TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Palazzo Del Gallo – Roma

Palazzo del Gallo risale alla metà dell’800, fu realizzato per la famiglia del Gallo; fu uno gli ultimi edifici patrizi romani realizzati prima della Breccia di Porta Pia.
Il progetto è dell’architetto Italo Rossini, che iniziò i lavori nel 1864 portandoli a termine tra il 1866 e il 1867.
La facciata è di stile tardo-settecentesca, la facciata è scandita da riquadri verticali che delineano gli spazi entro i quali si aprono dieci finestre per piano; al pian terreno si apre il portale con un sovrastante balcone recante il nome della famiglia.
Vi dimorò la duchessa di Devonshire che ospitava importanti personalità del mondo della cultura, ad esempio il Lamartine, il card. Consalvi…quando passò a Giulia Bonaparte (moglie di Alessandro del Gallo) vi passarono uomini politici, Gabriele D’Annunzio, Giacomo Boni, Tomassetti, De Rossi, l’archeologo Rodolfo Lanciani….
La famiglia del Gallo era di origine ligure, insediata nel Cosentino, nel 1824 fu insignita del titolo di marchesi di Roccagiovine, paese dei Monti Lucretili, provvedendo a bonificarne il territorio e a restaurare il castello.
La famiglia è presente a Roma dal 1847 con Alessandro, ultimo feudatario del castello di Mandela. Tra gli ultimi rappresentanti della famiglia: Alessandro, nato nel 1893 e morto nel 1969, il figlio Francesco ed i nipoti Alberto, Laetitia e Gregorio, i quali sono proprietari anche del borgo di Tagliata.

 

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Foro Traiano (o Trajano)

