenne nel se.XI una chiesa tra le più affascinanti e architettonicamente stupende di Roma, situata nel Foro Romano. L’imperatore Antonino Pio lo fece erigere in onore della giovane consorte Faustina. E’ definita “in Miranda” perchè situata e circondata tra le meraviglie del Foro.
E’ dedicata al diacono romano Lorenzo in quanto era ritenuto il luogo dove san Lorenzo era stato condannato a morte; in Roma esistono molte chiese dedicate a questo santo, questa sorge dove propabilmente fu processato e condannato a morte poichè, a poca distanza, c’era la prefettura urbana, dove furono celebrati molti processi di martiri.
Nel 1429-1430 papa Martino V concesse la chiesa alla Universitas Aromatorium, il “Collegio degli Speziali”, la confraternita dei farmacisti: ancor oggi i locali adiacenti la chiesa ospitano un museo e un archivio che contiene, tra le altre, ricette firmate da Raffaello Sanzio e una splendida collezione di vasi a altri antichi strumenti da farmacia. A seguito di questa concessione vennero costruite delle cappelle laterali.
Nel 1536 fu deciso di restaurare le forme originarie del tempio rimuovendo le cappelle laterali e altre aggiunte in seguito; ancora un rinnovo venne effettuato, nel 1602, da Orazio Torriani, che rimodellò la chiesa dotandola di una singola navata con cappelle laterali.
La spettacolare facciata della chiesa corrisponde alle dieci colonne di quello che fu il tempio di Antonino e Faustina, visibile in tutta la sua maestosità quando si visita l’area archeologica del Foro Romano.
Gli scavi archelogici di questo monumento iniziarono  nel 1801.
L’aspetto della chiesa attualmente è molto simile al tempio originario; nella chiesa sono visibili diversi dipinti, tra cui opere di Pietro da Cortona (altare maggiore: il Martirio di San Lorenzo)  d il Domenichino (prima cappella: Madonna col Bambino e Santi)

La chiesa è visitabile solo su richiesta.

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S. Pietro in Carcere

Il Tullianum è stata la prima prigione dell’antica Roma, fatto costruire, forse, da Anco Marzio nel VII secolo a.C., conosciuto dal medioevo con il nome di Carcere Mamertinumindex Il nome Tullianum deriva da tullus (polla d’acqua raccolta in una cisterna, dove l’acqua filtra naturalmente ancora oggi), anche se potrebbe derivare da Servio Tullio o da Tullo Ostilio.
Si trovava nel Foro Romano, oggi sotto la chiesa di S.Giuseppe, eretta dall’Arciconfraternita dei Falegnami nel 1597. Quattro i livelli: la chiesa, la cappella del Crocifisso, il Carcere Mamertino ed il Tullianum.
A noi resta la parte più segreta della prigione, il complesso era probabilmente molto più esteso.
Le prigioni erano scavate all’interno del Campidoglio, le Lautumiae, antiche cave di tufo riadattate allo scopo.
Il nome Mamertino probabilmente deriva dal dio Marte di cui esisteva un tempio nelle vicinanze.
Al Mamertino venivano rinchiusi i prigionieri di stato, capi di popolazioni nemiche, rivoltosi; la detenzione poteva essere breve perché l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo, sia lunga.
carcere-mamertino_2 Al centro dell’ambiente si trova una botola di forma circolare dove venivano gettati i prigionieri condannati a morte per strangolamento, decapitazione, o per fame. Qui furono uccisi Giugurta (re della Numidia), Vercingetorige (re dei Galli, che passò sei anni nel Tullianum prima di essere decapitato), Ponzio ( re dei Sanniti), i partecipanti alle rivolte di Caio Gracco e di Catilina, Erennio Siculo, Gaio Sempronio Gracco, Lentulo e Cetego, Seiano e i suoi figli, Simone di Giora….
In questo luogo si dice che furono imprigionati per nove mesi i Santi Pietro e Paolo e che qui convertirono i carcerieri Processo e Martiniano (poi martiri) e i compagni di cella, li battezzarono grazie alla fonte d’acqua che la leggenda vuole fecero sgorgare i santi grazie ad un miracolo 175910144-4b7f17fb-a549-406d-87e0-a39f58a1f9c2
La leggenda popolare vuole che qui ci fosse la colonna dove vennero legati i due santi e il muro dove è impresso il punto in cui San Pietro avrebbe battuto la testa scendendo le scale che prtavano nei sotterranei Roma - Carcere Mamertino: l'interno  I due apostoli non furono giustiziati nel carcere, san Pietro fu giustiziato sul colle Vaticano e san Paolo alle Acque Salvie, attuale Abbazia delle Tre Fontane.

