TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Johanna della foresta – Giorgio Scerbanenco

  Immigrati, boscaioli in Svizzera. Uomini di diverse nazionalità, tra cui due italiani: Donato e Francino.
La foresta fa sfondo alla storia di due donne innamorate di Donato.
La fidanzata storica, Maria, e la maestra Gertrude.
Ma Donato s’innamora di Johanna, figlia dell’oste del paese.
E poi c’è il capitano Heinrich Glicken, poliziotto. E il nazismo che è un eco sempre attivo
Johanna scompare, non si trova.
E’ stata uccisa?

Trovo questo libro in uno scaffale del centro commerciale, nell’angolo dei Libri lasciati. Un libro datato, anche come stampa (guardate la copertina).
Scerbanenco…come posso non leggerlo?
Natura, amore, mistero. Un romanzo che sembra “leggero”, ma non lo è, anzi dentro ci ho trovato la violenza dell’uomo sulla donna. Ci sono le donne che sognano un amore che le protegga, un uomo forte e solido. Ma questo amore non può essere tale se vuol dire abbassarsi ai soli piaceri dell’uomo, donne sacrificate per amore.
Certo la collocazione temporale è lontana dal momento che viviamo…uno Scerbanenco del 1955. Forse ancora attualre?
C’è anche la descrizione asciuuta della vita quotidiana dei personaggi. E storie piccole ma significative.
Non è un eccezionale romanzo, ma i personaggi sono fortemente delineati (a me è piaciuto Glicken). E il finale riscatta un po’ l’amore.

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Il fiore colorato (e io ne ho tanti)

Ho molti conoscenti, ma pochi amici (maschile/femminile).
Amiche, nel senso di femmine ancor di meno.
Ma quei pochi amano venire a casa mia, per un pranzo (dicono che cucino bene), per un caffè, per essere ascoltati, spesso mi dicono “…chi ti ascolta più, nenache in casa…”. Diciamo che sono una che sa relazionarsi, non con tutti eh! proprio no! Se non mi va a genio qualcuno lo dimostro palesemente, anche se rispetto sempre tutti. A volte casa mia diventa un crocevia…io divento un crocevia. Più di qualcuno mi dice che sicuramente sono così perchè ho avuto una vita da favola….Ora, lo dico senza modestia, come dico sempre me la sono e me la canto, ma io davvero sono amabile, non faccio alcuno sforzo per esserlo a tutti i costi, non mi interessa, io sono quella che sono. (punto), io lo dico sempre che sono stata fortunata: amata da piccola, professori eccellenti nel periodo scolastico, datori di lavoro con cui ancora sono in contatto perchè mi hanno insegnato molto, fortunata in amore…insomma sono fortunata, ma, ma…si domanderà qualcuno se dietro tutto questo non ci sia anche la mia fatica? Se solo sapessero quante volte mi sono messa in gioco, quante volte mi sono sfidata, ho sfidato, ho faticato, ho rischiato, quante volte sono caduta, mi sono fatta male, sono stata ferita…le esperienze amare mi hanno fatto crescere e migliorare. Qualcuno si chiede se la favola a volte non è stata dolorosa? La gente ti guarda e pensa che cammini a tre metri da terra perchè sei fortunata, ed è difficile far capire che proprio così non è, a volte ti senti dire “…che problemi hai tu?” Che espressione stupida! Se sapessero quanto a volte la sera sono sfinita, fisicamente e nell’anima. Ma poi? Non è che semplicemente si nasce così?
Qualcuno mi chiede se ho un segreto per essere sempre così disponibile, non essere mai arrabiata con la vita, per non essere mai acida (espressione che mi fa morir dal ridere), per vedere sempre un lato positivo.
Certo che ce l’ho un segreto, ora lo rivelo: ogni dolore e ogni gioia che ho provato hanno inciso nel mio cuore un fiore colorato che non posso far morire, lo annaffio tutti i giorni perchè possa continuare a creare profumo d’Amore.

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Il cacciatore di aquiloni – Khaled Hosseini

  Due ragazzi: Amir, afgano di etnia pashtun; Hassan, afgano di etnia hazara, bravissimo nel tiro con la fionda. Vivono a Kabul.
I due sono grandi amici anche se Hassan e Alì, suo padre, lavorano come domestici per Baba, padre di Amir.  Anche Baba è amico di Alì.
Hassan ha il labbro leporino è Baba si propone di pagargli l’intervento chirurgico anche se il costo è elevato, Baba ha un forte affetto per questo ragazzo e glielo dimostra spesso, mentre per il figlio Amir ha una certa freddezza, ritenendolo la causa della morte della moglie dopo il parto.
Amir si rifugia così nel conforto di Daniele Carusim, amico del padre, appassionato come lui di letteratura.
Amir ed Hassan crescendo decidono di partecipare a quello che è il gioco più importante della città: la caccia agli aquiloni, dove bisogna tagliare il filo dell’aquilone degli avversri e impossessarsene.
Amir riuscirà a vincere la competizione con l’aiuto di Hassan. Ma questa vittoria costerà cara ad entrambi, minerà la oro amicizia e il rapparto tra Baba e Alì.
Amir e suo padre scapperanno in America, dove il agazzo troverà l’amore e dove Baba morirà.
Ma il passato si riaffaccerà nella vita di Amir nelle vesti di Rahim; il passato porterà Amir di nuovo nel suo paese d’origine dove conoscerà una verità sconvolgente, dove si metterà a confronto con i demoni della sua adolescenza, dove cercherà di annodare i fili di un imprevisto destino tramite Sohrab. Suo nipote.