Il Foro di Traiano fu costruito da Traiano tra il 107 (anno del suo trionfo sui Daci) ed il 113, spianando un pezzo del Quirinale.
Era lungo complessivamente metri 300 e largo 185 e si articolava su terrazze leggermente sopraelevate l’una rispetto all’altra.
Fino a poco tempo fa si pensava che l’ingresso avvenisse dal lato rivolto verso il Foro di Augusto, ma scavi recenti hanno dimostrato che da questa parte era situato il Tempio di Traiano (costruito da Adriano in onore di Traiano e della moglie Plotina), mentre l’ingresso sarebbe rivolto verso il Campo Marzio.
Nel Foro vi erano due edifici posti uno di fronte all’altro, le Biblioteche (una per i libri latini e l’altra per quelli greci), al centro delle quali vi era la Colonna Traiana, unico monumento del Foro intatto 
Addossata alle Biblioteche, a chiusura della piazza, si allungava l’imponente Basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma (170 metri di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza), di questa resta solo il troncone centrale. L’interno era diviso in cinque navate da quattro file di colonne (come si può ancora vedere dalle basi e dalle colonne rimaste): quelle della navata centrale erano più grandi e di granito grigio, a differenza delle altre, più piccole e di cipollino. Tra le funzioni della basilica, oltre a quelle giudiziarie e commerciali, vi era quella di far svolgere l’Atrium Libertatis, la cerimonia di liberazione degli schiavi. La facciata meridionale, rivolta verso la piazza, aveva tre ampie porte di accesso decorate da colonnati e nicchie con statue; sulle statue vi erano ritratti, su scudi, dei generali di Traiano, mentre al di sopra dell’alto attico vi era la statua di Traiano sul carro trionfale, tirato da sei cavalli e fiancheggiato da trofei con Vittorie.
La grande piazza centrale, rettangolare, di m 108 x 85, con la grande statua equestre di Traiano al centro, era pavimentata con più di 3000 lastre di marmo bianco di Luni (Carrara), era fiancheggiata da portici che si aprivano in due ampie esedre. I portici erano ad un solo ordine di colonne in marmo colorato, sormontate da un alto attico decorato da statue colossali di Daci prigionieri.
La Colonna Traiana, costruita in grandi blocchi di marmo lunense, poggia su un basamento a forma di dado su uno zoccolo coronato da una cornice che presenta, agli angoli, quattro aquile che sorreggono festoni. Tre lati del dado sono decorati con rilievi che rappresentano armi ed insegne daciche; il quarto lato, quello principale rivolto verso la Basilica Ulpia, presenta un pannello sorretto da due Vittorie con la seguente iscrizione dedicatoria: “SENATUS POPULUSQUE ROMANUS IMP(ERATORI) CAESARI DIVI NERVAE F(ILIO) NERVAE TRAIANO AUG(USTO) GERM(ANICO) DACICO PONTIF(ICI) MAXIMO TRIB(UNICIA) POT(ESTATE) XVII IMP(ERATORI) VI CO(N)S(ULI) VI P(ATER) P(ATRIAE) AD DECLARANDUM QUANTAE ALTITUDINIS MONS ET LOCUS TANT(IS OPER)IBUS SIT EGESTUS”: “Il Senato e il popolo romano all’imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, pontefice Massimo, rivestito per la diciassettesima volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per la sesta volta, console per la sesta volta, padre della patria, per indicare quanto era alto il colle che con questi lavori è stato demolito”. Lo scopo più importante della colonna era quello di servire da tomba all’imperatore. Sotto l’iscrizione dedicatoria è situata, infatti, una porticina che permette di accedere all’interno del basamento: qui si trova la camera funeraria dove era posta, sopra una lastra di marmo, l’urna d’oro contenente le ceneri di Traiano, trafugata ai tempi delle invasioni barbariche. A destra inizia la scala costituita da 185 gradini che permette di salire sino alla sommità. Sul fusto della colonna (29,78 metri senza base e 39,83 con essa) si snoda a spirale, il lungo rilievo (circa 200 metri) con la rappresentazione delle guerre daciche: l’attraversamento del Danubio da parte dell’esercito romano sopra un ponte di barche ricorda l’inizio delle guerre, battaglie, assedi, costruzioni di accampamenti, la prima sottomissione di Decebalo, re dei Daci, a Traiano e la Vittoria che scrive su uno scudo la fine della prima campagna dacica. Il rilievo continua con le scene della seconda campagna, con le scene dell’esercito romano che passa su un ponte costruito da Apollodoro, l’assedio alla capitale nemica Sarmizegetusa ed i Daci che la incendiano per non consegnarla ai romani, l’autoavvelenamento dei capi daci, la cattura del tesoro nemico, la fuga di Decebalo ed il suo suicidio, la sua testa portata a Traiano ed infine la deportazione dei prigionieri daci  La tradizione vuole che il monumento sia sopravvissuto grazie a papa Gregorio Magno (590-604) che, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell’anima dell’imperatore. Dio apparve allora al papa, annunciando che l’anima di Traiano era salva, ma di non intercedere più per i pagani. Secondo la leggenda, quando le ceneri furono esumate, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall’inferno. La terra intorno fu allora dichiarata sacra e la colonna rimase intatta nel tempo. La statua di Traiano, che coronava la colonna, scomparve nel Medioevo e fu sostituita, nel 1587, all’epoca di Sisto V, con la statua di S.Pietro. Addossata al basamento della colonna venne costruita una cappelletta, officiata da un eremeita, a cui venne dato il nome di S. Nicolò de columna; l’eremità isso sulla colonna una campanella che suonava per mezzo di una corda. La chiesina è ricordata in un documento del 1336 e fu abbattuta per ordine di Paolo III. Per ricordarla, dopo la demolizione, fu dedicato un altare a S.Nicolò nella vicina chiesa del SS. Nome di Maria. Tra il X ed il XIII secolo il Foro fu interessato da un’urbanizzazione che diede origine ad abitazioni, chiese e monasteri fino alla creazione, nel XVI secolo, di un quartiere denominato “Alessandrino” a nome del suo realizzatore, il cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria, che provvide alla bonifica della zona. Fu soltanto tra il 1924 ed il 1932 che questo settore urbano subì una radicale trasformazione per mano del Regime Fascista, che demolì l’intero quartiere per consentire l’apertura di via dell’Impero, Benito Mussolini nel 1925 fece iniziare l’abbattimento di case medioevali, chiese ed un intero agglomerato cinquecentesco situato sul Foro di Traiano e dinanzi ai Mercati Traianei.
La tradizione vuole che, essendo il Foro di incredibile bellezza, un giorno l’imperatore Costanzo, ammirando la grande statua equestre di Traiano, espresse il desiderio di farsi fare un cavallo simile per erigerlo a Costantinopoli, ma il persiano Ormisda, gentiluomo al suo seguito, gli fece notare che per un cavallo simile ci sarebbe voluta anche una stalla adeguata…e non c’era!

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Giovanni VII

  Di Giovanni VII (86º papa della chiesa cattolica) non ne parlo perchè abbia fatto grandi cose, ma perchè è il primo papa di cui abbiamo l’immagine vera perchè ritratto in vita, quindi attendibile.
Di origine greca, ci sono scarse fonti sulla sua vita, le notizie conosciute contengono soprattutto notizie sulle principali imprese artistiche di papa Giovanni. A differenza dei papi che si fecero seppellire in San Pietro, anche in modesti sepolcri , fu il primo a farsi inumare in un oratorio costruito appositamente per lui e dedicato alla Vergine; fece restaurare diverse chiese romane, tra cui la semidistrutta chiesa di S. Eugenia, fece riparare i cimiteri dei SS. Marcelliano e Marco e di papa Damaso. Molti affreschi che fece dipingere in numerose chiese spesso includevano raffigurazioni della sua persona
I restauri più importanti furono dedicati alla Vergine: i mosaici della basilica di S. Pietro e gli affreschi di S. Maria Antiqua nel Foro romano.

