TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Volevano fammi arrabbiare ma non ce l’hanno fatta!

 

Blue Madonna Irena Jakus

Blue Madonna
Irena Jakus

 

Quando penso a Maria la penso come madre, e non perchè lo è di Gesù, ma per come ci è stata raccontata nei testi sacri.
Si è presa cura di suo Figlio a anche dei discepoli, non ha allontanato la Maddelena…
story-time-woman Non dovrebbe essere così una madre? Dovrebbe essere colei che cura la vita, la natura, i propri figli e anche quelli degli altri, senza discriminazioni. Perchè una madre dona la vita, la difende.
La madre dovrebbe attingere al suo cuore per donare immenso amore.
bimbo La madre dovrebbe prendersi cura della vita che cresce, della vita che viene minacciata; la madre dovrebbe rispondere al grido dei più giovani, quelli che oggi sono in pericolo.
Dico qesto perchè sono sempre più convinta che solo le madri possano fermare la violenza che cresce negli animi, l’odio verso altri popoli, la guerra tra fratelli…
furri_la_madre_2003 Le madri lo possono fare: educando i figli alla pace, alla salvaguardia del creato, alla vita che si affaccia.

La madre genera non può uccidere.

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(una considerazione la mia dopo un discorso in cui sono stata aggredita perchè credo nella pace e nella parità dei popoli. E nella vita come futuro)

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Il figlio dell’altra

locandina di Lorraine Lévy

 

Prima guerra del Golfo: durante un bombardamento, nel caos dell’evacuazione, in un ospedale vengono scambiati due neonati, Yacine e Joseph.
18 anni dopo un esame clinico, obbligatorio per poter accedere al servizio di leva nell’esercito, farà scoprire una verità che getterà nell’ incubo due famiglie.
Due famiglie “nemiche”, una israeliana l’altra palestinese, dovranno affrontare questa drammatica situazione.
I ragazzi sono cresciuti spensierati, amati incondizionatamente, ma culturalemnte predisposti ad un’avversione verso l’altra parte.
Le famiglie proveranno a incontrarsi e cercare di sorpassare le problematiche culturali e politiche mentre i due ragazzi se pur confusi per le identità sconvolte si vedranno sempre più spesso, fino a integrarsi con quella che devono considerare ormai una nuova famiglia ma  mantenendo contatti con quella dove sono cresciuti.

 

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Film del 2012 che mi ha commosso e colpito. Film dove vengono messe in evidenza le ancestrali diffidenze di questi popoli senza giri di parole, scuse o accuse. Film che mette sotto la lente piccoli microcosmi: le famiglie, che però riflettono il contesto di un macrocosmo: le terre dove vivono con tutto quello che gli gira intorno. Un film dove si sfiora la religione, la politica e si tocca con forza l’amore materno. Nel film le madri sono le artefici della pace, le uniche che si fanno carico del dolore che attraversano tutti, le uniche in grado di capire che ci vuole la generosità per uscire forti da una storia drammatica. Come madre non posso che pensare ad una strada d’amore per arrivare a questo, amore per il figlio che devi lasciare e per quello ritrovato, amore per un mondo migliore. Ho sempre creduto che le madri dovrebbero essere ambasciatrici di pace e non sostenitrici di odio. E’ possibile un’alleanza tra donne per risolvere problemi anche seri? Si credo di si, le donne insieme sono forti.
Il film è sicuramente buonista alla fine, una bella favola che non so se possa mai accadere, ma il messaggio c’è: i giovani nella loro immensa voglia di vivere al di sopra di ogni cultura, dovrebbero unirsi e lottare per vivere in pace.
Stupenda l’interpretazione della dolcissima Emmanuelle Devos; comunque bravi tutti gli attori, molto veritieri.
Coraggiosa a presentare questo tema la regista Lévy che è ebrea, non israeliana; mi è piaciuta l’idea di presentare, al di fuori del tema importante, anche le tradizioni, il modo di vivere, l’intimità familiare, il lavoro, il sistema di controllo, di questi popoli.
Non c’è lo stesso sangue che scorre nelle vene dei protagonisti, ma non si può amare lo stesso, il cuore non può battere all’unisono per cercare la grandezza della Pace, la tenerezza dell’amore?

