TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Sirene…

Oggi la scelta del film da vedere con la ciurma dei vicini (non si poteva uscire, vento e pioggia) è caduta su Ariel.
Scelta del piccolo che , reduce da una gita in barca sul fiume, ha detto che lui ha visto una sirena…è un grande attore, fantasia da vendere, e anche bugiardello. Ma lo adoro anche per questo, a volte inventa storie incredibili, che addirittura racconta alle insegnanti quando è a scuola, ma non alla logopedista, lei non ce la fa ad “imbrogliarla”. Da lì abbiamo iniziato a parlare delle sirene, mi sono davvero divertita.

      

La sirena è una figura mitologica, di solito è rappresentata come una giovane bella ragazza nella parte superiore del corpo, nella parte inferiore come un pesce; viene anche rappresentata con le ali d’ uccello, di solito in questo caso si fa riferimento alle arpie, che attiravano i marinai in viaggio con il loro canto dolcissimo per poi farli naufragare. Attorno alle sirene sono nati molti miti, a partire dalla loro nascita. I greci raccontavano che fossero figlie del dio dei fiumi Acheloo.
Le Sirene inizialmente erano meta donna e metà uccello, ma il loro aspetto fu trasformato per metà donna e metà pesce nel II secolo d.C. dopo l’arrivo del Cristianesimo che le decretava come esseri maligni; probabilmente perché solo gli angeli potevano avere le ali.
Per molti secoli furono considerate creature del maligno, malvagie e simbolo di perdizione.
Dopo il buio del Cristianesimo vennero riconsiderate grazie alla favola di Andersen, la loro caratteristica simbolo rimase sempre il canto melodioso.
Nella letteratura classica le ha rese celebri Omero nell’Odissea: incantatrici minacciose per il protagonista, Odisseo, e per i suoi uomini.
Per resistere al loro richiamo la maga Circe, consiglia Odisseo di chiudere le orecchie dei marinai con la cera e legando se stesso all’albero maestro della nave.

“Tu arriverai, prima, dalle Sirene, che tutti
gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa
di uomini putridi, con la pelle che raggrinza “

“Ed ecco, ad un tratto, che il vento cessò e venne la bonaccia:
un nume addormentò le onde. Balzati in piedi,
i miei compagni raccolsero la vela e la posero
in fondo alla nave; quindi, seduti sugli scalmi,
imbiancavano l’acqua con gli abeti puliti dei remi.
Io tagliavo a pezzetti una grande ruota di cera
con il bronzo affilato, la schiacciavo tra le mani gagliarde.
La cera si ammorbidiva in fretta, la premeva la gran forza
e la vampa del sole, Helios figlio di Iperione;
così turai in fila le orecchie a tutti i miei compagni.
Essi poi mi legarono mani e piedi nella nave,
ai piedi dell’albero: a questo fissarono le corde;
seduti in fila battevano con i remi il mare pieno di spuma.
Come fummo lontani tanto quanto si arriva con un grido
alle Sirene non sfuggì che un’agile nave si stava
avvicinando; esse intonarono un canto armonioso:
– Vieni qui, presto, glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei;
ferma la nave perché tu possa sentire la nostra voce.
Nessuno si allontana mai da qui con la sua nave nera,
se prima non sente la voce dalle nostre labbra, suono di miele;
poi riparte pieno di gioia, conoscendo più cose.
Noi tutto sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia
Argivi e Teucri patirono per volere dei numi;
tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice -…”

