TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

(e Jak va a Parigi)
Ho ancora nella memoria le antiche chiese di Parigi. La loro maestà e pace sono
indimenticabili. La mirabile costruzione di Notre Dame
e l’elaborata decorazione dell’interno
con le sue belle sculture non si possono dimenticare. Sentii allora che coloro che
avevano speso milioni in quelle divine cattedrali
non potevano non avere in cuore l’amore di Dio.
Mahtma Gandhi
      
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Santa Francesca Romana

Tempo fa in un post (https://tuttolandia1.wordpress.com/2013/03/09/santa-francesca-romana-9-marzo/) parlai della Ceccolella, così la chiamiamo noi romani.
Alcuni amici che vivono a Perugia mi hanno chiesto di accompagnarli a vedere la chiesa di Santa Francesca Romana (Santa Maria Nova), attratti dalla storia di Simon Mago.

 


Questa chiesa è situata tra il Foro Romano e il Tempio di Venere, fu costruita nell’anno 850 da Leone IV; qui è sepolta, sotto l’altare maggiore, Francesca Romana nel 1440.
Nella chiesa è conservata l’icona della Madonna Glycophilousa (Madonna della dolcezza), risalente al V secolo, opera traslata da Santa Maria Antiqua, la tavola fu portata da Angelo Frangipane dalla Terrasanta
Tra le altre opere è da tenere in considerazione il Miracolo di san Benedetto di Pierre Subleyras e l’affresco Dottori della Chiesa, attribuito a Melozzo da Forlì.
Nel 1649 il Bernini collocò nella chiesa una statua di bronzo dorato della santa, scomparsa durante l’occupazione napoleonica, quella visibile oggi è una copia di Giosuè Mieli
In questa chiesa è conservata una singolare reliquia di basalto dove sono visibili due impronte: le ginocchia di S.Pietro, impresse quando il santo pregò il Signore di far fallire il volo di Simon Mago, che cadde e morì poco distante.

 
Secondo la leggenda Simon Mago, volendo dimostrare di possedere poteri superiori a quelli di Pietro apostolo e di Paolo di Tarso, avrebbe levitato davanti ai due santi, i quali sarebbero caduti in ginocchio a pregare, causando la caduta e morte di Simone.
  Simon Mago, seppur convertito al cristianesimo, non aveva abbandonato le pratiche magiche delle quali era un esperto.
Bellissimo è il campanile, del XII sec. , vi sono incastonate  molte formelle policrome che creano riflessi metallici quando vi batte il sole.

 

 

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Santa Maria Antiqua

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1_santa-maria-antiqua_ph-gaetano-alfano Propabilmente è la più antica chiesa cristiana dedicata all Madonna, del Foro Romano, ai piedi del Palatino.
Non fu costruita ma “adattata” (come si usava nei primi tempi del cristianesimo), cioè fu presa un’abitazione privata trasformandola in chiesa, potrebbe essere la parte della casa di Caligola dove c’era la biblioteca (nel cortile quadrato, il vestibolo, si trovano i resti di un impluvium risalente all’epoca di Caligola e lungo le pareti nicchie, forse per statue di imperatori).
Anteriore al secolo VII, fu abbandonata circa tre secoli dopo perchè sepolta dal crollo dei muri della “domus tiberiana” (primo palazzo imperiale sul Palatino, edificato dall’imperatore Tiberio) a causa del terremoto dell’847 d. C.. Fu riscoperta e sulle sue rovine fu costruita nel 1617 la chiesa di Santa Maria Liberatrice*, fu chiusa di nuovo fino all’arrivo di Giacomo Boni alla fine dell’800 quando fortuitamente furono scoperte tracce degli antichi affreschi e si decise lo spostamento della chiesa ricostruita.
Il nome e il titolo di Santa Maria Liberatrice, nonchè le icone esistenti, furono trasferiti nel 1909, alla chiesa di Santa Maria Liberatrice a Testaccio**.
8_santa-maria-antiqua_ph-gaetano-alfano-1024x768 tripplus_visita-a-santa-maria-antiqua-e-alla-rampa-di-domiziano-foto-1 santa-maria-antiqua Al suo interno si trovano meravigliosi affreschi bizantini, ne sono visibili 250 m quadri dei 1000 originari. Vi si può ammirare la prima rappresentazione conosciuta della Madonna in trono.

angelo-gabriele-affresco-della-navata-centrale-viii-sec

Visitate questa stupenda, spettacolare testimonianza, dall’importante arte conservata ma dalla spartana spiritualità dei primi cristiani.