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Un miracolo d’amore

Benvenuto Francesco, tu sei il miracolo d’amore che la tua mamma ha voluto a costo della sua vita. Diciasette anni di vita compressi in 49 chili di peso, quando ha saputo che c’eri ha rinunciato a lasciarti andare via perchè già ti amava e quando il suo midollo si è addormentato ha ancora detto di no. Per te ha accettato senza mai lamentarsi cannule nelle vene, trasfusioni, infusioni, un farmaco dato ai minimi dosaggi che gli ha provocato rigetto e piccole emorregie, inappetenza…tutto senza mai lamentarsi. Quando gli hanno detto che ormai dovevi nascere anche se erano solo otto mesi, ha detto no, ma questa volta si è dovuta arrendere e quando gli hanno detto che doveva dormire ha pianto perchè la paura è di non risvegliarsi e di non poterti guardare dopo averti tanto accarezzato e cullato dentro di lei. Sei nato, bello come tuo padre, silenzioso come tua madre…lei non ti allatterà, gli è stato proibito da quella medicina che non vede l’ora di mettere in atto tutto il suo potere per aiutarla a vincere questa dura battaglia. E allora attendiamo un’altro miracolo d’amore che forse tu, piccolo angelo della Terra puoi smuovere con la forza che solo i figli sanno infondere alle madri, angelo a cui già stiamo dando una responsabilità: quella di dare forza; aspettiamo quel miracolo e che lei si risvegli senza problemi, che il suo midollo riparta al più presto, che tutti i suoi valori si decidano a salire…

Sto piangendo lacrime di gioia e di commozione, di dolore e di speranza….vorrei annusare il tuo odore di bambino che per me non ha eguali, vorrei stringere tra le braccia la tua mamma che portavo in braccio quando aveva tre anni e dirgli che siamo tutti qua, tutti a sostenerla in questa grande prova…

Benvenuto Francesco e mi auguro che il Signore voglia concedere a tutti noi questo miracolo d’amore….e sono convinta che così sara! Voglio vederti stretto a lei e lei guardare i tuoi occhi come ha sempre desiderato.

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Una lettera

Ciao,
ti scrivo questa lettera perchè so che la leggerai, nel buio del tuo anonimto, ma la leggerai.
Anonimo, che brutto, non è forse meglio un bel confronto alla luce del sole?
Comunque so che la leggerai.
E allora voglio dirti che quello che hai detto non mi ha ferito, mi ha dato nuova consapevolezza di chi sei tu e di chi sono io.
Non faccio polemiche ma qualcosa te la voglio dire, spero tu abbia il coraggio di leggere fino in fondo.
Non ci sono madri di serie A, non ci sono madri di serie B; non ci sono madri belle, non ce ne sono di brutte; non ci sono madri lavoratirici ne casalinghe… ci sono solo Madri.
E non ci sono madri “inadeguate per età”. Non so dove tu viva con la testa e la cultura, ma ti vorrei far notare quante madri “di età” ci sono oggi…
Forse pensavi che mi sarei offesa sentendoti dire: “Come ci si può comportare con una figlia come fa lei, ha l’età per questo non la manda mai sola, ha paura, non capisce le esigenze della figlia, troppi anni di differenza…” E qui siamo anche alla maleducazione.
Comunque sappi che: sono madre con tutto il mistero che la natura ha voluto donare alle donne, che non sono frustrata perchè “grande”, che sono consapevole di essere madre con tutta la mia intelligenza, che se mia figlia è quello che è (sublime per me) è perchè la mia sensibilità glielo ha insegnato, non l’ho solo creata, ma ho modellato una creta grezza affinchè potesse trovare una sua forma, senza sminuire un minimo della potenziale creatività che il seme da cui è stata generata gli ha donato; che so illuminare la sua strada nel buio più profondo, che mentre tu travesti la tua da donna già fatta, lei inizia adesso ad affermare la propria identità nella libertà assoluta che “io” gli concedo perchè è giusto che così sia.
Certo che mi occupo e preoccupo di mia figlia, non è forse uno dei compiti della madre? Certo che cammina sulle proprie gambe ma certamente non la posso allontanare, non è ancora il momento questo per farlo…
Ce l’hai un cuore? E allora saprai che il figlio è il più bel regalo che puoi fare a questo muscolo che sostiene la vita, e che la madre è il cuore a qualsiasi età essa lo diventi…e per sempre.
Ti faccio qualche domanda: hai venti anni meno di me, giochi mai con tua figlia o pensi sia inadeguato alla “tua” età? Ce la fai a stare una giornata al Romics nel caos più completo senza cedere un colpo dopo ore che sei in piedi, alla “tua” età? Ci vai a giocare a pallone, in bicicletta, a camminare nei boschi… con lei, alla “tua” età? (e ne potrei aggiungere ancora)
Se lo fai sono contenta per voi, vuol dire che sei allenata e allora indossa scarpe da ginnastica e corrimi dietro e prova a prendermi se ti riesce…Oppure fermami mentre cammino e guardami negli occhi.

