TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

La più grande industria di ceramiche greche…

…dove sorgeva? Nella valle del Cottone, a Selinunte (Sicilia). Su un’area di 1.250 metri quadrati si estende l’industria di produzione di terrecotte e ceramiche piu’ grande del mondo antico mai ritrovata.
Su questa area, dove sorgeva il quartiere industriale dell’antica colonia greca, datata al V secolo a.C., vi sono ottanta fornaci; si ipotizza che la fornace piu’ grande servisse per la produzione di tegole in terracotta e le altre piu’ piccole per realizzare vasi, statue e altro materiale L’area è ancora ben conservata, pavimentata con tegole in terracotta e dotata di un pozzo profondo e con anelli, sempre in terracotta, dal quale, propabilmente veniva prelevata l’acqua utilizzata per lavorare l’argilla.
E’ stata trovata anche la zona più antica del quartiere, con ceramiche e terrecotte figurative prodotte in loco.
Per questo ritrovamento dobbiamo ringraziare l’Istituto archeologico germanico di Roma e dell’Universita’ di Bonn.

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Carlo Magno

Frank Ruehli (professore presso l’Istituto di Anatomia dell’Università di Zurigo) e l’antropologo Joachim Schleifring, che nel 1988 classificò il contenuto della sepoltura, ritengono che le ossa custodite in una cappella della cattedrale di Aquisgrana sono quelle di Carlo Magno.


Da 26 anni studiano i resti di quello che potrebbe essere l’imperatore scomparso 1.200 anni fa.
Dalle ossa è stato stabilito che appartengono a un uomo anziano alto 184 centimetri (cosa anomala per quell’epoca) e che pesava circa 78 chili.

 

La tomba di Carlo magno fu aperta una prima volta da Ottone III nell’anno 1000, la lggenda vuole che lo trovò in ottimo stato di conservazione; nel 1165 fu la volta di Federico Barbarossa che fece disporre le spoglie in un sarcofago scolpito nel marmo , che si dice fosse quello in cui fu sepolto Augusto e infine Federico II, nipote del Barbarossa, il quale nel 1215 fece trasferire le spoglie in uno scrigno di oro e argento
Queste manipolazioni fecero sorgere dubbi sui resti dell’imperatore.

 

 

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Leggende e curiosità

Sulla fondazione di Roma si sa qual’è la leggenda più accredidata, la famosa lupa… ma sulla città di Roma ce ne sono tantissime di leggende.

fororomano
Ad esempio, nel 753 a.C. il Foro Romano era una malsana palude dove si svolse la battaglia fra romani e sabini, conseguenza del famoso ratto delle sabine.
Il comandante dei sabini Mezio Curzio precipita in un fosso, con il suo cavallo, a causa della melma; quel luogo fu chiamato “Lacus Curtius” (lago di Curzio), fu bonificato, riempito di terra e considerato sacro.
Nel 393 a.C. quel fosso si riapre improvvisamente creando una grossa voragine, la leggenda dice a causa di un fulmine; segnale infausto degli dei, consultati gli oracoli il responso fu che la loro ira si sarebbe placata e la voragine richiusa solo gettandovi ciò che Roma avesse di più prezioso, ma di tutte le offerte gettate nessuna ebbe l’effetto sperato..
Ciò che Roma aveva di più prezioso era l’esercito e questo fu capito da Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani. Marco Curzio indossò l’armatura, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L’ira degli dei si placò e il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
i-resti-del-lacus-curtius-nel-foro-romano L’assurdo di questa leggenda è che il Lacus Curtius è stato trovato durante i scavi effettuate nelle parte più antica del Foro Romano, con all’interno un antico rilievo marmoreo.

 
Altra leggenda che ha radici nella festa del Vulcanale; non si sa con sicurezza se all’inizio di aprile, o giugno e agosto si teneva una feste dove i pescatori del Tevere bruciavano in un falò tutti i pesci pescati in giornata, di fronte al Vulcanale, tempio di Vulcano il Dio degli incendi, ma che propabilmente a Roma era personificato con Giove.
Giove chiese di sacrificare a lui un uomo, per porre fine alla pestilenza che imperversava in quel periodo, tagliandogli la testa, Numa Pompilio rifiutò questo sacrificio e sacrificò la testa di un pesce; Giove, conquistato dalla fermezza del re si accontentò e promise benevolenza, il giorno dopo tre rombi di tuono annunciarono ai romani la discesa del Sacro Ancile, uno scudo rotondo che planò sul Foro Romano e fu posto insieme agli altri sei pegni della potenza romana* (pignora imperii): Il Palladio, l’Ago di Pessinunte, la quadriga di Vejo, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilionea. La ninfa Egeria aveva rivelato che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente, allora Numa, per evitarne il furto da parte dei nemici, ordinò a Mamurio Veturio di fabbricarne altri undici uguali che, con quello originario, furono affidati a dodici giovani patrizi, i Salii che, alle idi di marzo, li portavano in processione per le vie di Roma, e poi solennemente li custodivano scudo

 

* Il Palladio era un talismano, simulacro di Minerva palladio, che aveva il potere di difendere un’intera città, il più famoso era nella città di Troia che fu distrutta solo dopo che Ulisse riuscì a rubarlo; un’altro era custodito nell’antica Roma, si dice portato da Enea, secondo Arctino di Mileto invece Ulisse non rubò il vero Palladio perchè Enea lo portò con sé in Italia depositandolo nel tempio di Vesta (nel Foro Romano); la tradizione vuole che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione.

