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"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Il Battistero

In piazza San Giovanni in Laterano, Roma, potete ammirare il Battistero lateranense, chiamato anche San Giovanni in Fonte. Ma per i romani è il Battistero.


Qui sono stata battezzata, così i miei fratelli e tutti i miei cugini. Per noi romani è stata una tradizione imperdibile, ora non più.
La costruzione fu voluta, nel IV secolo, dall’imperatore Costantino che aveva sposato una Laterani, Fausta; successivamente fu modificato e restaurato da vari interventi. 
Sulla proprietà esisteva un ninfeo che su consiglio della madre di Costantino, Elena, fu trasformato in fonte battesimale; la tradizione vuole che che anche l’imperatore vi fosse stato battezzato, ma nella realtà Costantino non ricevette mai il battesimo.
È il più antico Battistero monumentale ancora  operante nella vita della Roma cristiana.
Esternamente ha un aspetto molto semplice, l’interno è a pianta ottagonale. Al centro, si trova un anello di otto colonne di porfido con capitelli corinzi che sorregge un architrave, sempre ottagonale, al di sopra c’è un secondo ordine di colonne più piccole, in marmo bianco.
L’antico portico del Battistero fu trasformato nel 1054 in due cappelle: rispettivamente la cappella delle sante Rufina e Seconda e la Cappella dei santi Cipriano e Giustina, al cui interno, in una piccola abside, vi è un mosaico del V secolo.


.Al centro di un recinto circolare cinquecentesco è posto la fonte battesimale: un’urna di basalto verde con copertura in bronzo opera di Ciro Ferri (1634-1689). Le sette fontane d’argento in forma di cervi, che nell’antichità ornavano la vasca battesimale, poi trafugate dai barbari, sono oggi ricordate da due statue di cervi di bronzo in atto di bere alla sorgente, poste nel 1967 da Papa Paolo VI.


Anticamente nella vasca battesimale si entrava vestiti di bianco, scendendo alcuni gradini, il battesimo era infatti per immersione, lo ricordano i due appellativi di San Giovanni “ad vestes” e “ad fontem.

 

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Una chiesa…particolare

Se gironzolate per Roma passate in Via di S. Giovanni Decollato, o al passetto (un sottopassaggio) S. Giovanni Decollato, potrete visitare la chiesa omonima.
Forse in origine era S. Maria de Foeva, chiesa antichissima che prese il nome attuale nel 1488, quando venne concessa all’Arciconfraternita fiorentina della Misericordia; fu costruito anche  l’Oratorio detto di S. Orsola, da qui partiva la processione che prendeva in carico un condannato, liberato per il privilegio ottenuto dalla Confraternita.


L’Arciconfraternita, a Roma dal 1488, ricevette da papa Innocenzo VIII l’incarico di confortare i condannati a morte per decapitazione e di poter seppellire coloro che morivano in grazia di Dio in fosse comuni poste nel chiostro, le fosse erano coperte da chiusini con su scritto “Domine, cum veneris judicare, noli me condemnare” ( Signore, quando verrai a giudicare, non condannarmi).
Molti confratelli, che erano anche di famiglie illustri, si facevano seppellire anonimamente con i giustiziati che avevano confortato nell’ultimo istante, come forma di umiltà.


