TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Foro Traiano (o Trajano)

Il Foro di Traiano fu costruito da Traiano tra il 107 (anno del suo trionfo sui Daci) ed il 113, spianando un pezzo del Quirinale.
Era lungo complessivamente metri 300 e largo 185 e si articolava su terrazze leggermente sopraelevate l’una rispetto all’altra.
Fino a poco tempo fa si pensava che l’ingresso avvenisse dal lato rivolto verso il Foro di Augusto, ma scavi recenti hanno dimostrato che da questa parte era situato il Tempio di Traiano (costruito da Adriano in onore di Traiano e della moglie Plotina), mentre l’ingresso sarebbe rivolto verso il Campo Marzio.
Nel Foro vi erano due edifici posti uno di fronte all’altro, le Biblioteche (una per i libri latini e l’altra per quelli greci), al centro delle quali vi era la Colonna Traiana, unico monumento del Foro intatto 
Addossata alle Biblioteche, a chiusura della piazza, si allungava l’imponente Basilica Ulpia, la più grande mai costruita a Roma (170 metri di lunghezza, 60 di larghezza e 40 di altezza), di questa resta solo il troncone centrale. L’interno era diviso in cinque navate da quattro file di colonne (come si può ancora vedere dalle basi e dalle colonne rimaste): quelle della navata centrale erano più grandi e di granito grigio, a differenza delle altre, più piccole e di cipollino. Tra le funzioni della basilica, oltre a quelle giudiziarie e commerciali, vi era quella di far svolgere l’Atrium Libertatis, la cerimonia di liberazione degli schiavi. La facciata meridionale, rivolta verso la piazza, aveva tre ampie porte di accesso decorate da colonnati e nicchie con statue; sulle statue vi erano ritratti, su scudi, dei generali di Traiano, mentre al di sopra dell’alto attico vi era la statua di Traiano sul carro trionfale, tirato da sei cavalli e fiancheggiato da trofei con Vittorie.
La grande piazza centrale, rettangolare, di m 108 x 85, con la grande statua equestre di Traiano al centro, era pavimentata con più di 3000 lastre di marmo bianco di Luni (Carrara), era fiancheggiata da portici che si aprivano in due ampie esedre. I portici erano ad un solo ordine di colonne in marmo colorato, sormontate da un alto attico decorato da statue colossali di Daci prigionieri.
La Colonna Traiana, costruita in grandi blocchi di marmo lunense, poggia su un basamento a forma di dado su uno zoccolo coronato da una cornice che presenta, agli angoli, quattro aquile che sorreggono festoni. Tre lati del dado sono decorati con rilievi che rappresentano armi ed insegne daciche; il quarto lato, quello principale rivolto verso la Basilica Ulpia, presenta un pannello sorretto da due Vittorie con la seguente iscrizione dedicatoria: “SENATUS POPULUSQUE ROMANUS IMP(ERATORI) CAESARI DIVI NERVAE F(ILIO) NERVAE TRAIANO AUG(USTO) GERM(ANICO) DACICO PONTIF(ICI) MAXIMO TRIB(UNICIA) POT(ESTATE) XVII IMP(ERATORI) VI CO(N)S(ULI) VI P(ATER) P(ATRIAE) AD DECLARANDUM QUANTAE ALTITUDINIS MONS ET LOCUS TANT(IS OPER)IBUS SIT EGESTUS”: “Il Senato e il popolo romano all’imperatore Cesare Nerva Traiano, figlio del divo Nerva, Germanico, Dacico, pontefice Massimo, rivestito per la diciassettesima volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per la sesta volta, console per la sesta volta, padre della patria, per indicare quanto era alto il colle che con questi lavori è stato demolito”. Lo scopo più importante della colonna era quello di servire da tomba all’imperatore. Sotto l’iscrizione dedicatoria è situata, infatti, una porticina che permette di accedere all’interno del basamento: qui si trova la camera funeraria dove era posta, sopra una lastra di marmo, l’urna d’oro contenente le ceneri di Traiano, trafugata ai tempi delle invasioni barbariche. A destra inizia la scala costituita da 185 gradini che permette di salire sino alla sommità. Sul fusto della colonna (29,78 metri senza base e 39,83 con essa) si snoda a spirale, il lungo rilievo (circa 200 metri) con la rappresentazione delle guerre daciche: l’attraversamento del Danubio da parte dell’esercito romano sopra un ponte di barche ricorda l’inizio delle guerre, battaglie, assedi, costruzioni di accampamenti, la prima sottomissione di Decebalo, re dei Daci, a Traiano e la Vittoria che scrive su uno scudo la fine della prima campagna dacica. Il rilievo continua con le scene della seconda campagna, con le scene dell’esercito romano che passa su un ponte costruito da Apollodoro, l’assedio alla capitale nemica Sarmizegetusa ed i Daci che la incendiano per non consegnarla ai romani, l’autoavvelenamento dei capi daci, la cattura del tesoro nemico, la fuga di Decebalo ed il suo suicidio, la sua testa portata a Traiano ed infine la deportazione dei prigionieri daci  La tradizione vuole che il monumento sia sopravvissuto grazie a papa Gregorio Magno (590-604) che, colpito da una scena in cui si vedeva Traiano aiutare una donna il cui figlio era stato ucciso, pregò per la salvezza dell’anima dell’imperatore. Dio apparve allora al papa, annunciando che l’anima di Traiano era salva, ma di non intercedere più per i pagani. Secondo la leggenda, quando le ceneri furono esumate, la lingua di Traiano, ancora intatta, raccontò di come la sua anima fosse stata salvata dall’inferno. La terra intorno fu allora dichiarata sacra e la colonna rimase intatta nel tempo. La statua di Traiano, che coronava la colonna, scomparve nel Medioevo e fu sostituita, nel 1587, all’epoca di Sisto V, con la statua di S.Pietro. Addossata al basamento della colonna venne costruita una cappelletta, officiata da un eremeita, a cui venne dato il nome di S. Nicolò de columna; l’eremità isso sulla colonna una campanella che suonava per mezzo di una corda. La chiesina è ricordata in un documento del 1336 e fu abbattuta per ordine di Paolo III. Per ricordarla, dopo la demolizione, fu dedicato un altare a S.Nicolò nella vicina chiesa del SS. Nome di Maria. Tra il X ed il XIII secolo il Foro fu interessato da un’urbanizzazione che diede origine ad abitazioni, chiese e monasteri fino alla creazione, nel XVI secolo, di un quartiere denominato “Alessandrino” a nome del suo realizzatore, il cardinale Michele Bonelli, nativo di Alessandria, che provvide alla bonifica della zona. Fu soltanto tra il 1924 ed il 1932 che questo settore urbano subì una radicale trasformazione per mano del Regime Fascista, che demolì l’intero quartiere per consentire l’apertura di via dell’Impero, Benito Mussolini nel 1925 fece iniziare l’abbattimento di case medioevali, chiese ed un intero agglomerato cinquecentesco situato sul Foro di Traiano e dinanzi ai Mercati Traianei.
La tradizione vuole che, essendo il Foro di incredibile bellezza, un giorno l’imperatore Costanzo, ammirando la grande statua equestre di Traiano, espresse il desiderio di farsi fare un cavallo simile per erigerlo a Costantinopoli, ma il persiano Ormisda, gentiluomo al suo seguito, gli fece notare che per un cavallo simile ci sarebbe voluta anche una stalla adeguata…e non c’era!