«C’è un promontorio, cominciai, là dalle parti dell’Italia, che si tuffa nel mare profondo. La roccia è cava e dentro ci risuona l’onda, pare una musica di flauti; è il mare piú azzurro che abbia mai visto, la riva è verde come questi prati, piena di fiori colorati, ma tutto intorno marciscono cadaveri di uomini. Crani nudi, ossa spolpate, pelli che avvizziscono, proprio come la pianta trafitta dalla spina di trygon. È uno spettacolo orribile, neppure a Troia avresti potuto vedere qualcosa di simile, quando cani e avvoltoi dilaniavano nella polvere i corpi degli uomini e le membra marcivano sotto la luna.
Circe mi aveva avvertito, la bella Circe, che avrebbe voluto trasformare anche me in un animale, mentre stavo nudo nel suo letto. “Non fermarti alla riva delle Sirene! Loro cercheranno di stregarti, hanno una voce che incanta, ma tu vai oltre, non ascoltarle; perché se ti fermerai, morirai, e anche il tuo corpo avvizzirà sulla riva del mare!”».

Virgilio, colloca l’isola delle Sirene, raccontate da Omero in un gruppo di scogli a sud della penisola di Sorrento, le isole Li Galli, alcuni storici sostengono invece che si trattasse dell’isola di Licosa promontorio frazione del comune di Castellabate; secondo una leggenda il golfo di Salerno era abitato da tre sirene Partenope, Leucosia e Ligeia; il loro canto era un persuasivo strumento di seduzione tra amore e morte: ammaliavano i marinai che, per ascoltarle, facevano infrangere le navi sugli scogli ed erano sbranati dalle sirene. Odisseo (Ulisse) invece legato alla nave proseguì nel suo viaggio, le Sirene, umiliate e indispettite, si gettarono in mare e furono trasformate in scogli.


Secondo Svetonio, l’imperatore Tiberio, appassionato di mitologia, era solito mettere alla prova i suoi amici domandando loro cosa cantassero le Sirene. A tutt’oggi nessuno lo sa, solo Odisseo lo poteva rivelare…ma non lo fece.


Tra le Sirene possiamo annoverare Tessalonica di Macedonia, la sorellastra di Alessandro Magno
Una leggenda narra che il sovrano Macedone fosse in cerca dell’immortalità e che la trovò nelle acque di una fontana, con il liquido raccolto tornò a casa e bagnò i capelli di Tessalonica che, molto affezionata al fratello, quando egli morì cercò di togliersi la vita gettandosi in mare per il dolore, non morì ma, avendo acquisita l’immortalità, si trasformò in Sirena e continuò a vivere sotto queste sembianze. Essendo una leggenda medievale il suo aspetto  era di un uccello col volto di donna..
Tessalonica, col pensiero sempre al fratellastro defunto, si pose a guardia delle coste Egee e ripeteva sempre la stessa domanda ai marinai, “É vivo il Re Alessandro?” e la risposta giusta per passare doveva necessariamente essere “Egli vive e governa!”, altrimenti la nave si sarebbe infranta sugli scogli e i marinai sarebbero morti.
Anche Cristoforo Colombo di ritorno dalle Americhe (e sembra che già prima le avesse incontrate in Guinea, nel gennaio 1493) scrisse di aver visto tre sirene presso quella che sarebbe diventata la Repubblica dominicana, dichiarò che non erano belle nemmeno la metà di come le dipingevano e che le aveva viste anche in Africa occidentale. Molto probabilmente aveva visto i lamantini.
Dalla leggenda passiamo alla realtà, tanti avvistamenti sono da riferire ai Sirenii o Sirenidi, grandi mammiferi acquatici. Quattro sono le specie viventi, sempre più rare e minacciate di estinzione: il dugongo , il lamantino dei Caraibi , il lamantino africano e il lamantino delle Amazzoni , tutte possono vivono in acque dolci e in acque marine tropicali e subtropicali.
Gli antenati degli attuali risalgono a 55 milioni di anni fa quando lasciarono la terra per il mare e intrapresero una radicale trasformazione: gli arti posteriori, il bacino e il collo sparirono e la coda e gli arti anteriori divennero pinne. Si ritiene che siano lontanamente imparentati con gli elefanti e con gli iracidi.