Come già detto le fosse si trovano nel bellissimo chiostro, sotto i portici sono murate numerose lapidi sepolcrali, sul pavimento sono ancora visibili le sette botole, sei per gli uomini ed una per le donne.
Dal chiostro si può accedere alla “Camera storica”, dove sono conservati cimeli di notevole interesse: documenti che testimoniano processi, patiboli e roghi; il cesto che raccoglieva la testa dei giustiziati, anche quella di Beatrice Cenci, e l’inginocchiatoio sul quale la giovane recitò l’ultima sua preghiera; affissa ad una parete la condanna a morte di Giordano Bruno; il grande crocifisso che apriva i cortei diretti al patibolo e la barella con cui i confratelli riportavano il corpo del giustiziato; le cappe nere dei confratelli e le coperte che li riparavano dai rigori delle veglie in carcere; le fiaschette per l’aceto ed il vino greco da dare al condannato; le custodie di cuoio per i fogli sui quali il reo dettava le sue ultime volontà; le corde per calare i corpi degli impiccati ed il coltello per recidere il laccio; i registri che narrano figure di eretici, assassini, malfattori o presunti tali.
Ogni 29 di agosto, giorno del ritrovamento della testa del Battista, la Confraternita aveva il privilegio di liberare un condannato a morte, nella camera storica, a testimonianza di ciò, resta l’abito rosso che i confratelli facevano indossare al prigioniero liberato e l’urna che conteneva le fave bianche e quelle nere che servivano per scegliere colui che avrebbe avuto salva la vita, vinceva chi aveva più fave nere, nello stesso giorno si bruciavano anche le corde servite per le impiccagioni.
Il giorno prima di un’esecuzione i confratelli uscivano di sera dalla chiesa avvolti in neri mantelli, si dirigevano verso il carcere accompagnati dal lume di una candela e dal suono di una campanella, che annunciava che l’indomani un uomo sarebbe stato giustiziato. La veglia avveniva nelle segrete del carcere. Dopo l’esecuzione le teste mozzate venivano date alle fiamme il 24 giugno di ogni anno, in occasione della festa di S. Giovanni Battista, morto decapitato.
All’interno della chiesa troviamo tre nicchie con altari divisi da paraste doriche completamente affrescate da artisti toscani del tardo Cinquecento, con figure di santi. Il soffitto, a cassettoni, è ornato dalla Croce e dal giglio di Firenze, mentre al centro è raffigurata la Testa di S. Giovanni Battista.


Vi sono custodite opere importanti: la Natività di Jacopo Zucchi, l’Incredulità dell’apostolo Tommaso di Giorgio Vasari, la Visitazione del Pomarancio, la Madonna del Latte, proveniente dalla demolita chiesa di S.Maria della Fossa, un S. Giovanni Evangelista sottoposto al martirio dell’acqua bollente di Battista Naldini e, nel terzo altare, un bel Crocifisso ligneo.
Sull’altare maggiore si trova la splendida Decollazione del Battista di Giorgio Vasari del 1553.
Nell’oratorio si può ammirare un ciclo pittorico: otto episodi della vita di S. Giovanni Battista, come la Predica del Battista (1538) ed il Battesimo di Cristo (1541), entrambi di Jacopino del Conte, la Nascita del Battista (1551) e la Visitazione (1538) di Francesco Salviati, in quest’ultima tela, nel personaggio con la barba, è stato identificato il ritratto di Michelangelo, che apparteneva all’Arciconfraternita.
Accanto all’ingresso della chiesa, su un portale, vi è una cornice marmorea con all’interno, in rilievo, la testa di S. Giovanni, sulla cornice è incisa la scritta “Misericordiae Archiconfrater“, che costituisce lo stemma dell’Arciconfraternita


E non può mancare una leggenda romana (ma un fondo di verità c’è…): sembra che i romani partivano dalle carceri seguendo il percorso dei condannati a morte cercando segni per ricavare numeri da giocare al lotto, oppure si radunavano davanti la chiesa dopo la mezzanotte per pregare le anime dei giustiziati affinchè rivelassero loro i numeri da giocare.

 

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Piccioni

E Roma è anche questo…

 

 

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Passeggiata romana…

Lungo la sponda del il lago artificiale dell’Eur (ideato da Marcello Piacentini) sono piantati mille ciliegi, i Sakura, donati dalla città di Tokyo a Roma.
Parlo della Passeggiata del Giappone, luogo suggestiva nel periodo dell’Hanami, la fioritura dei ciliegi, che solitamente avviene tra la metà di marzo e i primi di aprile.