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Il narvalo

Il narvalo è chiamato anche l’unicorno dell’Artico, per via del corno, un lungo dente a spirale che sporge, nei maschi, dal labbro superiore.
Sono creature da sempre ritenute misteriose e affascinanti, tanto da dare origine a divere leggende. Animali che restano in parte sconosciuti anche a causa dei luoghi remoti e inospitali dove vivono.
La credenza più diffusa su questi animali è che infilzerebbero le loro prede con il loro lungo dente, ma non è vero, perchè le prede di cui si cibano sono piccole e sarebbe difficile per loro recuperare il pesce dalla zanna.
Le teorie ipotizzate è che questa zanna serva come arma di difesa o di attacco, rompighiaccio, strumento di corteggiamento, organo di respirazione; essendo fittamente innervato e ricco di terminazioni, aiuterebbe i cetacei a sentire le temperature ed i cambi di salinità dell’acqua, e forse a trovare i loro compagni e le prede.
Parliamo delle diverse leggende nate attorno a questa misteriosa e meravigliosa creatura.


Una di queste racconta che la zanna era particolarmente ambita da Re e potenti perchè aveva proprietà antiveleno molto potenti tanto che ne venivano realizzate posate e bicchieri perché così si srebbe eliminato le proprietà mortali di qualunque veleno con cui fosse venuto a contatto.
Una leggenda Inuit racconta che una vedova viveva con una figlia e un figlio cieco in una capanna isolata fatta di ossa di balena, pietre e pelle di foca; da una piccola finestra passava la luce del sole e un giorno da quella finestrella si affacciò un orso bianco che la donna fece uccidere dal figlio aiutandolo a prendere la mira. Pur avendo molto cibo, mentì al figlio dicendo che l’animale era riuscito a fuggire, invece lo cucinò e lo mangiò di nascosto insieme alla figlia; la ragazza però riuscì a noscondere dei pezzi di carne per il fratello, che potè cibarsi mentre la madre dormiva. Passò l’inverno e arrivò la primavera, il ragazzo cieco chiese allora alla sorella di accompagnarlo sulla riva del mare, di lasciarlo solo e di costruire dei segnali di pietra che gli consentissero di tornare. Due strolaghe che nuotavano lungo la riva si avvicinarono e una fece salire il ragazzo sul suo dorso, lo portò al largo dove si immerse più volte, fino a che il giovane riacquistò la vista. Tornato alla capanna, vide la pelle dell’orso e chiese alla madre da dove provenisse, questa mentendo ancora disse che era un dono dei cacciatori. Venne l’estate e branchi di bianchi beluga passavano davanti alla capanna, il ragazzo preparò un’arpione con una vecchia sega lasciata dal padre, le zanne di un tricheco e il legno di un relitto di una baleniera arenata sulla spiaggia e con questo ne catturò diversi per avere carne e lardo per passare l’inverno; la madre pretese che ne cacciasse ancora e volle aiutarlo, tenedo la cima che era legata all’arpione. Quando si avvicinarono due esemplari la donna disse di arpionare il più piccolo, ma il figlio sbagliò la mira e colpì l’esemplare più grosso che immergendosi trascinò con sé la donna, quando il cetaceo riemerse la donna era legata al suo fianco e gridava disperata “Il mio coltello!”, ma un vortice avvolse in una lunga spirale i suoi capelli che si trasformarono in un lungo dente, il beluga la trascinava sul fondo dove i 2 corpi si fusero trasformandosi nel narvalo.
La leggenda più antica dice che: alcune balene bianche rimasero intrappolate in una baia, mentre si dibattevano un ragazzo le vide e volle arpionarle, legò la fune allo stivale della sorellina, poi lanciò con forza l’arpione che si conficcò in una balena piccola; la nonna allora gli disse di legare lei e colpire la balena più grande, il ragazzo mirò ma non uccise l’esemplare che , anche se mortalmente ferito, si mise a tirare trascinando la donna sott’acqua, quando riemegeva la donna gridava “Il coltello! Il coltello1” per poter tagluare la fune, ma il turbinio delle onde mosse aveva intrecciato i suoi capelli che permisero alla balena di prenderla, trascinarla sul fondo del mare trasformandola in un narvalo maschio tutto nero; i suoi capelli bianchi, induriti dall’acqua divennero il lungo dente.