Da una madre.

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Paradiso amaro

par Film del 2011, regia di Alexander Payne.

Matt King, che vive a Waikiki (isole Hawaii), si ritova la vita sconvolta dal coma irreversibile della moglie, a causa di un incidente nautico: dovrà prendersi cura delle due figlie (cosa che non ha mai fatto) e saprà si essere stato tradito.
King deve anche fronteggiare la responsabilità di vendere un terreno sconfinato a Kauai, di cui è amministratore; il terreno è stato ereditato dalla sua famiglia, dalla facoltosa bisnonna più di 150 anni fa.
Tutta la sua vita verrà messa in discussione; dovrà recuperare il rapporto con le figlie Alexandra (ribelle) e Scottie, dovrà contenere l’ira dal suocero che, in gran parte, attribuisce a lui l’incidente della figlia; dovrà gestire l’amarezza per aver scoperto in modo casuale che la moglie aveva un amante e stava per chiedere il divorzio; deve gestire l’incontro con Brian, l’amante della moglie, che è coinvolto nell’acquisto del terreno.
Matt dovrà prendere una decisione forte e difficile: far rispettare il testamento biologico della moglie, deve accettare di lasciar morire Elizabeth.
E deciderà di non vendere i terreni per non alterarne la bellezza con costruzioni in cemento.

 

Ieri Roberta mi chiede se potevamo vedre un film, forse riusciamo a riprendere questa sana abitudine, lei voleva un film con George Clooney, acconsento, li abbiamo visti tutti, manca solo Paradiso amaro.
Sicuramente non il migliore di Clooney, ma io trovo che sia un bel film, da vedere.
Ambientazione perfetta, le Hawaii, per far pensare ad un paradiso, ma alla fine ci si rende conto che lo è, ormai solo in parte geograficamente e territorialmente parlando; è una terra dove vivono umini con tutti i loro problemi, come in qualsiasi altra parte del mondo.
Il film, basato sul romanzo di Kaui Hart Hemmings, ci mostra un uomo completamente assorbito dal suo lavoro da non rendersi conto che le figlie sono cresciute con tutti i problemi che seguono, che la moglie aveva una relazione extraconiugale di cui era tanto appagata, almeno apparentemente, da decidere di chiedere il divorzio;
un uomo comune, sarcastico, che verrà travolto dal dolore diventando vulnerabile nelle difficoltà di tutti i giorni e che sarà messo davanti ai propri difetti e responsabilità.
Questo è un film, ma la realtà di queste situazione è alla portata di tutti, la mia famiglia l’ha vissuta quando sono entrata in coma; credetemi, vedere alcune scene mi ha catapultato in quelli che sono stati i momenti dolorosi di chi mi stava accanto (mi è stato raccontato che quando mio suocero è arrivato in ospedale, dopo avermi visto e accarezzato è svenuto, che mio marito mi teneva costantemente un mini registratore con la voce di mia figlia incollato all’orecchio, che mio fratello mi accarezzava la mano in continuo….).
Nel film si crea un equilibrio mai esistito tra padre e figlie, questo può accadere, come può accadere che gli equilibri saltino, ci vuole una forza enorme e una base solida per affrontare le onde della vita.
E lasciatemi dire: versatile George, che rischia sempre il personaggio, mai hollywoodiano, che rischia anche l’impopolarità, che in questo personaggio è perfetto, indexcon quel bel volto ciancicato dalle rughe dei pensieri,images con la sua epressività (il regista ci mostra molte inquadrature del suo volto), con il passarsi le mani sul volto nei momenti in cui si sente particolarmente confuso, gli riesce benissimo; un George che non ha puntato neanche un pò sul carisma che ormai gli è stato etichettato.
Belle le inquadrature dei visi, degli ambienti, bella la sceneggiatura (anche se un pò scontata), bravi gli attori, bravissima Shailene Woodley, la figlia ribelle02.
Un film/commedia (perchè c’è anche una base di ilarità) semplice, ma che mi ha toccato l’anima, perchè i personaggi sono molto aderenti alla realtà dei comuni mortali con tutti i loro difetti, per la situazione, perchè ci mostra che la vita quotidiana scorre anche se c’è una situazione drammatica, o forse perchè ci ho visto qualche riflesso della mia vita? C’è qualcuno che lo ha visto e mi può dare un giudizio, tanto per scontare che non sono di parte?
Una domanda me la pongo ancora una volta, ci dovrei aver fatto il callo ma proprio non mi va giù, perchè ancora una volta, in Italia, il titolo è stato tradotto in modo improprio?  Paradiso amaro, mentre in  realtà sarebbe Gli eredi (The Descendants).