 

Roma – Frammento del mosaico di Giovanni VII. – Museo Petriano

Oratorio di Giovanni VII – Antica basilica di San Pietro – Sacrestia di Santa Maria in Cosmedin –
Sacra Famiglia e Angelo

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Bonifacio IV

Chi era Bonifacio IV?
Nasce nella Marsica, prima di essere eletto papa fu monaco.
Così viene ricordato: “8 maggio – A Roma presso san Pietro, san Bonifacio IV, papa, che trasformò in chiesa il tempio del Pantheon ottenuto dall’imperatore Foca e lo dedicò a Dio in onore della Beata Maria e di tutti i martiri; fu pieno di meriti anche a riguardo della vita monastica. »
In sette anni di pontificato accadde di tutto , carestie, pestilenze,, inondazioni, decadenza morale…
Ma al papa interessava il Pantheon di Agrippa, uno dei più belli di Roma, “…che sorge in mezzo ad altri edifici marmorei irremidiabilmente danneggiati dall’inondazione del 590.” Il Tevere non aveva scosso le fondamenta:”…L’imponente vestibolo si ergeva intatto con le sue sedici colonne granitiche sormontate da capitelli corinzi di marmo bianco, le statue di Augusto e di Agrippa erano ancora in piedi nelle nicchie in cui Agrippa stesso le aveva collocate.l’ingiuria del tempo non aveva ancora potuto spezzare le travi di bronzo dorate che formavano l’armatura del tetto e persino le tegole bronzee che coprivano l’atrio e la cupola splendevano intatte.”
Bonifacio IV “..guardava con desiderio quel capolavoro dell’architettura antica che sembrava possedere tutti i requisiti di una chiesa cristiana…”

Chiese l’autorizzazione all’imperatore bizantino Foca per trasformare il tempio romano in un luogo di culto cattolico (in cambio fu eretta nel Foro Romano una colonna onoraria dedicata all’imperatore che fu lieto della benevolenza dei Romani, con una sua statua in bronzo dorato posta sulla cima).

Nel 609 l’edificio venne convertito in una chiesa cristiana intitolata alla Madonna Regina dei martiri (Santa Maria ad Martyres), la cerimonia della consacrazione fu delle più solenni, sembra che Bonifacio abbia fatto prelevare, dalle numerose catacombe romane, ventotto carri pieni di ossa di martiri cristiani che furono tumulate sotto l’altare principale della nuova chiesa.
All’interno del monumento risuonarono per la prima volta canti intonati da preti che sfilavano in processione, , il papa aspergeva le pareti con acqua santa. Una leggenda popolare, nata perchè i Romani consideravano quel luogo una sede infernale, narra che alle note del Gloria, si videro alzare in volo schiere di demoni atterriti che volevano uscire attraverso l’apertura della cupola, erano in numero pari a quello delle divinità pagane. Per i romani l’apertura venne provocata dalle corna di un grosso diavolo uscito dal corpo di un indemoniato; il Belli invece dice che:

LA RITONNA

Sta cchiesa è ttanta antica, ggente mie,
Che cee l’ha ttrova er nonno de mi’ nonna.
Peccato abbi d’avé ste porcherie
Da nun èssesce bbianca una colonna!
Prima era acconzagrata a la Madonna
E cce sta scritto in delle lettanie:
Ma ddoppo s’è cchiamata la Ritonna,
Pe ccerte storie che nun zò bbuscìe.
Fu un miracolo, fu; pperché una vorta
Nun c’ereno finestre, e in concrusione
Je dava lume er l’uscio de la porta.
Ma un Papa santo, che cciannò in priggione,
Fesce una crosce; e ssubbito a la vorta
Se spalancò da sé cquell’occhialone.
E ‘r miracolo è mmóne
Ch’er muro, co cquer buggero de vòto,
Se ne frega de sé e dder terremoto.

1831

-LA ROTONDA

Questa chiesa è tanto antica, signori miei,
che già la trovò il nonno di mia nonna.
Peccato dover avere queste porcherie
da non esserci una colonna bianca!
Prima era consacrata alla Madonna
e c’è scritto in quelle litanie:
ma dopo si è chiamata la Rotonda,
per certe storie che non sono bugie.
Fu un miracolo, fu: perché una volta
non c’erano finestre, e in conclusione
gli dava luce l’apertura della porta.
Ma un Papa santo, che ci andò in prigione,
fece una croce; e subito nella volta
si spalancò quell’occhione.
E il miracolo è ora che
il muro, con quello sproposito di vuoto,
se ne frega di sé e del terremoto.

(il papa non era quello di cui stiamo parlando, effettivamente non si è mai stabilito chi fosse)

Bonifacio IV morì l’8 maggio 615 e fu sepolto in San Pietro.

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San Lorenzo in Miranda

In questo periodo stò preparando lo spostamento di mia madre con annessi e connessi qui da noi (non stessa casa, ma stesso paese), quindi faccio su e giù per Roma come fossi un bus di linea. Quando arrivo a Roma mi prende il coccolone, la amo troppo sta città e sapere di non avere più un appoggio mi destabilizza un po’, ma solo un po’, perchè continuerò le mie scorribande romane, anche se limitate a una giornata o qualche ora. E allora ogni tanto ricerco tra i miei mille appunti, fotografie e libri qualche luogo da me visitato che mi è rimasto nel cuore. E questo è un vero gioiello, da non perdere.