 

 
*Santa Maria Liberatrice fu costruita intorno al 1200 santa_maria_liberatrice_al_foro_romano
La leggenda la data ancora prima, quando papa Silvestro I la fece edificare come ringraziamento per aver ucciso un drago che si era annidato nel tempio di Castore e Polluce. La leggenda potrebbe riferirsi al culto di Vesta che era raffigurata con un drago al quale le vestali offrivano sacrifici, l’uccisione sarebbe da collegare alla sconfitta del culto pagano. Fu chiamata anche Sancta Maria libera nos a poenis inferni, appellativo che potrebbe essere riferito all’associazione tra il drago sputafuoco e l’inferno.

 

**La costruita fu voluta da Leone XIII, e poi fatta costruire da papa Pio X nei primi del ‘900, il papa la volle particolarmente legata alla memoria della popolazione romana dandogli il nome di Santa Maria Liberatrice come era quella abbattuta al Foro; è eretta sull’omonima piazza S.Maria Liberatrice.
Eretta in stile romanico, realizzata in laterizio e travertino, ricevette come dono dal papa la venerata immagine Sancta Maria libera nos a poenis inferni, l’antichissimo affresco, leggermente concavo in quanto proveniente dall’abside della chiesa antica.
La storia della chiesa è riassunta da questa iscrizione posta all’interno: «Questa chiesa perpetua il culto di S.Maria Liberatrice ereditando titolo e icone dell’omonima chiesa demolita che dal secolo XVI all’anno MDCCCXCIX tenne il luogo e custodì le memorie di Santa Maria antiqua, primo santuario della madre di Dio nel mondo. I Salesiani del venerabile Giovanni Bosco con l’aiuto dei loro cooperatori e delle Nobili Oblate di Tor de’ Specchi eressero il rinnovato Santuario perché fosse solenne e non perituro omaggio a S.S.Santità Pio X nell’anno giubilare del suo sacerdozio.»
Sulla facciata il mosaico, ricostruito nel 1925 dopo un rovinoso distacco, riproduce fedelmente un affresco in Santa Maria Antiqua.

testaccio

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Sant’Andrea fuori Porta del Popolo (o del Vignola)

Lo era nel 1500 fuori porta, oggi è incastrata tra viale Tiziano, via Flaminia, Valle Giulia, lo stadio Flamini e chiusa dalle rotaie del tram.
E’ una piccola costruzione conosciuta anche come Tempietto di Sant’Andrea.
Papa Giulio III la volle per la sua villa di campagna, appunto villa Giulia; fu costruita sui resti di un antico sepolcro romano come ex-voto. Durante il sacco di Roma, nel 1527, il papa era ancora un prelato, Giovanni Ciocchi del Monte; i lanzi di Carlo V lo fecero prigioniero, nel palazzo della Cancelleria, insieme a molti alti prelati; l’allora Giovanni fece imbandire una cena per i lanzachenecchi di guardia, offrì loro del vino fortemente oppiato e quando si furono addormentati riuscì a fuggire con l’aiuto di Prospero Colonna. Era la notte di Sant’Andrea.
23 anni dopo, l’ormai papa Giulio III dedicò la chiesa al Santo. Inoltre vi sostò il cardinale Bessarione che portava a Roma la reliquia dell’apostolo: la testa (ora a Patrasso).
La chiesa fu realizzata da Jacopo Barozzi da Vignola, tra il 1551 e il 1553; nella sua costruzione fu impiegata la “pietra serena”,  pietra grigia di tante chiese fiorentine, invece del classico travertino romano; le forme architettoniche si ispirerebbero al sottostante Mausoleo antico; malgrado le sue piccole dimensioni è uno degli edifici romani più armoniosi.
Caduta in abbandono, venne restaurata da Luigi Valadier nel 1805, nel 1852 fu aggiunto il campanile a vela.