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Philomena

article-2519388-19DE3A7C00000578-440_634x423Steve Coogan, Philomena Lee

Nella prefazione del libro si legge:
“Philomena è la storia straordinaria di una donna straordinaria….
Questo libro, come il film che ne è stato tratto, racconta la storia della ricerca, durata decenni, del figlio che aveva perduto….
Nel girare la versione cinematografica di questo libro, ho avvertito la profonda sensazione di trovare asilo nel personaggio di Philomena. E’ stata una grande sfida.”
Judi Dench – 2013

index Regia di Stephen Frears

Philomena, vive in Irlanda; nel 1952, ancora adolescente, rimane incinta, considerata una donna perduta viene rinchiusa nel convento di Roscrea dove darà alla luce Antony. Dopo tre anni il bambino, senza il permesso della madre, viene “venduto” ad una coppia di americani. La donna passerà anni alla ricerca di questo figlio e solo, ormai anziana, troverà una strada per avvicinarsi a quell’amore perduto. La strada è l’incontro con un cinico giornalistasteve-coogan. Insieme pariranno per l’America dove consolideranno il loro rapporto un pò comico ma molto toccante e scopriranno l’intensa vita di Antony che ormai  si chiama Michael Hess.

 

 

imagesFilm meraviglioso carico di intensità ed emozione, dove spicca superba l’interpretazione della bravissima Judi Dench che, solo con la profondità ,e i momenti del ferma immagine, del suo sguardo mi ha preso il cuore e mi ha fatto vibrare l’anima di amore maternojudi-dench-philomena-movie. E’ riuscita a trasmettere l’emotività di Philomena come se lei stessa avesse vissuto questo dramma.
Non posso definirlo un capolavoro, ma qui il capolavoro è l’insegnamento che vi è racchiuso. Bella la scenografia, la fotografia, i tempi ben modulati, bravi tutti gli attori. Bella l’idea di far confrontare la religiosità di Philomena con l’ateo giornalista. Una storia commovente e potente allo steso tempo che non ha avuto paura di mettere in piazza la follia crudele (non saprei definirla diversamente) perpretata dalle istituzioni religiose….Su questo mi voglio documentare.
La storia di Philomena è vera, e di questa donna a me sconosciuta, ho apprezzato il fatto che abbia saputo perdonare, ci vuole una grandezza d’animo non comune, forse solo chi passa per grandi sofferenze è in grado di farlo, “forse” solo una madre. Io no, per quanto cattolica, proprio perchè madre non avrei potuto perdonare chi con tanta cattiveria ha separato l’amore più grande che possa esistere sulla Terra, e con crudele, raffinata, consapevolezza ( lo so che in questo post uso troppo questo termine, ma mi viene naturale, spontaneo). philomena2
Per quanto il film mi ha avvinto, secondo me non può trasmettere per intero e in modo approfondito la psicologia, le emozioni, i dettagli dei persinaggi e delle situazioni. Quindi ho deciso di leggere anche il libro.

