TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Giaguaro

 

Ma quanto è bello il giaguaro?
Trovo sia un animale affascinante.
Oggi, come la gran parte di alcune specie viventi, rischia l’estinzione.
Purtroppo la deforestazione ha già distrutto il suo habitat per il 50%, la distruzione delle foreste pluviali causa la morte anche delle prede del giaguaro; altro pericolo d’estinzione è costituito dai bracconieri che cacciano il felino per il suo manto maculato.
Gli Aztechi lo riteneveano una creatura degli inferi, animale lunare perchè il suo manto luccica al chiarore della notte, emblema del Regno dei Morti, guida alle anime dei morti, erano convinti che chi fosse riuscito a guardarlo da vicino, negli occhi avrebbe letto il futuro. Un’antica leggenda dice che quattro giaguari rappresentino i guardiani della strada per la pace. La dea della terra azteca e’ raffigurata incinta di un giaguaro con gli artigli.
Per i Maya era anche figlio del Sole, animale solare, con il manto ricoperto di macchie dorate.
Peri i Toltechi, rappresentava la luna: il crepuscolo è un giaguaro che divora il Sole.
Per gli attuali Indios dell’America centrale e dell’Amazzonia è l’animale più rappresentativo dello sciamano che può anche assumere la stessa forma del giaguaro; secondo una leggenda, ha dato all’uomo il fuoco e suggerito l’arte venatoria; si pensa che abbia la capacità di viaggiare tra i mondi e che nel tempo, attraverso questi suoi viaggi, abbia acquisito i suoi molteplici poteri e la saggezza arcaica di tenere segrete le sue conoscenze.
Alcune tribù Indios nutrono un tale sacro rispetto per la sua forza, e lo ammirano talmente tanto che prima di andare a caccia si dipingono il volto, con tinte naturali, per ricalcarne l’aspetto e si conficcano nelle labbra e nel naso delle stecchette di palma che ne imitano le vibrisse. Pur cacciandolo, lo ritengono un amico misterioso.
Nell’Europa occidentale è l’emblema dell’industria di automobili Jaguar (colui che uccide con un balzo, dai nativi americani): omaggio alla sua velocità e potenza
E’ un animale vagabondo, solitario, si arrampica e nuota molto bene, attivo all’alba e al tramonto.
Caccia cervi, pecari, tapiri, scimmie, uccelli di grandi dimensioni e raramente gli animali domestici, si nutre anche di pesci, tartarughe, caimani. Segue le prede fino allo sfinimento e la trascina sugli alberi
Ha un’altezza al garrese di 75 cm e una lunghezza del corpo di 150-180 cm, più la coda che misura 70-90 cm, pesa dai 68 ai 136 kg, i maschi sono il 10-20% più grandi delle femmine; sono dotati di muscolatura possente, ideale per scattare in avanti e agguantare la preda. La folta pelliccia giallo dorata presenta macchie nere a forma di rosetta sulla parte dorsale del corpo e sugli arti, sono abbastanza comuni gli esemplari completamente neri
Come detto è un animale solitario, solo durante il periodo degli accoppiamenti la femmina e il maschio vivono insieme, mentre la struttura sociale è rappresentata dalla madre con i suoi piccoli; ogni 48 mesi nascono mediamente un paio di cuccioli, che dipendono completamente dalle cure materne per i primi due 2 anni di vita, in questo periodo oltre ricevere protezione, cibo e una guida per gli spostamenti, imparano a cacciare
Vive circa 12 anni e comunica principalmente attraverso vocalizzazioni simili a grugniti, ha sensi acuti, specialmente vista e olfatto.