s.andrea

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Amor ch’a nullo amato…

rossetti

Foto2277Una cornice che oserei difinire insolita per un tema tanto “umano”; una chiesa moderna dove l’essenziale è di casa, dove troneggiano due cose: l’unica girandola di colori di un grande dipinto a scomparti, un polittico costituito da immagini separate, racchiuse in una cornice di marmo; e la cultura intelligente, vivace, sagace, di un giovane e preparato sacerdote, che invita all’aggregazione con le mille sfumature che la vita ci mette a disposizione.
Il tema è l’Amore, l’amore passionale, l’amore cantato nei secoli, l’amore di Dante, l’amore che uccide, l’amore della tenerezza…
L’Amore rappresentato dalla delicatezza, dalla dolcezza, dall’impegno degli attori della Compagnia del Cavaliere, persone speciali che danno al Teatro una dimensione umana senza dimenticarne la “sacralità”, la gestualità, la gestione della parola, l’emozione.
L’Amore presentato e recitato con competenza e grande passione dalla regista, nonchè Maestra degli attori, quella grande passione che brilla nei suoi bellissimi e luminosi occhi, quella passione che irrompe come un fiume in piena nelle sue parole… Barbara: dolce, forte, competente, i suoi allievi la adorano e anche io.

Questo è quello a cui ho assistito domenica sera, uno spettacolo teatrale  presentato al di fuori del solito contesto, una sperimentazione riuscitissima; scenografia scarna, ma già l’ambiente era scenografia stessa, la suggestione dei testi e delle musiche scelte, il colore non colore che ti obbliga a concentrarti sulla voce, sulle parole, sui gesti…
Ecco, tutto questo mi ha fatto capire ancor di più che Teatro non è solo una bella sala, non è solo una poltrona comoda, non è solo un grande attore; il Teatro è un’emozione che trasforma l’idea in gesto, che trasforma l’ascolto in una vibrazione interiore, che ti fa incantare quando una carezza dolce spezza la voce, la fa assente, ma fa scrosciare l’applauso che esce dal cuore, è un’emozione che in me ha fatto uscire le lacrime perchè si è trasformata in commozione,  mi ha sopraffatto.

Ecco cos’ è Teatro, far nascere in noi una riflessione, lasciarci un’emozione, lasciare che l’idea proposta entri in noi e si solidifichi per non dimenticare quell’Attimo presente che lega tutto ciò che lo precede e che lo segue. Perchè il Teatro è un messaggio.

 

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S. Eufemia

foroSulla piazza del foro Traiano c’era una piccollissima chiesa, demolita dal governo francese.
La sua origine: Lorenzo Ceruso, uomo di modeste condizioni, soprannominato “Il Letterato”, vedendo tanti bambini abbandonati girare per le strade di Roma, li prendeva per portarli a dormire, durante la notte, in una grotta vicino a San Lorenzo in Panisperna; comvinse un suo amico, Antonio, a fare lo stesso con le bambine, alloggiandole in una grotta vicinaSan_Lorenzo_in_PanispernaUn giorno Clemente VII,I mentre si trovavava a passare vicino alle grotte, si fermò vedendo Il Letterato e Antonio camminare accanto a due file di bambini; il papa si commosse e ordinò che le bambine fossero alloggiate in un vicolo a Colonna Traiana, che i bambini restarono sotto la cura del Ceruso, furono detti “i letterati”.
Alcuni dicono che la chiesa stava contro la colonna e si chiamava San Bernardino, nell’anno 1461 prese il nome di Santa Eufemia perchè divenne raccolta delle fanciulle zitelle sperse; oltre chiesa era anche conservatorio. Demolita la chiesa le zitelle sperse furono raccolte in Santa Caterina de’ Funari, poi nel 1814 nel monastero di Sant’Ambrogio, quindi nel 1848 nel conservatorio di San Paolo I eremita all’ Esquilino fino a quando fu edificata una nuova chiesa vicino al Foro Traiano. Il conservatorio era molto frequentato, dall’antico archivio risultano fino a 400 fanciulle che grazie ai lasciti e alle offerte di sostenitori potettero svolgere i propri studi; l’identità di alcuni di loro ci è nota grazie ad una serie di ritratti conservati dalle Suore del Preziosissimo Sangue di Cristo nella Sala dei Ritratti; si tratta di ventiquattro dipinti, non attribuiti, realizzati in un lungo arco di tempo, le didascalie dorate hanno permesso l’identificazione dei personaggi; il passare del tempo e i numerosi spostamenti danneggiarono i dipinti, che presentavano tagli e lacerazioni, alterazione della cromia originale a causa di vernici ossidate e sporco di varia natura soprammesso alla pellicola pittorica, cornici tarlate. Fortunatamente l’istituto Italiano Arte Artigianato e Restauro di Roma e il Lions Club di Roma Sistina li hanno completamente restaurati.
Tra i ritratti troviamo quello del pittore ed architetto Pietro Berrettini, noto come Pietro da Cortona, legato al Conservatorio, la sua casa distava poco dal Conservatorio; a questi fu affidata l ‘educazione di una giovane, poi da da lui adottata due anni prima che  morisse, e a cui lui affidò l’amministrazione dell’eredità, tanto che ancora oggi sono esistenti alcuni degli argenti lasciati dall’artista, tra i quali la testa reliquiario di Santa Martina, i cui resti vennero ritrovati dallo stesso Pietro da Cortona durante alcuni lavori da lui diretti nella chiesa dei santi Luca e Martina; per una precisa disposizione testamentaria dell’artista, fino al 1970, ogni 30 gennaio, giorno della festa della martire, l’oggetto veniva portato in processione dalle consorelle fino alla chiesa dedicata ai due santi.