Il progetto del lago nasce per l’Esposizione Universale del 1942 ma fu portato a termine solo nel dopoguerra, in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960.
In questa area trovate anche il Giardino delle Cascate che è costituito da salti e getti d’acqua, scogliere, pietre naturali e piante di diversa specie, sulla cascata centrale passa il ponte pedonale Hashi, dalla pavimentazione in vetro, che collega le diverse sponde; la funzione delle cascate non è puramente estetica, con i loro movimenti d’acqua contribuiscono all’ossigenazione delle acque del lago.

 
In più nei dintorni troverete querce, pioppi, magnolie, olivi, aceri…insomma un luogo da visitare.

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Leggende romane

Lo scrittore Stendhal ha raccontato questa strana storia: un giorno il Diavolo passeggiava con il Vento per Roma, quando, giunti in Piazza del Gesù, si fermarono davanti alla Chiesa del Gesù.
Il Diavolo chiese al Vento di attenderlo fuori dalla chiesa perchè voleva entrarvi per fare qualcosa…
Ma il Diavolo da lì non uscì mai più e il Vento è ancora lì che lo attende passeggiando su e giù e questo crea le correnti che caratterizzano la piazza.
In verità la ventosità della piazza è dovuta dal fatto che è collocata al centro di cinque strade: via del Plebiscito, via del Gesù, Corso Vittorio Emanuele II, via Celsa e via d’Aracoeli.
Probabilmente Stendhal raccontò questa storia per alludere alle capacità di conversione dei Gesuiti, che sarebbero riusciti a convertire persino il Demonio, un’altra corrente di pensiero dice che la storia sia stata raccontata per denigrare il potente Ordine dei Gesuiti, titolare della Chiesa, accusandolo di essere tanto corrotto da riuscire a trattenere tra le sue fila addirittura il Diavolo.

Un’altra leggenda racconta che, vista la straordinaria bellezza della Chiesa del Gesù, Lucifero vedendola si ingelosì terribilmente e decise di distruggerla, arrivò a notte fonda su un carro demoniaco trascinato dal Vento.
Ma rimanendo così tanto affascinato dalla bellezza della Chiesa, quando arrivò l’Alba, nella fretta di fuggire abbandonò la piazza lasciando lì il Vento, che ancora attende il suo ritorno.

Piazza del Gesù era anticamente chiamata Piazza di Santa Maria della Strada, che era una piccola chiesetta demolita poi per far spazio alla grande chiesa dei gesuiti, conosciuta come Chiesa del Gesù. Bellissima.


All’interno ci sono diverse cappelle , tutte stupende, ma quella di S.Ignazio è un capolavoro di barocco romano, progettata dal padre gesuita Andrea Pozzi; ha quattro colonne di lapislazzuli e bronzo dorato; il gruppo della SS.Trinità che si trova sulla cornice ha un angelo che regge il globo terrestre, per molto tempo fu creduto un blocco di lapislazzuli, il restauro ha scoperto essere un comune laterizio solo ricoperto di lapislazzuli ;
nella nicchia in mezzo all’altare ci sono due angeli che reggono una tazza col nome di Gesù inciso in cristallo di rocca; la statua di S.Ignazio oggi è di rame argentato, originalmente era di puro argento (fu fusa per consentire a Pio VI di pagare l’enorme tributo imposto da Napoleone col trattato di Tolentino), quando fu posta , essendo il gruppo della SS. Trinità di stucco, Pasquino non si fece passare il momento: “Quando il Padre Eterno vide S. Ignazio d’argento, restò di stucco!”; una tela che, attraverso un marchingegno barocco, veniva alzata il giorno della festa del Santo il 31 luglio, permette la spettacolare comparsa della statua di Sant’Ignazio in gloria, dopo un accurato restauro eseguito nel 2007, ogni pomeriggio alle 17:30 e la tela viene abbassata per permettere ai turisti di ammirare la comparsa della spettacolare nicchia
sotto l’altare riposa il corpo di Ignazio, in un’urna di bronzo dorato

Nella chiesa c’è anche una cappella dove è venerata l’immagine sacra che dava nome alla antica chiesetta di S. Maria della Strada.