 

 

3559-SOVRA.indd  Martin Sixsmith

Martin Sixsmith è un giornalista che cerca una storia da raccontare. Nel cercare cosa o chi raccontare, incontra per caso la vita di una donna che custodisce da cinquanta anni un segreto che la riguarda. La donna è Philomena Lee che, anocora giovanissima, rimane incinta.
La società irlandese dell’epoca, 1952, considerava le madri non sposate donne perdute, venivano rinchiuse, con la complicità della chiesa, in alcuni conventi, in uno di questi Philomena partorirà Anthony; vivranno insieme per tre anni fino a quando le suore lo “venderanno” in adozione a una coppia americana.
Ad Antony viene dato un’altro nome: Michael Hess. Vivrà un’infanzia non felice, in continuo conflitto con il padre adottivo, svolgerà una vita politicamente intensa arrivando fino alla Casa Bianca, vivrà nascondendola, con grande sofferenza, pur di non essere emarginato, la sua omosessualità. Ma Anthony non smetterà mai di pensare alla sua vera madre, la cercherà fino ad approdare a Roscrea dove, dopo aver saputo di avere contratto l’Aids e che gli resta poco da vivere, pagherà le suore per poter essere lì sepolto dopo la sua morte, lì nella terra che mai ha dimenticato. Lì, tra le lapidi di tante madri e figli morti durante il parto, Philomena ritroverà quel figlio amatissimo e lungamente cercato.PHILO 5

 

 
Il libro è bello, la prima parte è molto coinvolgente; Philomena, a dispettio di quello che è stato pubblicizzato, non è la vera protagonista del libro, per me, il vero protagoonista del libro è Anthony e la sua vitaPHILO 7; infatti si parla del suo arrivo in America, del rapporto con i genitori, dei suoi sentimenti, della sua personalità non facile, dela sua sessualità. Sinceramente mi è mancata una più dettagliata emotività di alcuni personaggi, come mi aspettavo rispetto al film, alcuni di loro li ho trovati piatti.
Nel libro vengono svelati i sopprusi che per anni la chiesa irlandese ha perpretato su madri innocenti, una crudeltà e uno sfruttamento non solo fisico, ma anche dell’amore materno stesso; ho odiato questa chiesa che si è permessa di separare due anime profondamente legate come possono esserlo quelle di una madre e di un figlio e con quale crudeltà poi! Orribile il contratto che facevano firmare le suore alle ragazze: “…Le più tristi sono le carte di rinuncia , i documenti con cui le madri accettavano di consegnare i loro figli. Mai tentare di contattare, incontrare o avanzare rivendicazioni sul sangue del loro ssangue….”. terribile. Come è terribile quello che i bambini abbandonati pensavo delle madri. Anthony e l’altra bambina che con lui è stata adottata si dicevano: “Le nostre vere mamme non ci hanno volute perchè eravamo cattivi”, sussurrò Mike…”Ci odiavano, così, ci hanno mandato via…” .  Leggere queste parole mi ha infilato una lama sottile, lenta, che ha scavato il mio cuore fino a farlo sanguinare, d’amore per tutti questi figli, d’amore per tutte quelle madri, di odio per chi lo ha permesso.
Ed è incredibile come un bambino piccolo resti affascinato dalle cerimonie religiose (non sono forse anche queste,  in qualsiasi religione, uno strumento potente di affabulazione? Colori, profumi, solennità…) “…L’incenso agì su di lui come una droga ipnotica. Il ritmo mormorato del rituale latino, le magie e i canti, il lento procedere su e giù per le navate catturavano la sua immaginazione…”
Un libro che coinvolge sicuramente ma che ho trovato anche noioso nelle dettagliate spiegaioni della vita politica americana, forse perchè scritto da un giornalista che ha swempre scritto per dover di cronaca.

 
Concludendo, il mix tra il film, che parla del percorso fatto da Philomena, delle sue emozioni, che da dettagli omessi nel libro, e di questo che invece è centrato sul figlio, mi ha lasciato un grande segno nell’anima, una storia di quelle che non può essere dimenticata. Direi che l’uno è il complemento dell’altro.

 
Un appunto: perchè il titolo del libro da noi è stato tradotto in Philomena, quando l’originale è The lost child of Philomena, che è più aderente alla trama?

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Due libri…

…tanto diversi uno dall’altro, uno l’ho letto io, uno Mely, il suo compito per l’estate.