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S. Pietro in Carcere

Il Tullianum è stata la prima prigione dell’antica Roma, fatto costruire, forse, da Anco Marzio nel VII secolo a.C., conosciuto dal medioevo con il nome di Carcere Mamertinumindex Il nome Tullianum deriva da tullus (polla d’acqua raccolta in una cisterna, dove l’acqua filtra naturalmente ancora oggi), anche se potrebbe derivare da Servio Tullio o da Tullo Ostilio.
Si trovava nel Foro Romano, oggi sotto la chiesa di S.Giuseppe, eretta dall’Arciconfraternita dei Falegnami nel 1597. Quattro i livelli: la chiesa, la cappella del Crocifisso, il Carcere Mamertino ed il Tullianum.
A noi resta la parte più segreta della prigione, il complesso era probabilmente molto più esteso.
Le prigioni erano scavate all’interno del Campidoglio, le Lautumiae, antiche cave di tufo riadattate allo scopo.
Il nome Mamertino probabilmente deriva dal dio Marte di cui esisteva un tempio nelle vicinanze.
Al Mamertino venivano rinchiusi i prigionieri di stato, capi di popolazioni nemiche, rivoltosi; la detenzione poteva essere breve perché l’esecuzione avveniva subito dopo la grande processione romana del trionfo, sia lunga.
carcere-mamertino_2 Al centro dell’ambiente si trova una botola di forma circolare dove venivano gettati i prigionieri condannati a morte per strangolamento, decapitazione, o per fame. Qui furono uccisi Giugurta (re della Numidia), Vercingetorige (re dei Galli, che passò sei anni nel Tullianum prima di essere decapitato), Ponzio ( re dei Sanniti), i partecipanti alle rivolte di Caio Gracco e di Catilina, Erennio Siculo, Gaio Sempronio Gracco, Lentulo e Cetego, Seiano e i suoi figli, Simone di Giora….
In questo luogo si dice che furono imprigionati per nove mesi i Santi Pietro e Paolo e che qui convertirono i carcerieri Processo e Martiniano (poi martiri) e i compagni di cella, li battezzarono grazie alla fonte d’acqua che la leggenda vuole fecero sgorgare i santi grazie ad un miracolo 175910144-4b7f17fb-a549-406d-87e0-a39f58a1f9c2
La leggenda popolare vuole che qui ci fosse la colonna dove vennero legati i due santi e il muro dove è impresso il punto in cui San Pietro avrebbe battuto la testa scendendo le scale che prtavano nei sotterranei Roma - Carcere Mamertino: l'interno  I due apostoli non furono giustiziati nel carcere, san Pietro fu giustiziato sul colle Vaticano e san Paolo alle Acque Salvie, attuale Abbazia delle Tre Fontane.

 

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Leggende e curiosità

Sulla fondazione di Roma si sa qual’è la leggenda più accredidata, la famosa lupa… ma sulla città di Roma ce ne sono tantissime di leggende.

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Ad esempio, nel 753 a.C. il Foro Romano era una malsana palude dove si svolse la battaglia fra romani e sabini, conseguenza del famoso ratto delle sabine.
Il comandante dei sabini Mezio Curzio precipita in un fosso, con il suo cavallo, a causa della melma; quel luogo fu chiamato “Lacus Curtius” (lago di Curzio), fu bonificato, riempito di terra e considerato sacro.
Nel 393 a.C. quel fosso si riapre improvvisamente creando una grossa voragine, la leggenda dice a causa di un fulmine; segnale infausto degli dei, consultati gli oracoli il responso fu che la loro ira si sarebbe placata e la voragine richiusa solo gettandovi ciò che Roma avesse di più prezioso, ma di tutte le offerte gettate nessuna ebbe l’effetto sperato..
Ciò che Roma aveva di più prezioso era l’esercito e questo fu capito da Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani. Marco Curzio indossò l’armatura, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L’ira degli dei si placò e il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
i-resti-del-lacus-curtius-nel-foro-romano L’assurdo di questa leggenda è che il Lacus Curtius è stato trovato durante i scavi effettuate nelle parte più antica del Foro Romano, con all’interno un antico rilievo marmoreo.

