TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Un giorno devi andare

di Giorgio Diritti

 

 

Augusta, coraggiosamente, lascia l’Italia e con suor Franca, amica della mamma, va in Brasile.
Suor Franca vuole evangelizzare gli indios, lo fa spostandosi su un battello. Augusta decide di proseguire il viaggio da sola e si ferma a Manaus, capitale dell’Amazonia, sulla riva del Rio Negro. Vuole vivere nelle favela dove la povertà è tangibile.
Augusta cerca pace e cerca Dio dopo aver perso un bambino, aver perso la possibilità di averne, un dramma che le cambia la vita, ed essere stata lasciata dal marito, l’uomo che ama profondamente.
Augusta diverrà più fragile o più forte?

Film drammatico, delicato, una metafora della vita, un film che racconta un grande dolore, che mette in dubbio le priorità e in crisi le certezze.
Buona la sceneggiatura, importanti i temi trattati, stupenda la fotografia, anche grazie ai luoghi scelti per girare il film, bella la colonna sonora.
Brava Jasmine Trinca anche se non mi ha convinta totalmente, i dialoghi, pochi, secondo me dovevano essere supportati da un coinvolgimento più espessivo più intenso.

 

 

 

 

 

 

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Stronger – Io sono più Forte

di David Gordon Green.

 

Jeff Bauman, ventisettenne cameriere in un fast-food, vuole riconquistare Erin, il loro è un amore del genere ti lascio e ti riprendo.
Erin decide di partecipare alla maratona di Boston del 2013, Jeff la vuole aspettare al traguardo.
La gara però viene interrrotta dall’esplosione di un bomba che ucciderà tante persone tra il pubblico e i partecipanti. Moltissimi i feriti, anche gravi, tra questi c’è Jeff, che subirà l’amputazione delle gambe. La sua vita non sarà più la stessa, sia per la menomazione, sia per tutte le persone che gli gireranno intorno: l’FBI per il riconoscimento degli attentatori, Jeff fu il primo a capire chi erano, di uno fornì un dettagliato identikit; la famiglia che naviga sulla popolarità che il ragazzo ottiene; la nazione tutta che lo vede come un eroe per la sua resistenza….L’unica che veramente sa e comprende il grande dolore morale e fisico che Jeff sta vivendo sarà Erin.

 

 

Film che consiglio vivamente di vedere, vera storia di Jeff Bauman.
Nel film c’è si la vita distrutta di questo ragazzo, ma c’è anche il suo percorso coraggioso di rinascita. E per questo verrà osannato come un eroe nazionale (vabbè, gli americani creano eroi ovunque). C’è tutto nel film (tratto da un libro che il vero Jeff ha scritto): la speranza, la rassegnazione, la paura, il riscatto…
Un film che mi ha emozionato perchè basato sul percorso emotivo e fisico del protagonista e non per il terribile attentato che non è stato il principale tema del film, ma la causa di tutto quello che è il vero obbiettivo: il vissuto intimo e fisico del ragazzo, la sua lotta, la sua forza, ma sono stati scandagliati anche i sentimenti combattuti di Erin, una brava Tatiana Maslany. Film con figure del genere mi emozionano anche perchè ci vedo anche un po di me, delle lotte e delle dure sfide che ho sostenuto per riappropriarmi di quella parte di me che la vita sembrava volermi portare via (e in parte c’è riuscita).
Pregevole, oserei definirla meravigliosa la recitazione di Jake Gyllenhaal.
Eccellente la regia, essenziale, senza retorica.

 

 

 

 

 

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La scelta

di Michele Placido

 

Laura viene stuprata da uno sconosciuto e, dopo qualche tempo, scopre di essere incinta.
E’ sposata con Giorgio, sono una coppia che si ama tantissimo, non sono mai riusciti ad avere figli. Giorgio si sente defrautato del suo senso di paternità, Laura vuole trasformare la violenza in amore, malgrado “la scelta” non sia facile. Riuscirà Giorgio ad accettare un figlio che potrebbe non essere suo?

             

Una storia emotivamente forte, un tema che che da sempre scavalca i secoli, un tema attuale ma che ha radici profonde. Un film dove non solo è preso in considerazione il tema della paternità, ma anche l’accetazione dello stupro è messa in evidenza. Temi delicati, intensi.
Film sentimentalmente drammatico, da vedere.
Brava davvero Ambra Angiolini, un ruolo difficile il suo, piatta come sempre la recitazione espressiva di Raoul Bova, ma comunque efficace. Ottima la regia di Michele Placido, che recita anche nel film, ottima la colonna sonora, bella la fotografia.