 
A tutt’oggi le uniche sirene che ho visto sono Ariel, la principessa del cartone animato della Disney “La sirenetta”,e le tante raffigurate in tantissimi quadri; ho letto “La sirenetta” della favola di Hans Christian Andersen, e spero di poter vedere la statua della Sirenetta, la scultura di bronzo simbolo di Copenaghen.

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Parliamo di zebre

Questa mattinata levataccia, qualche ora con la banda dei vicini, niente scuola, classe chiusa per Covid per uno e allora tutti a casa!
Dopo una bella colazione il più grande propone un film, non ci penso proprio, di mattina! E’ vero che fuori fa freddissimo malgrado il sole splendente, ma tele e pc no. In attesa che i due più grandi entrino in Dad, propongo di leggere qualche leggenda su un libro che parla di animali.
Scegliamo la zebra, anzi scelgo la zebra, visto che quando leggo i titoli mi guardano come se parlassi di marziani, è vero, la zebra non è un animale molto nominato.


Leggenda africana.
Zebra era sposato con Pioggia.
Dopo un periodo di pacifica convivenza Zebra iniziò ad insultare la moglie, così Pioggia , dopo aver tentato di farlo tacere, decise di tornare nella sua terra d’origine.
Da quel giorno la savana si inaridì e Zebra, assetato, divenne bianco e pieno di crepe.
Quando finalmente iniziò a piovere Zebra bevve tantissima acqua, ma ne bevve così tanta che l’acqua iniziò a sgorgare dalle crepe della pelle, allora sul suo manto bianco apparvero tante strisce nere.

Abbiamo fatto una piccola ricerca sul perché le zebre abbiano questo particolare manto, l’utilità di averlo a strisce sembrerebbe utile nel chiaroscuro della boscaglia, il mantello appare come un gioco di luci ed ombre confondendosi con i chiaroscuri della natura, insomma un buon stratagemma per mimetizzarsi meglio, sfuggendo a grandi e famelici predatori come i leoni. Una serie di ricerche aprono ad altre ipotesi, ad esempio, i ricercatori dell’Università di Calgary, hanno scoperto che iene e leoni non riescono a distinguere a distanza le strisce delle zebre, mentre vedono bene i colori grigi; altri ricercatori ipotizzano che le strisce aiutino le zebre a regolare meglio la loro temperatura corporea, per sopportare il gran caldo africano, le strisce scure si scalderebbero più rapidamente al sole rispetto a quelle bianche, creando un microcircolo d’aria lungo il mantello per favorire lo scambio di calore; uno studio realizzato di recente teorizza invece che le strisce delle zebre servano a tenere alla larga tafani e zanzare, avvallando una ricerca effettuata negli anni Ottanta, la più veritiera.
Appena arrivato il papà io, il piccolo e mia figlia, decidiamo una passeggiata nel bosco, lui è un bambino “particolare”, è difficile tenerlo fermo, e allora….

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Un’antica leggenda polacca

La leggenda è legata alle miniere di sale di Wieliczka, narra il miracolo di Kinga* (conosciuta come Cunegonda), figlia di re Bèla IV d’Ungheria.
Promessa in sposa a Boleslao V, il Timido, principe di Cracovia e futuro re di Polonia, prima di partire chiese al padre di farle dono di una miniera di sale, che a quel tempo era preziosissimo, da portare in dote al marito e ai polacchi. Il sale serviva praticamente per tutto: per conservare i cibi, per la concia delle pelli, per l’allevamento dei bovini e degli ovini. La richiesta di era dovuta al fatto che Kinga sapeva che la Polonia scarseggiava di sale. Re Bèla allora donò alla figlia una miniera in Ungheria.
Kinga, ispirata da un sogno, gettò l’anello di fidanzamento nel pozzo di questa miniera e partì per la Polonia con la corte al seguito. Mentre si avvicinavano la città di Cracovia, presso Wieliczka**,  Kinga, seguendo un’intuizione divina, diede ordine di scavare un pozzo. I minatori iniziarono a scavare e scoprirono un giacimento enorme di salgemma, nel primo cristallo estratto trovarono incastonato l’anello di fidanzamento della bella Kinga.