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Buon Compleanno bella Roma mia!

Ti omaggio con il profumo del Gelsomino e di una delle tante storie che ti hanno attraversato

Il Granduca di Toscana era l’unico a possedere dei gelsomini, portati da poco in Italia; ne era geloso, tanto che ordinò al proprio giardiniere, che li accudiva, di non regalare a nessuno neanche un fiore.
Ma il giardiniere era innamorato di una bella ragazza e decise di donarle un’intera pianta di gelsomino, che attecchì. La giovane inizio così a venderne i fiori riuscendo a farsi la dote e sposare il giardiniere, scatenando l’ira del Granduca.
Anticamente le spose toscane usavano adornarsi, nel giorno del loro matrimonio, con questo fiore.
Un toscano, giunto a Roma, decise di aprire un’osteria con l’insegna del gelsomino per ricordare questa leggenda. Da questa insegna la strada venne chiamata Via del Gelsomino.
La strada si trova nel rione Aurelio, qui sorgevano diverse fornaci per la lavorazione di mattoni, nacque così un borgo negli anni ’20; negli anni ’40, con la chiusura delle ultime fornaci, la strada venne accorciata ma mantiene ancora una gran parte di palazzi risalenti al periodo in cui l’area era abitata dai fornaciari.

 

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Gazometro (o gasometro)

Se passate a ridosso della via Ostiense, a Roma, potete osservare un enorme cilindro metallico.
Oggi è considerato quasi una scultura, è il gasometro, o gazometro (come veniva chiamato una volta); intorno al gasometro si è sviluppato un quartiere che fa parte della Movida romana.
Il gasometro è il più grande d’Europ.
Fu costruito dalla società Ansaldo tra il 1935 e il 1937, voluto dal sindaco Ernesto Nathan. All’interno della struttura ancora visibile c’era un cilindro che si abbassava e alzava indicando la quantità di gas contenuto. Con l’arrivo del gas metano, intorno al 1960 il gasometro è caduto in disuso.

 

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A Roma c’è una gatta…

…a dire il vero ci sono tant gatti, Roma è nota anche per le sue colonie di felini, ma la gatta di cui voglio raccontare è particolare.


E’ una statua di marmo bianco che potete vedere nel Rione Pigna, proprio a Via della Gatta.
La gatta in questione sembrerebbe essere stata parte del Tempio di Iside, che, al tempo dell’antica Roma, si trovava in questa zona; il gatto era considerato sacro dagli antichi egizi che adoravano Iside; questa gatta sarebbe Bastet, proprio figlia di Iside e Osiride.
La statua è posizionata su un angolo di Palazzo Grazioli.
Su questa gatta ci sono diverse leggende, e noi romani siamo specialisti nel crearne, su ogni angolo della nostra stupenda e, ahimè, trascurata città; una leggenda racconta che la gatta miagolò quando vide un bambino sporgersi pericolosamente dal cornicione, così facendo attirò l’attenzione della mamma che lo salvò da quella che sarebbe stata una fatale caduta; un’alra leggenda racconta che la gatta iniziò a miagolare incessantemente per avvisare gli abitanti del rione di un incendio sviluppatosi di notte che, se non subito spento, avrebbe provocato vittime e danni; e ancora, la gatta sarebbe posizionata nel punto dove è sepolto un tesoro, ma non è stato mai trovato malgrado gli accertamenti effettuati; quella che piace di più a noi romani è quella che racconta dello sguardo…
Lo sguardo della gatta sarebbe puntato su un tesoro nascosto, ma per quanti lo abbiano cercato, nessuno lo ha mai trovato. Almeno ufficialmente.