 

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Cigno

Deneb, in arabo significa coda ed è la coda del cigno, è una stella molto brillante, grandissima; Albireo, è la stella che simboleggoia la testa del cigno, è una stella doppia, una parte azzurra e l’altra arancione, una delle stelle più belle del cielo
Il Cigno è una costellazione, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo e una delle 88 moderne costellazioni, una tra le più belle. E’ rappresentata come un volo verso sud.
Appare a metà marzo, visibile perfettamente nelle notti estive a cavallo tra luglio e agosto, è quasi invisibile dalla fine di novembre.
Un cigno che vola lungo la Via Lattea che la arricchisce di miriadi di puntini luminosi, viene chiamata anche Croce del Nord perchè la sua forma, formata da solo quattro stelle di riferimento era identificata dai cristiani come la croce di Cristo
La mitologia la lega a Zeus, che si tramutò in un cigno per conquistare Leda, una bellissima fanciulla, moglie del re di Sparta Tindareo, madre di Elena e dei Dioscuri. E ancora, Eratostene dice che Zeus s’invaghì della ninfa Nemesi che abitava a Ramno (Atene), questa per sfuggirgli assunse le forme di vari animali, d’acqua, di terra, di cielo trasformandosi in oca, allora Zeus si tramutò in un cigno, l’acchiappò e la violentò. Igino da un’altra versione: Zeus finse di essere un cigno che cercava di sfuggire a un’aquila, Nemesi gli offrì rifugio e solo dopo essersi addormentata con il cigno in grembo si rese conto dell’errore compiuto.
Una leggenda narra invece che Fetonte, figlio del Sole, si appropriò del carro solare e distrusse la terra e il cielo, allora Zeus per punirlo lo affogò nel fiume Eridano, ma un cigno tentò di salvarlo ma invano, per la sua bontà il re degli dei decise di portarlo con sè in cielo e tramutarlo in una costellazione.

 

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Una poetica leggenda

Piazza S.Francesco d’Assisi (prima S. Francesco a Ripa), in Trastevere, a Roma, prende nome dall’omonima chiesa* che sorge dove un tempo era situata l’antica chiesa denominata S.Biagio de Curtibus, un convento dei Frati Minori con annesso ospizio-ospedale.
Si dice che qui venne ospitato S.Francesco d’Assisi in occasione della sua visita al papa nel 1219 ( ancora oggi la chiesa custodisce la cella del santo ed alcune sue reliquie), anche se molti studiosi nutrono dubbi.
Sul santo nasce quella che sembra essere una poetica leggenda: San Francesco, piantò, nel giardino del convento, un albero di arancio, che fruttificò per diversi secoli; nel 1613 fu trapiantato ma fiorì ugualmente, nel 1871 divenne secco e si decise di bruciarlo, allora un frate staccò un ramoscello e lo piantò, l’albero crebbe e ricominciò a fiorire e dare frutti fino al 1879, e poi ancora nel 1888 anno in cui cessò definitivamente di esistere.

* da visitare assolutamente, se non fosse per ammirare l’Estasi di Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una scultura drammaticamente bella, direi meravigliosa, che riproduce la santa sul letto di morte; nel sarcofago sono conservate le spoglie di Ludovica.

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Piccolo carro

L’Orsa Minore è individuabile facilmente grazie alla sua stella più luminosa, la Stella Polare, che si trova all’estremo del Piccolo Carro, così è anche chiamata questa costellazione, infatti le sue stelle più brillanti formano un disegno simile a quello del Gran Carro nell’Orsa Maggiore.
Questa costellazione potrebbe essere stata definita per la prima volta nel 600 a.C., dall’astronomo greco Talete.
E’stata sempre usata come guida dai marinai perchè la Stella Polare mostra il nord; anticamente le popolazioni scandinave ritenevano che la Stella Polare fosse attraversata dall’asse attorno al quale gira l’Universo, perderla di vista significava mettere a rischio la vita dei naviganti.
Nella mitologia greca si dice che Zeus lanciò Callisto (ninfa amata da Zeus) verso il cielo, per difenderla dall’ira di Era; volle trasformala in un’orsa e la lanciò tenendola per la coda che, durante il lancio, si allungò tantissimo…per questo la costellazione appare con una coda lunga rispetto all’animale reale.
In Ottobre il Carro sembra rovesciato, anche qui entra in gioco una leggenda, quella che raccontavano i Pellerossa: il carro si rovesciò trasportando dei colori che caddero sulla Terra, questo diede origine al colore delle foglie rosse d’autunno.