pessinunte * L’ago di Pessinunte era una pietra nera, sacra, di forma conica, che i Romani trasferirono a Roma da Pessinunte (una delle principali città della Galazia), nel 204 a.C., per scongiurare la vittoria di Annibale; esso era conservato nel tempio della Magna Mater, sul Palatino.
* La quadriga di Vejo era un’opera prodotta in terracotta dal leggendario scultore etrusco Vulca, originario di Veio, che, verso la fine del VI secolo a.C., era posta sul tetto come ornamento del tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio qudriga
* Le ceneri di Oreste restano un mistero, non si capisce la ragione che avrebbe portato questa reliquia come monile per la protezione della città.
* Anche lo scettro di Priamo e il velo di Iliona (primogenita di Priamo) restano un’incognita, si pensa che potevano essere arrivati a Roma portati dai profughi troiani.

 
Ancora una leggenda affascinante. Si dice che nel bosco sacro, dove sorgeva il Tempio di Giunone Lucina (oggi sarebbe presso la chiesa di San Francesco di Paola), era piantato un albero di loto, il “lotus capillaris”, a questo venivano appese le chiome delle vestali, recise quando ancora bambine entravano a far parte delle sacerdotesse della dea Vesta, il più antico e importante santuario di Roma, considerato il sostituto del focolare domestico.
Proprio questa importanza diede origine alla custodia di un gruppo di sacerdotesse, le vestali appunto; erano in numero di sei, incaricate della sorveglianza del fuoco e dei riti connessi con il culto domestico; le vestali erano sottratte alle famiglie patrizie in giovanissima età, tra i sei e i dieci anni, dovevano prestare sacerdozio per un periodo di trenta anni, conservando la verginità perché da questa e dal fuoco derivava la forza e la salvezza di Roma, chi veniva meno a questa norma veniva sepolta viva perchè il sangue della vestale non poteva essere versato; al complice era assegnata la morte per fustigazione.
Le vestali godevano di prestigio e grandi privilegi: non era soggetta alla potestà del padre, aveva a disposizione notevoli mezzi finanziari, aveva diritto a spostarsi in città con il carro, aveva posti riservati negli spettacoli e diritto di sepoltura all’interno del pomerium (spazio compreso entro le mura cittadine) dell’urbe. Il più grande privileggio era la vista del Penus Vestae dove erano conservati gli oggetti pegno dell’impero.

vestali

 
Ma Roma è anche città di curiosità incredibili.

 

Nel Foro vennero deposte le spoglie di Giulio Cesare dopo essere state bruiciate.
Dopo la sua morte, avvenuta nella Curia, il corpo venne trasportato nel Foro Romano e cremato; qui fu alzata una colonna di marmo con l’iscrizione “Parenti Patriae” (al padre della patria). Successivamente, rimossa la colonna, Augusto fece costruire il tempio dedicato al Divo Giulio. Dopo i saccheggi, particolarmente distruttivi avvenuti nel XV secolo, restano soltanto avanzi in opera cementizia del podio: i vuoti corrispondono alle parti più importanti, colonnato e muri della cella, che erano in blocchi di tufo. La parte anteriore del podio è costituita da un emiciclo entro il quale vi è ancora il nucleo di un altare circolare probabilmente eretto sul luogo dove il corpo di Cesare fu cremato (in seguito, per ragioni non note, l’emiciclo e l’altare furono chiusi con un muro rettilineo), alla piattaforma si accedeva tramite due scale laterali. Il tempio era probabilmente corinzio ed era costituito da una cella preceduta da sei colonne, più due sui lati lunghi. All’interno della cella era posta la statua di Cesare con la testa sormontata da una stella (immagine ricavata dale monete), rappresentata anche sul frontone del tempio. L’edificio era circondato, sui due lati lunghi e su quello posteriore, da un portico che potrebbbe essere identificato come la “porticus Iulia”, sul lato anteriore doveva sorgere una delle tre tribune oratorie del Foro, con il frontale ornato dei rostri delle navi appartenute alla flotta di Antonio e Cleopatra, catturate nella battaglia di Azio nel 31 a.C.
Ancora oggi ogni anno, in corrispondenza con le Idi di Marzo sul basamento vengono deposti fiori e accese candele.

