TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Quando il cuore va oltre…

Ciao Anastasiia,
spero tu sia in un luogo di pace, tra le anime pure che fino all’ultimo volevi soccorrere.
Sono sicura che la tua anima vaghi trai cani che amavi tanto; chissà se puoi ascoltarmi, qui da noi c’è spazio per te, quando vuoi puoi venire, tra le anime dei compagni di vita che ospitiamo invisibili nel nostro giardino.
Sicuramente nei nostri cuori ci sarai sempre.
Grazie ❤

 

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E poi…e poi…e poi…e poi…e poi

...e poi vai a passeggiare per schiarirti le idee (spero presto di potervi raccontare su cosa) e la natura ti invita a guardarla con gli occhi dell’amore e incontri lui che ti guarda sempre scrutandoti, anche quando gironzola libero per i giardini dei vicini o quando arriva davanti al cancello della mia abitazione e fa inferocire i cani…

…e poi pensi che la giornata sembra un’inizio di primavera e fai progetti per portare tua figlia all’Eur per fargli ammirare la passeggiata del Giappone, quella che costeggia il laghetto artificiale..
La passeggiata è stata istituita nel 1959 quando il 20 luglio, in vista delle Olimpiadi di Roma del 1960, il Primo Ministro del Giappone, Nobusuke Kishi, donò alla Città di Roma 2.500 ciliegi da fiore giapponesi.
Il ciliegio giapponese da fiore è uno dei simboli nazionali del Paese del Sol Levante, è simbolo di fragilità, di rinascita e di bellezza, ma anche di purezza, lealtà e onestà.
Con l’inizio della primavera i giapponesi celebrano nei parchi la festa dell’Hanami, che significa “contemplazione dei fiori”, si riuniscono sotto gli alberi di ciliegio, spesso consumando un picnic. Anche a Roma, la Passeggiata del Giappone è il luogo di riferimento dei Giapponesi e degli Italiani che vogliono celebrare l’hanami, numerose persone si ritrovano nel parco e sotto gli alberi di Ciliegio, da diverso tempo si possono incontrare anche numerosi cosplayers, coloro che amano travestirsi da personaggi dei manga e dei cartoni animati Giapponesi, o incontrare persone che decidono di indossare l’abito tipico giapponese: il kimono.
Nel 2015 l’azienda farmaceutica Giapponese Daiichi Sankyo ha donato alla città di Roma diversi esemplari di ciliegio della varietà Yoshino, anche questi sono stati piantati nel Parco dell’Eur.
Vi posso garantire che è un’esperienza meravigliosa, se non amate passeggiare potete ammirare i ciliegi anche facendo un giro in battello o affittando il pedalò

…e poi pensi che oggi è giovedì grasso e i piccoli dei vicini sono proprio adorabili vestiti con abiti carnevaleschi e pensi che c’è una città, Pernik, Bulgaria, dove da più di 50 anni si celebra il carnevale (ora diventato un festival) dei Kuker, uomini e donne che  coprono la maggior parte del corpo con elaborati costumi e maschere di animali della foresta o di capre; sulle cinture vengono cuciti grossi campanacci che servono a cacciare gli spiriti maligni e attirare la buona sorte. Questa antica festa avrebbe origine prima della dominazione romana e si ispira ai rituali dedicati a Dioniso, divinità greca evocata nelle campagne per la fecondità dei raccolti, ma soprattutto per la prosperità della vendemmia, essendo Dioniso associato al vino, utilizzato anche in particolari rituali per avvicinare gli umani alla divinità; dopo la sfilata vengono effettuati una serie di riti e danze intorno ai falò.
  
Nel 2015 l’UNESCO ha dichiarato i costumi Kuker e i riti ad essi associati come patrimonio dell’umanità.

….e poi pensi che tutto questo sarebbe bellissimo se non hai un peso sul cuore che è un macigno, perchè c’è una guerra, che non mai avresti voluto diventasse reale, e pensi a Rodari, 

“Promemoria
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.”

 

e pensi a Neruda,
“Le guerre sono fatte
da persone
che si uccidono
senza conoscersi..
per gli interessi
di persone che
si conoscono ma che
non si uccidono.”

 

 

e pensi a Trilussa e Proietti,

…e poi guardi oltre e scendono le lacrime, perchè pensi a chi dovrà soffrire, qualsiasi sia la parte di confine, e vorresti solo vedere tanta meraviglia in un mondo di Pace, che come dice la mia amica Paola, è una parola SERIA (https://paolapioletti1.com/2022/02/24/pace-e-una-parola-seria-io-la-uso-seriamente-post-lungo/)

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Il destino di un uomo (Sud’ ba celoveka)

di Sergei Bondarchuk

 

Andrei, dopo 17 anni di matrimonio e tre figli, parte per la guerra. Viene fatto prigioniero dai nazisti e spostato in diversi campi di concentramento. Tenta la fuga, che non gli riesce, fino a quando con uno stratagemma riesce ad arrivare alle linee amiche.
Torna a casa, nel paese di Vorond, che trova completamente distrutto dai bombardamenti, grande il dolore quando scopre che la moglie e le figlie sono morte, riesce a scoprire però che il figlio è vivo, ma è una momentanea vittoria, anche questi cadrà sotto il fuoco nemico.
Distrutto dal dolore inizia a lavorare come camionista, per caso incontra un bambino orfano e abbandonato, decide di prenderlo con se facendogli credere di essere il padre.

