TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Olimpiadi

Poi l’ho fatto…avevo detto che non ce la facevo a puntare la sveglia per guardare le gare…ma poi ce l’ho fatta! Devo partecipare. Adoro le Olimpiadi e guardare le gare e gli atleti.
Grazie davvero ai nostri “ragazzi” che ci hanno regalato grandi emozioni, e medaglie!
Ma grazie a tutti gli atleti che gareggiano nello spirito di partecipazione.

L’immagine che porterò sempre con me è quella del mezzofondista keniano Timothy Cheruiyot che dona il suo braccialetto porta fortuna al vincitore della gara, il norvegese Jakob Ingebrigtsen. Emozionante!

E ora vorrei ricordare Nadia Comaneci, una ginnasta meravigliosa, che a soli 14 anni ci ammaliò con le sue evoluzioni nelle Olimpiadi del 1976 a Montreal; prima atleta nella storia ad ottenere sette volte il punteggio di 10, vince tre medaglie d’oro,  una d’argento e una di bronzo. 40 chili in 1 metro e 53.
    

Nadia nasce in Romania sotto la dittatura di Nicolae  Ceausesco, una farfalla che ha forza, rapidità, agilità, ma anche intelligenza grande concentrazione e soprattutto coraggio, tanto.
Costretta a vivere per 5 anni in una “prigione dorata”, in una lussuosa villa a Bucarest, voluta dal figlio di Ceausesco, Nicu, che la costringeva ad esibirsi davanti agli amici, un trofeo da gestire a suo piacimento. Una vita controllata, ultima Olimpiade a cui partecipa è a Mosca, tredici anni di tormento.
Ma Nadia ha coraggio e in una notte di novembre del 1989 attraversa, assieme ad un gruppo di compagni, il confine con la Bulgaria, e passando tra boschi e montagne arriva in Austria, la libertà senza paura pur sapendo che il rischio era perdere la vita.
Il suo scopo è arrivare all’ambasciata americana, e ci riesce. In Oklahoma l’aspetta Bart Connor, anche lui atleta, che aveva conosciuto a new York durante l’America Cup. Insieme organizzano fondazioni, negozi, palestre e dopo venti anni dalla prima volta che si sono visti si sposano, in Romania, e all’età di 44 anni Nadia diventa mamma.
Grande meravigliosa donna.

 

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Room

di Lenny Abrahamson

Joy, ragazza 17enne viene rapita, mentre andava a scuola, da un maniaco. Subisce regolarmente abusi fino a rimanere incinta.
Nasce Jack, i due vengono tenuti in una stanza di 10 metri quadri, la cui porta è chiusa con un codice di sicurezza, all’interno di un capanno.
Joy, amorevole mamma, racconta al figlio che il mondo è tutto in quella stanza, gli oggetti, ad esempio la lampada, il lavandino…, sono i suoi amici, fuori c’è il cosmo. Tutto ciò che vede alla televisione è finzione. I due vivono in simbiosi, eccetto quando il piccolo si deve nascondere nell’armadio, alcune notti, perchè arriva Old Nick per infilarsi nel letto di suo madre.
Ma’, così chiama Jack l’ormai 24enne mamma, capisce che il bambino, che è vivace, è sempre più annoiato, la incalza con mille domande a cui lei non sa più come rispondere, così quando Jack compie 5 anni decide di raccontargli tutto l’opposto di ciò che gli ha sempre detto. Gli parla degli alberi, dei fiori, delle persone, ma deve anche spiegargli che da lì non possono uscire, perchè Old Nick, così chiamano l’aguzzino, è l’unico che può decidere se farli uscire o no. I due architettano un piano difficile da realizzare, Jack deve fingersi morto, Old Nick lo porterà via con il suo furgone, nel momento che il mezzo rallenta deve scappare e chiedere aiuto. Il bambino ci riesce, chiede aiuto ad un passante, interviene la polizia che rintraccia il capanno e salvano anche Joy.

Per Joy e Jack tornare alla normalità non sarà facile, il bambino stenta ad ambientarsi, la donna deve trovare dentro di se la forza per lasciarsi alle spalle tutto ciò che ha vissuto.
Trovarsi faccia a faccia con la realtà sarà la sfida più spaventosa da affrontare, per entrambi.