Ma quanta magia si racconta delle stelle? Ispirano da sempre….

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Foro Traiano (o Trajano)

Il Foro di Traiano fu costruito da Traiano tra il 107 (anno del suo trionfo sui Daci) ed il 113, spianando un pezzo del Quirinale.
Era lungo complessivamente metri 300 e largo 185 e si articolava su terrazze leggermente sopraelevate l’una rispetto all’altra.
Fino a poco tempo fa si pensava che l’ingresso avvenisse dal lato rivolto verso il Foro di Augusto, ma scavi recenti hanno dimostrato che da questa parte era situato il Tempio di Traiano (costruito da Adriano in onore di Traiano e della moglie Plotina), mentre l’ingresso sarebbe rivolto verso il Campo Marzio.
Nel Foro vi erano due edifici posti uno di fronte all’altro, le Biblioteche (una per i libri latini e l’altra per quelli greci), al centro delle quali vi era la Colonna Traiana, unico monumento del Foro intatto 
Addossata alle Biblioteche, a chiusura della piazza, si allungava l’imponente Basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma (170 metri di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza), di questa resta solo il troncone centrale. L’interno era diviso in cinque navate da quattro file di colonne (come si può ancora vedere dalle basi e dalle colonne rimaste): quelle della navata centrale erano più grandi e di granito grigio, a differenza delle altre, più piccole e di cipollino. Tra le funzioni della basilica, oltre a quelle giudiziarie e commerciali, vi era quella di far svolgere l’Atrium Libertatis, la cerimonia di liberazione degli schiavi. La facciata meridionale, rivolta verso la piazza, aveva tre ampie porte di accesso decorate da colonnati e nicchie con statue; sulle statue vi erano ritratti, su scudi, dei generali di Traiano, mentre al di sopra dell’alto attico vi era la statua di Traiano sul carro trionfale, tirato da sei cavalli e fiancheggiato da trofei con Vittorie.
La grande piazza centrale, rettangolare, di m 108 x 85, con la grande statua equestre di Traiano al centro, era pavimentata con più di 3000 lastre di marmo bianco di Luni (Carrara), era fiancheggiata da portici che si aprivano in due ampie esedre. I portici erano ad un solo ordine di colonne in marmo colorato, sormontate da un alto attico decorato da statue colossali di Daci prigionieri.
La Colonna Traiana, costruita in grandi blocchi di marmo lunense, poggia su un basamento a forma di dado su uno zoccolo coronato da una cornice che presenta, agli angoli, quattro aquile che sorreggono festoni. Tre lati del dado sono decorati con rilievi che rappresentano armi ed insegne daciche; il quarto lato, quello principale rivolto verso la Basilica Ulpia, presenta un pannello sorretto da due Vittorie con la seguente iscrizione dedicatoria: “SENATUS POPULUSQUE ROMANUS IMP(ERATORI) CAESARI DIVI NERVAE F(ILIO) NERVAE TRAIANO AUG(USTO) GERM(ANICO) DACICO PONTIF(ICI) MAXIMO TRIB(UNICIA) POT(ESTATE) XVII IMP(ERATORI) VI CO(N)S(ULI) VI P(ATER) P(ATRIAE) AD DECLARANDUM QUANTAE ALTITUDINIS MONS ET LOCUS TANT(IS OPER)IBUS SIT EGESTUS”: “Il Senato e il popolo romano all’imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, pontefice Massimo, rivestito per la diciassettesima volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per la sesta volta, console per la sesta volta, padre della patria, per indicare quanto era alto il colle che con questi lavori è stato demolito”. Lo scopo più importante della colonna era quello di servire da tomba all’imperatore. Sotto l’iscrizione dedicatoria è situata, infatti, una porticina che permette di accedere all’interno del basamento: qui si trova la camera funeraria dove era posta, sopra una lastra di