TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Heart of the Sea – Le Origini di Moby Dick

  di Ron Howard

 

La storia parte dalla caccia alle balene ricercate per il loro grasso, trasformato poi in olio, bene preziosissimo in quell’epoca.
1820, la baleniera Essex, del New England, viene attaccata da una balena dalle dimensioni e dalla forza smisurata.
I marinai superstiti della straziante aggressione saranno costretti a compiere l’impossibile, oltre i loro limiti, per sopravvivere.
Tra loro Thomas Nickerson, 14enne mozzo, il più giovane dell’equipaggio; ormai anziano racconterà allo scrittore Herman Melville la terribile esperienza vissuta.

 

Film drammatico, la storia del disastro marino è realmente accaduta, e avrebbe ispirato Herman Melville a scrivere “Moby Dick”.
Il film indubbiamente colpisce, anche per il positivo uso della tecnologia; film spettacolare che ci mostra l’eterna lotta tra l’uomo e la natura. Ottima la scenografia e la fotografia, buono il cast.
L’impressione è che il tema messo in evidenza però non è la lotta tra uomo e cetaceo (natura), ma la lotta tra il capitano e il primo ufficiale.
Sinceramente , pur riocnoscendone la positività, io non ne sono stata coinvolta, se non per i meravigliosi colori che mi hanno affascinato, mentre la storia mi ha a tratti annoiato.

 


Preferisco Gregory Peck e il Moby Dik senza spettacolarità…

 

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Non sempre i papi muoiono in “santa pace”…

Giovanni VIII, nato a Roma, è stato il 107º papa della Chiesa cattolica dal 14 dicembre 872 alla sua morte.
È considerato uno dei più importanti pontefici del IX secolo.
Uomo dalla personalità multiforme, fu definito papa-guerriero per la tenacia nel voler mantenere nel papato una posizione di prestigio.
Amministrò i beni della Chiesa con decisione, tanto che, in un sinodo tenuto a Ravenna nell’877, proibì la concessione dei beni e territori appartenenti al patrimonio di San Pietro (a personaggi di alto rango ecclesiastico, imperatori…) facendoli amministrare direttamente dall’erario pontificio.
Amando fortemente le cose terrene, trattò con scarso interesse le questioni religiose.
Attraversò problematiche anche politiche molto complicate che lo fecero entrare in conflitto con molti personaggi, venne isolato e restò solo, morì a Roma nel dicembre 882, fu sepolto fuori di San Pietro.
Un cronista dell’epoca racconta che sia stato avvelenato da un parente, ma tardando a morire questi lo uccise fracassandogli la testa a colpi di martello, una morte terribile che potrebbe essere collegata al suo altalenante comportamento, o per cupidigia.
Lo storico tedesco Gregorovius lo definì: “Ambiguo e senza scrupoli, maestro di sofismi e d’inganni…ma comunque un genio diplomatico…incapace di restare a galla con abili intrighi, tra mille forze contrasatnti…” “…questo pontefice violento e vendicativo come pochi altri,si lasciò sempre trascinare dalle sue cieche passioni ed azioni sconsiderate e perecipitose, perciò tutte le sue imprese fallirono.”
Una morte quasi dovuta…se mai la morte lo è!

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La vedova Van Gogh (titolo originale La vedova dei Van Gogh) – Camilo Sánchez

“A momenti, quando la natura è bella come in questi giorni, sento una terribile lucidità.
Poi mi dimentico di me stesso, e il dipinto mi viene come in sogno.”

 

Van Gogh scrisse molte lettere al fratello, di questo carteggio ne venne in possesso la moglie di quest’ultimo, Johanna Van Gogh-Bonger. Pur non conoscendo a fondo l’artista Johanna si prese carico di leggelre tutte e di recuperare le opere che la suocera, Anna Cornelia Carbentus, aveva lasciato a Parigi, di quelli dimenticati nei ripostigli, di quelli utilizzati come tappabuchi, questo gli permise di organizzare la prima mostra di quadri del cognato, ad Amsteram, e pubblicare il carteggio.
Johanna dopo il suicidio di Van Gogh e la morte del marito, che non seppe reagire alla perdita dell’amatissimo fratello, decide di leggere tutte le lettere, quasi a voler mitigare il dolore per il lutto, per la sua vedovanza di giovane donna con un bimbo da crescere (che porta lo stesso nome dello zio); nelle lettere conoscerà l’anima, la fatica del vivere, la visione poetica, l’uso che del colore di Vincent, capì il suo modo di guardare il mondo.
Nasce così un diario in cui la donna racconta le sue emozioni, ma anche le descrizioni poetiche che l’artista fa dei suoi quadri e di quelli di altri artisti; un viaggio dal baratro alla cima, una battaglia che la vedrà affiancata da Willelmina, sorella dei Van Gogh, anche lei donna emancipata e fuori dai schemi femminili dell’epoca.