     

Pluripremiato, è un film drammatico, ad alto tasso di emozione.
Ho provato paura, ansia, speranza e gioia, un’alternarsi continuo.
Un thriller psicologico, suggestivo, claustrofobico, che cattura anima e mente.
Fondamentale nel film è la visione del bambino all’interno di quei pochi metri quadrati, il regista crea un mondo e poi ne crea un’altro all’esterno, crea incredibili situazioni che lasciano capire la direzione ma poi così non è  e si scopre il perchè della situazione successiva…magistrale regia che trasporta passo passo in emozioni non previste.
Non troverete scene cruenti, forti sono le emozioni che ogni scena creerà, sembra un piccolo mondo felice come solo una madre sa creare, la forte simbiosi tra madre e figlio, ma poi…c’è la follia umana, quella concreta che coraggiosamente qui viene raccontata. Il tema trattato è attuale, le cronache ne parlano.
Regia perfetta, sceneggiatura perfetta, attori meravigliosi: Brie Larson, Ma’, ha interpretato la parte alla perfezione, sconvolgentemente bravo il piccolo Jacob Tremblay, notevole Sean Bridgers.
Film da vedere.

Il film è ispirato al libro “Stanza, letto, armadio, specchio”, scritto da Emma Donoghue, che a sua volta si è ispirata a una storia realmente accaduta, il caso Fritzl, dove una donna austriaca ha vissuto imprigionata per 24 anni, dai 18 ai 42 anni; il padre (ingegnere) costruì un bunker sotterraneo nella cantina di casa. L’uomo abusò sessualmente della figlia e da questi rapporti sono nati sette figli.
 

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ALLA LIBERTA’

O libertà, concedici che alfine
ti si miri negli occhi.
Noi t’abbiamo aspettato tanto tempo
e le anime nostre nella notte,
ti cercavano errando come spettri.

……………

Ma perché. Libertà. Pallido hai il volto?
E’ il ricordo di ciò che tu hai sofferto?
O forse non abbiamo ancora agito
molto per te?
O temi forse il tuo avvenire stesso?                       
No. non temere: ti difenderemo!                   

Petofi Sandor

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Bianco su Nero – Ruben Gallego

“…io piangevo sui libri.Come accade anche per gli uomini, ci sono libri e libri…anche i fumetti sono libri…non fanno piangere i bambini. Perchè bambini allegri non hanno alcun bisogno di piangere sui libri…invce io leggevo un libro, e piangevo .Piangevo di impotenza e di invidia…Certi libri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti morire, oppure vivere diversamente.
Se vuoi capire qualcosa, o chiedi a qualcuno, o chiedi ad un libro. Anche i libri sono uomini. E come gli uomini, anche i libri ti possono aiutare; e come gli uomini, anche i libri mentono. Io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire come era fatto il mondo. volevo sapere come stare al mondo….”

Mosca, 1968,: la figlia del segretario del partito comunista spagnolo in esilio e uno studente venezuelano hanno una relazione, da questa nascono due gemelli, uno muore subito, l’altro, cerebroleso, non usa nè braccia nè gambe; tolto alla madre, viene internato in un orfanotrofio insieme ad altri handicappati. L’altro è Rubén.

 

“Il programma prevedeva che gli studenti ci coinvolgessero in qualche iniziativa, che ci aiutassero a fare i compiti e via discorrendo. la maggior parte di loro, però, ci guardava come se avessimo vauto la lebbra…Come descivere altrimenti i loro occhi strabuzzati e il malcelato disgisto?”
Dopo una serie di trasferimenti, nel 1990, riesce a scappare dall’ultimo ospizio che srebbe stata per lui la soglia della morte.

 

“…L’automobile si allontana a tuta velocità dall’ospizio, dalla prigione e da quel bastardo di guardiamo. Che bellezza.
La libertà.”
 Rubén inizia le ricerche per ritrovare la madre e quando la incontrerà inizierà a scrivere la sua storia.

Un libro autobiografico (il bambino sulla copertina è lui), un romanzo agghiacciante che narra l’orrore con cui ha attraversato l’infanzia.

 

“…per un attimo, un attimo solo, rammentò d’essere stato un uomo…Era finita. prima c’era un uomo, ora non c’è più.”

                                                           

Battendo sul computer con un solo dito, Ruben libera tutti i suoi ricordi e ci racconta di sopravvivenza, infelicità, solitudine, impotenza, umiliazione, fame, freddo…
Non manca l’ironia in questo libro e nenanche la poesia (il cane, la studentessa che danza…), non è un libro patetico, anzi, c’è la forza di vivere. Nonostante tutto.
Vi commuoverete, emozionerete, soffrirete, vi si torcerà lo stomaco nel cercare di immaginare….cercare, perchè è impossibile capire fino in fondo se non si vivono situazioni tragiche come questa, ma vi leggerete anche tanta speranza.
Se non avete paura di “sapere” leggetelo, anche se in modi diversi, l’uomo, in ogni parte del mondo, sa pianificare e creare il male, l’assurda cattiveria.
Non è un capolavoro, la scrittura, anche per ovvi motivi, non è ricercata, ma proprio la sua semplicità, essenzialità vi farà leggere senza intoppi tutto il racconto.
Ho trovato molto toccante il capitolo: La spagnola.

 

“… In russo si può tradurre quasi tutto…Quasi tutto. Quasi..,I go. Una frase intraducibile in russo.”