giulio

 
Altra curiosità, ai romani piacevano molto i “giochi da tavolo”. Una grande passione molto praticata, specie in epoca imperiale; per i giochi venivano usate le “tabule lusorie”, tavole con iscrizioni di sei parole composte a loro volta da sei caratteri ciascuna.
La tavola era composta da 36 caselle disposte su tre righe parallele, le scritte erano di vario genere: inneggianti alle vittorie dell’esercito o alle gare circensi, o dei semplici segni ripetuti.
Una di queste tavole, di legno richiudibile, è stata ritrovata nel Castro Pretorio di Roma ed è oggi conservata nei Musei Capitolini. Quelle di legno venivano usate dai viaggiatori che con le barche solcavano fiumi e mare, o sulle carrozze, come era solito fare l’imperatore Claudio tabuleju
Molte di queste tavole furono reimpiegate, in età tardo-antica, dentro le catacombe come lastre di chiusura dei loculi, molti cristiani non erano immuni al gioco.
Le tavole lusorie venivano anche incise o dipinte in luoghi pubblici come i fori.
Altri giochi da tavolo apprezzati erano:
il gioco delle 12 linee, citato sia da Cicerone che da Quintiliano, a cui si partecipava con due file di 15 pedine per ciascun giocatore, bianche e nere incise con numeri alla latina e alla greca su ciascuna faccia che potevano essere di materiale diverso: avorio, osso, legno, vetro o marmo;
il filetto (molto simile a quello che si gioca ancora oggi) si giocava tramite l’impiego di tavole a mulino, costituite da quadrati concentrici intersecati da due linee perpendicolari, mentre agli angoli e agli incroci erano i punti di sosta delle pedine;
il gioco dei soldati era simile all’attuale dama o agli scacchi, erano richieste 64 caselle, ciascun giocatore aveva 30 pedine bianche o nere, denominate soldati o combattenti, la finalità del gioco stava nel bloccare l’avversario in modo che non avesse più caselle per muoversi, il punteggio era di volta in volta determinato dal lancio di tre dadi posti dentro un bussolotto detto Fritilla;
l’Alea o tabula (il cosidetto tavoliere romano a spicchi) era molto simile al gioco dei soldati, prevedeva l’impiego di 36 caselle divise in 3 file parallele e suddivise da elementi ornamentali.
giochi Le tavole con i vari giochi sono stati rinvenuti, incisi sul pavimento, nella Basilica Giulia, monumento tra i più straordinari del Foro romano, profondamente legato alla figura dell’imperatore Augusto, che la “ereditò” da Giulio Cesare per ampliarla e trasformarla nel più grande tribunale di Roma. Cesare ne avviò i lavori nel 54 a. C.

tabule
I romani amavano anche giocare a morra, ai dadi ed astrago.

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33 giorni – Léon Werth

“Bisogna allattare a lungo un neonato prima che impari a pretendere. Bisogna coltivare a lungo un amico prima che reclami il suo debito di amicizia. Bisogna essersi rovinati per generazioni a riparare il vecchio castello che crolla, per imparare ad amarlo.”
33gg 1940, i tedeschi avanzano minacciosi verso Parigi quando ormai la guerra per i francesi sembra perduta; Léon Werth e la moglie fuggono verso Saint-Amour, nel Canton Giura, Svizzera. Il loro mezzo di trasporto è la vecchia Bugatti.
Il viaggio di solito dura nove ore. Ci vorranno trentatré giorni.

 

“…il 12 giugno, ripartiamo alle quattro di mattina….
Alla sera ci fermiamo..Abbiamo fatto sedici chilometriin quindici ore.”

“La carovana avanza a passo d’uomo, cento metri, cinquanta metri cinque metri.”
“Alla velocità di due cilometri all’ora, oggi ne abbiamo fatti venticinque.”

“…riesco a fare quattro chilometri in meno di un’ora. Fa giorno…Alla fine della giornata, avremo percorso una decina di chilometri.”

 

E’ un libro questo che era destinato ad essere conosciuto, malgrado le avversità a cui andò incontro.
leon-w Il libro è rimasto per decenni nascosto fino a quando Antoine de Saint-Éxupery, amico di Werth e autore del Piccolo principe che dedicò proprio all’amico, lo portò negli Stati Uniti dove nessun editore volle pubblicarlo. Solo nel 1992 sarà pubblicato da Viviane Hamy (editore francese) senza prefazione di Saint-Éxupery, andata perduta che fu ritrovata nel 2014 da uno stagista francofono, che lavorava presso una piccola casa editrice americana, la Melville House.
lw Léon Werth rimase in Francia perché di origini ebraiche, ma la loro profonda amicizia non cessò mai di esistere anche se non si videro più. era un legame di profondo affetto, rispetto, ammirazione.
Un libro che racconta senza giudicare, che presenta i fatti come li ha vissuti l’autore, un resoconto preciso e senza illusioni, un diario di fuga tra dormite nei campi e l’offerta di un tetto o del mangiare; racconta la fuga di milioni di francesi tra cui i soldati, una fiumana che fugge a bordo du qualsiasi mezzo, con poche cose, se non la disperazione che la storia ci mette davanti in alcuni momenti, racconta la resistenza di alcuni di loro verso i nazisti, racconta dei collaborazionisti.
Un racconto che ho trovato meraviglioso nella sua drammaticità, che mostra paure e sentimenti, che parla di una generazione che spesso non ha oltrepassato la gioventù (e non parlo solo fisicamente, è invecchiata dentro), che mi fa pensare a quanti anni sono trascorsi fino ad oggi e che ancora tutto il vissuto niente ci ha imparato.

 

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“D’altro canto, una trascrizione nuda e cruda degli eventi è impossibile. I fatti si mescolano alle emozioni e ai giudizi…”

“Che cosa è vero? La guerra, la politica, l’uomo, Dio? Dio forse esiste, ma più lontano di dove l’hanno messo le religioni. Per come ci viene presentato, è una soluzione facile, buona per la pace e buona per la guerra, buona per i santi e per i criminali…. Ma non ho più la forza di andare a cercare in un paesino la storia e le sue ripercussioni. Aspetto che sia la storia a venire da me…Ciò che chiamiamo storia non può essere la più vana delle illusioni umane? Ciò che attribuiamo alla storia, alle guerre e alle potenze in tempo di pace, non è un segno della nostra incapacità? Facciamo la storia come un mlato fa una malattia. Siamo responsabili della storia come i matti sono responsabili della creazione dei manicomi.””