 

 

Quello che era nel 141 d.C. un tempio dedicato ad Antonino e Faustina, divenne nel se.XI una chiesa tra le più affascinanti e architettonicamente stupende di Roma, situata nel Foro Romano. L’imperatore Antonino Pio lo fece erigere in onore della giovane consorte Faustina. E’ definita “in Miranda” perchè situata e circondata tra le meraviglie del Foro.
E’ dedicata al diacono romano Lorenzo in quanto era ritenuto il luogo dove san Lorenzo era stato condannato a morte; in Roma esistono molte chiese dedicate a questo santo, questa sorge dove propabilmente fu processato e condannato a morte poichè, a poca distanza, c’era la prefettura urbana, dove furono celebrati molti processi di martiri.
Nel 1429-1430 papa Martino V concesse la chiesa alla Universitas Aromatorium, il “Collegio degli Speziali”, la confraternita dei farmacisti: ancor oggi i locali adiacenti la chiesa ospitano un museo e un archivio che contiene, tra le altre, ricette firmate da Raffaello Sanzio e una splendida collezione di vasi a altri antichi strumenti da farmacia. A seguito di questa concessione vennero costruite delle cappelle laterali.
Nel 1536 fu deciso di restaurare le forme originarie del tempio rimuovendo le cappelle laterali e altre aggiunte in seguito; ancora un rinnovo venne effettuato, nel 1602, da Orazio Torriani, che rimodellò la chiesa dotandola di una singola navata con cappelle laterali.
La spettacolare facciata della chiesa corrisponde alle dieci colonne di quello che fu il tempio di Antonino e Faustina, visibile in tutta la sua maestosità quando si visita l’area archeologica del Foro Romano.
Gli scavi archelogici di questo monumento iniziarono  nel 1801.
L’aspetto della chiesa attualmente è molto simile al tempio originario; nella chiesa sono visibili diversi dipinti, tra cui opere di Pietro da Cortona (altare maggiore: il Martirio di San Lorenzo)  d il Domenichino (prima cappella: Madonna col Bambino e Santi)

La chiesa è visitabile solo su richiesta.

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S. Pietro in Carcere

Il Tullianum è stata la prima prigione dell’antica Roma, fatto costruire, forse, da Anco Marzio nel VII secolo a.C., conosciuto dal medioevo con il nome di Carcere Mamertinumindex Il nome Tullianum deriva da tullus (polla d’acqua raccolta in una cisterna, dove l’acqua filtra naturalmente ancora oggi), anche se potrebbe derivare da Servio Tullio o da Tullo Ostilio.
Si trovava nel Foro Romano, oggi sotto la chiesa di S.Giuseppe, eretta dall’Arciconfraternita dei Falegnami nel 1597. Quattro i livelli: la chiesa, la cappella del Crocifisso, il Carcere Mamertino ed il Tullianum.
A noi resta la parte più segreta della prigione, il complesso era probabilmente molto più esteso.
Le prigioni erano scavate all’interno del Campidoglio, le Lautumiae, antiche cave di tufo riadattate allo scopo.
Il nome Mamertino probabilmente deriva dal dio Marte di cui esisteva un tempio nelle vicinanze.
Al Mamertino venivano rinchiusi i prigionieri di stato, capi di popolazioni nemiche, rivoltosi; la detenzione poteva essere breve perché l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo, sia lunga.
carcere-mamertino_2 Al centro dell’ambiente si trova una botola di forma circolare dove venivano gettati i prigionieri condannati a morte per strangolamento, decapitazione, o per fame. Qui furono uccisi Giugurta (re della Numidia), Vercingetorige (re dei Galli, che passò sei anni nel Tullianum prima di essere decapitato), Ponzio ( re dei Sanniti), i partecipanti alle rivolte di Caio Gracco e di Catilina, Erennio Siculo, Gaio Sempronio Gracco, Lentulo e Cetego, Seiano e i suoi figli, Simone di Giora….
In questo luogo si dice che furono imprigionati per nove mesi i Santi Pietro e Paolo e che qui convertirono i carcerieri Processo e Martiniano (poi martiri) e i compagni di cella, li battezzarono grazie alla fonte d’acqua che la leggenda vuole fecero sgorgare i santi grazie ad un miracolo 175910144-4b7f17fb-a549-406d-87e0-a39f58a1f9c2
La leggenda popolare vuole che qui ci fosse la colonna dove vennero legati i due santi e il muro dove è impresso il punto in cui San Pietro avrebbe battuto la testa scendendo le scale che prtavano nei sotterranei Roma - Carcere Mamertino: l'interno  I due apostoli non furono giustiziati nel carcere, san Pietro fu giustiziato sul colle Vaticano e san Paolo alle Acque Salvie, attuale Abbazia delle Tre Fontane.