 

Questo bellissimo, sringato, emozionale libro, ci racconta come le opere di Van Gogh conobbero la luce e il meritato successo artistico, ci racconta annedoti sconosciuti della sua vita .
Ma la protagonista è Johanna Van Gogh-Bonger, traduttrice, giovane donna vedova che si lascia affascinare dalla poesia e dal colore che il cognato descrive nelle lettere destinate al fratello Theo; una donna che riesce a diventare imprenditrice di se stessa (apre una locanda, l’adorna con 200 quadri del cognato, tratta e contratta con critici d’arte, galleristi…) e a far conoscere i quadri dell’artista, uno tra i più grandi pittori mai nati. Una donna che definirei “contemporanea” per il suo modo di gestirsi e di vedere oltre le apparenze dell’epoca.
Questo libro mi è entrato nel cuore, io che amo il colore e la poesia e l’arte ho vissuto ogni parola e ogni pagina come un meraviglioso sogno, una poesia di vita e di speranza, quella che la bellezza delle parole e dell’immagine possano vincere sempre e comunque sulle bruttture che questo scorcio di secolo ci sta gettando addosso in continuazione.
Devo ringraziare Camilo Sánchez per avermi fatto conoscere questa figura fondamentale (di cui ne ero a conoscenza ma non così dettagliatamente) per la scoperta dell’artista e dei suoi quadri.
Se non lo avete fatto leggete questo romanzo suggestivo, intimo, affascinante, dove scoprirete il ritratto di una meravigliosa donna, di un artista definito pazzo, con una grande umanità e sensibilità.

“Se ogni stile fosse una vita, Van Gogh avrebbe vissuto almeno otto vite in un decennio…”

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Il grande Gatsby

di Baz Luhrmann

 

Long Island, 1922, Nick Carraway, agente di borsa, vive accanto alla villa di Gatsby, uomo misterioso e miliardario, amante di feste sontuose. Un giorno per Nick arriva un invito a una festa.
Ma chi è Gatsby? E’ una spia? Un contrabbandiere? Un bugiardo? O è solo un sognatore illuso e fragile che inganna se stesso? Nella vita di Gatsby arriva Daisy Buchanan, cugina di Nick, la donna di cui Gatsby è innamorato, per la quale vuole possedere tutto pur di averla, ma dalla quale non è corrisposto  
Nick rimarrà con Gatsby fino al dramma.

 

 

Tratto dal romanzo Il grande Gatsby*, che è un capolavoro, almeno per me, di Scott Fitzgerald, questo film è una tragica storia d’amore, dove lei rifiuta lui perchè povero, lui diverrà milionario solo per amarla. Triste vero?
Film visivamente piacevole, tra gioielli e abiti lussuosi, tra colori e tappetti, tra Jazz e Art Dèco.
Bravi tutti gli attori, splendida Carey Mulligan. ma un Di Caprio superbo (per me lo è spesso), in grande forma, un perfetto Gatsby, affascinante ed oscuro, intenso.
Sicuramente il film non mi fa dimenticare Robert Redford nel film del ’74 di Coppola, siamo su livelli diversi, completamente, difficile fare un confronto, registi troppo diversi, attori troppo diversi.

 

 

 

 

 

 

 

Ho trovato bella la scenografia; benchè convulsa, ho trovato la regia di Luhrmann coinvolgente, elettrizzante, fantasiosa, che ci riporta al mondo falsamente luccicante che la nostra società sta vivendo, una regia visionaria che ha modernizzato un’epoca non poi troppo lontana da noi, un’epoca di sfarzi e poi grandi ribassi economici e morali.
Bella la colonna sonora.
Da vedere per vivere anche il mondo dorato e tragico di Fitzgerald.