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Ministre?

Questa mattina con un paio di amiche si parlava di ministri e ministre…ci è venuto naturale fare dei confronti tra le donne del passato e quelle attuali, a me è venuta in mente Tina Ansemi, i più giovani neanche sanno di chi sto parlando (questo la dice lunga sulla mia età 🙂 ).
Tina Anselmi nasce a Castelfranco Veneto da una famiglia di antifascisti.
Nel 1944, mentre frequenta l’istituto magistrale a Bassano del Grappa, i nazifascisti la obbligano, insieme ad altri studenti, ad assistere all’impiccagione di trentuno prigionieri per rappresaglia; quuesta esperienza le fa decidere di entrare nella Resistenza (con il nome di Gabriella), prima come staffetta della brigata Cesare Battisti, poi passa al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Nel dicembre del 1944 s’iscrive alla Democrazia Cristiana e partecipa attivamente alla vita del partito. Laureata, diventa insegnante elementare; si impegna nell’attività sindacale con la CGIL, dal 1950 alla CISL come dirigente del sindacato dei tessili e degli insegnanti elementare; nel 1963 diventa vicepresidente del comitato direttivo dell’Unione europea femminile; dal 1968 inizia un percorso che la porterà a ricevere un mandato come parlamentare nelle commissioni Lavoro e previdenza sociale, Igiene e sanità, Affari sociali, si occupa soprattutto dei problemi della famiglia e della donna: si deve a lei la legge sulle pari opportunità.
Dal 29 luglio 1976 è Ministro del lavoro e della previdenza sociale nel governo Andreotti: è la prima donna ministro in Italia; dopo anche Ministro della sanità, è fra i principali autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Lasciando stare la figura politica, non è questo che volevamo disegnare, ma la diversità nel comportamento e nel vestire….forse oggi sono più glamur, più fatte e rifatte, fashion, più chiacchierone, più chiacchierate nella vita mondana e familiare, più urlatrici, sembrano voler spaccare il mondo…posso essere o non essere della stessa ideologia politica (non è questo che voglio sottolineare nel post),  ma non so se le nuove ministre (o minestre? ) abbiano le palle che ha avuto lei (e non parlo di quelle fisiche che ovviamente non può avere).

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anselmi-tina Boschi,richieste modifiche non blocchino l.elettorale

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TINA ANSELMI

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E comunque sia, è stata la prima donna italiana a diventare ministro, 29 luglio 1976. Già è nella storia italiana, loro non lo so per cosa potranno essere ricordate; non arriverò a doverle “ricordare” l’età non lo consente, ma non credo che la mia memoria ne abbia voglia, qui mi farebbero comodo le famose lacune di memoria che ogni tanto cliccano il mio cervello.

 

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Race – Il colore della vittoria

race di Stephen Hopkins.

 

Anni Trenta, America: la grande depressione, il razzismo, le differenze sociali.
Jesse Owens: afroamericano, figlio di un mezzadro dell’Alabama, una famiglia povera, una figlia e una compagna.
Jesse lascia tutto per frequentare, non senza grandi sacrifici, visto il colore della pelle, l’Ohio University dove il coach Larry Snyder lo allena fino a portarlo alle Olimpiadi di Berlino, 1936.
Olimpiadi vessate dalla politica razziale di Hitler.
Owens sa di dover fare il massimo per vincere… e diventa leggenda, vince quattro medaglie d’oro: i 100 metri, il salto in lungo, i 200 metri, la staffetta 4×100, facendo scomparire la razza ariana che gareggiava nel beniamino di Adolf Hitler: l’atleta Luz Long.

 

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Jesse Owens* divenne un simbolo sfidando le ideologie razziali di Adolf Hitler e se stesso. L’uomo che volava…
Un film questo che, oltre a presentare Owens nella vita quotidina e come sportivo, racconta uno spezzone di storia in cui furono coinvolti i giochi olimpici “del” Terzo Reich.
Non è un capolavoro, a mio avviso mi sarei aspettata di più visto il tema trattato, ma mi è piaciuto, mi ha anche appassionato, gli attori bravissimi, Jeremy Irons e William Hurt all’altezza del loro personaggio, buona scenografia, ambienti ricostruiti perfettamente.
E il messaggio (almeno come l’ho interpretato io) arriva preciso: lo sport è anche valori, quelli veri, lo sport come forma antirazziale non come gioco di potere e soldi (spesso oggi lo è purtroppo, anche da parte degli atleti).
Guardatelo questo Jesse quando entra nello stadio. Emoziona, quest’uomo passionale, umano, coraggioso.
L’uomo che per vivere sfidò anche i cavalli per 50 dollari a corsa e dovette ingioiare bocconi amari anche in patria per le sue vittorie, dove doveva entrare dalle cucine per festeggiare, come si addiceva ai “neri” in quell’epoca (e ancora oggi dico io), dove non gli fu riconosciuta una stabilità economica tramite un lavoro (come fu per molti atleti bianchi).

