TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Buon Compleanno bella Roma mia!

Ti omaggio con il profumo del Gelsomino e di una delle tante storie che ti hanno attraversato

Il Granduca di Toscana era l’unico a possedere dei gelsomini, portati da poco in Italia; ne era geloso, tanto che ordinò al proprio giardiniere, che li accudiva, di non regalare a nessuno neanche un fiore.
Ma il giardiniere era innamorato di una bella ragazza e decise di donarle un’intera pianta di gelsomino, che attecchì. La giovane inizio così a venderne i fiori riuscendo a farsi la dote e sposare il giardiniere, scatenando l’ira del Granduca.
Anticamente le spose toscane usavano adornarsi, nel giorno del loro matrimonio, con questo fiore.
Un toscano, giunto a Roma, decise di aprire un’osteria con l’insegna del gelsomino per ricordare questa leggenda. Da questa insegna la strada venne chiamata Via del Gelsomino.
La strada si trova nel rione Aurelio, qui sorgevano diverse fornaci per la lavorazione di mattoni, nacque così un borgo negli anni ’20; negli anni ’40, con la chiusura delle ultime fornaci, la strada venne accorciata ma mantiene ancora una gran parte di palazzi risalenti al periodo in cui l’area era abitata dai fornaciari.

 

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Il primo Re

di Matteo Rovere

Romolo e Remo. La fondazione di Roma.
I due fratelli vengono catturati dalle genti di Alba e costretti a duellare tra di loro fino alla morte; Romolo decide di sfidare Remo; i due, con astuzia, e in accordo con altri prigionieri, riescono a scatenare una rivolta e fuggire portando con loro anche la vestale che custodisce il fuoco sacro. Romolo è ferito gravemente e quindi sarà Remo a guidare il gruppo.
La vestale gli prospetterà il suo destino, ma Remo decide di sfidare gli dei.

Film stupendo da vedere assolutamente se cercate qualcosa di diverso, una reinterpretazione dalla leggenda a cui siamo abituati per quel che riguarda la fondazione di Roma.
Un film forte visivamente, drammatico; c’è amore e conflitto, magia e violenza, dove le genti vivevano come i barbari (ed è assolutamente palusibile), tra pastorizia e agricoltura, in capanne di fango, dove la violenza era una lotta per la sopravvivenza.
Magistrale Alessandro Borghi (Remo), bravissimo Alessio Lapice (Romolo), che hanno dovuto anche interpretare e sostenere la recitazione di una lingua simil/latino inventata dal regista infatti il film è sottotitolato, i dialoghi sono comunque ridotti all’osso, questo mi è piaciuto perchè se trasporto il pensiero all’epoca del fatto credo che si agiva di più e si parlava di meno. Il film è incentrato sul conflitto/amore tra i fratelli (bellissima la scena dell’inondazione…non dico altro se magari qualcuno vorrà vederlo). Ci tengo a dire che il regista mette in evidenza l’amore viscerale tra i due fratelli e il conflitto spezzerà il legame dolorosamente consegnandoli alla leggenda.
Ottima regia, magnifica la fotografia, scenografia accurata, sceneggiatura a mio giudizio intelligente. Qualche effetto speciale ma ben inserito nel contesto.