 

  *Il grande Gatsby, romazo toccante e amaro (così l’ho visto io quando lo lessi molti, molti anni fa), è il riflesso nato dalla vita eccesiva, lussuosa, stravagante dello scrittore Scott Fitzgerald e di Zelda, donna bellissima, sensuale, anticonformista, ribelle, amante della danza, ma moglie infelice che finirà in manicomio
Sposati, vanno a vivere a Long Island, in una villa presa in affitto dove vivono nel lusso, ma sempre sul baratro del fallimento visto le spese folli per abiti, gioielli, automobili, feste. Fitzgerald sprofonda sempre di più nell’alcolismo, Zelda, pur avendo una figlia, continua la sua vita di divertimenti, balli, tradimenti. Tra i due si insinuerà Ernest Hemingway, una frequentazione assidua che fa sospettare Zelda di un legame a sfondo omosessuale tra i due scrittori. La coppia si allontana sempre di più, anche per i rispettivi tradimenti. Zelda cerca una sua vita: partecipa a lezione di danza, dipinge, pubblica un romanzo…tra alti e bassi, minata dall’alcol e dalle cure per una presunta schizofrenia, muore nel 1948 nell’incendio che devasta la clinica in cui è ricoverata.
Senza Zelda ci sarebbe mai stata Daisy?

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Everest

di Baltasar Kormákur

 

Due spedizioni tentano di scalare quella che è la montagna meravigliosamente e terribilmente difficile da conquistare, la più pericolosa del pianeta Terra: l’Everest. La sopravvivenza dei scalatori sarà durissima e messa alla prova da una bufera di neve tra le più violente che si ricordi; un’impresa impossibile, quella del 1996.
Tra uomini esperti e dilettanti, tra futuri padri e alcolisti, tra clienti senza preparazione e guide da cui dipende la vita degli altri, la sfida e l’ambizione di conquistare la montagna domineranno sulla ragione portando il dramma in molte vite.
Il turismo globale contaminerà la montagna sacrificando alcune vite.

 

Tratto da una storia vera, l’ho visto come un film/lungometraggio che racconta l’impresa ambiziosa degli uomini che vogliono scalare l’Everest. Preparazione, acclimatizazione, scalata.
La chiave per vedere questo film può essere vista anche come una metafora: risalire le vette che la vita ci mette davanti, superare i propri limiti; io  sinceramente ci ho visto la commercializzazione di uno sport che dovrebbe essere intriso dalla sfida tra l’uomo e la natura, tra chi sfida il sacro di questi giganti della terra e chi dovrebbe calpestarli con i calzari tra le mani riconoscendone il profumo della potenza imbattibile, inviolabile; perchè rispettare quella che è sempre stata definità sin dall’antichità la sacralità, la maestosità, la potenza, l’elevazione verso il cileo, il Dio, i dei, può essere fonte di salvezza, a questi giganti vengono spessissimo sacrificate vite o sconvolte vite solo per il gusto di una sfida che per me non ha senso alcuno.
Le riprese sono mozzafiato, fotografia spettacolare, il cast perfetto, prevalentemente maschile, mi è piaciuto molto Jason Clarke; il film lo consiglio, ma sinceramente non mi ha convinto, troppa meccanica azione cinematografica, lasciando indietro l’emozione che lega l’uomo alla sua sfida, che lega la montagna alla sua natura indomita.

 

 

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Child 44-Il bambino numero 44

di Daniel Espinosa.

 

Russia, 1953: Leo Demidov, ufficiale dei servizi segreti sovietici, viene osteggiato dal governo sulle indagini che sta svolgendo su un serial killer di bambini. La sua indagine parte dal ritrovamento del corpo di un ragazzino strangolato e violentato.
Anche la sua vita è complicata, viene accusato di tradimento perchè non ha denunciato l’attività eversiva della moglie, insegnante, un rapporto già sentimentalmente minato.
La punizione è l’esilio in una sperduta provincia. Grazie all’aiuto del Generale Mikhail Nesterov si metterà di nuovo sulle tracce dell’asassino.

 

Film tratto dal libro di Tom Rob Smith, ispirate alla vera storia di Andrei Chikatilo*, conosciuto come il Mostro di Rostov.
Storia e cronaca si intrecciano in questo realistico, spettrale, affascinante thriller. Un film cupo che ti trattiene in tensione dall’inizio alla fine, dove è ben definita la vita sotto il regime comunista sovietico dell’epoca. Scenografia perfetta, ambienti reali, sembra quasi viverci dentro; scene che a volte arrivano dritte allo stomaco tanto sono crude .
Eccezionali gli attori; Tom Hardy lo definirei magistrale, calato perfettamente nel personaggio di Leo., bravissima anche Noomi Rapace.
Mi sento di consigliarlo questo film, anche perchè rispolvera la memoria sui regimi militari.