 

 

 

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Buona festa dell’Immacolata a tutti i blogger

 

Per i “romani” la colonna dell’Immacolata è uno dei monumento fondamentali di Roma.
La colonna è dedicata al dogma dell’Immacolata Concezione che fu stabilito nel 1854 da papa Pio IX.
La colonna è situata in piazza Mignanelli.
Finanziata da Ferdinando II delle Due Sicilie fu progettata dall’architetto Luigi Poletti.
Il basamento è di marmo dove sono poste quattro statue raffiguranti David, Isaia, Ezechiele e Mosè ,opere di artisti diversi, sotto ogni statua è riportato un versetto della Sacra Scrittura riferentesi al dogma dell’Immacolata Concezione, vi sono anche quattro bassorilievi rappresentanti l’Annunciazione, il sogno di S. Giuseppe, l’Incoronazione di Maria in Cielo e la definizione del dogma ; la colonna è alta 11,81 metri, proviene dagli scavi romani nel monastero di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio nel 1777; alla sommità svetta una statua bronzea raffigurante la Madonna, opera di Giuseppe Obici.
Il monumento fu inaugurato l’8 dicembre 1857 grazie al lavoro di 220 vigili del fuoco, all’inaugurazione e consacrazione della colonna intervenne Pio IX.
Da 1923 ogni anno i pompieri di Roma offrono, nella festa dell’Immacolata, una corona di fiori alla Madonna e dal 1958 il Papa presenzia regolarmente a questa cerimonia.

   

Mi commuovo sempre quando i pompieri salgono per donare all’Immacolata la corona di fiori.

 

 

 

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Roma è anche questo….

 

 

Lungo la Passeggiata del Gianicolo potete ammirare il monumento equestre di Anita Garibaldi*.
Fu realizzato nel 1932 dallo scultore Mario Rutelli. Alla base del monumento sono conservate le ceneri di Anita, traslate da Nizza.


La statua bronzea rappresenta Anita con la pistola in pugno che sorregge il figlio Menotti (neonato) mentre cerca di sottrarsi alla cattura nell’accampamento di São Luís, accerchiato dalle truppe imperiali durante la Guerra dei Farrapos.
Il piedistallo è ornato da pannelli bronzei che raffigurano episodi della vita di Anita.

Anita guida una formazione di soldati in marcia nelle Pampas.
 Anita alla ricerca del corpo di Garibaldi tra i caduti della battaglia di Curitibanos, dove ella credeva che l’Eroe dei due mondi fosse stato colpito.
 Anita sorretta da Garibaldi, durante la fuga nelle Valli di Comacchio.

 

 

 