marmo, l’urna d’oro contenente le ceneri di Traiano, trafugata ai tempi delle invasioni barbariche. A destra inizia la scala costituita da 185 gradini che permette di salire sino alla sommità. Sul fusto della colonna (29,78 metri senza base e 39,83 con essa) si snoda a spirale, il lungo rilievo (circa 200 metri) con la rappresentazione delle guerre daciche: l’attraversamento del Danubio da parte dell’esercito romano sopra un ponte di barche ricorda l’inizio delle guerre, battaglie, assedi, costruzioni di accampamenti, la prima sottomissione di Decebalo, re dei Daci, a Traiano e la Vittoria che scrive su uno scudo la fine della prima campagna dacica. Il rilievo continua con le scene della seconda campagna, con le scene dell’esercito romano che passa su un ponte costruito da Apollodoro, l’assedio alla capitale nemica Sarmizegetusa ed i Daci che la incendiano per non consegnarla ai romani, l’autoavvelenamento dei capi daci, la cattura del tesoro nemico, la fuga di Decebalo ed il suo suicidio, la sua testa portata a Traiano ed infine la deportazione dei prigionieri daci  La tradizione vuole che il monumento sia sopravvissuto grazie a papa Gregorio Magno (590-604) che, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell’anima dell’imperatore. Dio apparve allora al papa, annunciando che l’anima di Traiano era salva, ma di non intercedere più per i pagani. Secondo la leggenda, quando le ceneri furono esumate, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall’inferno. La terra intorno fu allora dichiarata sacra e la colonna rimase intatta nel tempo. La statua di Traiano, che coronava la colonna, scomparve nel Medioevo e fu sostituita, nel 1587, all’epoca di Sisto V, con la statua di S.Pietro. Addossata al basamento della colonna venne costruita una cappelletta, officiata da un eremeita, a cui venne dato il nome di S. Nicolò de columna; l’eremità isso sulla colonna una campanella che suonava per mezzo di una corda. La chiesina è ricordata in un documento del 1336 e fu abbattuta per ordine di Paolo III. Per ricordarla, dopo la demolizione, fu dedicato un altare a S.Nicolò nella vicina chiesa del SS. Nome di Maria. Tra il X ed il XIII secolo il Foro fu interessato da un’urbanizzazione che diede origine ad abitazioni, chiese e monasteri fino alla creazione, nel XVI secolo, di un quartiere denominato “Alessandrino” a nome del suo realizzatore, il cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria, che provvide alla bonifica della zona. Fu soltanto tra il 1924 ed il 1932 che questo settore urbano subì una radicale trasformazione per mano del Regime Fascista, che demolì l’intero quartiere per consentire l’apertura di via dell’Impero, Benito Mussolini nel 1925 fece iniziare l’abbattimento di case medioevali, chiese ed un intero agglomerato cinquecentesco situato sul Foro di Traiano e dinanzi ai Mercati Traianei.
La tradizione vuole che, essendo il Foro di incredibile bellezza, un giorno l’imperatore Costanzo, ammirando la grande statua equestre di Traiano, espresse il desiderio di farsi fare un cavallo simile per erigerlo a Costantinopoli, ma il persiano Ormisda, gentiluomo al suo seguito, gli fece notare che per un cavallo simile ci sarebbe voluta anche una stalla adeguata…e non c’era!

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Nel legno e nella pietra – Mauro Corona

ccc Boschi, versanti scoscesi, vette irragiungibili*…e dentro le storie degli uomini di montagna: boscaioli, grandi scalatori, carbonari, bevitori…
Osterie, antichi mestieri, liti, rappacificazioni, rancori, amici…Vipere, cervi, camosci…Estati, inverni, morti, legni.
L’infanzia, la gioventù, la vecchiaia.
Il tempo che passa e non torna più.