 

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*James Cleveland Owens (Jesse) nasce a Oakville nel settembre 1913.
Presto la famiglia si trasferisce a Cleveland (Ohio) dove vissero in povertà il periodo della Grande depressione americana.
Jesse studia alle scuole tecniche e lavora in un negozio di scarpe, ma si allena nella corsa, sua grande passione.
Ai campionati nazionali studenteschi (1933) viene notato per le prestazioni nella velocità e nel salto in lungo tanto da essere ammesso all’Università statale dell’Ohio dove si dedicò all’atletica.
Nel 1935 stabilìsce i record del mondo di: salto in lungo (record durato fino al 1960), 220 iarde piane in rettilineo, 220 iarde a ostacoli in rettilineo (primo uomo a scendere sotto i 23″) ed eguagliò quello delle 100 iarde.
Nel 1936 partecipa alle Olimpiadi di Berlino dove vince quattro medaglie d’oro, tra cui quella per la staffetta 4×100 a cui voleva rinunciare per lasciare il posto alle riserve escluse perché ebree; i suoi dirigenti glielo impedirono (il record di quattro ori in una stessa Olimpiade, nell’atletica leggera, fu eguagliato soltanto alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 dal connazionale Carl Lewis, che vinse quattro ori nelle stesse gare).
Il giorno del quarto oro allo stadio olimpico era presente anche Adolf Hitler che, vista la vittoria sul tedesco Luz Long (il migliore atleta tedesco, nonché amico di Owens), si dice sia andato via per non stringere la mano ad un nero, per giunta americano; Owens ha sempre smentito questa notizia raccontando che Hitler si alzò in piedi e gli fece un cenno con la mano quando lui passò davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi e che lui stesso rispose al saluto.
L’allora presidente americano Franklin D. Roosevelt cancellò l’ appuntamento alla Casa Bianca con Owens.
Nel 1955 il Presidente Dwight D. Eisenhower, repubblicano, ex atleta, lo nominò Ambasciatore dello Sport.
Dopo Berlino Owens passò al professionismo passando poi all’insegnamento; nel dopoguerra iniziò il lavoro di preparatore atletico della squadra di pallacanestro degli Harlem Globetrotters; nel 1976 venne premiato con la Medaglia presidenziale della libertà, il massimo titolo per un civile americano.
Owens morì di cancro ai polmoni nel 1980, all’età di 66 anni a Tucson, Arizona, è sepolto nell’Oak Woods Cemetery, di Chicago.
Nel 1984 una strada di Berlino venne ribattezzata in suo onore e il 28 marzo 1990 gli fu assegnata postuma la Medaglia d’oro del Congresso dal presidente statunitense George H. W. Bush.
Nel dicembre 2013, una delle medaglie vinte da Owens ai Giochi olimpici del 1936 è stata battuta all’asta al milionario Ron Burkle per 1,4 milioni di dollari.

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Lo sport dovrebbe far nascere in noi, sempre, la voglia di un mondo migliore.

