TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Ancora una volta…

…grazie, grazie, grazie…per tutto ciò che fate, per la fatica e l’impegno che state donando a questa nazione, a tutti noi, siete nel mio cuore, nelle mie preghiere, nella mia gratitudine eterna

Grazie a tutti coloro che non ce l’hanno fatta, hanno dato la vita per salvare la nostra. Il mio grazie coperto di lacrime

Grazie perchè siete il cuore pulsante in questo momento tanto difficile, tutti voi siete la nostra speranza

E ancora grazie a tutti voi che siete sulle strade senza mai cedere , neanche davanti a chi vi insulta, inveisce, disprezza. Grazie

 

 

Grazie a tutti voi che ci consentite di non rinunciare ai nostri bisogni quotidiani garantendoci anche il minimo di una quotidianità ridotta ma comunque vivibile

 

E qui mi assumo tutta la responsabilità delle mie parole, perchè devo dire grazie, a tutti gli stupidi, irresponsabili, menefreghisti, edonisti, immorali, egocentrici che, mentre fanno i “ganzi” in giro hanno contribuito a far diventare la mia anima più dura, non più così pronta all’aiuto nei confronti di tutti, grazie perchè mi avete imparato quanto ancora sono ingenua nel pensare che l’uomo del mio tempo poteva compattarsi e amarsi davvero e non cantando sui balconi ma dimostrandolo nella vita reale, sulla strada, e “maledettamente grazie” per aver contribuito al dolore che molti di noi, me compresa, stanno passando nel non poter dire addio a qualcuno che amano, lo hanno dovuto fare da lontano, senza poterli vedere neanche un momento, pur se solo da dietro un vetro, poter gli fare una carezza.

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Le Madri

Il tempo è inclemente…un forte temporale ci ha lasciati per due giorni senza linea telefonica e internet.
La pioggia oggi è stata meno intensa. Ieri tutto il giorno chiusi in casa, ho riguardato le fotografie, quelle in bianco e nero, quelle con mia mamma che mi teneva in braccio e mi cullava.
Che bello! Anche se solo con un’immagine sentivo il calore del suo amore. E la sua assenza. Questa nostalgica malinconia che ad onde mi assale in alcune giornate, un piccolo seme di dolore mi ricorda il vuoto che ha lasciato. Il lutto crea una frattura, ma il dolore non mi spezza, trovo in lui un punto di rinascita. E proprio oggi, con questa leggera pioggerella decido di entrare nel bosco, tra i profumi dell’autunno e il colore buio che lo avvolge; il cielo cinerino è una finestra chiusa, nuvoloni lontani, il silenzio è totale. Dove sono finiti gli animali?
Ma mi piace così, sola, con il mio solo respiro. Una sensazione fisica forte mi trapassa, come se tutte le anime che ho perso negli anni mi venissero incontro, passeggiano con me.
Divento anima, spirito, pioggia, bosco. Amore.
E torno a casa con la gioia nel cuore.
La Natura è Madre, e come faceva mia madre mi sa consolare.

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Ci sono momenti della vita…così…tristi

Non sono giorni sereni…un mio giovane amico se ne è andato in pochi minuti, e tra le braccia della sua giovanissima figlia, una vera tragedia. E dai miei occhi ha iniziato a sgorgare il dolore.
E poi i pompieri…tre coltelli infilati nel mio cuore, che è sempre più strizzato dal dolore…oltre gli occhi.
E questa mattina vedo la figlia di una mia amica, giovanissima, magra da far spavento, mi avevano detto che era all’estero, no, era chiusa in casa, l’ho vista per caso, era in giardino sotto la pioggia, forse pensava che nessuno sarebbe uscito con il diluvio universale che da questa mattina lava le strade. Scappa in casa appena mi vede, citofono e arriva sua mamma, ci siamo guardate negli occhi e tutte due ci siamo messe a piangere, sotto l’acqua, come due naufraghe in mezzo all’oceano.
Mi dice solo: è anoressica, non me ne sono accorta subito, è un male subdolo…sarà colpa mia? Presto me lo dirà la psicoterapeuta.
Non rispondo, gli stringo la mano e l’unica cosa che riesco a dire: ci sono, quando vuoi, sempre, per tutte e due.
Ci abbracciamo e me ne vado.
Questa notte sarà una dura notte.

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Voglio un ombrello

Voglio un ombrello,
rosso? perchè no?
Sarà l’unico colore
in questo vicolo doloroso
dove tu mi hai portato.