 

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Santa Maria Antiqua

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1_santa-maria-antiqua_ph-gaetano-alfano Propabilmente è la più antica chiesa cristiana dedicata all Madonna, del Foro Romano, ai piedi del Palatino.
Non fu costruita ma “adattata” (come si usava nei primi tempi del cristianesimo), cioè fu presa un’abitazione privata trasformandola in chiesa, potrebbe essere la parte della casa di Caligola dove c’era la biblioteca (nel cortile quadrato, il vestibolo, si trovano i resti di un impluvium risalente all’epoca di Caligola e lungo le pareti nicchie, forse per statue di imperatori).
Anteriore al secolo VII, fu abbandonata circa tre secoli dopo perchè sepolta dal crollo dei muri della “domus tiberiana” (primo palazzo imperiale sul Palatino, edificato dall’imperatore Tiberio) a causa del terremoto dell’847 d. C.. Fu riscoperta e sulle sue rovine fu costruita nel 1617 la chiesa di Santa Maria Liberatrice*, fu chiusa di nuovo fino all’arrivo di Giacomo Boni alla fine dell’800 quando fortuitamente furono scoperte tracce degli antichi affreschi e si decise lo spostamento della chiesa ricostruita.
Il nome e il titolo di Santa Maria Liberatrice, nonchè le icone esistenti, furono trasferiti nel 1909, alla chiesa di Santa Maria Liberatrice a Testaccio**.
8_santa-maria-antiqua_ph-gaetano-alfano-1024x768 tripplus_visita-a-santa-maria-antiqua-e-alla-rampa-di-domiziano-foto-1 santa-maria-antiqua Al suo interno si trovano meravigliosi affreschi bizantini, ne sono visibili 250 m quadri dei 1000 originari. Vi si può ammirare la prima rappresentazione conosciuta della Madonna in trono.

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Visitate questa stupenda, spettacolare testimonianza, dall’importante arte conservata ma dalla spartana spiritualità dei primi cristiani.

 

 
*Santa Maria Liberatrice fu costruita intorno al 1200 santa_maria_liberatrice_al_foro_romano
La leggenda la data ancora prima, quando papa Silvestro I la fece edificare come ringraziamento per aver ucciso un drago che si era annidato nel tempio di Castore e Polluce. La leggenda potrebbe riferirsi al culto di Vesta che era raffigurata con un drago al quale le vestali offrivano sacrifici, l’uccisione sarebbe da collegare alla sconfitta del culto pagano. Fu chiamata anche Sancta Maria libera nos a poenis inferni, appellativo che potrebbe essere riferito all’associazione tra il drago sputafuoco e l’inferno.

 

**La costruita fu voluta da Leone XIII, e poi fatta costruire da papa Pio X nei primi del ‘900, il papa la volle particolarmente legata alla memoria della popolazione romana dandogli il nome di Santa Maria Liberatrice come era quella abbattuta al Foro; è eretta sull’omonima piazza S.Maria Liberatrice.
Eretta in stile romanico, realizzata in laterizio e travertino, ricevette come dono dal papa la venerata immagine Sancta Maria libera nos a poenis inferni, l’antichissimo affresco, leggermente concavo in quanto proveniente dall’abside della chiesa antica.
La storia della chiesa è riassunta da questa iscrizione posta all’interno: «Questa chiesa perpetua il culto di S.Maria Liberatrice ereditando titolo e icone dell’omonima chiesa demolita che dal secolo XVI all’anno MDCCCXCIX tenne il luogo e custodì le memorie di Santa Maria antiqua, primo santuario della madre di Dio nel mondo. I Salesiani del venerabile Giovanni Bosco con l’aiuto dei loro cooperatori e delle Nobili Oblate di Tor de’ Specchi eressero il rinnovato Santuario perché fosse solenne e non perituro omaggio a S.S.Santità Pio X nell’anno giubilare del suo sacerdozio.»
Sulla facciata il mosaico, ricostruito nel 1925 dopo un rovinoso distacco, riproduce fedelmente un affresco in Santa Maria Antiqua.

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Leggende e curiosità

Sulla fondazione di Roma si sa qual’è la leggenda più accredidata, la famosa lupa… ma sulla città di Roma ce ne sono tantissime di leggende.

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Ad esempio, nel 753 a.C. il Foro Romano era una malsana palude dove si svolse la battaglia fra romani e sabini, conseguenza del famoso ratto delle sabine.
Il comandante dei sabini Mezio Curzio precipita in un fosso, con il suo cavallo, a causa della melma; quel luogo fu chiamato “Lacus Curtius” (lago di Curzio), fu bonificato, riempito di terra e considerato sacro.
Nel 393 a.C. quel fosso si riapre improvvisamente creando una grossa voragine, la leggenda dice a causa di un fulmine; segnale infausto degli dei, consultati gli oracoli il responso fu che la loro ira si sarebbe placata e la voragine richiusa solo gettandovi ciò che Roma avesse di più prezioso, ma di tutte le offerte gettate nessuna ebbe l’effetto sperato..
Ciò che Roma aveva di più prezioso era l’esercito e questo fu capito da Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani. Marco Curzio indossò l’armatura, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L’ira degli dei si placò e il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
i-resti-del-lacus-curtius-nel-foro-romano L’assurdo di questa leggenda è che il Lacus Curtius è stato trovato durante i scavi effettuate nelle parte più antica del Foro Romano, con all’interno un antico rilievo marmoreo.