 

angelo_dibona Angelo Dibona  attilio-tissi1 Attilio Tissi emil-zsigmondy-1907 Emil Zsigmondy

 

“Storie che vanno via veloci disperdendosi nel vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (M. Corona)

 

I libri di Mauro Corona mi catapultano in un mondo che conosco dai racconti che mio nonno e mia nonna mi facevano nelle sere d’inverno, o quando andavamo a spasso per boschi e colline e montagne.
Mi portano in un tempo che sicuramente era duro da vivere, ma che mi sarebbe piaciuto vedere, un tempo che  inevitabilmente non torna più. Mi piace leggere delle leggende che racconta, della bellezza e della potenza della natura, della sconfitta degli uomini davanti ad essa ma anche del loro coraggio nell’affrontarla. Mi piace leggere di come la natura andrebbe accettata e non distrutta, mi piace leggere di chi sudava per lavorare e non rubava lavorando.
Novantatre racconti che scorrono veloci, le parole semplici lo permettono, ma le parole semplici non sono prive di saggezza.
Corona in questo libro si mette abbastanza a nudo, non lesina le sue debolezze e le sue sconfitte, anche quelle scaturite dal suo orgoglio.
Qualcuno mi ha detto che i libri di Corona sono inutili storie e favole, repliche di repliche.
Io non credo, a me piace, nelle sue parole trovo, oltre informazioni sulla natura, di cui sono avida, anche metafore di vita; qualcuno mi ha detto che dovrei leggere cose più “serie”, a loro rispondo con le parole dell’autore

“…chi non è capace di sognare cerca di impedirlo anche agli altri…”

campanile-di-val-montaina-corona  Il Campanile di Val Montaina è stato definito, nel corso degli anni.in vari modi: Il monte più Illogico, Il disperato anelito della terra verso il cielo, L’urlo pietrificato di un dannato.

“Mi consolo pensando che la vita è una lunga serie di traslochi dove molto si perde ma qualcosa anche si trova. E allora tiro avanti, senza speranza e senza disperazione, aspettando serenamente l’ultimo trasloco”

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San Gregorio I Magno

gregorio-1  Papa Gregorio I (Gregorio Magno, il Grande) nasce a Roma nel 540 circa e vi muore nel 604, è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte.
Il suo pontificato attraversò uno dei periodi più bui della storia. Figlio di santa Silvia, nobile donna romana, che rimasta vedova si ritirò in una casa sull’Aventino chiamata Cella Nova seguendo la regola benedettina e dedicando il resto della sua vita alla preghiera, alla meditazione e all’aiuto dei malati e dei più bisognosi.
Fu un incrollabile sostenitore del Cristianesimo.
Uomo minuto e sempre malato, è conosciuto anche per gli innumerevoli miracoli che sembra abbiano attraversato la sua vita.
Ne racconto alcune.
Nel 590 muore papa Pelagio II, vittima della peste; Gregorio fu chiamato a sostituirlo sostenuto dai credenti, dal clero e del senato di Roma; dopo l’iniziale resistenza fu costretto ad accettare.
Nell’inverno 589-590 la penisola italiana subì le violenze dei Longobardi, nubifragi, inondazioni che causarono vittime e danni; il Tevere straripò inondando gran parte della città e provocando vittime e si manifestò un’epidemia di peste che decimò la popolazione; ancora in estate la situazione non accennava a tornare alla normalità, Gregorio allora esortò i fedeli alla penitenza e, per implorare l’aiuto divino, organizzò una processione che durò tre giorni consecutivi; secondo la leggenda, mentre Gregorio attraversava alla testa della processione il ponte che collegava il Vaticano con il resto della città (oggi Ponte Sant’Angelo), ebbe la visione dell’Arcangelo Michele che, in cima alla Mole Adriana, rinfoderava la sua spada; la visione fu interpretata come l’imminente fine dell’epidemia, cosa che avvenne (da allora la Mole Adriana fu chiamata Castel Sant’Angelo).
Altra leggenda: si narra di un uomo metteva in dubbio che Cristo fosse realmente presente sull’altare durante la messa, così Gregorio pregò ardentemente affinchè Cristo comparisse durante la cerimonia, appena il santo finì la preghiera Cristo apparve sull’altare con gli strumenti della passione e l’ostia iniziò a sanguinare, la leggenda è definita come quella della messa di San Gregorio.
E ancora, il segretario di San Gregorio, Giovanni Diacono, raccontava di una colomba appoggiata sopra la spalla del santo e che in realtà si pensa che  fosse lo Spirito Santo che assumeva tali sembianze.
Ancora una leggenda: all’annuncio della sua elezione come pontefice Gregorio si rifugiò in una foresta dove fu miracolosamente ritrovato grazie ad una colomba che volava davanti alla gente per indicare la strada dove cercarlo.
Gregorio tutti i giorni inviava per la città carri di vettovaglie cotte per i deboli e per gli infermi e invitava alla sua tavola dodici pellegrini a cui, prima del pranzo, lavava egli stesso le mani, a questo evento è legata la leggenda che narra che una volta Gregorio vide sedere a mensa un tredicesimo commensale che si rivelò poi essere un angelo del Signore venuto a dire quanto fosse gradita a Dio l’opera di Gregorio.