 

 

Il film è ispirato alla commedia teatrale di Pirandello, “L’innesto” (1919).
Se non l’avete mai letto lo consiglio, a me è piaciuto tantissimo, e per questo mi è venuta voglia di vedere il film. Un Pirandello sempre attuale.

 

 

 

 

 

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Suite Francese

di Saul Dibb

 

Francia, 1940.
Molti uomini partono pert il fronte, molti vengono fatti prigionieri dalle armate naziste e di loro non si sa nulla.
Tra i prigionieri potrebbe esserci il marito della bella Lucile, sposato pe rimposizione del padre, che vive con la dispotica suocera nel villaggio di Bussy, che viene occupato dai tedeschi.
Proprio nella casa delle donne viene alloggiato un giovane e affascinane ufficiale che con i suoi modi gentili conquisterà Lucile.
Tra la popolazione monta l’odio per il nemico che crea tensione tra fucilazioni e perquisizioni. E montano i sospetti sulla giovane donna.

 

Nell’Europa insaguinata dalla guerra nasce un sentimento, una storia d’amore impossibile.
Due personalità differenti che non si annullano una nell’altra, anzi.
Un film da vedere, credetemi. Inquadrature spettacolari, bella la colonna sonora, ricostruzione perfetta del momento storico, bravissimi gli attori e ottimamente scelti per i ruoli (Lucile-Michelle Williams Madame Angellier-Kristin Scott Thomas (attrice che adoro) Bruno von Falk-Matthias Schoenaerts) e che esprimono perfettamente le emozioni, le paure. Non è un film romantico, il contorno all’amore è l’orrore della guerra, la perdita di dignità, l’infelicità, la cattiveria, ma anche la solidarietà, il coraggio; l’amore è un rifugio a tutto questo anche nella difficoltà di viverlo. E’ un film che mi ha creato un forte impatto emotivo.
Film tratto dal romanzo di Irène Némirovsky*, che raccontò la Francia occupata, dove non tutti i tedeschi erano spietati, non tutti i francesi facevano resistenza.

 

*Scrittrice ebrea nata a Kiev nel 1903, figlia di un ricco banchiere ebreo, venne allevata dalla sua governante francese Zezelle. A causa di una taglia che i soviet misero sul padre la famiglia fu costretta a scappare fino ad arrivare in Francia, Paese che la scrittrice adottò come sua patria. Colta (laureata in lettere alla Sorbona), parlava sette lingue. Nel 1923 Irène Némirovsky scrisse la sua prima novella: l’Enfant génial, nel 1926 pubblicò il suo primo romanzo ma divenne celebre nel 1929 con il romanzo David Golder, negli anni a venire pubblicò molto.
Si convertì al cattolicesimo nel 1939.
Nel 1926 sposò Michel Epstein, ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie: Denise ed Élisabeth.
Vittime delle leggi antisemite varate nel 1940 dal governo di Vichy, Michel Epstein non poté più continuare a lavorare in banca e a Irène Némirovsky fu proibito pubblicare, si trasferirono a Issy-l’Évêque, dove avevano messo al riparo nel settembre del 1939 le loro figlie. Némirovsky scrisse ancora diversi manoscritti. Considerata un’ebrea dovette applicare la stella gialla sui suoi abiti. Le sue opere non furono più pubblicate. Solo l’editore Horace de Carbuccia, sfidando la censura pubblicò le sue novelle fino al 1942. Il 13 luglio 1942, Irène fu arrestata dalla guardia nazionale francese, tradita da un suo compatriota. Fu deportata ad Auschwitz, dove venne trasferita nel Rivier (l’infermeria in cui venivano confinati i prigionieri troppo ammalati per lavorare) per essere poi uccisa il 17 agosto 1942. Il marito fu arrestato nell’ottobre del 1942, deportato ad Auschwitz assieme alla sorella, venne ucciso nelle camere a gas al suo arrivo.
Le figlie finirono sotto la tutela di Albin Michel e Robert Esmenard fino alla loro maggiore età.
Denise ed Élisabeth riuscirono a salvare alcuni documenti conservandoli in una valigia, la stessa in cui li avevano trovati, per anni Denise non aprì la valigia; quando finalmente decise di aprirla (1990) vi scoprì un manoscritto nel quale riconobbe la grafia della madre e il colore azzurro dell’inchiostro che preferiva. Era Suite francese, opera incompiuta. Il testo doveva comporsi di cinque parti, ma soltanto le prime due, Tempesta in giugno e Dolce, furono completate, delle restanti si conoscono solo i titoli abbozzati dall’autrice: Prigionia, Battaglie, La pace; non iniziò mai a scriverli a causa della deportazione. I manoscritti sono diventati, nel 2004, un libro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La pazza gioia