Il mio: I sette peccati di Hollywood – Oriana Fallaci

fallaci1956: Oriana Fallaci arriva a Hollywood come inviata dell’Europeo, porta con se dodici camicie da regalare al regista Jean Negulesco affinchè possa favorire una sua intervista con Marilyn Monroe; l’intervista non avverrà mai ma darà alla giornalista una certa notorietà che gli permetterà in seguito di entrare nell’apparente dorato mondo del cinema. Verrà invitata nelle case degli attori per le interviste, parteciperà alle esclusive feste, conoscerà produttori e visiterà gli studi di registrazione. Descrive personaggi come Hedda Hopper e Sheila Graham, classificate come “pettegole di Holliwood”, i retroscena di come si costruisce un divo, il fascino di Gregory Peck, il rosso dei capelli di Rita Hayworth, Frank Sinatra, il potere di De Mille, Orson Wells…Ci racconta i loro vizi, eccentricità, i loro scrupoli e i loro compromessi.
Non è un romanzo ma una serie di interviste che raccontano come vivevano e chi erano i divi di Hollywood dell’epoca.

E’ il suo libro d’esordio, pubblicato da Longanesi nel 1958, per molto tempo non è stato più stampato, è stato riproposto nel 2009, a me finalmente l’ha trovato la Biblioteca comunale..
E’ l’unico libro che non avevo letto di Oriana Fallaci; non sempre mi sono trovata d’accordo con lei, oggi ad esempio riconosco che aveva previsto una grande realtà che si stà avverrando, cellule in Europa di quell’Islam malato; aveva perfettamente ragione. Di lei, d’accordo o no, mi è sempre piaciuta la passione che metteva nello scrivere, la franchezza che aveva nelle sue idee, l’ironia con cui trattava certi argomenti, come quelli di cui parla in questo libro.
Io trovo che sia un libro molto bello, come molti suoi libri che mi hanno dato molte emozioni, per la mia epoca era quasi una sovversiva, io la trovavo, e ancora lo penso, una donna arguta e mai superficiale.
Nel libro non c’è trama, niente grandi e trascinanti personaggi, ma lo scrutare con gusto e sagacità i divi, le loro manie e il loro declino, un viaggio nell’America patinata che incuriosiva e stupiva (e ancora lo fa).
In questo libro ci presenta l’Hollywood che forse non esiste più, dico forse perchè sono convinta che i meccanismi siano rimasti gli stessi; una chicca che vale la pena di leggere, mi ci sono tuffata, ne ho respirato la patina dell’epoca, ma quando lo leggevo ero sicura di essere nella nostra epoca, poco è cambiato, se non la tecnologia.

 

Mely: Uno, nessuno, centomila- Pirandello

pVitangelo Moscarda, che la moglie chiama Gengè, eredita  dal padre diverse proprietà e una banca che gli permettono una vita agiata. Tutti lo chiamano usuraio, lui rifiuta questa definizione. La sua tranquilla vita viene sconvolta dal commento banale che la moglie fa sul suo naso.
La vita per Vitangelo cambia completamente, inizia a pensare di come appare agli altri e che non è come egli si vede. Inizia così una ricerca spasmodica di sé stesso e lo fa compiendo azioni contrarie a quelle che avrebbe fatto prima del cambiamento: dona una casa, vende la banca, fa discorsi che gli procureranno la fama di pazzo tanto che la moglie lo abbandona e tenterà di mandalo in manicomio senza riuscirci; nella sua vita entrerà Anna Rosa, amica della moglie, che gli sparerà ferendolo gravemente. Vitangelo, ripresosi si fà aiutare da Monsignor Partanna, un religioso che lo convincerà a rinunciare a tutti i suoi beni per costruire un ospizio per aiuatre i più poveri.
Anche Vitangelo vivrà nell’ospizio ritrovando la serenità allontanandosi dal mondo degli uomini. cercando il solo contatto con la natura.