Film russo del 1959, tratto da un racconto di Mikhail Sciolokov.
Bianco/nero, dove le musiche sono il commento principale in tutte le scene.
Film bellissimo, intenso, con un’attore (Sergej Fëdorovič Bondarčuk), il protagonista, davvero sorprendente. La tecnica di regia malgrado sia d’epoca mi ha affascinato tantissimo.
In questo film, dove ovviamente c’è un realismo socialista e una condanna all’orrore del nazismo, c’è anche la volontà di mettere in risalto la forza di un singolo individuo, la voglia di non arrendersi neanche nel dolore, la possibilità di non abbandonare la coscienza neanche nel dramma.
Ci sono scene di struggente bellezza e di struggente dolore.
Ringrazio Maria, del blog https://eternamenta.wordpress.com, per avermelo fatto conoscere.

 

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Dunkirk

di Christopher Nolan

 

Spiaggia di Dunkerque, Francia. Maggio 1940.
Migliaia di soldati inglesi, un esercito di ragazzini, accerchiati dalle truppe naziste.
L’Ammiragliato britannico promuove l’operazione Dynamo, realizzata anche con l’aiuto di centinaia di barche di pescatori dall’Inghilterra.

 

Film pluripremiato. Spettacolare.
Un film che mi ha fatto emozionare.
Mi aspettavo un film di guerra, ma in effetti trovo sia un film sulle coscienze, sull’altruismo, sull’individualismo che inevitabilmente porta poi alla colletività.
E’ un film sulla paura, quella vissuta dai giovani ragazzi, anzi ragazzini, accerchiati. Una tragedia come solo le guerre creano. Un film sulla morte prima ancora del sogno di salvezza.
Scenografia forte, coinvolgente, ottima la colonna sonora. Mi è piaciuta molto l’idea l’idea di separare le storie individuali dal contesto generale, anche come temporaneità delle scene.
Bravissimi gli attori principali, ma mi hanno piacevolmente sorpreso i giovani attori.

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Mahatma Gandhi

La persona che
non è in pace con
se stessa
sarà in guerra
con il mondo
intero.

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Il cacciatore di aquiloni – Khaled Hosseini

  Due ragazzi: Amir, afgano di etnia pashtun; Hassan, afgano di etnia hazara, bravissimo nel tiro con la fionda. Vivono a Kabul.
I due sono grandi amici anche se Hassan e Alì, suo padre, lavorano come domestici per Baba, padre di Amir.  Anche Baba è amico di Alì.
Hassan ha il labbro leporino è Baba si propone di pagargli l’intervento chirurgico anche se il costo è elevato, Baba ha un forte affetto per questo ragazzo e glielo dimostra spesso, mentre per il figlio Amir ha una certa freddezza, ritenendolo la causa della morte della moglie dopo il parto.
Amir si rifugia così nel conforto di Daniele Carusim, amico del padre, appassionato come lui di letteratura.
Amir ed Hassan crescendo decidono di partecipare a quello che è il gioco più importante della città: la caccia agli aquiloni, dove bisogna tagliare il filo dell’aquilone degli avversri e impossessarsene.
Amir riuscirà a vincere la competizione con l’aiuto di Hassan. Ma questa vittoria costerà cara ad entrambi, minerà la oro amicizia e il rapparto tra Baba e Alì.
Amir e suo padre scapperanno in America, dove il agazzo troverà l’amore e dove Baba morirà.
Ma il passato si riaffaccerà nella vita di Amir nelle vesti di Rahim; il passato porterà Amir di nuovo nel suo paese d’origine dove conoscerà una verità sconvolgente, dove si metterà a confronto con i demoni della sua adolescenza, dove cercherà di annodare i fili di un imprevisto destino tramite Sohrab. Suo nipote.

Lo so, un libro “datato”, ma io e Meli lo abbiamo riletto insieme, a lei era stato assegnato un compito proprio su questo romanzo.
Sinceramente rileggerlo è stato bello, mi sono rituffata in un mondo scomparso, ho riprovato emozione, dolore, rabbia.
Un libro dove si parla di amicizia, coraggio, paura, dolore, amore, guerra, destino.

Abbiamo deciso di rivedere anche il film.