di Paolo Virzì

Toscana, Villa Biondi è una comunità terapeutica per pazienti con disturbi mentali.
Beatrice Morandini Valdirana, contessa, ritenuta socialmente pericolosa, è elegante, logorroica, ricca.
Donatella, cubista, è depressa, scontrosa, tatuata, ha a vuto un’infanzia infelice e ha tentato di uccidere il figlio.
Bisognose d’affetto diventano amiche, fuggono, prima a bordo di un bus, poi rubando un’auto e infine a piedi, una fuga tra colline e mare, tra gente meschina, egoista, approfittatrice…

Premetto che non mi piace Paolo Virzì, ma questo è un film bello, intenso, da vedere. Il regista ha usato la delicatezza, l’ironia, la malinconia per raccontare un’alleanza di due donne sole, ingannate, umiliate da uomini che non sanno amare, due donne che fuggono insieme per darsi alla pazza gioia, cercando di accettare sé stesse allontanandosi dalla follia, dall’internamento, dalle lacrime…per ritrovare il sorriso.
Un film da vedere, una commedia drammatica, agrodolce, un miscuglio di emozioni, dove si punta l’attenzione anche sull’incapacità di comprendere le anime di chi è definito “folle”, “diverso”.
Il ritmo del film è in continuo movimento, dialoghi concreti, bravissima Micaela Ramazzotti, straordinaria Valeria Bruni Tedeschi, che hanno interpretato le protagoniste con grande coinvolgimento, donne difficili nella loro femminiltà, tragicità, sensibilità.

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Ancora una volta…

…grazie, grazie, grazie…per tutto ciò che fate, per la fatica e l’impegno che state donando a questa nazione, a tutti noi, siete nel mio cuore, nelle mie preghiere, nella mia gratitudine eterna

Grazie a tutti coloro che non ce l’hanno fatta, hanno dato la vita per salvare la nostra. Il mio grazie coperto di lacrime

Grazie perchè siete il cuore pulsante in questo momento tanto difficile, tutti voi siete la nostra speranza

E ancora grazie a tutti voi che siete sulle strade senza mai cedere , neanche davanti a chi vi insulta, inveisce, disprezza. Grazie

 

 

Grazie a tutti voi che ci consentite di non rinunciare ai nostri bisogni quotidiani garantendoci anche il minimo di una quotidianità ridotta ma comunque vivibile

 

E qui mi assumo tutta la responsabilità delle mie parole, perchè devo dire grazie, a tutti gli stupidi, irresponsabili, menefreghisti, edonisti, immorali, egocentrici che, mentre fanno i “ganzi” in giro hanno contribuito a far diventare la mia anima più dura, non più così pronta all’aiuto nei confronti di tutti, grazie perchè mi avete imparato quanto ancora sono ingenua nel pensare che l’uomo del mio tempo poteva compattarsi e amarsi davvero e non cantando sui balconi ma dimostrandolo nella vita reale, sulla strada, e “maledettamente grazie” per aver contribuito al dolore che molti di noi, me compresa, stanno passando nel non poter dire addio a qualcuno che amano, lo hanno dovuto fare da lontano, senza poterli vedere neanche un momento, pur se solo da dietro un vetro, poter gli fare una carezza.