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Hatshepsut

atshepsut La regina Hatshepsut è il monarca di sesso femminile più famoso che l’Egitto abbia mai avuto in tutto il corso della sua storia.
Il Faraone Thutmose I ebbe: della Grande Sposa Reale Iahmes, due figlie: Hatshepsut e Akhbetneferu (che morì in tenera età); da Mutnofret, moglie secondaria (forse sorella di Iahmes), numerosa discendenza tra cui alcuni figli maschi, Amenmose e Wadjmose (educati alla successione ma deceduti adolescenti) e il futuro Thutmose II che, per confermare il suo diritto al trono, sposò Hatshepsut attribuendole il titolo di Grande Sposa Reale. Il regno di Thutmose II (molto più giovane della regina e che ebbe un unico figlio maschio) fu breve (anche se incerto il periodo).
Hatshepsut (che ebbe una sola figlia femmina, la principessa Neferura), nominata in un primo tempo reggente in nome del figliastro/nipote, dopo aver ottenuto l’appoggio dei più alti funzionari e del clero tebano di Amon, iniziò un’opera di propaganda tesa a dimostrare come il padre l’avesse nominata sua diretta discendente e quindi nel diritto di salire al trono, si nominò anche coreggente insieme a Thutmose III attribuendosi quindi tutte le prerogative ed i titoli della sovranità.
Uno dei punti più famosi della propaganda fu il mito sulla sua nascita:
Amon, nella personificazione di Amon Ra andò da Iahmes dopo aver assunto le sembianze di Thutmose I, la svegliò con un odore piacevole ponendo l’Ankh, simbolo di vita, sul naso di Iahmes, e Hatshepsut fu concepita; Khnum, il dio che dà forza al corpo dei bambini umani, venne invitato a creare un corpo e la forza vitale di Hatshepsut, poi il dio e la dea Heket, dea della vita e della fertilità, posizionarono Iahmes su di un letto a forma di leone dove ella partorì Hatshepsut.
Hatshepsut pubblicizzò l’appoggio di Amon al suo regno facendo scolpire l’approvazione del dio sui suoi monumenti, per esempio:
“Benvenuta mia dolce figlia, mia prediletta, il Re dell’Alto e del Basso Egitto, Maatkare, Hatshepsut. Assumi il ruolo di Signore, prendi possesso delle Due Terre.”
atshepsut Hatshepsut fu l’unica presenza femminile nella storia ad essere rappresentata sia come donna che come uomo, vestita con abiti maschili, dotata di accessori maschili e con la barba finta tradizionalmente esibita dai faraoni.
Durante il suo regno Hatshepsut si impegnò per ristabilire i contatti e l’influenza egizia sui paesi stranieri, influenza che era venuta meno durante il periodo hyksos, alcune spedizioni sono rimaste documentate sui rilievi di alcuni tempi; si presume, anche che vi furono campagne militari per mantenere i possessi ottenuti dalle campagne di Thutmose I in Nubia, Palestina e Siria.
h Alla morte di Hatshepsut, dopo 22 anni di regno, venne sepolta nella Valle dei Re in attesa che fosse predisposta una tomba nei pressi del Djeser-Djeseru, complesso funerario che il suo architetto Senemut aveva realizzato a Deir el-Bahari dove la Valle dei Re termina in direzione del Nilo. Dopo la sua morte Thutmose III 3 e i suoi successori iniziarono la cancellazione del nome di Hatshepsut da tutti i monumenti e la manomissione delle statue. Anche la mummia venne rimossa dalla tomba ufficiale e di cui si persero le tracce.
Nella tomba, definita dagli archeologi DB320, scavata nella roccia nelle vicinanze del tempio funerario di Hatshepsut, ove durante la XXI dinastia vennero nascoste le mummie di molti sovrani per sottrarle all’azione dei violatori di tombe, venne rinvenuta una mummia femminile priva di indicazioni sull’identità, con a fianco una cassetta recante il nome di Hatshepsut, contenente un fegato mummificato ed altri reperti, questo fece pensare che la mummia fosse quella della regina; questa ipotesi venne messa in discussione dal ritrovamento della tomba di Sitra-in, nutrice della stessa Hatshepsut, con accanto un cadavere femminile che presentava caratteristiche attribuite alla regina ed una postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale; nel 2007 ulteriori studi su questa mummia, comportanti il confronto tra alcuni reperti attribuibili con sicurezza alla regina (una piccola scatola di legno, con nome e cartiglio di Hatshepsut e contenente le viscere ed un singolo dente con una sola parte della radice, parte di radice che è ancora nella mascella della mummia) e l’analisi del DNA hanno confermato l’ipotesi, pertanto la mummia rinvenuta è ora ritenuta quella di Hatshepsut.
La morte della regina si deve al cancro, oggi sappiamo che la causa di questo fu scatenato da un avvelenamento. Michael Hoveler-Muller, e il Dott. Helmut Wiedenfeld, dell’Istituto di Farmacologia dell’Università di Bonn, dopo due anni di studi, hanno scoperto che in un flaconcino (conservato al Museo dell’Università) c’è la causa della morte della regina: il flaconcino (chiuso con un tappo di argilla), rinvenuto accanto alla mummia, contiene un unguento risultato troppo unto per essere un comune profumo dell’epoca, il liquido contiene infatti olio di palma, olio di noce moscata, e degli altri grassi acidi insaturi usati contro l’eczema, di cui la famiglia di Hatshepsut soffriva in maniera ereditaria; il farmacologo che preparò l’unguento aggiunse idrocarburi derivati dal creosoto e dall’asfalto che consentivano di combattere prurito e orticaria grave, oggi è accertato che il cerosoto è un componente pericoloso che prima si trovava anche nei cosmetici; il flaconcino contiene benzo(a)pyrene, idrocarburo piuttosto pericoloso, è una sostanza cancerogena conosciuta come la maggiore responsabile del cancro ai polmoni derivante dal fumo della sigaretta.

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27 gennaio – Giorno della Memoria

L’antisemitismo ha percorso i secoli e ancora oggi percorre le vie del mondo.
Il nazismo è stato il coperchio aperto di una pentola che non smetteva e non smette di bollire.
E’ stato la tempesta, la distruzione, è stato la Shoah.
Un delirio, una follia distruttiva che non si piò dimenticare.
Campi di sterminio hanno ingoiato vite, e vite, e vite…..
Treblinka, uno su tutti: luglio 1942/agosto 1943, 800.000 persone, forse un milione; vi si uccidevano 150.000 persone al giorno. Un campo che era l’inganno. ristoranti, orologi, vetrine, negozi e “il ghetto” (che altro non era che la zona delle camere a gas), le “sale da bagno”. 1000 persone alla volta facevano la “doccia”, poi le fornaci, ma senza i denti, quelli ricoperti d’oro. Il fumo era l’ultima presenza in terra di vecchi, adulti, giovani, bambini, terrorizzati da ciò che ormai sapevano aspettarli. E ai bambini e ragazzi che va forte il mio pensiero, le mie lacrime, la mia rabbia, a coloro che dovevano avere una vita da vivere, che dovevano trasmettere la vita, che dovevano riempire il mondo di risate, grida, giochi, marachelle, che erano linfa vitale di idee… a loro io penso sempre, a loro che venivano umiliati facendoli spogliare, venivano picchiati, manganellati, anche uccisi….Mi sembra di sentire i loro pianti, grida, lamenti, perchè si sono lamentati, hanno pianto, hanno gridato la loro paura vero? Hanno cercato con il pensiero i genitori, i nonni, gli zii, gli unici che potevano sostenerli in quel momento, anche Dio, ma la presenza umana è tangibile, è visiva, è abbraccio, è carezza materiale, arriva subito. A loro sempre il mio cuore. E questo non perchè sono mammma ma perchè sono “donna” e sono sempre stata convinta e lo sarò sempre che se ho avuto il dono di generare vita dentro di me la vita la devo difendere fino a che Dio mi darà respiro su questa Terra e che se vita è un seme che quando nasce è 0, quel seme lo devo difendere fino all’estremo.