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Compagnia dei Raccomandati di Maria Vergine

Domani sarò a Roma e allora mi viene voglia di raccontarne un’altro pezzetto di storia.

172c55e6352d52020cdbde9525669349A Roma la devozione alla Madonna è sempre stata forte, tanto da creare continuamente nuovi luoghi di culto e la scomparsa di altri; i luoghi di culto dedicati alla Vergine sono circa 260, senza l’aggiunta delle chiese costruite in questi ultimi anni, non calcolando le cappelle delle numerose case di religiosi, le immagini venerate nelle edicole poste lungo le strade, le raffigurazioni nei monumenti storici, la memoria dei prodigi compiuti della Madonna.
Sotto Innocenzo III fu edificata una piccola chiesa, Sant’Alberto, fra S. Maria Maggiore e S. Pudenziana, con annesso ospedale per gli appestati. In questa chiesa fu fondata,  da San Bonaventura, la Compagnia dei Raccomandati di Maria Vergine (che indossavano una veste bianca), probabilmente nel 1263 ed approvata da Clemente VI due anni dopo; inzialmente fondata da Jacopo e Angelo in Santa Maria Maggiore, ma mai avviata. Una delle più antica delle congregazioni romane. La confraternita fu chiamata così perché tra le loro insegne si trovava una rappresentazione della Madre di Dio che protegge i suoi fedeli con il manto.
Nella chiesa vi era anche un oratorio che fu profanato dai soldati di Ladislao di Napoli, infatti lì portavano tutti gli animali razziati. La profanazione si estese alla chiesa e all’ospedale che dovette cessare l’attività. La confraternità cambiò in Confraternita del Gonfalone. La piccola chiesa fu abbattuta definitivamentene XVI secolo sotto Sisto V.
La Confraternita del Gonfalone divenne potentissima tanto da avere la facoltà di poter liberare annualmente due prigionieri e far sposare cento nubili con una buona dote; forte anche il suo potere politico, tanto che, dopo la fuga di Cola di Rienzo nel 1350, riuscì a far eleggere Governatore Giovanni Cerrone, al quale spettò il compito di riportare l’ordine in città.

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Un tuffo nella mia Roma

Chiesa di Sant’Eligio degli Orefici

sant'eligioE’ un meraviglioso esempio rinascimentale, anche se a vederela a primo impatto non sembra; una chiesa che anche i romani conoscono poco. Non viene fatta conoscere!  Anche se una delle poche architetture esistenti di Raffaello. Questi ne iniziò la costruzione nel 1516, richiesta dalla corporazione degli Orefici.
Essendo incompleta alla morte di Raffaello (1520), i lavori furono proseguiti da Baldassarre Peruzzi che la terminò nel 1526 circa.
La facciata originaria crollò nel 1601 e fu rifatta nel 1620 da Giovanni Maria Bonazzini seguendo i disegni di Flaminio Ponzio.
La chiesa si trova in via di S.Eligio, denominata così dopo la costruzione della chiesa, ma che fino alla metà del Cinquecento era indicata come “vicolo che si dice strada nuova che conduce a piazza Padella”, una piazza scomparsa in seguito alle demolizioni avvenute nel 1939 per la costruzione dell’attiguo Liceo Classico Virgilio.
L’Università degli Orefici ed Argentieri si stabilì nel 1509 nella casetta cinquecentesca (ancora oggi appartenente al Collegio degli Orefici) e la chiesa fu voluta per dedicarla al collega e patrono S.Eligio.
Furono proprio le corporazioni a volere  Raffaello e donarono gli arredi, i paramenti, le suppellettili, lasciti di denaro.  tanto che, sul portale d’ingresso, ricostruito dopo il crollo con il travertino originario del 1551, vi è un’iscrizione dove si legge: “SANCTO ELIGIO TEMPLUM PICTURIS SIGNIS VALVIS MARMORE ATQUE OMNI ORNAMENTO CORPUS AURIFICUM FECIT ET EXORNAVIT”, ovvero “La Compagnia degli Orefici costruì a S.Eligio una chiesa e l’adornò con pitture, immagini, porte, marmi, e con ogni altro ornamento”.
L’interno è a croce greca, non vi sono decori particolari, anzi è molto semplice ma vi si trovano affreschi meravigliosi che adornano le pareti: del Romanelli l’Adorazione dei Magi magi;di Giovanni De Vecchi la Nativitànat;  di Taddeo Zuccari, Profeti e apostoli; di Matteo da Lecce, Madonna fra i santi Stefano, Lorenzo ed Eligiomad; ha una lineare ma raffinata cupola che viene attribuita a Baldassarre Peruzzi.cup1 cup
Inoltre vi si trova, dal 1722, il monumento funebre a Giovanni Giardini di Forlì, accademico di San Luca, argentiere dei palazzi Apostolici e cappellano del sodalizio, originariamente sepolto nella vicina chiesa della Morte e, dal 1730 la copia della lapide in memoria di Bernardino Passeri, orafo romano, confratello tra i fondatori del sodalizio, morto combattendo contro i Lanzichenecchi (e riuscendo  a strappare una bandiera) in Borgo nel 1527, durante il sacco di Roma. L’originale è ancora in via dei Penitenzieripasseri