 
Altra leggenda che ha radici nella festa del Vulcanale; non si sa con sicurezza se all’inizio di aprile, o giugno e agosto si teneva una feste dove i pescatori del Tevere bruciavano in un falò tutti i pesci pescati in giornata, di fronte al Vulcanale, tempio di Vulcano il Dio degli incendi, ma che propabilmente a Roma era personificato con Giove.
Giove chiese di sacrificare a lui un uomo, per porre fine alla pestilenza che imperversava in quel periodo, tagliandogli la testa, Numa Pompilio rifiutò questo sacrificio e sacrificò la testa di un pesce; Giove, conquistato dalla fermezza del re si accontentò e promise benevolenza, il giorno dopo tre rombi di tuono annunciarono ai romani la discesa del Sacro Ancile, uno scudo rotondo che planò sul Foro Romano e fu posto insieme agli altri sei pegni della potenza romana* (pignora imperii): Il Palladio, l’Ago di Pessinunte, la quadriga di Vejo, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilionea. La ninfa Egeria aveva rivelato che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente, allora Numa, per evitarne il furto da parte dei nemici, ordinò a Mamurio Veturio di fabbricarne altri undici uguali che, con quello originario, furono affidati a dodici giovani patrizi, i Salii che, alle idi di marzo, li portavano in processione per le vie di Roma, e poi solennemente li custodivano scudo

 

* Il Palladio era un talismano, simulacro di Minerva palladio, che aveva il potere di difendere un’intera città, il più famoso era nella città di Troia che fu distrutta solo dopo che Ulisse riuscì a rubarlo; un’altro era custodito nell’antica Roma, si dice portato da Enea, secondo Arctino di Mileto invece Ulisse non rubò il vero Palladio perchè Enea lo portò con sé in Italia depositandolo nel tempio di Vesta (nel Foro Romano); la tradizione vuole che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione.

pessinunte * L’ago di Pessinunte era una pietra nera, sacra, di forma conica, che i Romani trasferirono a Roma da Pessinunte (una delle principali città della Galazia), nel 204 a.C., per scongiurare la vittoria di Annibale; esso era conservato nel tempio della Magna Mater, sul Palatino.
* La quadriga di Vejo era un’opera prodotta in terracotta dal leggendario scultore etrusco Vulca, originario di Veio, che, verso la fine del VI secolo a.C., era posta sul tetto come ornamento del tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio qudriga
* Le ceneri di Oreste restano un mistero, non si capisce la ragione che avrebbe portato questa reliquia come monile per la protezione della città.
* Anche lo scettro di Priamo e il velo di Iliona (primogenita di Priamo) restano un’incognita, si pensa che potevano essere arrivati a Roma portati dai profughi troiani.

 
Ancora una leggenda affascinante. Si dice che nel bosco sacro, dove sorgeva il Tempio di Giunone Lucina (oggi sarebbe presso la chiesa di San Francesco di Paola), era piantato un albero di loto, il “lotus capillaris”, a questo venivano appese le chiome delle vestali, recise quando ancora bambine entravano a far parte delle sacerdotesse della dea Vesta, il più antico e importante santuario di Roma, considerato il sostituto del focolare domestico.
Proprio questa importanza diede origine alla custodia di un gruppo di sacerdotesse, le vestali appunto; erano in numero di sei, incaricate della sorveglianza del fuoco e dei riti connessi con il culto domestico; le vestali erano sottratte alle famiglie patrizie in giovanissima età, tra i sei e i dieci anni, dovevano prestare sacerdozio per un periodo di trenta anni, conservando la verginità perché da questa e dal fuoco derivava la forza e la salvezza di Roma, chi veniva meno a questa norma veniva sepolta viva perchè il sangue della vestale non poteva essere versato; al complice era assegnata la morte per fustigazione.
Le vestali godevano di prestigio e grandi privilegi: non era soggetta alla potestà del padre, aveva a disposizione notevoli mezzi finanziari, aveva diritto a spostarsi in città con il carro, aveva posti riservati negli spettacoli e diritto di sepoltura all’interno del pomerium (spazio compreso entro le mura cittadine) dell’urbe. Il più grande privileggio era la vista del Penus Vestae dove erano conservati gli oggetti pegno dell’impero.

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Ma Roma è anche città di curiosità incredibili.

 

Nel Foro vennero deposte le spoglie di Giulio Cesare dopo essere state bruiciate.
Dopo la sua morte, avvenuta nella Curia, il corpo venne trasportato nel Foro Romano e cremato; qui fu alzata una colonna di marmo con l’iscrizione “Parenti Patriae” (al padre della patria). Successivamente, rimossa la colonna, Augusto fece costruire il tempio dedicato al Divo Giulio. Dopo i saccheggi, particolarmente distruttivi avvenuti nel XV secolo, restano soltanto avanzi in opera cementizia del podio: i vuoti corrispondono alle parti più importanti, colonnato e muri della cella, che erano in blocchi di tufo. La parte anteriore del podio è costituita da un emiciclo entro il quale vi è ancora il nucleo di un altare circolare probabilmente eretto sul luogo dove il corpo di Cesare fu cremato (in seguito, per ragioni non note, l’emiciclo e l’altare furono chiusi con un muro rettilineo), alla piattaforma si accedeva tramite due scale laterali. Il tempio era probabilmente corinzio ed era costituito da una cella preceduta da sei colonne, più due sui lati lunghi. All’interno della cella era posta la statua di Cesare con la testa sormontata da una stella (immagine ricavata dale monete), rappresentata anche sul frontone del tempio. L’edificio era circondato, sui due lati lunghi e su quello posteriore, da un portico che potrebbbe essere identificato come la “porticus Iulia”, sul lato anteriore doveva sorgere una delle tre tribune oratorie del Foro, con il frontale ornato dei rostri delle navi appartenute alla flotta di Antonio e Cleopatra, catturate nella battaglia di Azio nel 31 a.C.
Ancora oggi ogni anno, in corrispondenza con le Idi di Marzo sul basamento vengono deposti fiori e accese candele.