 

Commento di Melissa che porterà a scuola, devo dire che mi ha sorpreso; ci ha messo quasi un mese per leggere questo libro. Il romanzo di Pirandello, Uno, nessuno, centomila fu pubblicato nel 1926. E’ diviso in otto libri che contengono al loro interno dei capitoli ognuno con un titolo.
Ho scelto di leggerlo perchè mi ha incuriosito il titolo, non è stato facile, ci è voluta una buona dose di concentrazione; mi sono trovata davanti non il classico romanzo, ma una specie di rompicapo, una serie di parole che per arrivare ai concetti che Pirandello presenta, ho dovuto leggere e rileggere e a volte chiedere spiegazioni. Ci ho messo un pò per finirlo, ma più lo leggevo e più mi interessava, perchè anche se con parole contorte, Pirandello mi ha messo davanti a realtà a cui non avevo mai pensato e che trovo vere, anzi geniali.
La storia narrata, che porta il protagonista alla follia e alla sua guarigione, altro non è che la ricerca di chi siamo.
Le frasi del romanzo che mi hanno fatto riflettere sono:”…se noi non ci conosciamo siamo praticamente con un estraneo…”quell’estraneo che, come fa dice Pirandello “…è inseparabile da me”…(Libro I)
E ancora:”La realtà non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma muta di continuo secondo le situazioni…”(Libro VII); ” Ho affermato già che non siete neppure quell’uno che vi rappresentate a voi stesso, ma tanti a un tempo, secondo tutte le vostre possibilità d’essere, e i casi, le relazioni e le circostanze.”(Libro IX), cioè, per ognuno di noi, il modo d’interpretare gli altri è determinato da situazioni, abitudini, sentimenti personali, dalle proprie esperienze; vediamo le persone (o ci vedono) secondo la situazione, basta che questa cambi e vediamo la stessa persona in un altro modo; addirittura il giudizio sulla persona può essere modificato nel tempo.
Altra considerazione che io trovo interessante è quella che fa capire che la propria immagine fisica, il nome con cui veniamo chiamati, il contesto dove siamo nati, le emozioni che si provano involontariamente, e che il protagonista definisce la “forma”, vanno accettate perchè non le abbiamo scelte noi.
Altra considerazione da fare è che spesso quando gli altri ci vedono come veramente siamo ne restano sorpresi, ad esempio l’episodio di Vitangelo in banca, dove ribadisce con fermezza che lui è il padrone e Quantorzo e Firbo ne restano sorpresi perché in effetti è la verità, mentre lo vedevano solo come un usuraio; addirittura anche noi ci meravigliamo a volte delle nostre reazioni in determinati momenti.
L’autore, con questo romanzo, ci vuole far capire che per noi stessi siamo “uno”, quello che crediamo di essere, che conosciamo solo noi; ma che in noi vivono tanti io, “centomila”, come ci vedono gli altri; che siamo anche “nessuno” se non ci riconosciamo nel giudizio degli altri o non siamo sicuri di noi stessi.
Di questo romanzo ho letto più velocemnte gli ultimi due capitoli dove c’è una vera trama: la descrizione della Badia e la sua storia, la descrizione del vescovo Partanna e di come è arrivato all’elezione, di Don Antonio Sclepis, l’incontro tra Maria Rosa e Moscarda, il ferimento e l’arrivo all’ospizio.

 

 

 

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Pantaloncini o shorts?

Ieri pomeriggio mia figlia esce per un gelato con gli amici, indossa una t-shirt bianca rigoroamente disegnata da lei, un paio di pantaloncini corti in tessuto jeans e le immancabili Jordan. La va a riprendere mio marito e quando tornano mi dice.”Mi sembrava di fare un tuffo negli anni ’70, tutte in shorts.” E lei :”Noi preferiamo chiamarli pantaloncini…” E io:”Vabbè pantaloncini o shorts, sempre quelli sono.” Mia figlia mi guarda e dice:”Ma tu li portavi gli “shorts”, come dite voi?” “Certo, avevo 18 anni, meravigliosi 18 anni, magari non li portavo con le “Jordan”, come dite voi, ma con ballerine, o infradito, o sandali alla schiava”. E lei:”Oddio!”

Bhe, i tempi cambiano, le parole cambiano, ma la gioventù sempre bella resta.

Shorts anni ’70 (chi non ricorda questa pubblicità emblema dell’epoca!)70

Pantaloncini attuali (proprio il modello di Meli)p

 

I “miei” pantaloncini, o shorts?

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Nazionale di calcio?

No problem! Io ce l’ho in casa:

la ottantaquattrenne acciaccata che non si arrende

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la quattordicenne che dimostra in questo caso tutto il DNA della mamma 🙂

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E che meraviglia tornare e trovare un magnifico fiore, dopo cinque anni che coccolo questo piccolo cactus

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