Voglio un ombrello
che  non mi permetta
di guardare oltre la
mia testa.

Voglio un ombrello
per non guardare il nero
laccio che ha abbracciato
di morte il tuo collo
che ha fatto tremare
il tuo corpo
che ti ha lasciato
inerme e indifeso
agganciato a quelle scale
fredde di marmo.

Voglio un ombrello
che non mi permetta
di vedere
la carta di quella ludica
illusione che ha bevuto il tuo sangue.

Voglio un ombrello,
rosso? perchè no?
Sarà l’unico colore
in questo vicolo doloroso
che soffoca il mio cuore.

E inatnto la pioggia fredda
di morte bagna i miei
occhi.

Paola

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Johanna della foresta – Giorgio Scerbanenco

  Immigrati, boscaioli in Svizzera. Uomini di diverse nazionalità, tra cui due italiani: Donato e Francino.
La foresta fa sfondo alla storia di due donne innamorate di Donato.
La fidanzata storica, Maria, e la maestra Gertrude.
Ma Donato s’innamora di Johanna, figlia dell’oste del paese.
E poi c’è il capitano Heinrich Glicken, poliziotto. E il nazismo che è un eco sempre attivo
Johanna scompare, non si trova.
E’ stata uccisa?

Trovo questo libro in uno scaffale del centro commerciale, nell’angolo dei Libri lasciati. Un libro datato, anche come stampa (guardate la copertina).
Scerbanenco…come posso non leggerlo?
Natura, amore, mistero. Un romanzo che sembra “leggero”, ma non lo è, anzi dentro ci ho trovato la violenza dell’uomo sulla donna. Ci sono le donne che sognano un amore che le protegga, un uomo forte e solido. Ma questo amore non può essere tale se vuol dire abbassarsi ai soli piaceri dell’uomo, donne sacrificate per amore.
Certo la collocazione temporale è lontana dal momento che viviamo…uno Scerbanenco del 1955. Forse ancora attualre?
C’è anche la descrizione asciuuta della vita quotidiana dei personaggi. E storie piccole ma significative.
Non è un eccezionale romanzo, ma i personaggi sono fortemente delineati (a me è piaciuto Glicken). E il finale riscatta un po’ l’amore.

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Il fiore colorato (e io ne ho tanti)

Ho molti conoscenti, ma pochi amici (maschile/femminile).
Amiche, nel senso di femmine ancor di meno.
Ma quei pochi amano venire a casa mia, per un pranzo (dicono che cucino bene), per un caffè, per essere ascoltati, spesso mi dicono “…chi ti ascolta più, nenache in casa…”. Diciamo che sono una che sa relazionarsi, non con tutti eh! proprio no! Se non mi va a genio qualcuno lo dimostro palesemente, anche se rispetto sempre tutti. A volte casa mia diventa un crocevia…io divento un crocevia. Più di qualcuno mi dice che sicuramente sono così perchè ho avuto una vita da favola….Ora, lo dico senza modestia, come dico sempre me la sono e me la canto, ma io davvero sono amabile, non faccio alcuno sforzo per esserlo a tutti i costi, non mi interessa, io sono quella che sono. (punto), io lo dico sempre che sono stata fortunata: amata da piccola, professori eccellenti nel periodo scolastico, datori di lavoro con cui ancora sono in contatto perchè mi hanno insegnato molto, fortunata in amore…insomma sono fortunata, ma, ma…si domanderà qualcuno se dietro tutto questo non ci sia anche la mia fatica? Se solo sapessero quante volte mi sono messa in gioco, quante volte mi sono sfidata, ho sfidato, ho faticato, ho rischiato, quante volte sono caduta, mi sono fatta male, sono stata ferita…le esperienze amare mi hanno fatto crescere e migliorare. Qualcuno si chiede se la favola a volte non è stata dolorosa? La gente ti guarda e pensa che cammini a tre metri da terra perchè sei fortunata, ed è difficile far capire che proprio così non è, a volte ti senti dire “…che problemi hai tu?” Che espressione stupida! Se sapessero quanto a volte la sera sono sfinita, fisicamente e nell’anima. Ma poi? Non è che semplicemente si nasce così?
Qualcuno mi chiede se ho un segreto per essere sempre così disponibile, non essere mai arrabiata con la vita, per non essere mai acida (espressione che mi fa morir dal ridere), per vedere sempre un lato positivo.
Certo che ce l’ho un segreto, ora lo rivelo: ogni dolore e ogni gioia che ho provato hanno inciso nel mio cuore un fiore colorato che non posso far morire, lo annaffio tutti i giorni perchè possa continuare a creare profumo d’Amore.