 

Da allora la principessa è patrona dei minatori.
(La storia ufficiale attesta che 14 milioni di anni fa a Cracovia ci fosse il mare)

*Santa Kinga di Polonia è realmente esistita, nacque nel 1224 e morì nel 1292. Fu beatificata nel 1690 e canonizzata nel 1999. Sposò Boleslao V e divenne regina quando il marito ascese al trono di Polonia. Nonostante il matrimonio, fece voto di castità. Si spese in opere caritatevoli a favore dei poveri e dei lebbrosi. Quando il marito morì, rinunciò al titolo di regina e si ritirò a vita privata nel monastero delle Clarisse di Sandeck. Trascorse il resto dei suoi giorni in preghiera contemplativa.


**Wieliczka si trova a circa 14 km a sud-est di Cracovia. Per ragioni di sicurezza, non è possibile visitare le miniere da soli, ci sono tour programmati che durano circa tre ore.
Le miniere di sale di Wieliczka sono un labirinto di cunicoli che si estendono per oltre 300 km, distribuiti su 9 livelli, il più profondo dei quali si trova a 327 metri sotto terra.  Una parte della miniera è formata da 22 camere collegate tra loro da cunicoli ad una profondità compresa tra i 64 e i 135 metri. La miniera è ben nota anche per il suo microclima, prezioso per la cura di malattie respiratorie, a 135 metri è stato allestito un sanatorio dove i pazienti possono pernottare.
Scavate nel sale si trovano cappelle, pale d’altare, immagini sacre, alcune delle stanze ospitano statue di personaggi illustri (Copernico, Goethe, Casimiro il Grande, papa Giovanni Paolo II). Da non perdere la meravigliosa Cappella di Santa Cunegonda, una chiesa dove ogni addobbo è stato ricavato da blocchi di sale, anche i cristalli dei lampadari, i bassorilievi alle pareti e l’altare; venne realizzata nell’arco di 30 anni e vide necessaria la rimozione di 20 mila tonnellate di sale.


Nella miniera vi sono anche laghi sotterranei; nel lago salato della Camera Erazm Baracz le acque contengono 320 grammi di sale per litro d’acqua.


Questa miniera, tra le più antiche del mondo, è dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO dal 1978.

 

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Leggende romane

Lo scrittore Stendhal ha raccontato questa strana storia: un giorno il Diavolo passeggiava con il Vento per Roma, quando, giunti in Piazza del Gesù, si fermarono davanti alla Chiesa del Gesù.
Il Diavolo chiese al Vento di attenderlo fuori dalla chiesa perchè voleva entrarvi per fare qualcosa…
Ma il Diavolo da lì non uscì mai più e il Vento è ancora lì che lo attende passeggiando su e giù e questo crea le correnti che caratterizzano la piazza.
In verità la ventosità della piazza è dovuta dal fatto che è collocata al centro di cinque strade: via del Plebiscito, via del Gesù, Corso Vittorio Emanuele II, via Celsa e via d’Aracoeli.
Probabilmente Stendhal raccontò questa storia per alludere alle capacità di conversione dei Gesuiti, che sarebbero riusciti a convertire persino il Demonio, un’altra corrente di pensiero dice che la storia sia stata raccontata per denigrare il potente Ordine dei Gesuiti, titolare della Chiesa, accusandolo di essere tanto corrotto da riuscire a trattenere tra le sue fila addirittura il Diavolo.

Un’altra leggenda racconta che, vista la straordinaria bellezza della Chiesa del Gesù, Lucifero vedendola si ingelosì terribilmente e decise di distruggerla, arrivò a notte fonda su un carro demoniaco trascinato dal Vento.
Ma rimanendo così tanto affascinato dalla bellezza della Chiesa, quando arrivò l’Alba, nella fretta di fuggire abbandonò la piazza lasciando lì il Vento, che ancora attende il suo ritorno.