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Altra curiosità, ai romani piacevano molto i “giochi da tavolo”. Una grande passione molto praticata, specie in epoca imperiale; per i giochi venivano usate le “tabule lusorie”, tavole con iscrizioni di sei parole composte a loro volta da sei caratteri ciascuna.
La tavola era composta da 36 caselle disposte su tre righe parallele, le scritte erano di vario genere: inneggianti alle vittorie dell’esercito o alle gare circensi, o dei semplici segni ripetuti.
Una di queste tavole, di legno richiudibile, è stata ritrovata nel Castro Pretorio di Roma ed è oggi conservata nei Musei Capitolini. Quelle di legno venivano usate dai viaggiatori che con le barche solcavano fiumi e mare, o sulle carrozze, come era solito fare l’imperatore Claudio tabuleju
Molte di queste tavole furono reimpiegate, in età tardo-antica, dentro le catacombe come lastre di chiusura dei loculi, molti cristiani non erano immuni al gioco.
Le tavole lusorie venivano anche incise o dipinte in luoghi pubblici come i fori.
Altri giochi da tavolo apprezzati erano:
il gioco delle 12 linee, citato sia da Cicerone che da Quintiliano, a cui si partecipava con due file di 15 pedine per ciascun giocatore, bianche e nere incise con numeri alla latina e alla greca su ciascuna faccia che potevano essere di materiale diverso: avorio, osso, legno, vetro o marmo;
il filetto (molto simile a quello che si gioca ancora oggi) si giocava tramite l’impiego di tavole a mulino, costituite da quadrati concentrici intersecati da due linee perpendicolari, mentre agli angoli e agli incroci erano i punti di sosta delle pedine;
il gioco dei soldati era simile all’attuale dama o agli scacchi, erano richieste 64 caselle, ciascun giocatore aveva 30 pedine bianche o nere, denominate soldati o combattenti, la finalità del gioco stava nel bloccare l’avversario in modo che non avesse più caselle per muoversi, il punteggio era di volta in volta determinato dal lancio di tre dadi posti dentro un bussolotto detto Fritilla;
l’Alea o tabula (il cosidetto tavoliere romano a spicchi) era molto simile al gioco dei soldati, prevedeva l’impiego di 36 caselle divise in 3 file parallele e suddivise da elementi ornamentali.
giochi Le tavole con i vari giochi sono stati rinvenuti, incisi sul pavimento, nella Basilica Giulia, monumento tra i più straordinari del Foro romano, profondamente legato alla figura dell’imperatore Augusto, che la “ereditò” da Giulio Cesare per ampliarla e trasformarla nel più grande tribunale di Roma. Cesare ne avviò i lavori nel 54 a. C.

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I romani amavano anche giocare a morra, ai dadi ed astrago.

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Nel legno e nella pietra – Mauro Corona

ccc Boschi, versanti scoscesi, vette irragiungibili*…e dentro le storie degli uomini di montagna: boscaioli, grandi scalatori, carbonari, bevitori…
Osterie, antichi mestieri, liti, rappacificazioni, rancori, amici…Vipere, cervi, camosci…Estati, inverni, morti, legni.
L’infanzia, la gioventù, la vecchiaia.
Il tempo che passa e non torna più.

 

angelo_dibona Angelo Dibona  attilio-tissi1 Attilio Tissi emil-zsigmondy-1907 Emil Zsigmondy

 

“Storie che vanno via veloci disperdendosi nel vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (M. Corona)

 

I libri di Mauro Corona mi catapultano in un mondo che conosco dai racconti che mio nonno e mia nonna mi facevano nelle sere d’inverno, o quando andavamo a spasso per boschi e colline e montagne.
Mi portano in un tempo che sicuramente era duro da vivere, ma che mi sarebbe piaciuto vedere, un tempo che  inevitabilmente non torna più. Mi piace leggere delle leggende che racconta, della bellezza e della potenza della natura, della sconfitta degli uomini davanti ad essa ma anche del loro coraggio nell’affrontarla. Mi piace leggere di come la natura andrebbe accettata e non distrutta, mi piace leggere di chi sudava per lavorare e non rubava lavorando.
Novantatre racconti che scorrono veloci, le parole semplici lo permettono, ma le parole semplici non sono prive di saggezza.
Corona in questo libro si mette abbastanza a nudo, non lesina le sue debolezze e le sue sconfitte, anche quelle scaturite dal suo orgoglio.
Qualcuno mi ha detto che i libri di Corona sono inutili storie e favole, repliche di repliche.
Io non credo, a me piace, nelle sue parole trovo, oltre informazioni sulla natura, di cui sono avida, anche metafore di vita; qualcuno mi ha detto che dovrei leggere cose più “serie”, a loro rispondo con le parole dell’autore

“…chi non è capace di sognare cerca di impedirlo anche agli altri…”

campanile-di-val-montaina-corona  Il Campanile di Val Montaina è stato definito, nel corso degli anni.in vari modi: Il monte più Illogico, Il disperato anelito della terra verso il cielo, L’urlo pietrificato di un dannato.