Lo so, un libro “datato”, ma io e Meli lo abbiamo riletto insieme, a lei era stato assegnato un compito proprio su questo romanzo.
Sinceramente rileggerlo è stato bello, mi sono rituffata in un mondo scomparso, ho riprovato emozione, dolore, rabbia.
Un libro dove si parla di amicizia, coraggio, paura, dolore, amore, guerra, destino.

Abbiamo deciso di rivedere anche il film.

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Storia di una ladra di libri – Markus Zusak

ladra 1939 – Germania.
Liesel Meminger durante la sepoltura del fratellino trova un piccolo libro, lo prende e lo custodisce segretamente. Non sa leggere ma apprenderà le parole grazie al padre adottivo, che gli impara anche ad amare la musica: “Mai dimenticarci la musica.” E’ il periodo nazista e i libri vengono bruciati, Liesel cerca di portarne via alcuni, li ruba anche a casa del sindaco, vuole salvarli e ha sete di sapere. Ama leggere, unica forza contro il momento difficle che vive l’umanità. Ha un alleato, Rudy, che condividerà con lei i furti di libri anche se preferirebbe rubare generi alimentari. Malgrado tutto Liesel è serena, ma tutto cambia quando in casa arriva un giovane ebreo che la famiglia nasconderà per diverso tempo: Papà disse: ” Com’era là fuori?”  Max sollevò il capo, con un’espressione stupita. “C’erano le stelle”, disse. “Mi hanno bruciato gli occhi.”

 

Ho riletto questo libro sotto la spinta di Melissa, che a sua volta voleva rileggerlo. Insieme a me. Voleva commentare la Morte, personaggio chiave di questo stupendo libro.
All’inizio si fatica un pò a leggerlo, ma poi ti avvince e vai di filato. Trama impostata in modo originale, a volte spiazza. Un romanzo che fa riflettere sulla vita, sulla morte, sul dolore, sulla paura, sulle inutili e devastanti guerre. E’ un libro di speranza perchè le parole, i libri, sono ciò che possono salvare la mente, il cuore, l’anima dalle brutture del mondo.
E la figura della Morte a noi è piaciuta, dice una grande verità, che forse ancora l’uomo non ha capito, o si rifiuta di accettare, preso com’è dalla sua onnipotenza.

 

La Morte:
***PICCOLO MA SIGNIFICATIVO COMMENTO***
Nel corso degli anni ho visto tanti giovani che credono
di correre gli uni contro gli altri.
Non è così.
E’ verso di me che corrono.

La Morte:
***UN ULTIMO FATTO***
La ladra di libri è morta ieri.

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La casa dei sette ponti – Mauro Corona

  “Lungo una strada tortuosa e stretta, che percorre una valle solitaria, aspra quanto serve per intimorire il viandante, a un certo punto compare una curva.”
Sulla strada c’è una casa con il tetto coperto da teli di plastica colorata, “…Sul tetto il peso degli anni ha premuto come il pugno di un gigante, lasciando orme concave e bugne scomposte…”
I comignoli fumano in ogni stagione anche se la casa sembra disabitata.
Un industriale che passa spesso di la è incuriosito e attratto dalla casa e un giorno decide di fermarsi, entra, ne conosce i misteriosi abitanti e da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

 

E’ un libro di poche pagine, una storia che sembra una favola, o forse lo è, una storia diversa da tutte le altre scritte da Corona.
Il  libro è stato duramente criticato, molti si aspettavano il solito Corona, quello delle grandi storie, delle parole crude, delle storie crude, quelle espressioni che usa e che a me piacciono tanto, un Corona etichettato…. Bhe, qui non c’è. Qui c’è una morbidezza che, ripeto, ha il sapore di una favola.
E’ stato criticato perchè troppo breve, si legge con non più di un’ora, forse meno. Ecco questa critica la trovo ridicola, si misura lo scrivere dal tempo che si impiega a leggere? Assurdo. Io ad esempio ci ho messo un paio di ore, perchè l’ho letto con calma, mi sono soffermata su alcune espressioni, sono tornata indietro, ho riletto le parti che mi piacciono. Come faccio sempre.
Una favola, si, voglio definire così questo racconto, una favola dove c’è un valore importante: l’uomo che ritrova se stesso, il valore dell’umanità, ripercorrendo la propria vita, le proprie azioni, “…Ogni tanto rocce verde scuro pencolanti e sgretolate appaiono…incombono…Sembrano sul punto di cadere, ma non cadono….Rimangono lassù, aggrappate al nulla…Forse vogliono ricordare al viandante la precarietà dell’esistenza…”
Io la trovo una storia attualissima e pazienza se Corona ha usato metafore forse anche grottesche, ma al punto è arrivato perfettamente, senza bisogno di scrivere poemi, “…I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze…”
La suggestione delle immagini che Corona spesso descrive qui c’è tutta, e la storia è bella, ti avvolge: c’è la gioia e c’è il dolore, c’è il presente e il passato, c’è un viaggio, che non è quello dei chilometri, c’è una scrittura chiare e semplice.
Un piccolo libro poetico. Ma se non fosse stato così piccolo tanta poesia l’avrebbe persa, un romanzo più lungo sarebbe stato melenso.
Un libro che mi è arrivato al cuore, perchè dentro c’è amore.