Origini di Roma secondo la leggenda.
Dopo la distruzione di Troia Enea lascia la sua terra e dopo un lungo peregrinare approda sulle coste del Lazio, fondando la città di Lavini; il re degli Aborigeni, Latino, avrebbe stretto con Enea un’alleanza facendogli sposare la figlia Lavinia; questo scatenò l’ira di Turno, re dei Rutuli, promesso sposo di Lavinia, il quale mosse guerra a Latino e ad Enea. Lo scontro si concluse con la morte di Turno e di Latino. Enea assunse il comando dei popoli che da quel momento si sarebbero chiamati Latini. Alla morte di Enea il trono passaò al figlio Ascanio, che fondò la città di Alba Longa. In seguito il trono passò nelle mani di Numitore, ma il fratello minore di costui, Amulio, desideroso di impossessarsi del trono, ordì un complotto ai danni del re facendo uccidere il figlio e costringendo la figlia Rea Silvia a diventare una vergine vestale, impedendo così di dar vita a una successione legittima. Rea Silvia però rimase incinta per opera del dio Marte che di lei si era incapricciato, allora Amulio la fece rinchiudere; dopo aver partorito due gemelli, essendo considerata sacrilega, fu gettata nel fiume Aniene dallo zio Amulio, della sua sorte non si seppe più nulla (ma secondo alcune versioni della storia fu resuscitata dal fiume); i gemelli (che forse erano fratelli), Romolo e Remo, furono nascosti in una cesta dalle guardie e abbandonati sul fiume Tevere. I gemelli però sopravvisseri grazie all’intervento di una lupa* (più plausibilmente una prostituta), che, udendo i vagiti dei neonati, li avrebbe allattati. Romolo e Remo sarebbero poi stati accuditi da un pastore della zona, Faustolo, che li avrebbe cresciuti insieme alla moglie Acca Larentia. Romolo e Remo una volta raggiunta l’età adulta e scoperta la loro vera identità, avrebbero aiutato il nonno Numitore a ritornare sul trono uccidendo Amulio. I gemelli manifestarono al nonno il desidero di fondare una nuova città nei luoghi in cui avevano trascorso la loro infanzia. Per stabilire a chi sarebbe toccato il governo dela città i due si sarebbero affidati alla volontà divina, manifestata attraverso il volo degli uccelli. Piazzatosi sul colle Aventino, Remo avrebbe per primo avvistato sei avvoltoi, mentre Romolo, attestato sul Palatino, ne avrebbe scorti dodici. A questo punto sarebbe sorta una feroce contesa tra i due fratelli sulla corretta interpretazione da dare ai segni divini: secondo Remo a prevalere doveva essere il momento dell’avvistamento, secondo Romolo, invec, andava dato maggior valore al numero di uccelli riconosciuti. Alla fine la contesa sarebbe degenerata in uno scontro armato in cui Remo avrebbe trovato la morte per mano dello stesso Romolo. Accettato da tutti i presenti, Romolo sarebbe diventato re officiando i riti necessari per ufficializzare la fondazione della città tracciando con un aratro i suoi confini sacri, poi fortificati con l’elevazione di un muro difensivo e organizzando la comunità inizialmente di pastori. Dal sangue nacque Roma, il più grande impero della storia.

*sul colle del Palatino nel 2007 sarebbe stato ritrovato il lupercale: questo santuario, dove i Romani veneravano il Dio Luperco, è collegato al racconto dell’allattamento di Romolo e Remo da parte della leggendaria lupa.

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A Roma c’è una gatta…

…a dire il vero ci sono tant gatti, Roma è nota anche per le sue colonie di felini, ma la gatta di cui voglio raccontare è particolare.


E’ una statua di marmo bianco che potete vedere nel Rione Pigna, proprio a Via della Gatta.
La gatta in questione sembrerebbe essere stata parte del Tempio di Iside, che, al tempo dell’antica Roma, si trovava in questa zona; il gatto era considerato sacro dagli antichi egizi che adoravano Iside; questa gatta sarebbe Bastet, proprio figlia di Iside e Osiride.
La statua è posizionata su un angolo di Palazzo Grazioli.
Su questa gatta ci sono diverse leggende, e noi romani siamo specialisti nel crearne, su ogni angolo della nostra stupenda e, ahimè, trascurata città; una leggenda racconta che la gatta miagolò quando vide un bambino sporgersi pericolosamente dal cornicione, così facendo attirò l’attenzione della mamma che lo salvò da quella che sarebbe stata una fatale caduta; un’alra leggenda racconta che la gatta iniziò a miagolare incessantemente per avvisare gli abitanti del rione di un incendio sviluppatosi di notte che, se non subito spento, avrebbe provocato vittime e danni; e ancora, la gatta sarebbe posizionata nel punto dove è sepolto un tesoro, ma non è stato mai trovato malgrado gli accertamenti effettuati; quella che piace di più a noi romani è quella che racconta dello sguardo…
Lo sguardo della gatta sarebbe puntato su un tesoro nascosto, ma per quanti lo abbiano cercato, nessuno lo ha mai trovato. Almeno ufficialmente.