“Mi consolo pensando che la vita è una lunga serie di traslochi dove molto si perde ma qualcosa anche si trova. E allora tiro avanti, senza speranza e senza disperazione, aspettando serenamente l’ultimo trasloco”

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San Gregorio I Magno

gregorio-1  Papa Gregorio I (Gregorio Magno, il Grande) nasce a Roma nel 540 circa e vi muore nel 604, è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte.
Il suo pontificato attraversò uno dei periodi più bui della storia. Figlio di santa Silvia, nobile donna romana, che rimasta vedova si ritirò in una casa sull’Aventino chiamata Cella Nova seguendo la regola benedettina e dedicando il resto della sua vita alla preghiera, alla meditazione e all’aiuto dei malati e dei più bisognosi.
Fu un incrollabile sostenitore del Cristianesimo.
Uomo minuto e sempre malato, è conosciuto anche per gli innumerevoli miracoli che sembra abbiano attraversato la sua vita.
Ne racconto alcune.
Nel 590 muore papa Pelagio II, vittima della peste; Gregorio fu chiamato a sostituirlo sostenuto dai credenti, dal clero e del senato di Roma; dopo l’iniziale resistenza fu costretto ad accettare.
Nell’inverno 589-590 la penisola italiana subì le violenze dei Longobardi, nubifragi, inondazioni che causarono vittime e danni; il Tevere straripò inondando gran parte della città e provocando vittime e si manifestò un’epidemia di peste che decimò la popolazione; ancora in estate la situazione non accennava a tornare alla normalità, Gregorio allora esortò i fedeli alla penitenza e, per implorare l’aiuto divino, organizzò una processione che durò tre giorni consecutivi; secondo la leggenda, mentre Gregorio attraversava alla testa della processione il ponte che collegava il Vaticano con il resto della città (oggi Ponte Sant’Angelo), ebbe la visione dell’Arcangelo Michele che, in cima alla Mole Adriana, rinfoderava la sua spada; la visione fu interpretata come l’imminente fine dell’epidemia, cosa che avvenne (da allora la Mole Adriana fu chiamata Castel Sant’Angelo).
Altra leggenda: si narra di un uomo metteva in dubbio che Cristo fosse realmente presente sull’altare durante la messa, così Gregorio pregò ardentemente affinchè Cristo comparisse durante la cerimonia, appena il santo finì la preghiera Cristo apparve sull’altare con gli strumenti della passione e l’ostia iniziò a sanguinare, la leggenda è definita come quella della messa di San Gregorio.
E ancora, il segretario di San Gregorio, Giovanni Diacono, raccontava di una colomba appoggiata sopra la spalla del santo e che in realtà si pensa che  fosse lo Spirito Santo che assumeva tali sembianze.
Ancora una leggenda: all’annuncio della sua elezione come pontefice Gregorio si rifugiò in una foresta dove fu miracolosamente ritrovato grazie ad una colomba che volava davanti alla gente per indicare la strada dove cercarlo.
Gregorio tutti i giorni inviava per la città carri di vettovaglie cotte per i deboli e per gli infermi e invitava alla sua tavola dodici pellegrini a cui, prima del pranzo, lavava egli stesso le mani, a questo evento è legata la leggenda che narra che una volta Gregorio vide sedere a mensa un tredicesimo commensale che si rivelò poi essere un angelo del Signore venuto a dire quanto fosse gradita a Dio l’opera di Gregorio.

 

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Ma tante pie leggende non lo hanno salvato dai sonetti romaneschi di Giuseppe Gioachino Belli

Un Papa antico

C’è stato un certo Papa san Grigorio
che ssapeva parlà rrosso e tturchino,
che cconosceva ogni sorte de vino,
e cquant’anime stanno in purgatorio.

Distingueva chi aveva er zostenzorio*,
l’ova cor pelo e ll’ova cor purcino
capiva er tempo, e tte spiegava inzino
l’indovinelli de Monte-scitorio:

Profetizzava er don de le petecchie:
sapeva indovinà le confessione,
e scoprí ll’anni de le donne vecchie.

E sti bbelli segreti in concrusione
je l’annava a ssoffià ttutti a l’orecchie,
azzeccàtesce4 chi?… bbravi! un piccione.

*la plebe dava questo nome all’ostensorio dell’ Eucarestia esposta

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Pedigree e gru

20151206_155612 Questa mattina ci ha fatto visita un amico di mio marito. Ci ha chiesto se volevamo segnare Semir ad una mostra canina. Come sempre (era accaduto anche con Argo e Angel) abbiamo rifiutato, i nostri amici pelosi li abbiamo solo “prestati” per campagne contro la violenza sugli animali e calendari. Il resto per noi non esiste, il cane per noi non è da “esporre”. L’amico insiste e nel discorso ci infila anche il pedigree. Io lo guardo e dico:”Pedigree?” E lui: “Non ditemi che non lo ha! E’ una cane perfetto…” E io (sotto l’occhio terrorizzato di mio marito che sa come la penso, ma dovrebbe sapere anche che sono educata): “Certo che ce l’ha: bellezza, forza, carattere, gioiosità, possessività verso la famiglia, prepotenza, e poi ancora, folle guardiano del territorio dove vive, non puoi toccargli la sua palla, gioca a pallone e a frisbee….è sufficiente? Ma dico, serve il pedigree per dire che è un cane? ” Fine di tutto. Stò pedigree non l’ho mai digerito. Possiamo amarli anche senza documenti, non so se è chiaro, senza discriminazione, senza pensare se è bello, brutto, storto, malato, se viene dall’allevamento del re o dal canalone di scolo delle acque (come Jo ad esempio) DSC07559 DSC07481