 

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Ma tante pie leggende non lo hanno salvato dai sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli

Un Papa antico

C’è stato un certo Papa san Grigorio
che ssapeva parlà rrosso e tturchino,
che cconosceva ogni sorte de vino,
e cquant’anime stanno in purgatorio.

Distingueva chi aveva er zostenzorio*,
l’ova cor pelo e ll’ova cor purcino
capiva er tempo, e tte spiegava inzino
l’indovinelli de Monte-scitorio:

Profetizzava er don de le petecchie:
sapeva indovinà le confessione,
e scoprí ll’anni de le donne vecchie.

E sti bbelli segreti in concrusione
je l’annava a ssoffià ttutti a l’orecchie,
azzeccàtesce4 chi?… bbravi! un piccione.

*la plebe dava questo nome all’ostensorio dell’ Eucarestia esposta

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Pedigree e gru

20151206_155612 Questa mattina ci ha fatto visita un amico di mio marito. Ci ha chiesto se volevamo segnare Semir ad una mostra canina. Come sempre (era accaduto anche con Argo e Angel) abbiamo rifiutato, i nostri amici pelosi li abbiamo solo “prestati” per campagne contro la violenza sugli animali e calendari. Il resto per noi non esiste, il cane per noi non è da “esporre”. L’amico insiste e nel discorso ci infila anche il pedigree. Io lo guardo e dico:”Pedigree?” E lui: “Non ditemi che non lo ha! E’ una cane perfetto…” E io (sotto l’occhio terrorizzato di mio marito che sa come la penso, ma dovrebbe sapere anche che sono educata): “Certo che ce l’ha: bellezza, forza, carattere, gioiosità, possessività verso la famiglia, prepotenza, e poi ancora, folle guardiano del territorio dove vive, non puoi toccargli la sua palla, gioca a pallone e a frisbee….è sufficiente? Ma dico, serve il pedigree per dire che è un cane? ” Fine di tutto. Stò pedigree non l’ho mai digerito. Possiamo amarli anche senza documenti, non so se è chiaro, senza discriminazione, senza pensare se è bello, brutto, storto, malato, se viene dall’allevamento del re o dal canalone di scolo delle acque (come Jo ad esempio) DSC07559 DSC07481

20160227_124454  ANGEL 2015 (Angel l’ “anzianotta”)

 