Sant’Eligio
eligioNacque a Chaptelat (presso Limoges in Francia) intorno al 590. Una leggenda racconta che gli si presentò il diavolo vestito da donna e lui, rapido, lo agguantò per il naso con le tenaglie; questa leggenda è raffigurata in due cattedrali francesi e nel duomo di Milano, con la vetrata di Niccolò da Varallo, dono degli orefici milanesi nel Quattrocento.
Nella realtà era figlio di gente modesta e ricevette un’istruzione che gli permise di essere assunto come apprendista dall’orefice, e grande maestro, il lionese Abbone, che dirigeva la zecca reale; l’allievo Eligio non fu da meno. Va a dirigere la zecca di Marsiglia continuando però a fare l’orefice. Col re Dagoberto I (623-639) viene chiamato a corte e cambia mestiere: il sovrano ne fa un suo ambasciatore per missioni di fiducia. Privatamente riscatta a sue spese i prigionieri di guerra, si dedica incessantemente ad opere di carità in favore dei poveri e dei malati, fonda monasteri maschili e femminili e, quando muore il re, sceglie la vita religiosa; il 13 maggio 641 viene consacrato vescovo di Noyon-Tournai; inizia così il suo impego nella campagna di evangelizzazione (e rievangelizzazione) del Nord della Gallia, delle regioni della Mosa e della Scelda, delle terre dei Frisoni, sempre in prima linea; promuove il culto dei santi di cui rinvenì alcuni corpi (San Quintino, San Luciano di Beauvais) e di cui realizzò anche i rispettivi reliquiari; la sua vita si conclude proprio sul campo, morirà in Olanda intorno al 660. I suoi resti verranno riportati a Noyon solo nel 1952.
Subito parte il suo culto, che si diffonde in Francia, Germania, Italia. Lo vogliono come patrono non solo gli orafi, ma in pratica tutti gli artigiani dei metalli, e poi i carrettieri, i netturbini, i mercanti di cavalli, i maniscalchi, e ai tempi nostri anche i garagisti. In alcune località francesi si dà la benedizione ai cavalli nel giorno della sua festa.