 
Altra leggenda che ha radici nella festa del Vulcanale; non si sa con sicurezza se all’inizio di aprile, o giugno e agosto si teneva una feste dove i pescatori del Tevere bruciavano in un falò tutti i pesci pescati in giornata, di fronte al Vulcanale, tempio di Vulcano il Dio degli incendi, ma che propabilmente a Roma era personificato con Giove.
Giove chiese di sacrificare a lui un uomo, per porre fine alla pestilenza che imperversava in quel periodo, tagliandogli la testa, Numa Pompilio rifiutò questo sacrificio e sacrificò la testa di un pesce; Giove, conquistato dalla fermezza del re si accontentò e promise benevolenza, il giorno dopo tre rombi di tuono annunciarono ai romani la discesa del Sacro Ancile, uno scudo rotondo che planò sul Foro Romano e fu posto insieme agli altri sei pegni della potenza romana* (pignora imperii): Il Palladio, l’Ago di Pessinunte, la quadriga di Vejo, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilionea. La ninfa Egeria aveva rivelato che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente, allora Numa, per evitarne il furto da parte dei nemici, ordinò a Mamurio Veturio di fabbricarne altri undici uguali che, con quello originario, furono affidati a dodici giovani patrizi, i Salii che, alle idi di marzo, li portavano in processione per le vie di Roma, e poi solennemente li custodivano scudo

 

* Il Palladio era un talismano, simulacro di Minerva palladio, che aveva il potere di difendere un’intera città, il più famoso era nella città di Troia che fu distrutta solo dopo che Ulisse riuscì a rubarlo; un’altro era custodito nell’antica Roma, si dice portato da Enea, secondo Arctino di Mileto invece Ulisse non rubò il vero Palladio perchè Enea lo portò con sé in Italia depositandolo nel tempio di Vesta (nel Foro Romano); la tradizione vuole che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione.

pessinunte * L’ago di Pessinunte era una pietra nera, sacra, di forma conica, che i Romani trasferirono a Roma da Pessinunte (una delle principali città della Galazia), nel 204 a.C., per scongiurare la vittoria di Annibale; esso era conservato nel tempio della Magna Mater, sul Palatino.
* La quadriga di Vejo era un’opera prodotta in terracotta dal leggendario scultore etrusco Vulca, originario di Veio, che, verso la fine del VI secolo a.C., era posta sul tetto come ornamento del tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio qudriga
* Le ceneri di Oreste restano un mistero, non si capisce la ragione che avrebbe portato questa reliquia come monile per la protezione della città.
* Anche lo scettro di Priamo e il velo di Iliona (primogenita di Priamo) restano un’incognita, si pensa che potevano essere arrivati a Roma portati dai profughi troiani.

 
Ancora una leggenda affascinante. Si dice che nel bosco sacro, dove sorgeva il Tempio di Giunone Lucina (oggi sarebbe presso la chiesa di San Francesco di Paola), era piantato un albero di loto, il “lotus capillaris”, a questo venivano appese le chiome delle vestali, recise quando ancora bambine entravano a far parte delle sacerdotesse della dea Vesta, il più antico e importante santuario di Roma, considerato il sostituto del focolare domestico.
Proprio questa importanza diede origine alla custodia di un gruppo di sacerdotesse, le vestali appunto; erano in numero di sei, incaricate della sorveglianza del fuoco e dei riti connessi con il culto domestico; le vestali erano sottratte alle famiglie patrizie in giovanissima età, tra i sei e i dieci anni, dovevano prestare sacerdozio per un periodo di trenta anni, conservando la verginità perché da questa e dal fuoco derivava la forza e la salvezza di Roma, chi veniva meno a questa norma veniva sepolta viva perchè il sangue della vestale non poteva essere versato; al complice era assegnata la morte per fustigazione.
Le vestali godevano di prestigio e grandi privilegi: non era soggetta alla potestà del padre, aveva a disposizione notevoli mezzi finanziari, aveva diritto a spostarsi in città con il carro, aveva posti riservati negli spettacoli e diritto di sepoltura all’interno del pomerium (spazio compreso entro le mura cittadine) dell’urbe. Il più grande privileggio era la vista del Penus Vestae dove erano conservati gli oggetti pegno dell’impero.

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Ma Roma è anche città di curiosità incredibili.