 

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Santa Maria Antiqua

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1_santa-maria-antiqua_ph-gaetano-alfano Propabilmente è la più antica chiesa cristiana dedicata all Madonna, del Foro Romano, ai piedi del Palatino.
Non fu costruita ma “adattata” (come si usava nei primi tempi del cristianesimo), cioè fu presa un’abitazione privata trasformandola in chiesa, potrebbe essere la parte della casa di Caligola dove c’era la biblioteca (nel cortile quadrato, il vestibolo, si trovano i resti di un impluvium risalente all’epoca di Caligola e lungo le pareti nicchie, forse per statue di imperatori).
Anteriore al secolo VII, fu abbandonata circa tre secoli dopo perchè sepolta dal crollo dei muri della “domus tiberiana” (primo palazzo imperiale sul Palatino, edificato dall’imperatore Tiberio) a causa del terremoto dell’847 d. C.. Fu riscoperta e sulle sue rovine fu costruita nel 1617 la chiesa di Santa Maria Liberatrice*, fu chiusa di nuovo fino all’arrivo di Giacomo Boni alla fine dell’800 quando fortuitamente furono scoperte tracce degli antichi affreschi e si decise lo spostamento della chiesa ricostruita.
Il nome e il titolo di Santa Maria Liberatrice, nonchè le icone esistenti, furono trasferiti nel 1909, alla chiesa di Santa Maria Liberatrice a Testaccio**.
8_santa-maria-antiqua_ph-gaetano-alfano-1024x768 tripplus_visita-a-santa-maria-antiqua-e-alla-rampa-di-domiziano-foto-1 santa-maria-antiqua Al suo interno si trovano meravigliosi affreschi bizantini, ne sono visibili 250 m quadri dei 1000 originari. Vi si può ammirare la prima rappresentazione conosciuta della Madonna in trono.

angelo-gabriele-affresco-della-navata-centrale-viii-sec

Visitate questa stupenda, spettacolare testimonianza, dall’importante arte conservata ma dalla spartana spiritualità dei primi cristiani.

 

 
*Santa Maria Liberatrice fu costruita intorno al 1200 santa_maria_liberatrice_al_foro_romano
La leggenda la data ancora prima, quando papa Silvestro I la fece edificare come ringraziamento per aver ucciso un drago che si era annidato nel tempio di Castore e Polluce. La leggenda potrebbe riferirsi al culto di Vesta che era raffigurata con un drago al quale le vestali offrivano sacrifici, l’uccisione sarebbe da collegare alla sconfitta del culto pagano. Fu chiamata anche Sancta Maria libera nos a poenis inferni, appellativo che potrebbe essere riferito all’associazione tra il drago sputafuoco e l’inferno.

 

**La costruita fu voluta da Leone XIII, e poi fatta costruire da papa Pio X nei primi del ‘900, il papa la volle particolarmente legata alla memoria della popolazione romana dandogli il nome di Santa Maria Liberatrice come era quella abbattuta al Foro; è eretta sull’omonima piazza S.Maria Liberatrice.
Eretta in stile romanico, realizzata in laterizio e travertino, ricevette come dono dal papa la venerata immagine Sancta Maria libera nos a poenis inferni, l’antichissimo affresco, leggermente concavo in quanto proveniente dall’abside della chiesa antica.
La storia della chiesa è riassunta da questa iscrizione posta all’interno: «Questa chiesa perpetua il culto di S.Maria Liberatrice ereditando titolo e icone dell’omonima chiesa demolita che dal secolo XVI all’anno MDCCCXCIX tenne il luogo e custodì le memorie di Santa Maria antiqua, primo santuario della madre di Dio nel mondo. I Salesiani del venerabile Giovanni Bosco con l’aiuto dei loro cooperatori e delle Nobili Oblate di Tor de’ Specchi eressero il rinnovato Santuario perché fosse solenne e non perituro omaggio a S.S.Santità Pio X nell’anno giubilare del suo sacerdozio.»
Sulla facciata il mosaico, ricostruito nel 1925 dopo un rovinoso distacco, riproduce fedelmente un affresco in Santa Maria Antiqua.

testaccio

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