 

 

 

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Wisaka e il visone

Wisaka è un mitico e antico eroe, dotato di capacità creatrice e generatrice, viene invocato durante le cerimonie. Era venerato dagli indiani Sauk*.
Ci fu un terribile inverno e Wisaka vedendo gli animali morire per il freddo decise di ricoprirli di grasso.
Trasformò le acque di un lago in liquido grasso e iniziò ad immergervi gli animali, iniziando dal bisonte.
Il visone**, agitato perchè non arrivava velocemente il suo turno, non seppe aspettare e si buttò nel lago. Allora Wisaka lo acciuffò per la coda e per castigarlo lo asciugò lasciandolo privo di grasso.

 

*I Sauk sono nativi americani appartenente alla famiglia algonchina.
Vivevano in America Settentrionale, nomadi delle foreste e dei fiumi; praticavano l’agricoltura, ma abbandonavano frequentemente i loro villaggi per dedicarsi alla pesca e alla caccia al bisonte. Attualmente vivono in Oklahoma.

 

Il visone americano** è un mammifero, della famiglia dei Mustelidi.
E’ originario del Nord America, vive in tutti gli Stati Uniti (fatta eccezione per l’Arizona), in Canada, a sud del Circolo Polare Artico.
Sono animali semiacquatici, ottimi nuotatori, possono percorrere sott’acqua fino a 30 m giungendo sino a 5 m di profondità; vivono lungo le rive dei laghi e dei fiumi in tane che di solito sono di altre specie acquatiche (specialmente il topo muschiato) che scacciano o uccidono; all’interno della tana accumulano erba secca o pelli e piume di animali loro prede; caccia indifferentemente su terra o in acqua, si arrampica saltuariamente sugli alberi per raggiungere una preda; si nutre di ciò che è maggiormente disponibile nella zona in cui vive: pesci, crostacei, rane, molluschi, uccelli acquatici, uova, roditori etc. E’ un cacciatore insaziabile, attacca anche rettili e mammiferi.
Sono prevalentemente animali notturni, durante il giorno tendono a dormire. Sono animali solitari, in particolare i maschi si rivelano particolarmente intolleranti ad esemplari dello stesso sesso, di solito marcano il territorio con delle ghiandole sottocaudali che emettono un secreto dall’odore muschiato.
Si riproduce una volta all’anno, le cucciolate sono in di circa 6-7 piccoli. La speranza di vita di questi animali in natura è di circa 3-4 anni, in cattività oltre 10 anni.
I visoni allevati in cattività se fuggono dagli allevamenti, non essendo abituati a procacciarsi il cibo e difendere un proprio territorio, muoiono facilmente entro due mesi per fame o per ferite riportate da combattimenti con altri esemplari.
Dalla seconda metà del XIX secolo la specie cominciò a venire allevata in cattività per sfruttare la sua pregiata pelliccia; nel 1866 venne ottenuta una sottospecie domestica dall’incrocio di tre sottospecie; i visoni ottenuti vennero importati in grandi quantità in allevamenti intensivi sorti in Asia, Sud America ed Europa.
In Italia, la specie è stata importata a partire dagli anni cinquanta.