Ma cosa è il pedigree? E’ il documento che riporta l’albero genealogico di madre e padre tracciandone le carateristiche comuni alla razza.
Sapete cosa significa pedigree (dal francese)? Significa zampa di gru, le “dita” sottili di questo animale avrebbero suggerito all’uomo l’idea dell’albero genealogico.
Ma perchè proprio la gru? Perchè nei secoli le gru hanno ispirato fantasie magiche, come l’idea che viva migliaia di anni.
23-shoson_cranes Questo sopratutto in Giappone dove è il simbolo per augurare una lunga e felice vita coniugale, perchè è un animale che rimane fedele al proprio compagno per tutta la sua esistenza. In Giappone è usanza pensare che la gru possa vivere mille anni e che realizzarne con l’origami un grande numero, conferisca longevità e buona salute non solo a colui che le piega, ma anche a colui che le riceverà in dono… Origami 1
sadako-sasaki-illustration Una leggenda dice che chiunque pieghi mille gru avrà i desideri del proprio cuore esauditi: una piccola ragazza giapponese chiamata Sadako Sasaki fu esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima quando era bambina e, nel 1955, a 12 anni, stava morendo di leucemia; conoscendo questa legenda decise di piegare mille gru in modo che si avverasse il suo desiderio, poter continuare a vivere sadako  Purtroppo il desiderio non si avverò, ma i giapponesi eressero una statua nel Parco della Pace di Hiroshima: una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita. I visitatori appoggiano ai suoi piedi ghirlande di gru che incorniciano la targa con la scritta: “Ecco la speranza e la preghiera: che la pace regni nel mondo”.
BunjI4uIgAAq_df La gru giapponese è diventata un simbolo di pace.

 
gru La gru ha come caratteristica la lunghezza del collo, delle zampe, delle ali e del becco.
E’ diffuse in quasi tutti i continenti, tranne il Sud America e i Poli.
Quando vola lo stormo si sposta con la tipica formazione a V gggg
E’ un animale gregario, vive in gruppi numerosi che si tengono in costante contanto grazie a richiami sonori. Trascorre l’inverno nell’Europa meridionale e nel Nordafrica. Nidifica su di dalla penisola scandinava alla Siberia orientale, in passato esistevano aree riproduttive anche nell’Europa centro-meridionale (ad esempio il Delta del Po); il nido viene costruito sul terreno al margine di laghi o paludi, in aree alberate e indisturbate; depone di solito due uova che verranno incubate sia dal maschio che dalla femmina, entrambi partecipano allo svezzamento dei piccoli.
Si ciba prevalentemente di cereali, patate e ghiande, nei luoghi di riproduzione, come distese paludose e acquitrini, si nutrono anche di insetti e pesciolini.

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Una leggenda romana

Si dice che a Roma, nel 38 a.C., in una foresteria per soldati reduci di guerra, dal pavimento iniziò a fuoriuscire olio per un giorno intero, tanto ne fuoriuscì che arrivò fino al Tevere.
Questa leggenda è chiamata della fons olei. L’evento misterioso fu recepito come il presagio di un altro evento miracoloso: la  nascita del Salvatore; secoli dopo venne eretta la Basilica di Santa Maria in Trastevere (la chiesa più antica dedicata alla Vergine e tra le più belle  di Roma) proprio nel punto in cui scaturì l’olio,  il prodigio è ricordato con un’iscrizione di marmo nel luogo ove sgorgò il liquido, oggi sotto l’altare fons-olei1
Nella realtà il tutto è riferito alla fontana che un tempo sorgeva sulla piazza di S. Maria in Trastevere denominata con il vocabolo latino oleata (inquinata) perchè l’acqua Alsietina che l’alimentava non era potabile.