 

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato: vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi – 1947

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L’uomo che verrà

imm di Giorgio Diritti

 

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Monte Sole, Bologna, Seconda guerra mondiale, l’inverno rigido del 1944.
Martina, otto anni, vive con la famiglia in una zona agricola la dura vita dei contadini. Martina ha perso l’uso della parola dopo la morte del fratellino, per questo viene presa in giro dai suoi compagni, ma non se ne cura più di tanto, continua la sua vita ed è un’acuta osservatrice.
Quando la madre resta incinta la piccola diventa apprensiva e aspetta con ansia la nascita di un nuovo fratello.
Intanto arrivano i tedeschi ad invadere il territorio e la loro vita, questo induce molti giovani del luogo a creare squadre partigiane.
l-uomo-che-verra-clip-6-4989 l-uomo-che-verra-clip-4661 Un giorno le SS decidono di attuare un rastrellamento dove verranno trucidati senza pietà bambini, donne, vecchi, disabili… Le uccisioni avvengono nelle abitazioni o in massa nei cimiteri e nelle chiese, in una di queste c’è anche Martina che resta illesa per puro caso. Torna a casa e non trova più nessuno e allora corre nel bosco dove aveva nascosto il fratellino nato da poco.
Martina canterà per lui una ninna-nanna…

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Film del 2009 che ha ricevuto numerosi premi che secondo me sono più che meritati. In dialetto con sottotitoli.
Spaccato duro e meraviglioso di quella che era la difficile vita di una volta: animali da custodire, stalle da pulire, bucato da lavare a mano, gli amori…
Vita di comunità, silenzi che dolorosamnte ampliano l’emozione; un film che mette l’uomo davanti alla sua crudeltà e anche inutile e devastante stupidità.
Bellissime inquadrature, i primi piani, bellissima la fotografia; Greta Zuccheri Montanari  bravissima Greta Zuccheri Montanari (Martina), che occupa con grande maestria quasi tutto il film; WINART-39226_uomoverra01g alba brava e intensa Alba Rohrwacher; armando Claudio Casadio indimenticabile la faccia perfetta per il ruolo del padre di Martina e dell’uomo un pò rozzo ma dolce e di sentimenti e la sua bella interpretazione; un cast tutto all’altezza davvero.Un film bellissimo, corale, poetico, drammatico, intriso della disperazione di chi ha vissuto gli anni della guerra e di chi guardandolo non può non immedesimarsi in quel dolore. Il nostro passato. Il nostro futuro. Ho pianto a tratti nel vederlo, ma l’emozione è stata tanta.
La storia è inventata ma molti personaggi sono realmente vissuti.
Questa storia è riferito al terribile eccidio di Marzabotto (770 morti).
Da non perdere anche per vedere questo sguardo uomodavid che dovrebbe farci ricordare ancor di più quanto è inutile tutta la violenza tra fratelli che si sta ancora e di nuovo perpretando in molte parti del nostro pianeta.

 

Per non dimenticare, soprattutto in una giornata come questa: 16 ottobre 1943/2015 – rastrellamento del Ghetto di Roma – deportati 1259 persone – sopravvissuti ad Auschwitz in 15.

 

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I misteri del passato…

I resti che vedete nelle immagini di questo post appartengono ad un’antica, meravigliosa città di 5 mila anni fa: Ani.
Ani_townwall E’ situata su una collina vicino alla riva del fiume Akhuryan e la Tzaghkotzadzor valley, proprio a confine tra la Turchia e l’Armenia 800px-20110419_bridge_Akhurian_River_Ani_Turkey800px-20110419_Monastery_of_Hripsimian_Virgins_Ani_Turkey

Giugno 2006. (James Gordon)