Piazza del Gesù era anticamente chiamata Piazza di Santa Maria della Strada, che era una piccola chiesetta demolita poi per far spazio alla grande chiesa dei gesuiti, conosciuta come Chiesa del Gesù. Bellissima.


All’interno ci sono diverse cappelle , tutte stupende, ma quella di S.Ignazio è un capolavoro di barocco romano, progettata dal padre gesuita Andrea Pozzi; ha quattro colonne di lapislazzuli e bronzo dorato; il gruppo della SS.Trinità che si trova sulla cornice ha un angelo che regge il globo terrestre, per molto tempo fu creduto un blocco di lapislazzuli, il restauro ha scoperto essere un comune laterizio solo ricoperto di lapislazzuli ;
nella nicchia in mezzo all’altare ci sono due angeli che reggono una tazza col nome di Gesù inciso in cristallo di rocca; la statua di S.Ignazio oggi è di rame argentato, originalmente era di puro argento (fu fusa per consentire a Pio VI di pagare l’enorme tributo imposto da Napoleone col trattato di Tolentino), quando fu posta , essendo il gruppo della SS. Trinità di stucco, Pasquino non si fece passare il momento: “Quando il Padre Eterno vide S. Ignazio d’argento, restò di stucco!”; una tela che, attraverso un marchingegno barocco, veniva alzata il giorno della festa del Santo il 31 luglio, permette la spettacolare comparsa della statua di Sant’Ignazio in gloria, dopo un accurato restauro eseguito nel 2007, ogni pomeriggio alle 17:30 e la tela viene abbassata per permettere ai turisti di ammirare la comparsa della spettacolare nicchia
sotto l’altare riposa il corpo di Ignazio, in un’urna di bronzo dorato

Nella chiesa c’è anche una cappella dove è venerata l’immagine sacra che dava nome alla antica chiesetta di S. Maria della Strada.

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Europa

Il nome Europa potrebbe derivare dalla parola semitica ereb, “occidente”, con cui i fenici avrebbero indicato tutti i Paesi a ovest degli attuali Siria e Libano.
A me piace pensare che derivi da una leggenda greca, ma d’altra parte sono una sognatrice!

Francesco Albani (1630)

Europa era una bella principessa fenicia, figlia di Agenore re di Tiro (attuale Libano). Si innamorò di Zeus, che decise di rapirla trasformandosi in uno splendido toro bianco; le apparve mentre coglieva i fiori in un prato, gli si avvicinò e si sdraiò ai suoi piedi, Europa gli salì sulla groppa ed egli velocissimo si lanciò tra le onde del Mediterraneo fino a Creta.
Dal loro amore nacquero tre figli: Minosse, che divenne re di Creta; Sarpedonte, che divenne re della Licia; Radamanto, che per la sua saggezza divenne uno dei tre giudici che valutavano le colpe degli uomini nel regno degli Inferi.


Per ricordare il suo amore per Europa, Zeus pose in cielo un toro bianco fatto di stelle: la costellazione del Toro, di cui l’occhio più luminoso è la stella Aldebaran.
Da quel momento, il nome Europa indicò le terre poste a nord del Mar Mediterraneo.

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Buon Compleanno bella Roma mia!

Ti omaggio con il profumo del Gelsomino e di una delle tante storie che ti hanno attraversato

Il Granduca di Toscana era l’unico a possedere dei gelsomini, portati da poco in Italia; ne era geloso, tanto che ordinò al proprio giardiniere, che li accudiva, di non regalare a nessuno neanche un fiore.
Ma il giardiniere era innamorato di una bella ragazza e decise di donarle un’intera pianta di gelsomino, che attecchì. La giovane inizio così a venderne i fiori riuscendo a farsi la dote e sposare il giardiniere, scatenando l’ira del Granduca.
Anticamente le spose toscane usavano adornarsi, nel giorno del loro matrimonio, con questo fiore.
Un toscano, giunto a Roma, decise di aprire un’osteria con l’insegna del gelsomino per ricordare questa leggenda. Da questa insegna la strada venne chiamata Via del Gelsomino.
La strada si trova nel rione Aurelio, qui sorgevano diverse fornaci per la lavorazione di mattoni, nacque così un borgo negli anni ’20; negli anni ’40, con la chiusura delle ultime fornaci, la strada venne accorciata ma mantiene ancora una gran parte di palazzi risalenti al periodo in cui l’area era abitata dai fornaciari.