 

 

 

*Andrej Romanovic Cikatilo (1936 – 1994), serial killer russo era soprannominato il Mostro di Rostov o Il Macellaio di Rostov.
Fu accusato dell’omicidio di 53 persone (donne, bambini e adolescenti di ambo i sessi).
Cikatilo nasce nel villaggio di Jablocnoe nel 1936, ha un’infanzia traumatica: la collettivizzazione agricola di Stalin aveva causato devastanti carestie e uno dei suoi fratelli maggiori era stato rapito e mangiato dai vicini affamati; durante la Seconda guerra mondiale fu testimone dei devastanti bombardamenti tedeschi e iniziò a fantasticare sul poter eseguire esecuzioni di tedeschi nei boschi e che ebbe poi un nesso con i suoi omicidi; spesso veniva punito, picchiato e umiliato duramente dalla madre, con la quale dormiva mentre suo padre era in guerra, a causa della frequente incontinenza notturna.
A scuola ottenne buoni risultati riuscendo a diplomarsi ma fallendo l’esame di ammissione all’Università di Mosca.
Trovò impiego come tecnico telefonico.
A 18 anni aggredì una ragazza di 13 anni (amica di sua sorella), lottando con lei per avere un rapporto sessuale, questo episodio lo portò ad associare il sesso alla violenza per tutta la vita.
Nel 1963 si sposa grazie all’interessamento della sorella più giovane che gli fece conoscere una sua amica, malgrado offrisse di frequente impotenza ebbe un figlio ed una figlia.
Nel 1971 ottenne la Laurea in Lingua e Letteratura Russa e tentò la carriera di insegnante a Novošachtinsk con scarsi risultati a causa della sua mancata autorità e rispetto da parte degli alunni, continuò la professione spostandosi di scuola in scuola quando era sospettato di abusi sessuali, malgrado fosse un pedofilo non fu mai arrestato e le autorità scolastiche preferivano licenziarlo invece di iniziare un’indagine e rovinare la reputazione della scuola.
Trovò lavoro come commesso, ciò gli permise, durante i suoi viaggi, sempre all’interno dell’Unione Sovietica, di commettere crimini.
Nel 1978 commise il suo primo omicidio (documentato) attirando una bambina di 9 anni in una vecchia casa che aveva comprato in segreto dalla sua famiglia, dove tentò di stuprarla, quando la bambina si ribellò cercando di scappare, la pugnalò a morte. Da quel momento in poi accoltellare donne e bambini, fino a provocarne la morte, sarebbe stato il suo unico modo di procurarsi piacere, metodo applicato in ogni suo omicidio. Si aggirava prevalentemente attorno a stazioni di autobus o treni avvicinando giovani vagabondi, spingendoli ad allontanarsi, e il bosco più vicino diventava la scena per un nuovo omicidio. Solitamente tentava di avere rapporti sessuali con le vittime, ma essendo spesso impotente si scatenava in lui la furia omicida.
Nell’URSS, il genere di crimini come quelli commessi da Cikatilo erano nascosti, per questo motivo i genitori ignoravano il crescente numero di vittime e non avvisavano i bambini dei pericoli.
Quando vennero scoperti i primi sei corpi la polizia di Mosca approntò un team guidato dal maggiore Michail Fetisov che fu inviato a Rostov per dirigere le indagini. Furono interrogate e schedate oltre 150.000 persone, dopo altri quindici omicidi la polizia aumentò il numero di pattuglie ed agenti in borghese alle principali fermate di trasporti pubblici. Cikatilo fu trovato ad agire in modo sospetto ad una fermata del bus a Rostov e quindi arrestato ma non emersero prove sufficienti per incriminarlo degli omicidi, fu accusato di altri crimini e condannato ad un anno di prigione, ma liberato dopo solo 3 mesi.
Trovato un nuovo lavoro a Novocerkassk non uccise fino all’agosto del 1985, quando commise l’omicidio di due donne. L’indagine della polizia si riaccese fu rivitalizzata nella metà del 1985, quando Issa Kostoyev fu assegnato al caso, esaminò attentamente tutti i crimini ed interrogò di nuovo i criminali sessuali. Nel 1985 furono rinnovate le ronde intorno alle stazioni di Rostov e Cikatilo, per oltre due anni, mantenne i propri desideri sotto controllo fino al 1988 quando tornò ad uccidere, lontano dall’area di Rostov.
La scoperta di nuove vittime portò ad un’operazione massiccia della polizia che pattugliava le stazioni di treni e bus e molte altre aree pubbliche intorno all’area di Rostov.
Il 6 novembre, Cikatilo uccise e mutilò Sveta Korostik. Mentre lasciava la scena del crimine, fu fermato da un agente che pattugliava la stazione dei treni e che lo vide tornare dai boschi con aria sospetta sia per l’abbigliamento che per le macchie di sangue su guancia e orecchio. Controllò i suoi documenti ma non la borsa che aveva in mano, dove avrebbe trovato i seni recisi di Sveta Korostik. Solo dopo la compilazione del rapporto e il ritrovamento di due corpi, vicino alla stazione Leschoz, e la descrizione di un testimone, si pensò a lui come omicida. Non avendo abbastanza prove per l’arresto Cikatilo fu messo sotto stretta sorveglianza, seguito e filmato da agenti sotto copertura. Il 20 novembre 1990, Cikatilo lasciò la sua casa con un contenitore di birra, iniziò a girare per tutta la città tentando di avvicinare i bambini che incontrava; alla fine entrò in un bar dove comprò la birra, la polizia si convinse che non poteva aver fatto tante ore di cammino solo per comprare birra. L’insistenza con la quale tentava di avvicinare bambini convinse la polizia ad arrestarlo.
Fra il 30 novembre ed il 5 dicembre, confessò 56 omicidi; tre delle vittime furono impossibili da identificare perché vennero seppellite e si trovavano in avanzato stato di decomposizione. Non venne, quindi, accusato di questi omicidi.
Precauzioni speciali furono necessarie durante la prigionia di Cikatilo. perchè crimini violenti a sfondo sessuale, soprattutto contro i bambini, erano un tabù in Russia, i prigionieri accusati di questi reati erano abusati e a volte uccisi dai propri compagni di cella. Alcuni parenti delle vittime erano secondini o lavoravano nelle prigioni ed era molto alto il rischio di un’esecuzione prima del processo.
In cella (dove pensava che nessuno lo guardasse) era sotto sorveglianza video, il suo comportamento era assolutamente normale, a differenza di quando era davanti a secondini o avvocati: mangiava e dormiva senza problemi, faceva ginnastica ogni mattina e leggeva molti libri e giornali, scriveva lettere di lamentela alla sua famiglia, ad ufficiali del governo e ai mass media. Scrivere divenne la sua passione tanto che, venuto a conoscenza di un concorso indetto da un popolare giornale per eleggere “l’investigatore dell’anno”, vi si iscrisse, candidando le proprie indagini per il premio.
Fu processato il 4 aprile 1992. Nonostante il suo comportamento irriverente in aula, fu giudicato sano di mente.
Durante il processo fu tenuto in gabbia al centro dell’aula, misura che aveva lo scopo di proteggerlo dai parenti delle vittime, i quali chiedevano alle autorità di rilasciarlo in modo da procedere in autonomia alla sua esecuzione.
Al termine del processo fu dichiarato colpevole di 52 dei 53 omicidi (fra il 1978 ed il 1990) di cui era accusato, fu condannato per ognuno dei crimini commessi che si vantò di aver eseguito per depurare la società da persone inutili. Fu condannato a morte mediante colpo alla nuca, eseguito nella prigione di Rostov il 14 febbraio 1994.