“Questa è l’America. Qui tutto si compra e tutto si vende. E’ un paese crudele, tremendo. Dove non puoi contare sulla pietà. Ma di pietà ho già fatto indigestione in Russia. Il business mi va più che bene.
Questa è l’America.
-Cosa vende?-
-Un giorno di libertà…-“

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Fuga dal Campo 14 – Blaine Harden

Shin Dong-hyuk nasce, nel 1982, nel campo 14 dove è rinchiusa tutta la sua famiglia.
E’ uno schiavo che sperimenterà sulla sua pelle soprusi e torture e non sapendo che oltre quel campo c’è un’altro mondo.
A ventitré anni, convinto da un compagno, tenterà la fuga  riuscendo ad arrivare in Cina, da lì in America.

 

E’ la vera storia di Shin Dong-hyuk, unico uomo nato in “quel” campo di prigionia, ad essere riuscito a fuggire.
Un libro che mi ha sconvolto ed emozionato, che  ha infilato nel cuore una spada di tristezza non facile da sfilare; un libro che ancora una volta mi ha messo davanti la crudeltà dell’uomo e la sua sete di potere, l’agghiacciante propensione al male.
Della Corea del Nord e di questi campi avevo sentito qualcosa diversi anni fa, oggi questa nazione sale prepotentemente, a periodi, nell’interesse mondiale quando il suo folle tiranno decide che il resto del mondo deve conoscere il suo potere, dopo torna tutto a tacere, anche perchè non è facile entrarvi se non con i satelliti e solo in parte; quando arrivo in biblio trovo questo libro appoggiato su un tavolo, mi colpisce la copertina e quando leggo la trama non posso non prenderlo.
Nulla si sa dei campi di concentramento, delle punizioni corporali, delle torture, della dignità calpestata, della fame che “divora” chi vive nei “campi”.
Il libro si legge facilmente per la scrittura semplice, ma io mi sono fermata più volte per dar modo al mio stomaco, al mio cuore e alla mia anima di metabolizzare (se mai è possibile farlo) tutta la tragedia che vi ho trovato.
La domanda che rimane tra stomaco e anima è: ma allora è vero che l’uomo non impara niente dalla storia se ancora, oggi, molta povera umanita’ deve morire in un luogo che è peggio dell’inferno?
Dico che Shin Dong-hyuk è sopravvissuto perchè forse non sapeva cosa volesse dire “vivere”.

 

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La moto

Ecco un pezzo della nostra vita che se ne va, la mitica moto …
Non abbiamo fatto in tempo a metterla in vendita che sono fioccate le richieste. Mi consola solo il fatto che a prenderla è stata una persona che ho capito essere speciale, un giovane collezionista. Se ne è andata oggi pomeriggio, portandosi via un pò del mio cuore.
La moto, quanto l’abbiamo amata e quanto abbiamo girato con lei, la “rossa” come la chiamiamo noi, è stata la nostra alleata in tanti momenti speciali, eccola!m388

Ci ha portato a 3000mt, per poter vedere il tramonto come se fossimo gli unici esserei viventi sulla terra: noi, lei, il sole, la natura, le vette imponentim3891980422; ci ha portato in un viaggio stupendo e indimenticabile all’Isola d’Elbamm(tutte le foto da soli sono opera di autoscatto), dove abbiamo scoperto spiagge deserte tutte per noim398  luoghi dove pochi vi accedonom397; ci ha portato in zone disabitate dove a noi piaceva andare per stare da soli; noi, la natura e il nostro amore1980421m396. Ci ha porato spesso in un luogo che io amo moltissimo, da lassù si può dominare le valli, le strade, le città, i paesi, uno spettacolo meraviglioso1980424. Ci ha porato nelle città d’artem390. Questa è l’ultima foto che ci siamo concessi all’inizio della primevera, ci eravamo “arrampicati” con la rossa per inoltrarci in un sentiero che arriva ai margini di un bosco che volevamo visitare da molto tempoNuova immagine. Con la rossa abbiamo educato, fin da piccola, Meli ad andare in moto, a come tenere il comportamento, quale abbigliamento usare e ad usare sempre il casco, suo padre andava sempre a prenderla a scuola con la moto dall’età di 7 anni e spesso facevano piccole tratte fino al lago, alla campagna, al paese dove vivevamo primam391. Ma Meli è abituata alle due ruote, è una storia che vi racconterò, come vi racconterò la mia, perchè anche io le due ruote le ho conosciute da…prima che nascessiOSTIA - VILLAGGIO DEI PESCATORI(io e mio fratello sulla due ruote d mio padre).

Avrò nostalgia della rossa, del vento addosso, della pioggia che mi inzzuppa, dei sentieri impropabili scoperti, dell’abbraccio con mio marito, della libertà che mi ha regalato.

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