Oggi è una città fantasma fatta di ruderi di chiese, campanili, ponti, affreschi e mura, anticamente era una delle città armene più belle, più ricca, splendida, magnifica e popolata di Baghdad, Costantinopoli e Il Cairo; i suoi edifici religiosi, i palazzi, le fortificazioni erano tra i più avanzati, sia a livello tecnico che artistico, del mondo. Era la capitale del regno armeno che, fondato nell’884, comprendeva l’attuale Armenia e parte della Turchia orientale.
Si trovava nel cuore delle principali rotte commerciali, nell’11° secolo all’interno delle sue mura vivevano più di 100 mila persone (alcuni storici dicono 200 mila); le chiese erano talmente tante che fu soprannominata la “città dalle 1001 chiese” o “la città dei 40 cancelli” ani
Nel corso della storia è diventata il campo di battaglia per lo scontro di vari imperi contendenti che ne hanno causato la distruzione e l’abbandono.
La città inizia la sua crescita nel 961 d.C. con il re Bagratid Ashot III (anche se i scavi ne datano la presenza già nell’Era del bronzo) che le da un aspetto di città fortificata facendola diventare capitale del suo regno. Nel 1199 con la conquista della regina Tamara la città ebbe una fiorente prosperità, i rafforzamenti e nuovi edifici appartengono a questo periodo Tamar's_fresco_at_Betania Alla morte della regina gli succedette il figlio Shahanshah; nel 1236, durante una sua assenza i mongoli la presero d’assedio saccheggiandola e uccidendo gran parte della popolazione; con questo assedio la città ebbe un graduale ma irrefrenabile declino fino a quando divenne parte dell’impero Turco-Ottomano nel 1579; nel XVIII secolo venne abbandonata del tutto, seguì poi lo spopolamento delle aree rurali circostanti dovuto alla crescente presenza delle tribù nomadi curde. Anche il forte terremoto nel 1319 creò la distruzione di molti edifici.
C’è un interessante particolare che riguarda la città di Ani: in antiche pergamene si parlava del mondo sotterraneo di questa città, ma mai se ne era avuta certezze, era citata addirittura un’antica scuola esoterica mesopotamica.
Copia di Copia di ani Nel 1880 George Ivanovic Gurdjieff (da sempre affascinato dalla storia di questa città) e un suo amico di nome Pogosyan, durante una passeggiata, notarono delle irregolarità nel terreno intorno alle rovine di Ani, i due cominciarono a scavare fino a quando si imbatterono in uno stretto cunicolo, Copia di ani percorrendolo si trovarono di fronte a canali idrici segreti, celle di monaci, sale di meditazione, enormi corridoi, tunnel intricati e anche alcune trappole; in una delle stanze, Gurdjieff trovò un pezzo di pergamena in una nicchia, pur conoscendo l’armeno molto bene ebbe grande difficoltà a leggerla perchè il testo era scritto in un’antica lingua armena, fu il primo indizio che indicava che Ani era molto antica. Quando Gurdjieff riusci a decifrare il testo si rese conto che la pergamena era una lettera scritta da un monaco ad un altro monaco. Secondo la pergamena, il luogo che i due avevano scoperto era sede di una famosa scuola esoterica della Mesopotamia Copia di Copia di Copia di ani
Gurdjieff scrisse:”Eravamo particolarmente interessati a una lettera in cui lo scrittore riportava di alcune informazioni concernente alcuni misteri. Un passaggio in particolare ha attirato la nostra attenzione:”Il nostro degno Padre Telvant è finalmente riuscito a conoscere la verità sulla Fratellanza Sarmoung. La loro organizzazione in realtà si trovava vicino la città di Siranoush, cinquanta anni fa, poco dopo la migrazione dei popoli”. Poi la lettera continuava su altre questioni. Ciò che più ci ha colpito è stata la parola “Sarmoung”, incontrata più volte in un libro intitolato “Merkhavat”. Questa parola è il nome di una famosa scuola esoterica che, secondo la tradizione, fu fondata a Babilonia nel lontano 2500 a.C., conosciuta per essere situata in qualche parte della Mesopotamia fino al sesto o settimo secolo d.C. Ma sulla sua esistenza non si è mai potuta ottenere la minima informazione. Si diceva che questa scuola era in possesso di una grande conoscenza, contenente la chiave per la decifrazione di molti misteri tenuti segreti”.
Un inizio di scavi archeologici, eseguiti da Marr, si hanno nel 1904 fino al 1917 con i quali furono scoperti estesi settori della città portando alla luce molti edifici; vennero scritte guide turistiche sui monumenti e sui musei, gli edifici maggiormente a rischio di crollo furono sottoposti a restauri di emergenza e venne fondato un museo per raccogliere le decine di migliaia di reperti trovati durante gli scavi; il museo fu ospitato in due edifici: nella moschea Minuchihr e in un altro edificio in pietra appositamente costruito a tale scopo AniCathedral
Nel 1918, durante gli ultimi episodi della prima guerra mondiale, l’esercito dell’impero ottomano si fece strada attraverso il territorio dell’appena dichiarata Repubblica Armena; mentre i soldati turchi si avvicinavano ad Ani vennero compiuti dei tentativi di evacuare i reperti contenuti nel museo, circa 6.000 oggetti, tra i più trasportabili, vennero rimossi dall’archeologo Ashkharbek Kalantar, uno dei partecipanti agli scavi, i reperti salvati vennero riuniti in un’unica collezione museale, oggi fanno parte della collezione del Museo di Stato di Storia Armena di Yerevan. Tutto ciò che non poté essere salvato venne perso o distrutto.
Dal 1921, con la firma del Trattato di Kars che formalizzò l’incorporazione del territorio alla Repubblica turca, Ani è divenuta possedimento turco. Nel maggio dello stesso anno l’Assemblea Nazionale Turca ordinò al comandante del Fronte Orientale, Kazim Karabekir, di “spazzare via i monumenti di Ani dalla faccia della terra”; Karabekir scrive nelle sue memorie di avere ignorato tale ordine, ma il fatto che ogni traccia degli scavi eseguiti da Marr e dei restauri degli edifici sia stata cancellata suggerisce che l’ordine venne almeno parzialmente eseguito.
Lo scenario aspro e desolante che offre questa città oggi è il frutto di abbando e dimenticanza delle autorità turche che tengono in considerazione solo il periodo storico musulmano, rendendone così ancora più difficile il restauro e il mantenimento.

Ani, Turchia Ani, Turchia

Ani, Turchia

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