 

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Una leggenda africana

Un Avvoltoio spesso faceva visita alla Tartaruga.
Tartaruga si dispiaceva di non poter contraccambiare la visita, era troppo lenta …
Un giorno Tartaruga disse alla moglie:”Moglie, nascondimi in fondo a questa bisaccia e riempila d’orzo; poi, quando arriva Avvoltoio, digli che è un regalo per lui”.
L’uccello arrivò, prese il dono, ringraziò e volò verso casa.
Ma mentre volava udì una strana voce:”Avvoltoio, sono io! Sono Tartaruga! Te l’avevo detto che sarei venuto a trovarti. Sono qui, nella bisaccia che stringi nel becco…ooooo!”
Colto di sorpresa Avvoltoio aprì il becco e il saccò precipitò a terra. Nell’urto il carapace di Tartaruga andò in mille pezzi, e da allora il guscio delle tartarughe è segnato da tante crepe!

    

(il culto delle tartarughe, sia terrestri che acquatiche, è molto antico; la tartaruga sopravvive da 250 milioni di anni e ha sempre suscitato nell’uomo curiosità)

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Giaguaro

 

Ma quanto è bello il giaguaro?
Trovo sia un animale affascinante.
Oggi, come la gran parte di alcune specie viventi, rischia l’estinzione.
Purtroppo la deforestazione ha già distrutto il suo habitat per il 50%, la distruzione delle foreste pluviali causa la morte anche delle prede del giaguaro; altro pericolo d’estinzione è costituito dai bracconieri che cacciano il felino per il suo manto maculato.
Gli Aztechi lo riteneveano una creatura degli inferi, animale lunare perchè il suo manto luccica al chiarore della notte, emblema del Regno dei Morti, guida alle anime dei morti, erano convinti che chi fosse riuscito a guardarlo da vicino, negli occhi avrebbe letto il futuro. Un’antica leggenda dice che quattro giaguari rappresentino i guardiani della strada per la pace. La dea della terra azteca e’ raffigurata incinta di un giaguaro con gli artigli.
Per i Maya era anche figlio del Sole, animale solare, con il manto ricoperto di macchie dorate.
Peri i Toltechi, rappresentava la luna: il crepuscolo è un giaguaro che divora il Sole.
Per gli attuali Indios dell’America centrale e dell’Amazzonia è l’animale più rappresentativo dello sciamano che può anche assumere la stessa forma del giaguaro; secondo una leggenda, ha dato all’uomo il fuoco e suggerito l’arte venatoria; si pensa che abbia la capacità di viaggiare tra i mondi e che nel tempo, attraverso questi suoi viaggi, abbia acquisito i suoi molteplici poteri e la saggezza arcaica di tenere segrete le sue conoscenze.
Alcune tribù Indios nutrono un tale sacro rispetto per la sua forza, e lo ammirano talmente tanto che prima di andare a caccia si dipingono il volto, con tinte naturali, per ricalcarne l’aspetto e si conficcano nelle labbra e nel naso delle stecchette di palma che ne imitano le vibrisse. Pur cacciandolo, lo ritengono un amico misterioso.
Nell’Europa occidentale è l’emblema dell’industria di automobili Jaguar (colui che uccide con un balzo, dai nativi americani): omaggio alla sua velocità e potenza
E’ un animale vagabondo, solitario, si arrampica e nuota molto bene, attivo all’alba e al tramonto.
Caccia cervi, pecari, tapiri, scimmie, uccelli di grandi dimensioni e raramente gli animali domestici, si nutre anche di pesci, tartarughe, caimani. Segue le prede fino allo sfinimento e la trascina sugli alberi
Ha un’altezza al garrese di 75 cm e una lunghezza del corpo di 150-180 cm, più la coda che misura 70-90 cm, pesa dai 68 ai 136 kg, i maschi sono il 10-20% più grandi delle femmine; sono dotati di muscolatura possente, ideale per scattare in avanti e agguantare la preda. La folta pelliccia giallo dorata presenta macchie nere a forma di rosetta sulla parte dorsale del corpo e sugli arti, sono abbastanza comuni gli esemplari completamente neri
Come detto è un animale solitario, solo durante il periodo degli accoppiamenti la femmina e il maschio vivono insieme, mentre la struttura sociale è rappresentata dalla madre con i suoi piccoli; ogni 48 mesi nascono mediamente un paio di cuccioli, che dipendono completamente dalle cure materne per i primi due 2 anni di vita, in questo periodo oltre ricevere protezione, cibo e una guida per gli spostamenti, imparano a cacciare
Vive circa 12 anni e comunica principalmente attraverso vocalizzazioni simili a grugniti, ha sensi acuti, specialmente vista e olfatto.