 

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Fra cent’anni

Da qui a cent’anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po’ che montarozzo d’ossa,
che fricandò* de teschi
scapperà fòra da la terra smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesci, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
O gialla o rossa o nera,
ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.

Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell’occhio vôto e fonno
nun ce sarà né l’odio né l’amore
pe’ le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
nun resterà che l’urtima risata
a la minchionatura de la vita.
E diranno fra loro: – Solo adesso
ciavemo per lo meno la speranza
de godesse la pace e l’uguajanza
che cianno predicato tanto spesso!

Trilussa scrisse questa poesia nel gennaio del 1915, se aggiungiamo qualche altra nazionalità le cose non sono poi cambiate di molto….e la pace e l’uguaglianza ancora le stiamo aspettando? o bistrattando? Arriveranno mai? Sembra proprio che ancora non sia maturato quel tempo. Che tristezza.

 

*miscuglio

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Ancora

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Pace

 

C’è ancora speranza di Pace? No, fino a quando l’uomo non avrà pace dentro di se.

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Peccato…

…che in questo mondo che racchiude, anche sotto la pioggia , bellezze delicate che invitano alla vita ci debba essere tanta malvagità e bruttura, proprio dall’essere che più potrebbe godere di cotanta meraviglia.

 

 

La pace diventa sempre più un utopia…ma voglio ancora credere negli uomini di domani

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