20160227_124454  ANGEL 2015 (Angel l’ “anzianotta”)

 

Ma cosa è il pedigree? E’ il documento che riporta l’albero genealogico di madre e padre tracciandone le carateristiche comuni alla razza.
Sapete cosa significa pedigree (dal francese)? Significa zampa di gru, le “dita” sottili di questo animale avrebbero suggerito all’uomo l’idea dell’albero genealogico.
Ma perchè proprio la gru? Perchè nei secoli le gru hanno ispirato fantasie magiche, come l’idea che viva migliaia di anni.
23-shoson_cranes Questo sopratutto in Giappone dove è il simbolo per augurare una lunga e felice vita coniugale, perchè è un animale che rimane fedele al proprio compagno per tutta la sua esistenza. In Giappone è usanza pensare che la gru possa vivere mille anni e che realizzarne con l’origami un grande numero, conferisca longevità e buona salute non solo a colui che le piega, ma anche a colui che le riceverà in dono… Origami 1
sadako-sasaki-illustration Una leggenda dice che chiunque pieghi mille gru avrà i desideri del proprio cuore esauditi: una piccola ragazza giapponese chiamata Sadako Sasaki fu esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima quando era bambina e, nel 1955, a 12 anni, stava morendo di leucemia; conoscendo questa legenda decise di piegare mille gru in modo che si avverasse il suo desiderio, poter continuare a vivere sadako  Purtroppo il desiderio non si avverò, ma i giapponesi eressero una statua nel Parco della Pace di Hiroshima: una ragazza in piedi con le mani aperte ed una gru che spicca il volo dalla punta delle sue dita. I visitatori appoggiano ai suoi piedi ghirlande di gru che incorniciano la targa con la scritta: “Ecco la speranza e la preghiera: che la pace regni nel mondo”.
BunjI4uIgAAq_df La gru giapponese è diventata un simbolo di pace.

 
gru La gru ha come caratteristica la lunghezza del collo, delle zampe, delle ali e del becco.
E’ diffuse in quasi tutti i continenti, tranne il Sud America e i Poli.
Quando vola lo stormo si sposta con la tipica formazione a V gggg
E’ un animale gregario, vive in gruppi numerosi che si tengono in costante contanto grazie a richiami sonori. Trascorre l’inverno nell’Europa meridionale e nel Nordafrica. Nidifica su di dalla penisola scandinava alla Siberia orientale, in passato esistevano aree riproduttive anche nell’Europa centro-meridionale (ad esempio il Delta del Po); il nido viene costruito sul terreno al margine di laghi o paludi, in aree alberate e indisturbate; depone di solito due uova che verranno incubate sia dal maschio che dalla femmina, entrambi partecipano allo svezzamento dei piccoli.
Si ciba prevalentemente di cereali, patate e ghiande, nei luoghi di riproduzione, come distese paludose e acquitrini, si nutrono anche di insetti e pesciolini.

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Una leggenda romana

Si dice che a Roma, nel 38 a.C., in una foresteria per soldati reduci di guerra, dal pavimento iniziò a fuoriuscire olio per un giorno intero, tanto ne fuoriuscì che arrivò fino al Tevere.
Questa leggenda è chiamata della fons olei. L’evento misterioso fu recepito come il presagio di un altro evento miracoloso: la  nascita del Salvatore; secoli dopo venne eretta la Basilica di Santa Maria in Trastevere (la chiesa più antica dedicata alla Vergine e tra le più belle  di Roma) proprio nel punto in cui scaturì l’olio,  il prodigio è ricordato con un’iscrizione di marmo nel luogo ove sgorgò il liquido, oggi sotto l’altare fons-olei1
Nella realtà il tutto è riferito alla fontana che un tempo sorgeva sulla piazza di S. Maria in Trastevere denominata con il vocabolo latino oleata (inquinata) perchè l’acqua Alsietina che l’alimentava non era potabile.

index Santa Maria in Trastevere ha la facciata decorata con uno splendido mosaico medievale che rappresenta la Vergine in trono col Bambino, affiancata da una processione di 10 Vergini.
camp Il campanile è del XII secolo ed è fra i più alti di Roma.
All’interno si ergono colonne con capitelli provenienti da un tempio egizio, il pavimento è in parte cosmatesco. soff Il soffitto è opera del Domenichino .
abside L’abside è decorato con mosaici del XII sec. che appresentano il trionfo di Maria, mentre alcuni affreschi e mosaici, di Pietro Cavallini, del XIII sec., rappresentano episodi della vita di Maria cavallini cavallini1 in quello raffigurante la nascita di Cristo si distingue l’antica Taberna Meritoria dalla quale sgorgò l’olio.
La minuscola cappella del tabernacolo è un opera rococò di Raguzzini, la Cappella Avila è considerata la più grande opera barocca a Roma dopo il periodo di Bernini e Borromini Antonio_Gherardi Gherardi_Avila
Piazza S. Maria in Trastevere è tra le più belle piazze romane ed è uno dei luoghi più accreditati della movida romana.
ROMA-C61 Sulla piazza troviamo la fontana, con gradini perennemente occupati dalle persone, della quale si dice che non si è romani se non ci si è posato il lato B almeno una volta nella vita (e allora io sono ultra romana per quante volte c’ho bivaccato 🙂 ).