 

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Cigno

Deneb, in arabo significa coda ed è la coda del cigno, è una stella molto brillante, grandissima; Albireo, è la stella che simboleggoia la testa del cigno, è una stella doppia, una parte azzurra e l’altra arancione, una delle stelle più belle del cielo
Il Cigno è una costellazione, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo e una delle 88 moderne costellazioni, una tra le più belle. E’ rappresentata come un volo verso sud.
Appare a metà marzo, visibile perfettamente nelle notti estive a cavallo tra luglio e agosto, è quasi invisibile dalla fine di novembre.
Un cigno che vola lungo la Via Lattea che la arricchisce di miriadi di puntini luminosi, viene chiamata anche Croce del Nord perchè la sua forma, formata da solo quattro stelle di riferimento era identificata dai cristiani come la croce di Cristo
La mitologia la lega a Zeus, che si tramutò in un cigno per conquistare Leda, una bellissima fanciulla, moglie del re di Sparta Tindareo, madre di Elena e dei Dioscuri. E ancora, Eratostene dice che Zeus s’invaghì della ninfa Nemesi che abitava a Ramno (Atene), questa per sfuggirgli assunse le forme di vari animali, d’acqua, di terra, di cielo trasformandosi in oca, allora Zeus si tramutò in un cigno, l’acchiappò e la violentò. Igino da un’altra versione: Zeus finse di essere un cigno che cercava di sfuggire a un’aquila, Nemesi gli offrì rifugio e solo dopo essersi addormentata con il cigno in grembo si rese conto dell’errore compiuto.
Una leggenda narra invece che Fetonte, figlio del Sole, si appropriò del carro solare e distrusse la terra e il cielo, allora Zeus per punirlo lo affogò nel fiume Eridano, ma un cigno tentò di salvarlo ma invano, per la sua bontà il re degli dei decise di portarlo con sè in cielo e tramutarlo in una costellazione.

 

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Una poetica leggenda

Piazza S.Francesco d’Assisi (prima S. Francesco a Ripa), in Trastevere, a Roma, prende nome dall’omonima chiesa* che sorge dove un tempo era situata l’antica chiesa denominata S.Biagio de Curtibus, un convento dei Frati Minori con annesso ospizio-ospedale.
Si dice che qui venne ospitato S.Francesco d’Assisi in occasione della sua visita al papa nel 1219 ( ancora oggi la chiesa custodisce la cella del santo ed alcune sue reliquie), anche se molti studiosi nutrono dubbi.
Sul santo nasce quella che sembra essere una poetica leggenda: San Francesco, piantò, nel giardino del convento, un albero di arancio, che fruttificò per diversi secoli; nel 1613 fu trapiantato ma fiorì ugualmente, nel 1871 divenne secco e si decise di bruciarlo, allora un frate staccò un ramoscello e lo piantò, l’albero crebbe e ricominciò a fiorire e dare frutti fino al 1879, e poi ancora nel 1888 anno in cui cessò definitivamente di esistere.

* da visitare assolutamente, se non fosse per ammirare l’Estasi di Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una scultura drammaticamente bella, direi meravigliosa, che riproduce la santa sul letto di morte; nel sarcofago sono conservate le spoglie di Ludovica.