 

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Il primo Re

di Matteo Rovere

Romolo e Remo. La fondazione di Roma.
I due fratelli vengono catturati dalle genti di Alba e costretti a duellare tra di loro fino alla morte; Romolo decide di sfidare Remo; i due, con astuzia, e in accordo con altri prigionieri, riescono a scatenare una rivolta e fuggire portando con loro anche la vestale che custodisce il fuoco sacro. Romolo è ferito gravemente e quindi sarà Remo a guidare il gruppo.
La vestale gli prospetterà il suo destino, ma Remo decide di sfidare gli dei.

Film stupendo da vedere assolutamente se cercate qualcosa di diverso, una reinterpretazione dalla leggenda a cui siamo abituati per quel che riguarda la fondazione di Roma.
Un film forte visivamente, drammatico; c’è amore e conflitto, magia e violenza, dove le genti vivevano come i barbari (ed è assolutamente palusibile), tra pastorizia e agricoltura, in capanne di fango, dove la violenza era una lotta per la sopravvivenza.
Magistrale Alessandro Borghi (Remo), bravissimo Alessio Lapice (Romolo), che hanno dovuto anche interpretare e sostenere la recitazione di una lingua simil/latino inventata dal regista infatti il film è sottotitolato, i dialoghi sono comunque ridotti all’osso, questo mi è piaciuto perchè se trasporto il pensiero all’epoca del fatto credo che si agiva di più e si parlava di meno. Il film è incentrato sul conflitto/amore tra i fratelli (bellissima la scena dell’inondazione…non dico altro se magari qualcuno vorrà vederlo). Ci tengo a dire che il regista mette in evidenza l’amore viscerale tra i due fratelli e il conflitto spezzerà il legame dolorosamente consegnandoli alla leggenda.
Ottima regia, magnifica la fotografia, scenografia accurata, sceneggiatura a mio giudizio intelligente. Qualche effetto speciale ma ben inserito nel contesto.