*La vita di Anita fu brevissima, morì a soli 28 anni
Ana Maria De Jesus Riberio nasce in Brasile.
Riceve un’educazione elementare, sa cavalcare ed è anche una esperta nuotatrice.
Ancora giovanissima viene data in sposa a Giuseppe Duarte, del quale non si hanno notizie certe, ma sembrerebbe essere deceduto in un naufragio.
Garibaldi, fuggito dall’Italia perchè condannato a morte per avere partecipato ai moti carbonari e per essere iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si rifugia in America Latina, prendendo subito parte a insurrezioni locali. Durante un invito ricevuto conosce Anita e ne rimane colpito, quando riceve l’ordine di salpare, Anita vuole a tutti i costi imbarcarsi con lui.
Anita condivise veramente gli ideali politici del suo Josè, come lei lo chiama, e lo segue ovunque, nei pericoli e nelle battaglie. Si sposano quando venne accertata la morte del primo marito.
Nel 1840 le varie spinte secessioniste locali vengono definitivamente soppresse dal governo centrale e Garibaldi organizza la ritirata. Anita, che non è riuscita a scappare con lui, riesce a sfondare l’assedio ma il suo cavallo viene abbattuto, costretta ad arrendersi è convinta che Giuseppe sia morto, prega il nemico di poter cercarne il corpo tra i cadaveri nel campo di battaglia, non tovandolo decide di rubare un cavallo e durante la notte tenta la fuga. Anita era incinta di sette mesi, aggrappata alla coda di un cavallo guada un fiume, affluente dell’Uruguay. Raggiunge la fazenda di San Simon, dove si ricongiunge con Garibaldi. Qui che nasce il primo figlio, Menotti. A dodici giorni dal parto, mentre Garibaldi è assente, una improvvisa incursione la costringe a un’altra fuga. Avvolge il piccolo Menotti in un fazzoletto che lega a una spalla e, stringendolo al seno, fugge a cavallo. Garibaldi la trova esausta al margine di una foresta. Anita e Giuseppe hanno una vita disseminata da pericoli, sacrifici e povertà, anche perché lui ha sempre rifiutato i compensi che i governi dei popoli da lui aiutati gli avevano spontaneamente offerto. Quando la piccola famiglia si trasferisce a Montevideo, in una piccola casa in affitto, nascono altri tre figli: Rosita, che muore a due anni, Teresita e Ricciotti.
Intanto in Italia stanno maturando eventi nuovi e Garibaldi può essere di grande aiuto al suo paese, decide di farsi precedere da Anita e dai bambini; arriva a Nizza, dalla madre di Garibaldi, che arriverà dopo quattro mesi. Quando fu proclamata la Repubblica Romana Garibaldi viene proposto come deputato, Anita potrebbe rimanere al sicuro a Nizza coi suoi figli ma decide di raggiungere il marito a Roma, era incinta di quattro mesi. Quando la Repubblica di Mazzini cade, Garibaldi e le sue camice rosse fuggono da Roma, Anita si taglia i lunghi capelli, si veste da uomo e parte a cavallo a fianco di Josè, vengono seguiti dai soldati di cinque eserciti e l’intenzione di Garibaldi e della sua colonna è quella di raggiungere Venezia e sostenere la repubblica di Mazzini, attraversano l’Appennino trovando sempre sostegno nelle popolazioni. Molti avrebbero anche ospitato e curato Anita, che nel frattempo aveva contratto la malaria, cercando di convincerla a fermarsi, ma lei vuole proseguire. Garibaldi, Anita e 160 volontari raggiungono Cesenatico, dove si imbarcano, ma nei pressi di Goro iniziano dei cannoneggiamenti e sono costretti a sbarcare a Magnavacca. La fuga prosegue a piedi o con mezzi di fortuna, aiutati da cittadini di ogni estrazione sociale, in un territorio più sicuro ma molto faticoso, attraversando valli tra terra e acqua. Raggiungono la fattoria dei conti Guiccioli, vengono ospitati da Stefano Ravaglia, fattore del conte. Anita, ormai priva di conoscenza per la malattia e gli stenti, viene deposta su un letto dove muore poco dopo fra le braccia del suo Josè. Le circostanze drammatiche non permettono a Garibaldi di rimanere a piangere la moglie e, sollecitato, riprende la fuga. Per timore di essere scoperti come aiutanti di Garibaldi, i Ravaglia seppelliscono il corpo di Anita in un campo da pascolo dove viene scoperto da tre pastorelli. Seguono giorni di ricerche e di denunce. Il corpo della donna sconosciuta viene così sepolto nel cimitero di Mandriole, per poi essere traslato all’interno della chiesa. Dopo dieci anni, al termine della II guerra di indipendenza, Garibaldi, coi figli Menotti e Teresita, giunge a Mandriole per ritirare le spoglie di Anita e trasferirle al cimitero di Nizza. Nel 1931 il governo italiano chiede il permesso al sindaco della città natale di Garibaldi di spostare i resti a Roma, al Gianicolo.
Di questa donna coraggiosa e unica, si è raccontato molto, è molto difficile districarsi tra storia e leggenda, molti sono i racconti veri e romanzati.

 

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