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Piccolo carro

L’Orsa Minore è individuabile facilmente grazie alla sua stella più luminosa, la Stella Polare, che si trova all’estremo del Piccolo Carro, così è anche chiamata questa costellazione, infatti le sue stelle più brillanti formano un disegno simile a quello del Gran Carro nell’Orsa Maggiore.
Questa costellazione potrebbe essere stata definita per la prima volta nel 600 a.C., dall’astronomo greco Talete.
E’stata sempre usata come guida dai marinai perchè la Stella Polare mostra il nord; anticamente le popolazioni scandinave ritenevano che la Stella Polare fosse attraversata dall’asse attorno al quale gira l’Universo, perderla di vista significava mettere a rischio la vita dei naviganti.
Nella mitologia greca si dice che Zeus lanciò Callisto (ninfa amata da Zeus) verso il cielo, per difenderla dall’ira di Era; volle trasformala in un’orsa e la lanciò tenendola per la coda che, durante il lancio, si allungò tantissimo…per questo la costellazione appare con una coda lunga rispetto all’animale reale.
In Ottobre il Carro sembra rovesciato, anche qui entra in gioco una leggenda, quella che raccontavano i Pellerossa: il carro si rovesciò trasportando dei colori che caddero sulla Terra, questo diede origine al colore delle foglie rosse d’autunno.

Ma quanta magia si racconta delle stelle? Ispirano da sempre….

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Nel legno e nella pietra – Mauro Corona

ccc Boschi, versanti scoscesi, vette irragiungibili*…e dentro le storie degli uomini di montagna: boscaioli, grandi scalatori, carbonari, bevitori…
Osterie, antichi mestieri, liti, rappacificazioni, rancori, amici…Vipere, cervi, camosci…Estati, inverni, morti, legni.
L’infanzia, la gioventù, la vecchiaia.
Il tempo che passa e non torna più.

 

angelo_dibona Angelo Dibona  attilio-tissi1 Attilio Tissi emil-zsigmondy-1907 Emil Zsigmondy

 

“Storie che vanno via veloci disperdendosi nel vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (M. Corona)

 

I libri di Mauro Corona mi catapultano in un mondo che conosco dai racconti che mio nonno e mia nonna mi facevano nelle sere d’inverno, o quando andavamo a spasso per boschi e colline e montagne.
Mi portano in un tempo che sicuramente era duro da vivere, ma che mi sarebbe piaciuto vedere, un tempo che  inevitabilmente non torna più. Mi piace leggere delle leggende che racconta, della bellezza e della potenza della natura, della sconfitta degli uomini davanti ad essa ma anche del loro coraggio nell’affrontarla. Mi piace leggere di come la natura andrebbe accettata e non distrutta, mi piace leggere di chi sudava per lavorare e non rubava lavorando.
Novantatre racconti che scorrono veloci, le parole semplici lo permettono, ma le parole semplici non sono prive di saggezza.
Corona in questo libro si mette abbastanza a nudo, non lesina le sue debolezze e le sue sconfitte, anche quelle scaturite dal suo orgoglio.
Qualcuno mi ha detto che i libri di Corona sono inutili storie e favole, repliche di repliche.
Io non credo, a me piace, nelle sue parole trovo, oltre informazioni sulla natura, di cui sono avida, anche metafore di vita; qualcuno mi ha detto che dovrei leggere cose più “serie”, a loro rispondo con le parole dell’autore

“…chi non è capace di sognare cerca di impedirlo anche agli altri…”

campanile-di-val-montaina-corona  Il Campanile di Val Montaina è stato definito, nel corso degli anni.in vari modi: Il monte più Illogico, Il disperato anelito della terra verso il cielo, L’urlo pietrificato di un dannato.

“Mi consolo pensando che la vita è una lunga serie di traslochi dove molto si perde ma qualcosa anche si trova. E allora tiro avanti, senza speranza e senza disperazione, aspettando serenamente l’ultimo trasloco”

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