 

Nel Foro vennero deposte le spoglie di Giulio Cesare dopo essere state bruiciate.
Dopo la sua morte, avvenuta nella Curia, il corpo venne trasportato nel Foro Romano e cremato; qui fu alzata una colonna di marmo con l’iscrizione “Parenti Patriae” (al padre della patria). Successivamente, rimossa la colonna, Augusto fece costruire il tempio dedicato al Divo Giulio. Dopo i saccheggi, particolarmente distruttivi avvenuti nel XV secolo, restano soltanto avanzi in opera cementizia del podio: i vuoti corrispondono alle parti più importanti, colonnato e muri della cella, che erano in blocchi di tufo. La parte anteriore del podio è costituita da un emiciclo entro il quale vi è ancora il nucleo di un altare circolare probabilmente eretto sul luogo dove il corpo di Cesare fu cremato (in seguito, per ragioni non note, l’emiciclo e l’altare furono chiusi con un muro rettilineo), alla piattaforma si accedeva tramite due scale laterali. Il tempio era probabilmente corinzio ed era costituito da una cella preceduta da sei colonne, più due sui lati lunghi. All’interno della cella era posta la statua di Cesare con la testa sormontata da una stella (immagine ricavata dale monete), rappresentata anche sul frontone del tempio. L’edificio era circondato, sui due lati lunghi e su quello posteriore, da un portico che potrebbbe essere identificato come la “porticus Iulia”, sul lato anteriore doveva sorgere una delle tre tribune oratorie del Foro, con il frontale ornato dei rostri delle navi appartenute alla flotta di Antonio e Cleopatra, catturate nella battaglia di Azio nel 31 a.C.
Ancora oggi ogni anno, in corrispondenza con le Idi di Marzo sul basamento vengono deposti fiori e accese candele.

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Altra curiosità, ai romani piacevano molto i “giochi da tavolo”. Una grande passione molto praticata, specie in epoca imperiale; per i giochi venivano usate le “tabule lusorie”, tavole con iscrizioni di sei parole composte a loro volta da sei caratteri ciascuna.
La tavola era composta da 36 caselle disposte su tre righe parallele, le scritte erano di vario genere: inneggianti alle vittorie dell’esercito o alle gare circensi, o dei semplici segni ripetuti.
Una di queste tavole, di legno richiudibile, è stata ritrovata nel Castro Pretorio di Roma ed è oggi conservata nei Musei Capitolini. Quelle di legno venivano usate dai viaggiatori che con le barche solcavano fiumi e mare, o sulle carrozze, come era solito fare l’imperatore Claudio tabuleju
Molte di queste tavole furono reimpiegate, in età tardo-antica, dentro le catacombe come lastre di chiusura dei loculi, molti cristiani non erano immuni al gioco.
Le tavole lusorie venivano anche incise o dipinte in luoghi pubblici come i fori.
Altri giochi da tavolo apprezzati erano:
il gioco delle 12 linee, citato sia da Cicerone che da Quintiliano, a cui si partecipava con due file di 15 pedine per ciascun giocatore, bianche e nere incise con numeri alla latina e alla greca su ciascuna faccia che potevano essere di materiale diverso: avorio, osso, legno, vetro o marmo;
il filetto (molto simile a quello che si gioca ancora oggi) si giocava tramite l’impiego di tavole a mulino, costituite da quadrati concentrici intersecati da due linee perpendicolari, mentre agli angoli e agli incroci erano i punti di sosta delle pedine;
il gioco dei soldati era simile all’attuale dama o agli scacchi, erano richieste 64 caselle, ciascun giocatore aveva 30 pedine bianche o nere, denominate soldati o combattenti, la finalità del gioco stava nel bloccare l’avversario in modo che non avesse più caselle per muoversi, il punteggio era di volta in volta determinato dal lancio di tre dadi posti dentro un bussolotto detto Fritilla;
l’Alea o tabula (il cosidetto tavoliere romano a spicchi) era molto simile al gioco dei soldati, prevedeva l’impiego di 36 caselle divise in 3 file parallele e suddivise da elementi ornamentali.
giochi Le tavole con i vari giochi sono stati rinvenuti, incisi sul pavimento, nella Basilica Giulia, monumento tra i più straordinari del Foro romano, profondamente legato alla figura dell’imperatore Augusto, che la “ereditò” da Giulio Cesare per ampliarla e trasformarla nel più grande tribunale di Roma. Cesare ne avviò i lavori nel 54 a. C.

tabule
I romani amavano anche giocare a morra, ai dadi ed astrago.

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Stì romani! (de ‘na vorta)