Origini di Roma secondo la leggenda.
Dopo la distruzione di Troia Enea lascia la sua terra e dopo un lungo peregrinare approda sulle coste del Lazio, fondando la città di Lavini; il re degli Aborigeni, Latino, avrebbe stretto con Enea un’alleanza facendogli sposare la figlia Lavinia; questo scatenò l’ira di Turno, re dei Rutuli, promesso sposo di Lavinia, il quale mosse guerra a Latino e ad Enea. Lo scontro si concluse con la morte di Turno e di Latino. Enea assunse il comando dei popoli che da quel momento si sarebbero chiamati Latini. Alla morte di Enea il trono passaò al figlio Ascanio, che fondò la città di Alba Longa. In seguito il trono passò nelle mani di Numitore, ma il fratello minore di costui, Amulio, desideroso di impossessarsi del trono, ordì un complotto ai danni del re facendo uccidere il figlio e costringendo la figlia Rea Silvia a diventare una vergine vestale, impedendo così di dar vita a una successione legittima. Rea Silvia però rimase incinta per opera del dio Marte che di lei si era incapricciato, allora Amulio la fece rinchiudere; dopo aver partorito due gemelli, essendo considerata sacrilega, fu gettata nel fiume Aniene dallo zio Amulio, della sua sorte non si seppe più nulla (ma secondo alcune versioni della storia fu resuscitata dal fiume); i gemelli (che forse erano fratelli), Romolo e Remo, furono nascosti in una cesta dalle guardie e abbandonati sul fiume Tevere. I gemelli però sopravvisseri grazie all’intervento di una lupa* (più plausibilmente una prostituta), che, udendo i vagiti dei neonati, li avrebbe allattati. Romolo e Remo sarebbero poi stati accuditi da un pastore della zona, Faustolo, che li avrebbe cresciuti insieme alla moglie Acca Larentia. Romolo e Remo una volta raggiunta l’età adulta e scoperta la loro vera identità, avrebbero aiutato il nonno Numitore a ritornare sul trono uccidendo Amulio. I gemelli manifestarono al nonno il desidero di fondare una nuova città nei luoghi in cui avevano trascorso la loro infanzia. Per stabilire a chi sarebbe toccato il governo dela città i due si sarebbero affidati alla volontà divina, manifestata attraverso il volo degli uccelli. Piazzatosi sul colle Aventino, Remo avrebbe per primo avvistato sei avvoltoi, mentre Romolo, attestato sul Palatino, ne avrebbe scorti dodici. A questo punto sarebbe sorta una feroce contesa tra i due fratelli sulla corretta interpretazione da dare ai segni divini: secondo Remo a prevalere doveva essere il momento dell’avvistamento, secondo Romolo, invec, andava dato maggior valore al numero di uccelli riconosciuti. Alla fine la contesa sarebbe degenerata in uno scontro armato in cui Remo avrebbe trovato la morte per mano dello stesso Romolo. Accettato da tutti i presenti, Romolo sarebbe diventato re officiando i riti necessari per ufficializzare la fondazione della città tracciando con un aratro i suoi confini sacri, poi fortificati con l’elevazione di un muro difensivo e organizzando la comunità inizialmente di pastori. Dal sangue nacque Roma, il più grande impero della storia.

*sul colle del Palatino nel 2007 sarebbe stato ritrovato il lupercale: questo santuario, dove i Romani veneravano il Dio Luperco, è collegato al racconto dell’allattamento di Romolo e Remo da parte della leggendaria lupa.

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A Roma c’è una gatta…

…a dire il vero ci sono tant gatti, Roma è nota anche per le sue colonie di felini, ma la gatta di cui voglio raccontare è particolare.


E’ una statua di marmo bianco che potete vedere nel Rione Pigna, proprio a Via della Gatta.
La gatta in questione sembrerebbe essere stata parte del Tempio di Iside, che, al tempo dell’antica Roma, si trovava in questa zona; il gatto era considerato sacro dagli antichi egizi che adoravano Iside; questa gatta sarebbe Bastet, proprio figlia di Iside e Osiride.
La statua è posizionata su un angolo di Palazzo Grazioli.
Su questa gatta ci sono diverse leggende, e noi romani siamo specialisti nel crearne, su ogni angolo della nostra stupenda e, ahimè, trascurata città; una leggenda racconta che la gatta miagolò quando vide un bambino sporgersi pericolosamente dal cornicione, così facendo attirò l’attenzione della mamma che lo salvò da quella che sarebbe stata una fatale caduta; un’alra leggenda racconta che la gatta iniziò a miagolare incessantemente per avvisare gli abitanti del rione di un incendio sviluppatosi di notte che, se non subito spento, avrebbe provocato vittime e danni; e ancora, la gatta sarebbe posizionata nel punto dove è sepolto un tesoro, ma non è stato mai trovato malgrado gli accertamenti effettuati; quella che piace di più a noi romani è quella che racconta dello sguardo…
Lo sguardo della gatta sarebbe puntato su un tesoro nascosto, ma per quanti lo abbiano cercato, nessuno lo ha mai trovato. Almeno ufficialmente.