index Santa Maria in Trastevere ha la facciata decorata con uno splendido mosaico medievale che rappresenta la Vergine in trono col Bambino, affiancata da una processione di 10 Vergini.
camp Il campanile è del XII secolo ed è fra i più alti di Roma.
All’interno si ergono colonne con capitelli provenienti da un tempio egizio, il pavimento è in parte cosmatesco. soff Il soffitto è opera del Domenichino .
abside L’abside è decorato con mosaici del XII sec. che appresentano il trionfo di Maria, mentre alcuni affreschi e mosaici, di Pietro Cavallini, del XIII sec., rappresentano episodi della vita di Maria cavallini cavallini1 in quello raffigurante la nascita di Cristo si distingue l’antica Taberna Meritoria dalla quale sgorgò l’olio.
La minuscola cappella del tabernacolo è un opera rococò di Raguzzini, la Cappella Avila è considerata la più grande opera barocca a Roma dopo il periodo di Bernini e Borromini Antonio_Gherardi Gherardi_Avila
Piazza S. Maria in Trastevere è tra le più belle piazze romane ed è uno dei luoghi più accreditati della movida romana.
ROMA-C61 Sulla piazza troviamo la fontana, con gradini perennemente occupati dalle persone, della quale si dice che non si è romani se non ci si è posato il lato B almeno una volta nella vita (e allora io sono ultra romana per quante volte c’ho bivaccato 🙂 ).

Se passate per la Capitale non fatevi scappare questa meravigliosa Basilica “trasteverina”!

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L’ombra del bastone – Mauro Corona

corona “…la vita è un passare finchè finisce il mondo…” “…Questa è la vita, una visita alla terra e scappar via di nuovo…”

E’ la storia di Severino Corona detto “Zino”, di suo fratello Bastiano detto “Bastianin”, di Benvenuto Martinelli detto “Raggio” , ambientata nel paese di Erto, popolato di leggende e fatti sconcertanti.
Nel 2003, nello studio di Mauro Corona, ad Erto, arriva un uomo che gli consegna un quaderno nero firmato con il nome di Severino Corona.
Il quaderno è un diario che porta la data del 1920.
Vi è scritta la storia di Severino Corona, nato il 13 settembre del 1879 ad Erto e di suo fratello Bastiano; c’è la storia sfortunata del padre ucciso giovane, della madre morta di crepacuore, delle sorelle della madre, dell’amico Benvenuto, della moglie di Raggio strana e taciturna ma anche intrigante.
C’è il racconto di come Bastianin finì in carcere, di come la moglie di Raggio voleva uccidere il marito e di come Zino gli somministrò la belladonna.
Vi è narrata la pazzia di Raggio, di un feto nella forma di formaggio e di un bastone di legno inciso da figure inquietanti.

E’ un romanzo nel romanzo dove il tempo trascorre veloce e che ti prende fino all’ultima parola. E’ una storia scritta con riferimenti dialettali che l’arricchiscono.
E’ la storia di uomini e donne di montagna, a tratti cruda, come quando si parla del modo con cui abortivano le donne che non volevano far sapere di gravidanze indesiderate (Chi copa deve coparsi…); a tratti generosa, come era anche la gente una volta (Qui si usa darsi una mano quando uno deve farsi una casa. Si parte in trenta quaranta uomini e si tira su la casa veloce e finita. Dopo,…rende a tutti una giornata quando può…quando i altri ha bisogno…E così si fa per tutti quelli che ha bisogno…anche nel bosco, o nel fieno…); è la storia di pastori e cacciatori, è la storia della vita dura che si viveva in quell’epoca; è la storia della povertà materiale e culturale; è la storia della saggezza popolare (Era la forza del Signore che dava vita ai frutti,…e al grano, e ai fiori e alle uve…).
E’ storia di stregonerie, di leggende, di anime malvagie, quelle che raccontava anche mia nonna.
E poi si parla di Neve che faceva miracoli e a cui Mauro Corona ha dedicato un libro intero (quella piccola non dava segno di avere il minimo freddo…la chiamarono Neve…l’unica bambina nata quell’anno del gran freddo…). Scommetete quale sarà il prossimo che leggerò?
“…Di neve…si tramandano fattio incredibili che…meritino un libro…vorrei portare a termine…”.

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