Se passate per la Capitale non fatevi scappare questa meravigliosa Basilica “trasteverina”!

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Diavoletti e fantasmi

Questa mattina la vita è passata su di me come un uragano e avere passato il pomeriggio a pensare ora tengo la mente occupata a cercare curiosità…

 

Copia di img343

 

Les Diablerets è una catena montuosa delle Alpi svizzere.
les diablesg Su questa catena montuosa si narrano diverse leggende, una dice che ci sarebbero dei diavoletti sul ghiacciaio che gettano delle pietre verso il basso, questo spiegherebbe i tipici rumori e spostamenti del “ghiacciaio animato”. Ma quella più antica risale al Medio Evo e racconta che i montanari costrinsero un diavoletto dispettoso a ritirarsi su questa montagna e lui per vendicarsi, ancora oggi, manda fulmini, tuoni e vento, un vento tanto impetuoso che arriva fino al Lago Lemàno, che oggi si chiama Lago di Ginevra, i pescatori lo chiamano “il vento del Diavolo”lago lemano

 

 

 

eiger-north-face L’Eiger è una montagna svizzera delle Alpi bernesi, si dice che ai piedi di questa ci fossero decine di fantasmi. Ma chi erano? Molti secoli fa lì viveva una vecchietta che ospitava i viandanti che si perdevano sulla montagna, li accoglieva nella sua piccola casa, li ristorava con una zuppa calda, li faceva riposare in un giaciglio di morbido fieno. Quando la vecchietta morì, gli spiriti dei viandanti continuarono a fargli visita e il loro chiarore si vedeva da lontano. Qualcuno dice però che quel chiarore è il riflesso dei ghiacci di quella stupenda montagna.

 

 

Il passo del San Gottardo è uno dei più importanti valichi alpini.
Il massiccio del San Gottardo, le cime più alte superano i 3000 m, è di difficile accesso: pareti a strapiombo, profonde gole, corso del fiume Reuss da superare….ponte del diavolo Nel 1200 venne costruita una prima passerella addossata alla parete rocciosa,ponte del  nel 1595 fu sostituita da un rudimentale ponte che venne chiamato (ma ancora oggi lo è) “il ponte del diavolo”, narra infatti la leggenda che Belzebù lo costruì in una notte per aiutare gli abitanti della valle, in cambio chiese l’anima del primo essere vivente che si fosse avventurato sul ponte, il primo a passare fu il galletto del sindaco e così il diavolo restò…con un palmo di naso!

 

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L’ombra del bastone – Mauro Corona

corona “…la vita è un passare finchè finisce il mondo…” “…Questa è la vita, una visita alla terra e scappar via di nuovo…”

E’ la storia di Severino Corona detto “Zino”, di suo fratello Bastiano detto “Bastianin”, di Benvenuto Martinelli detto “Raggio” , ambientata nel paese di Erto, popolato di leggende e fatti sconcertanti.
Nel 2003, nello studio di Mauro Corona, ad Erto, arriva un uomo che gli consegna un quaderno nero firmato con il nome di Severino Corona.
Il quaderno è un diario che porta la data del 1920.
Vi è scritta la storia di Severino Corona, nato il 13 settembre del 1879 ad Erto e di suo fratello Bastiano; c’è la storia sfortunata del padre ucciso giovane, della madre morta di crepacuore, delle sorelle della madre, dell’amico Benvenuto, della moglie di Raggio strana e taciturna ma anche intrigante.
C’è il racconto di come Bastianin finì in carcere, di come la moglie di Raggio voleva uccidere il marito e di come Zino gli somministrò la belladonna.
Vi è narrata la pazzia di Raggio, di un feto nella forma di formaggio e di un bastone di legno inciso da figure inquietanti.

 

E’ un romanzo nel romanzo dove il tempo trascorre veloce e che ti prende fino all’ultima parola. E’ una storia scritta con riferimenti dialettali che l’arricchiscono.
E’ la storia di uomini e donne di montagna, a tratti cruda, come quando si parla del modo con cui abortivano le donne che non volevano far sapere di gravidanze indesiderate (Chi copa deve coparsi…); a tratti generosa, come era anche la gente una volta (Qui si usa darsi una mano quando uno deve farsi una casa. Si parte in trenta quaranta uomini e si tira su la casa veloce e finita. Dopo,…rende a tutti una giornata quando può…quando i altri ha bisogno…E così si fa per tutti quelli che ha bisogno…anche nel bosco, o nel fieno…); è la storia di pastori e cacciatori, è la storia della vita dura che si viveva in quell’epoca; è la storia della povertà materiale e culturale; è la storia della saggezza popolare (Era la forza del Signore che dava vita ai frutti,…e al grano, e ai fiori e alle uve…).
E’ storia di stregonerie, di leggende, di anime malvagie, quelle che raccontava anche mia nonna.
E poi si parla di Neve che faceva miracoli e a cui Mauro Corona ha dedicato un libro intero (quella piccola non dava segno di avere il minimo freddo…la chiamarono Neve…l’unica bambina nata quell’anno del gran freddo…). Scommetete quale sarà il prossimo che leggerò?
“…Di neve…si tramandano fattio incredibili che…meritino un libro…vorrei portare a termine…”.

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