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Il cacciatore di aquiloni – Khaled Hosseini

book1  Due ragazzi: Amir, afgano di etnia pashtun; Hassan, afgano di etnia hazara, bravissimo nel tiro con la fionda. Vivono a Kabul.
I due sono grandi amici anche se Hassan e Alì, suo padre, lavorano come domestici per Baba, padre di Amir.  Anche Baba è amico di Alì.
Hassan ha il labbro leporino è Baba si propone di pagargli l’intervento chirurgico anche se il costo è elevato, Baba ha un forte affetto per questo ragazzo e glielo dimostra spesso, mentre per il figlio Amir ha una certa freddezza, ritenendolo la causa della morte della moglie dopo il parto.
Amir si rifugia così nel conforto di Daniele Carusim, amico del padre, appassionato come lui di letteratura.
Amir ed Hassan crescendo decidono di partecipare a quello che è il gioco più importante della città: la caccia agli aquiloni, dove bisogna tagliare il filo dell’aquilone degli avversri e impossessarsene.
Amir riuscirà a vincere la competizione con l’aiuto di Hassan. Ma questa vittoria costerà cara ad entrambi, minerà la oro amicizia e il rapparto tra Baba e Alì.
Amir e suo padre scapperanno in America, dove il agazzo troverà l’amore e dove Baba morirà.
Ma il passato si riaffaccerà nella vita di Amir nelle vesti di Rahim; il passato porterà Amir di nuovo nel suo paese d’origine dove conoscerà una verità sconvolgente, dove si metterà a confronto con i demoni della sua adolescenza, dove cercherà di annodare i fili di un imprevisto destino tramite Sohrab. Suo nipote.

 
Lo so, un libro “datato”, ma io e Meli lo abbiamo riletto insieme, a lei era stato assegnato un compito proprio su questo romanzo.
Sinceramente rileggerlo è stato bello, mi sono rituffata in un mondo scomparso, ho riprovato emozione, dolore, rabbia.
Un libro dove si parla di amicizia, coraggio, paura, dolore, amore, guerra, destino.

Abbiamo deciso di rivedere anche il film.

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Storia di una ladra di libri – Markus Zusak

ladra 1939 – Germania.
Liesel Meminger durante la sepoltura del fratellino trova un piccolo libro, lo prende e lo custodisce segretamente. Non sa leggere ma apprenderà le parole grazie al padre adottivo, che gli impara anche ad amare la musica: “Mai dimenticarci la musica.” E’ il periodo nazista e i libri vengono bruciati, Liesel cerca di portarne via alcuni, li ruba anche a casa del sindaco, vuole salvarli e ha sete di sapere. Ama leggere, unica forza contro il momento difficle che vive l’umanità. Ha un alleato, Rudy, che condividerà con lei i furti di libri anche se preferirebbe rubare generi alimentari. Malgrado tutto Liesel è serena, ma tutto cambia quando in casa arriva un giovane ebreo che la famiglia nasconderà per diverso tempo: Papà disse: ” Com’era là fuori?”  Max sollevò il capo, con un’espressione stupita. “C’erano le stelle”, disse. “Mi hanno bruciato gli occhi.”

 

Ho riletto questo libro sotto la spinta di Melissa, che a sua volta voleva rileggerlo. Insieme a me. Voleva commentare la Morte, personaggio chiave di questo stupendo libro.
All’inizio si fatica un pò a leggerlo, ma poi ti avvince e vai di filato. Trama impostata in modo originale, a volte spiazza. Un romanzo che fa riflettere sulla vita, sulla morte, sul dolore, sulla paura, sulle inutili e devastanti guerre. E’ un libro di speranza perchè le parole, i libri, sono ciò che possono salvare la mente, il cuore, l’anima dalle brutture del mondo.
E la figura della Morte a noi è piaciuta, dice una grande verità, che forse ancora l’uomo non ha capito, o si rifiuta di accettare, preso com’è dalla sua onnipotenza.

 

La Morte:
***PICCOLO MA SIGNIFICATIVO COMMENTO***
Nel corso degli anni ho visto tanti giovani che credono
di correre gli uni contro gli altri.
Non è così.
E’ verso di me che corrono.

La Morte:
***UN ULTIMO FATTO***
La ladra di libri è morta ieri.