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Chiesa di Santa Dorotea

doroteaLa chiesa di Santa Dorotea, inizialmente, era dedicata ai Ss.Dorotea e Silvestro, come indicato sull’iscrizione sopra il portale: OMNIPOTENTI DEO IN HONOREM SS. SYLVESTRI PAPÆ AC DOROTHEÆ VIRGINIS ET MARTYRIS.
La chiesa è di origini assai antiche, allora il suo nome era S.Silvestro ad portam Septimianam, per la sua vicinanza alla porta Settimiana. La dedica a S.Dorotea fu aggiunta nel Cinquecento, quando vi fu inumato il corpo della santa decapitata in Cesarea di Cappadocia sotto l’imperatore Diocleziano (III-IV secolo).
L’attuale edificio fu costruito tra il 1750 e il 1756 dall’architetto Giovan Battista Nolli.
La facciata è concava ed è inquadrata da quattro grandi paraste che sorreggono un piccolo attico ed un grande timpano ribassato; l’interno è ad una navata con sei altari laterali ed una profonda abside. Ai piedi dell’altare maggiore vi è conservata la salma del Nolli, mentre sotto l’altare vi è quella di S.Dorotea. Dorotea_-_interno_1120637La parte centrale della navata è coperta da una volta molto allungata a pianta ottagonale: quattro larghi costoloni la dividono in altrettante sezioni decorate da Giacinto Bocchetti nel 1931 con episodi della Vita di S.Dorotea e di altri santi francescani. Della struttura esterna emerge soltanto l’alta lanterna cilindrica, coperta con un tetto di tegole, su cui si aprono quattro finestre ad arco.
In questa chiesa fu fondata nel 1497 la Compagnia del Divino Amore che creò l’Ospedale degli Incurabili. Nelle stanze attigue alla sagrestia S.Giuseppe Calasanzio, nel 1597, istituì la prima scuola popolare gratuita d’Europa, come ricordato sulla lapide apposta sul portale laterale: L’ATTIGUA CHIESA FERVIDE ACCOLSE LE PREGHIERE E ASSIDUI I VOTI DI S.GIUSEPPE CALASANZIO MENTRE QUESTA CASA PARROCCHIALE OSPITAVA NASCENTI LE SUE SCUOLE PIE DA LUI PER LA PRIMA VOLTA NELL’AUTUNNO DEL 1597 APERTE QUI AI FIGLI DI TUTTO IL POPOLO PRECORRENDO I TEMPI CON INTUITO SAPIENTE DI CRISTIANO BENEFATTORE – I PADRI E GLI EX ALLIEVI DELLE SCUOLE PIE NEL 350° POSERO – 27 NOVEMBRE 1947.
S.Dorotea era una di quelle chiese alle porte delle quali era uso affiggere, fino al 1870, gli elenchi dei non adempienti al precetto pasquale.
La via, che prende nome dalla chiesa, custodisce anche una casa quattrocentesca ad angolo con via di Porta Settimiana, con una caratteristica finestra incorniciata da un arco a sesto acuto riccamente decorato: la tradizione vuole che questa fosse la casa della Fornarina,  figlia di un fornaio che lavorava nella bottega del piano terra, dove una colonna d’epoca romana, lasciata a vista, mostra le tracce di un antico portico. La Fornarina, sempre secondo la tradizione, sarebbe stato il soprannome della bella Margherita Luti o Luzzi, la quale si affacciava proprio da quella finestrella ad arco per salutare il suo celebre amante, Raffaello Sanzio, che la immortalò in vari suoi affreschi, tra i quali probabilmente il più famoso è proprio la Fornarina, conservato nella Galleria Nazionale di Arte Antica di palazzo Barberini. La tradizione collega alla famosa Fornarina altre due case: una nella vicina via del Cedro e l’altra a via del Governo Vecchio; per cui diventa difficile discernere la verità dalla leggenda: l’unica conferma sembra essere il ritiro della bella Margherita nel monastero di S.Apollonia.
DDOSANTA DOROTEA

Dorotea nasce in Cappadocia, muore a Cesarea Mazaca nel 311);è venerata come santa dalla Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa.
Di fede cristiana, quando il preside Sapricio le chiese di fare un sacrificio agli dei, si rifiutò e venne torturata. Il preside la affidò a Crista e Callista, due sorelle apostate, affinché la convincessero a lasciare la religione cristiana, ma entrambe sarebbero state a loro volta convertite e quindi bruciate vive, mentre Dorotea fu condannata alla decapitazione. Sulla strada del martirio, incontrò Teofilo, il quale le chiese ironicamente: «Sposa di Cristo, mandami delle mele e delle rose dal giardino del tuo sposo». Dorotea accettò e, prima della decapitazione, durante una preghiera, un bambino le portò tre rose e tre mele e lei disse di portarle a Teofilo, il quale, visto il prodigio, si convertì al Cristianesimo.
E’ descritta come “caritatevole, pura e sapiente”. È patrona dei fioristi; è compatrona di Castro che ne custodisce le reliquie, e ha come attributo iconografico un cesto di frutta e fiori.
fornaCASA DELLA FORNARINA

“Pè santa Dorotea,
passata la piazzetta,
se trova a manimmanca
‘na casetta…….
Lì ciabbitava, donne,
la bella fra le belle,
ch’aveva dato er core
a Raffaello.”

Giggi Zanazzo

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