 

 

 

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Wisaka e il visone

Wisaka è un mitico e antico eroe, dotato di capacità creatrice e generatrice, viene invocato durante le cerimonie. Era venerato dagli indiani Sauk*.
Ci fu un terribile inverno e Wisaka vedendo gli animali morire per il freddo decise di ricoprirli di grasso.
Trasformò le acque di un lago in liquido grasso e iniziò ad immergervi gli animali, iniziando dal bisonte.
Il visone**, agitato perchè non arrivava velocemente il suo turno, non seppe aspettare e si buttò nel lago. Allora Wisaka lo acciuffò per la coda e per castigarlo lo asciugò lasciandolo privo di grasso.

 

*I Sauk sono nativi americani appartenente alla famiglia algonchina.
Vivevano in America Settentrionale, nomadi delle foreste e dei fiumi; praticavano l’agricoltura, ma abbandonavano frequentemente i loro villaggi per dedicarsi alla pesca e alla caccia al bisonte. Attualmente vivono in Oklahoma.

 

Il visone americano** è un mammifero, della famiglia dei Mustelidi.
E’ originario del Nord America, vive in tutti gli Stati Uniti (fatta eccezione per l’Arizona), in Canada, a sud del Circolo Polare Artico.
Sono animali semiacquatici, ottimi nuotatori, possono percorrere sott’acqua fino a 30 m giungendo sino a 5 m di profondità; vivono lungo le rive dei laghi e dei fiumi in tane che di solito sono di altre specie acquatiche (specialmente il topo muschiato) che scacciano o uccidono; all’interno della tana accumulano erba secca o pelli e piume di animali loro prede; caccia indifferentemente su terra o in acqua, si arrampica saltuariamente sugli alberi per raggiungere una preda; si nutre di ciò che è maggiormente disponibile nella zona in cui vive: pesci, crostacei, rane, molluschi, uccelli acquatici, uova, roditori etc. E’ un cacciatore insaziabile, attacca anche rettili e mammiferi.
Sono prevalentemente animali notturni, durante il giorno tendono a dormire. Sono animali solitari, in particolare i maschi si rivelano particolarmente intolleranti ad esemplari dello stesso sesso, di solito marcano il territorio con delle ghiandole sottocaudali che emettono un secreto dall’odore muschiato.
Si riproduce una volta all’anno, le cucciolate sono in di circa 6-7 piccoli. La speranza di vita di questi animali in natura è di circa 3-4 anni, in cattività oltre 10 anni.
I visoni allevati in cattività se fuggono dagli allevamenti, non essendo abituati a procacciarsi il cibo e difendere un proprio territorio, muoiono facilmente entro due mesi per fame o per ferite riportate da combattimenti con altri esemplari.
Dalla seconda metà del XIX secolo la specie cominciò a venire allevata in cattività per sfruttare la sua pregiata pelliccia; nel 1866 venne ottenuta una sottospecie domestica dall’incrocio di tre sottospecie; i visoni ottenuti vennero importati in grandi quantità in allevamenti intensivi sorti in Asia, Sud America ed Europa.
In Italia, la specie è stata importata a partire dagli anni cinquanta.

 

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Una leggenda africana

Un Avvoltoio spesso faceva visita alla Tartaruga.
Tartaruga si dispiaceva di non poter contraccambiare la visita, era troppo lenta …
Un giorno Tartaruga disse alla moglie:”Moglie, nascondimi in fondo a questa bisaccia e riempila d’orzo; poi, quando arriva Avvoltoio, digli che è un regalo per lui”.
L’uccello arrivò, prese il dono, ringraziò e volò verso casa.
Ma mentre volava udì una strana voce:”Avvoltoio, sono io! Sono Tartaruga! Te l’avevo detto che sarei venuto a trovarti. Sono qui, nella bisaccia che stringi nel becco…ooooo!”
Colto di sorpresa Avvoltoio aprì il becco e il saccò precipitò a terra. Nell’urto il carapace di Tartaruga andò in mille pezzi, e da allora il guscio delle tartarughe è segnato da tante crepe!

    

(il culto delle tartarughe, sia terrestri che acquatiche, è molto antico; la tartaruga sopravvive da 250 milioni di anni e ha sempre suscitato nell’uomo curiosità)

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