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La casa dei sette ponti – Mauro Corona

casa  “Lungo una strada tortuosa e stretta, che percorre una valle solitaria, aspra quanto serve per intimorire il viandante, a un certo punto compare una curva.”
Sulla strada c’è una casa con il tetto coperto da teli di plastica colorata, “…Sul tetto il peso degli anni ha premuto come il pugno di un gigante, lasciando orme concave e bugne scomposte…”
I comignoli fumano in ogni stagione anche se la casa sembra disabitata.
Un industriale che passa spesso di la è incuriosito e attratto dalla casa e un giorno decide di fermarsi, entra, ne conosce i misteriosi abitanti e da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

 

E’ un libro di poche pagine, una storia che sembra una favola, o forse lo è, una storia diversa da tutte le altre scritte da Corona.
Il  libro è stato duramente criticato, molti si aspettavano il solito Corona, quello delle grandi storie, delle parole crude, delle storie crude, quelle espressioni che usa e che a me piacciono tanto, un Corona etichettato…. Bhe, qui non c’è. Qui c’è una morbidezza che, ripeto, ha il sapore di una favola.
E’ stato criticato perchè troppo breve, si legge con non più di un’ora, forse meno. Ecco questa critica la trovo ridicola, si misura lo scrivere dal tempo che si impiega a leggere? Assurdo. Io ad esempio ci ho messo un paio di ore, perchè l’ho letto con calma, mi sono soffermata su alcune espressioni, sono tornata indietro, ho riletto le parti che mi piacciono. Come faccio sempre.
Una favola, si, voglio definire così questo racconto, una favola dove c’è un valore importante: l’uomo che ritrova se stesso, il valore dell’umanità, ripercorrendo la propria vita, le proprie azioni, “…Ogni tanto rocce verde scuro pencolanti e sgretolate appaiono…incombono…Sembrano sul punto di cadere, ma non cadono….Rimangono lassù, aggrappate al nulla…Forse vogliono ricordare al viandante la precarietà dell’esistenza…”
Io la trovo una storia attualissima e pazienza se Corona ha usato metafore forse anche grottesche, ma al punto è arrivato perfettamente, senza bisogno di scrivere poemi, “…I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze…”
La suggestione delle immagini che Corona spesso descrive qui c’è tutta, e la storia è bella, ti avvolge: c’è la gioia e c’è il dolore, c’è il presente e il passato, c’è un viaggio, che non è quello dei chilometri, c’è una scrittura chiare e semplice.
Un piccolo libro poetico. Ma se non fosse stato così piccolo tanta poesia l’avrebbe persa, un romanzo più lungo sarebbe stato melenso.
Un libro che mi è arrivato al cuore, perchè dentro c’è amore.

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L’ultimo dono – Sándor Márai

dono

-Morte, accoglimi come tuo figlio (Kosztolányi). Forse è meglio in quest’altro modo: Morte, ti accolgo come mio padre (Márai Sándor)

-La nascita non è un’esperienza, giacché è accidentale, – si verifica e basta, senza alcuna intenzione. La morte è un’esperienza, perché si verifica anche andando contro le nostre intenzioni. (Márai Sándor)

-Ho compreso di non averti mai amato, la sola che io abbia amato è la mia passione. (Márai Sándor)
Fra il 1986 e il 1987 Sándor Márai viene colpiti da diversi lutti: due fratelli, la sorella, il quarantaseienne figlio adottivo e la sua adorata moglie Lola, compagna per sessantadue anni.
Lo scrittore ha sempre sognato di poter morire insieme a lei, invece la vede andare via lentamente, l’unica cosa che può fare per lei è mantenere la promessa fattagli: disperdere le ceneri nell’Oceano.
La vita per lui non ha più senso, continua però a scrivere il suo diario dove annota riflessioni e pensieri sulla morte, dopo poco più di un anno dalla morte della moglie si ucciderà sparandosi alla tempia.

Un diario che mi ha commosso e addolorato allo stesso tempo mettendomi davanti ancora una volta come una malattia può devastare la vita. Un diario dove è bellissimo leggere l’amore con cui Márai vede ancora la bellezza dell’ormai ottanteseienne donna che lo ha affiancato tutta la vita. Un diario dove mi è dispiaciuto, io che amo la vita ad oltranza, non veder realizzato “l’ultimo dono“ che l’uomo chiedeva di veder realizzato. Un diario che mi ha fatto scoprire diversi letterati, poeti, romanzieri ungherese a me sconosciuti e dai quale sono affascinata.
Un libro bellissimo che va metabolizzato e assaporato anche se intriso di dolore.

 

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