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Le Madri

Il tempo è inclemente…un forte temporale ci ha lasciati per due giorni senza linea telefonica e internet.
La pioggia oggi è stata meno intensa. Ieri tutto il giorno chiusi in casa, ho riguardato le fotografie, quelle in bianco e nero, quelle con mia mamma che mi teneva in braccio e mi cullava.
Che bello! Anche se solo con un’immagine sentivo il calore del suo amore. E la sua assenza. Questa nostalgica malinconia che ad onde mi assale in alcune giornate, un piccolo seme di dolore mi ricorda il vuoto che ha lasciato. Il lutto crea una frattura, ma il dolore non mi spezza, trovo in lui un punto di rinascita. E proprio oggi, con questa leggera pioggerella decido di entrare nel bosco, tra i profumi dell’autunno e il colore buio che lo avvolge; il cielo cinerino è una finestra chiusa, nuvoloni lontani, il silenzio è totale. Dove sono finiti gli animali?
Ma mi piace così, sola, con il mio solo respiro. Una sensazione fisica forte mi trapassa, come se tutte le anime che ho perso negli anni mi venissero incontro, passeggiano con me.
Divento anima, spirito, pioggia, bosco. Amore.
E torno a casa con la gioia nel cuore.
La Natura è Madre, e come faceva mia madre mi sa consolare.

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Ci sono momenti della vita…così…tristi

Non sono giorni sereni…un mio giovane amico se ne è andato in pochi minuti, e tra le braccia della sua giovanissima figlia, una vera tragedia. E dai miei occhi ha iniziato a sgorgare il dolore.
E poi i pompieri…tre coltelli infilati nel mio cuore, che è sempre più strizzato dal dolore…oltre gli occhi.
E questa mattina vedo la figlia di una mia amica, giovanissima, magra da far spavento, mi avevano detto che era all’estero, no, era chiusa in casa, l’ho vista per caso, era in giardino sotto la pioggia, forse pensava che nessuno sarebbe uscito con il diluvio universale che da questa mattina lava le strade. Scappa in casa appena mi vede, citofono e arriva sua mamma, ci siamo guardate negli occhi e tutte due ci siamo messe a piangere, sotto l’acqua, come due naufraghe in mezzo all’oceano.
Mi dice solo: è anoressica, non me ne sono accorta subito, è un male subdolo…sarà colpa mia? Presto me lo dirà la psicoterapeuta.
Non rispondo, gli stringo la mano e l’unica cosa che riesco a dire: ci sono, quando vuoi, sempre, per tutte e due.
Ci abbracciamo e me ne vado.
Questa notte sarà una dura notte.

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Voglio un ombrello

Voglio un ombrello,
rosso? perchè no?
Sarà l’unico colore
in questo vicolo doloroso
dove tu mi hai portato.

Voglio un ombrello
che  non mi permetta
di guardare oltre la
mia testa.

Voglio un ombrello
per non guardare il nero
laccio che ha abbracciato
di morte il tuo collo
che ha fatto tremare
il tuo corpo
che ti ha lasciato
inerme e indifeso
agganciato a quelle scale
fredde di marmo.

Voglio un ombrello
che non mi permetta
di vedere
la carta di quella ludica
illusione che ha bevuto il tuo sangue.

Voglio un ombrello,
rosso? perchè no?
Sarà l’unico colore
in questo vicolo doloroso
che soffoca il mio cuore.

E inatnto la pioggia fredda
di morte bagna i miei
occhi.

Paola

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Johanna della foresta – Giorgio Scerbanenco

  Immigrati, boscaioli in Svizzera. Uomini di diverse nazionalità, tra cui due italiani: Donato e Francino.
La foresta fa sfondo alla storia di due donne innamorate di Donato.
La fidanzata storica, Maria, e la maestra Gertrude.
Ma Donato s’innamora di Johanna, figlia dell’oste del paese.
E poi c’è il capitano Heinrich Glicken, poliziotto. E il nazismo che è un eco sempre attivo
Johanna scompare, non si trova.
E’ stata uccisa?

Trovo questo libro in uno scaffale del centro commerciale, nell’angolo dei Libri lasciati. Un libro datato, anche come stampa (guardate la copertina).
Scerbanenco…come posso non leggerlo?
Natura, amore, mistero. Un romanzo che sembra “leggero”, ma non lo è, anzi dentro ci ho trovato la violenza dell’uomo sulla donna. Ci sono le donne che sognano un amore che le protegga, un uomo forte e solido. Ma questo amore non può essere tale se vuol dire abbassarsi ai soli piaceri dell’uomo, donne sacrificate per amore.
Certo la collocazione temporale è lontana dal momento che viviamo…uno Scerbanenco del 1955. Forse ancora attualre?
C’è anche la descrizione asciuuta della vita quotidiana dei personaggi. E storie piccole ma significative.
Non è un eccezionale romanzo, ma i personaggi sono fortemente delineati (a me è piaciuto Glicken). E il finale riscatta un po’ l’amore.

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