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L’ultimo dono – Sándor Márai

dono

-Morte, accoglimi come tuo figlio (Kosztolányi). Forse è meglio in quest’altro modo: Morte, ti accolgo come mio padre (Márai Sándor)

-La nascita non è un’esperienza, giacché è accidentale, – si verifica e basta, senza alcuna intenzione. La morte è un’esperienza, perché si verifica anche andando contro le nostre intenzioni. (Márai Sándor)

-Ho compreso di non averti mai amato, la sola che io abbia amato è la mia passione. (Márai Sándor)
Fra il 1986 e il 1987 Sándor Márai viene colpiti da diversi lutti: due fratelli, la sorella, il quarantaseienne figlio adottivo e la sua adorata moglie Lola, compagna per sessantadue anni.
Lo scrittore ha sempre sognato di poter morire insieme a lei, invece la vede andare via lentamente, l’unica cosa che può fare per lei è mantenere la promessa fattagli: disperdere le ceneri nell’Oceano.
La vita per lui non ha più senso, continua però a scrivere il suo diario dove annota riflessioni e pensieri sulla morte, dopo poco più di un anno dalla morte della moglie si ucciderà sparandosi alla tempia.

Un diario che mi ha commosso e addolorato allo stesso tempo mettendomi davanti ancora una volta come una malattia può devastare la vita. Un diario dove è bellissimo leggere l’amore con cui Márai vede ancora la bellezza dell’ormai ottanteseienne donna che lo ha affiancato tutta la vita. Un diario dove mi è dispiaciuto, io che amo la vita ad oltranza, non veder realizzato “l’ultimo dono“ che l’uomo chiedeva di veder realizzato. Un diario che mi ha fatto scoprire diversi letterati, poeti, romanzieri ungherese a me sconosciuti e dai quale sono affascinata.
Un libro bellissimo che va metabolizzato e assaporato anche se intriso di dolore.

 

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La mia coperta…

…stritola-dolore, ha un bel da fare in questo periodo; ieri ci ho passata la mattinata arrotolata dentro, quando mio marito mi ha detto se ne volessi uscire, quando mi ha guardato mi ha detto se per caso oltre io, ci fosse stato un camion che mi passava sul volto: ciancicato al massimo! Neanche mi sono voluta guardare allo specchio, mi conosco. Un’altra brutta notizia, la mia amica Giovanna (di cui ho parlato nel blog di Stefano), non ce la farà, impossibile operarla, durante il trasporto da casa per l’ospedale è svenuta: leucemia fulminante…Non ci posso credere, prima un seno, un mese fa l’altro e ora gli dovevano asportare ben 24 noduli, ora questo, e la scintografia ha evidenziato una diffusione  in molte parti del corpo…Nel giro di un mese…C’è da morire di dolore, per lei, ha 52 anni, per le sue ragazze (23 e 19), per il marito, che senza di lei non vuole vivere, ha 70 anni. Bella Giovanna, partenopea al 100%: formosa, mora, ambrata, allegra…Domani potrebbero sganciarla dalle flebbo (è in internsiva) e potrei parlargli, speriamo….

scientists-redwood-nichols_52779_990x742E questa mattina prendo Argo, il mio fidato Vento, metto la mantella gialla (evita-cacciatori, almeno si spera) e scendo nel bosco, sotto l’acqua battente, il freddo e un sostanzioso strato di melma da foglie macere. Ho camminato per un’ora, poi ho guardato Argo che malgrado tutto mi seguiva tranquillo e ho pensato a quanto sono stata incoscente, mi sono fermata un pò e sono tornata indietro, l’ho asciugato, pappone energetico, puntura e un preghiera per Giò; ho ripreso vita. Perchè c’è sempre una particella scintillante nella vita che ti fa ripartire: la mia è la voglia di vincere la morte, non fisicamente, è impossibile, ma con l’anima, con il cuore, con la vita che mi circonda. Malgrado tutto. Gli occhi di mia figlia, le mani di mio marito, la zampa di Argo che mi cerca per le coccole, la volpe che da mezz’ora a questa parte corre avanti e indietro davanti al cancello facendo arrabbiare tutti i miei pelosi.

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