Campo Vaccino era l’area degli antichi Fori Imperiali.
Il nome deriva dal mercato delle vacche che vi si teneva regolato dal “governatore della dogana di Campo Vaccino”, mercato che cessò di esistere quando iniziarono i lavori di scavo nel Foro, durante l’occupazione napoleonica.
Ma non è del meracto che voglio parlare, ma del fatto che Campo Vaccino è strettamente legato ad una tradizione romana: la sassaiola, cioè una battaglia con lancio di sassi (rocci) che avveniva di solito tra gli abitanti dei rioni, a iniziare furono il Rione Trastevere e il Rione Monti, usanza antichissima visto che il sasso è stata la prima arma usata dall’uomo.
Spesso la fitta sassaiola non esulava dal ricorrere all’uso del coltello che prevedeva le puncicate a l’ingrese, cioè coltellate date a modo.
Ma perchè i monticiani e i trasteverini erano particolarmente rivali?
La verità nessuno la sa, solo ipotesi, tra le più accreditate ed è quella a cui credo io, è che i romani amavano avere la supremazia su un Rione: “chi è er più romano de Roma”.
Il Rione Monti è uno dei primi rioni romani e i suoi abitanti non vollero mai mischiarsi con gli altri, come, secondo loro, aveva fatto il Rione Trastervere che ospitava ebrei, milizie straniere, esuli e malfattori anche di altre città.
I trasteverini dicevano che loro erano romani puri, visto che non avevano mai voluto “passar ponte” per non mescolarsi con i monticiani.
Ma nel tempo anche il Rione Regola, Borgo, Popolo, si unirono alle sassaiole.
Tutto questo terminò, come dicevo prima, con l’occupazione napoleonica e quandoPio VI decretò l’inizio di altri scavi, Campo Vaccino divenne una spianata con alberi dove venivano legati buoi e cavalli, dove recinti contenevano pecore e maiali, per essere venduti…le sassaiole si spostarono allora verso Piazza Navona e il Campidoglio.
A molti romani questo non andò a genio, ma il potere è potere, un poeta anonimo scrisse:

“Piangi, diletto amico,
piangi sul Foro antico
un dì campo di eroi,
or d’asini e buoi.”

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(mi sorge un dubbio, si riferiva solo agli animali?)

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SS Cosma e Damiano

Se passate per Roma non potete lascirvi sfuggire la basilica dei Santi Cosma e Damiano, chiesa dal fascino indiscusso situata nel cuore di questa stupenda città, ha mosaici pregiati, tra i più belli della capitale.

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La chiesa è stata dedicata ai santi Cosma e Damiano, fratelli, i due erano medici che fornivano in nome di Dio assistenza medica a chiunque ne avesse bisogno nella città d’Egea, questo non piaceva al governatore della provinicia che forzava i fratelli a fare sacrifici agli dei pagani; Cosma e Damiano rifiutarono e vennero maririzzati nel 303, le loro reliquie furono poi trasportate a Roma e disposte sotto l’altare inferiore della basilica. Nel Medioevo la basilica era anche un centro di assistenza per poveri pellegrini a Roma. Nel 64 d.C. un imponente incendio distrusse il lato nord del Foro Romano, dove l’imperatore Vespasiano decise poi di costruire il Foro della Pace: un complesso con tempio romano, fontane e una aula rettangolare chiamata la biblioteca Pacis. Nel IV secolo l’imperatore Massenzio affiancò alla biblioteca una rotonda con ingresso monumentale dal Foro Romano, tutt’oggi esistente, coperto con una delle più grandi cupole di Roma; ancora esistente l’antica porta di bronzo (tra i pochi monumenti di questo tipo in tutto il mondo) che ancora preserva la sua funzionalità. cosma e d La tradizione racconta che la rotonda era chiamata il Tempio di Romolo in memoria del figlio divinazzato di Massenzio morto prematuramente all’inizio del IV secolo.
Nell’anno 526 papa Felice IV ricevette il permesso dal re Teodorico di unire e convertire questi edifici ad uso cristiano, fu la prima chiesa di culto cristiano nell’area del Foro Romano. A quel periodo risale il mosaico absidale conservato ancora in ottime condizioni e considerato uno dei importanti nella storia dell’arte.

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cosma madonna Una parte importante della vita spirituale della basilica era la devozione mariana, iniziata da papa Gregorio Magno: secondo la leggenda mentre passava davnti la chiesa Maria gli disse: “Gregorio, perché non mi saluti più, come facevi sempre?” da allora l’immagine della Madonna della Salute è posta sull’altare maggiore ed è adorata ancora con grande devozione.
Nell’anno 760 papa Paolo I fece costruire l’Oratorio di San Pietro in Silice, luogo dedicato a San Felice ed era noto per l’acqua miracolosa che guariva i fedeli.
Nella navata della chiesa sono presenti sette cappelle: Cappella della Crocifissione, la Madonna, S. Antonio, S. Francesco d’Assisi, S. Barbara, S. Alessandro, S. Rosa.
Nel 1583 durante il pontificato di papa Gregorio XIII venenro riscoperti i busti dei santi Marco e Marcello.
Nel 1626 papa Urbano VIII fece ricostruire la basilica demolendo e sostituendo le mura romane del primo secolo, la basilica fu divisa in due con la costruzione di un nuovo pavimento, cappelle e altari furono spostati o ricostruiti nella nuova chiesa superiore, furono costruiti nuovi edifici del monastero ed un cortile con portici; la ricostruzione fu completata nel 1632.

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In questa basilica si trova uno dei più bei presepi di Roma, un presepio napoletano del ‘700; qui il Bambinello nasce tra le colonne del foro romano, un presepio che ha per sfondo una Roma d’epoca con tanti personaggi stupendi. Lo definirei un presepio originale e superbo.

 

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