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Storia di una ladra di libri – Markus Zusak

ladra 1939 – Germania.
Liesel Meminger durante la sepoltura del fratellino trova un piccolo libro, lo prende e lo custodisce segretamente. Non sa leggere ma apprenderà le parole grazie al padre adottivo, che gli impara anche ad amare la musica: “Mai dimenticarci la musica.” E’ il periodo nazista e i libri vengono bruciati, Liesel cerca di portarne via alcuni, li ruba anche a casa del sindaco, vuole salvarli e ha sete di sapere. Ama leggere, unica forza contro il momento difficle che vive l’umanità. Ha un alleato, Rudy, che condividerà con lei i furti di libri anche se preferirebbe rubare generi alimentari. Malgrado tutto Liesel è serena, ma tutto cambia quando in casa arriva un giovane ebreo che la famiglia nasconderà per diverso tempo: Papà disse: ” Com’era là fuori?”  Max sollevò il capo, con un’espressione stupita. “C’erano le stelle”, disse. “Mi hanno bruciato gli occhi.”

 

Ho riletto questo libro sotto la spinta di Melissa, che a sua volta voleva rileggerlo. Insieme a me. Voleva commentare la Morte, personaggio chiave di questo stupendo libro.
All’inizio si fatica un pò a leggerlo, ma poi ti avvince e vai di filato. Trama impostata in modo originale, a volte spiazza. Un romanzo che fa riflettere sulla vita, sulla morte, sul dolore, sulla paura, sulle inutili e devastanti guerre. E’ un libro di speranza perchè le parole, i libri, sono ciò che possono salvare la mente, il cuore, l’anima dalle brutture del mondo.
E la figura della Morte a noi è piaciuta, dice una grande verità, che forse ancora l’uomo non ha capito, o si rifiuta di accettare, preso com’è dalla sua onnipotenza.

 

La Morte:
***PICCOLO MA SIGNIFICATIVO COMMENTO***
Nel corso degli anni ho visto tanti giovani che credono
di correre gli uni contro gli altri.
Non è così.
E’ verso di me che corrono.

La Morte:
***UN ULTIMO FATTO***
La ladra di libri è morta ieri.

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Liberazione – Sàndor Màrai

libSiamo alle soglie del Natale 1944. Uno scienziato, ricercato dai fascisti, viene murato all’interno di una ripostiglio, insieme ad altre cinque persone, al fine di salvargli la vita. Erzsébet, la figlia venticinquenne, vive sotto falsa identità nell’appartamento di un amico, di fronte al palazzo dove è murato suo padre. Erzsébet, sicura che quel nascondiglio salverà il padre, si vede, invece, costretta a scenderà nello scantinato del palazzo dove vive, insieme agli altri inquilini dello stabile. Per quattro settimane dovrà sopportare e condividere promisquità, cattivi odori, sporcizia, mancanza d’acqua, l’uso di un solo bagno, materassi sdraiati uno accanto all’altro, liti, furti e l’arrivo di nuove persone dai stabili vicini.  Erzsébet è stremata ma paziente, perchè sa che l’arrivo dei russi porterà la liberazione. L’incontro tanto sperato con il russo che gli dovrebbe dare la libertà non sarà come lo aveva immaginato.   

Un libro da leggere, un meraviglioso e bruciante romanzo che narra una Budapest bombardata e rastrellata prima dai tedeschi, poi dai russi; Màrai visse in prima persona questo dramma. Finì di scrivere Liberazione nel settembre del 1945. Belle e malinconiche le parole con cui Erzsébet pensa alla vita del padre e al suo lavoro, precisazioni dovute dalla trama del romanzo, ma io ci vedo anche una metafora della vita:  chi è costretto ad abbassare la testa dopo aver perso la libertà di vivere sotto il cielo stellato; bella la descrizione del russo, presentato come un gigante…ancora ci vedo una metafora, l’uomo che dovrebbe essere grande nei sentimenti si rivela essere solo e semplicemente un uomo, la sua “grandezza” si dissolve con le sue azioni; terribilmente reale la descrizione che fa dei bombardamenti, degli orrori compiuti, delle uccisioni, delle devastazioni, mi è sembrato di viverci dentro. Màrai ha saputo trasmettermi emozioni grandi e se credevo che le Braci fosse un capolavoro, questo lo classifico come un capolavoro assoluto. Mi ha stupito come Màrai sia riuscito a mettermi di fronte all’orrore, alla speranza, alla delusione, usando, sicuramente la narrazione sempre perfetta, ma facendomi entrare nei pensieri e nelle disquisizioni della protagonista in modo semplice ma con riflessioni profonde, mai scontate… Ne ho vissuto la paura e l’ansia per quella liberazione tanto desiderata. Il libro lo sento come un inno alla vita, a reagire: anche nelle condizioni più estreme il dolore, la paura, la stanchezza possono portare la speranza: quella di (ri)vivere  quello che si era lasciato per la follia di una, per fortuna, piccola parte di umanità malata di potere. E quello che mi ha affascinato di questo uomo così provato dalla vita, è che nel descrivere gli assediati, gli assediatori, i russi, non ha pensato solo alla componente cattiva dell’uomo, per ognuno di loro ha descritto una caratteristica che può, se non  giustificare, quanto meno tentare di capire : uno dei due tedeschi è smarrito, il russo prova anche dolcezza per Erzsébet, come lei ne proverà per lui..

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