TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Spinoza

“La natura unisce in sé tutte le cose…..” 
Baruch Spinoza

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Quando rispetti le regole…

…e sei in casa  o al massimo entri nel bosco.
In giardino, mentre ti incanti davanti a tanta bellezza (è con me da 7 anni) ti senti scrutata da due occhietti vispi e ti lasci affascinare dalla sua bellezza e lasci che occupi la pianta per tutto il tempo che vuole…e poi decidi che un po’ di colore ci sta bene di questo periodo, e dipingi Alla fine decidi che una bella passeggiata che toglie i pensieri ci vuole, due ore dentro la magia, non ne posso fare a meno La natura dipinge crea opere d’arte costruisce sentieri di gigli selvatici ….e acqua

E la vita continua, l’anima combatte

 

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Le Madri

Il tempo è inclemente…un forte temporale ci ha lasciati per due giorni senza linea telefonica e internet.
La pioggia oggi è stata meno intensa. Ieri tutto il giorno chiusi in casa, ho riguardato le fotografie, quelle in bianco e nero, quelle con mia mamma che mi teneva in braccio e mi cullava.
Che bello! Anche se solo con un’immagine sentivo il calore del suo amore. E la sua assenza. Questa nostalgica malinconia che ad onde mi assale in alcune giornate, un piccolo seme di dolore mi ricorda il vuoto che ha lasciato. Il lutto crea una frattura, ma il dolore non mi spezza, trovo in lui un punto di rinascita. E proprio oggi, con questa leggera pioggerella decido di entrare nel bosco, tra i profumi dell’autunno e il colore buio che lo avvolge; il cielo cinerino è una finestra chiusa, nuvoloni lontani, il silenzio è totale. Dove sono finiti gli animali?
Ma mi piace così, sola, con il mio solo respiro. Una sensazione fisica forte mi trapassa, come se tutte le anime che ho perso negli anni mi venissero incontro, passeggiano con me.
Divento anima, spirito, pioggia, bosco. Amore.
E torno a casa con la gioia nel cuore.
La Natura è Madre, e come faceva mia madre mi sa consolare.

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Come sasso nella corrente – Mauro Corona

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 La donna, che da “…ragazza attraversava la città, col passo lungo e il portamento altero, e quegli occhi color nocciola che leggevano l’anima…”, che sapeva essere “…temporalesca e mite, passionale e inquieta…” ormai anziana, ma ancora “…altera e orgogliosa…”, silenziosa, discreta e sfuggente, ripensa al suo amore, quello che per lei è stato “….albero, roccia, torrente, montagna, attrezzi, quaderni, libri…luci, ombre…” e lo fa accarezzando le sculture che lui ha lasciato, sculture dove “…raffigurò il dolore…”; lui, l’uomo che “..giovane non è mai stato…”, ” quel lui “…orfano di genitori viventi…”, quel lui che “…aveva cominciato presto a bere vino… per spavalderia, per sfidare i vecchi che lo volevano uomo…”, che aveva vissuto “… in qella casa dove non sorrideva nessuno…una casa di vecchi stanchi, antichi come le stagioni…”, quell’uomo “…imprevedibile, imprendibile, estroso e pieno di spine…tormentato dal passato…che fu allegro per brevi attimi…”, quell’uomo che “…disegnava il suo destino…che s’affacciò al bordo dell’abbisso e guardò il fondo…”, quell’uomo che “…aveva ottenute buone vittorie e tante sconfitte, uscendone agro, sfinito, pesto e nauseato…non era più l’uomo spaccone, arrogante e vanitoso…”.  Si erano amati, “…si erano annusati…s’abbeveravano un l’altro…erano buone le ore quando stavano assieme…camminavano molto, camminavano per nacondersi, evitare gli sguardi, avere libertà…gli occhi negli occhi. Quegli occhi che si amavano…stare assieme per sempre…ma per sempre non esiste”. Si amarono in quei boschi che lui amava tanto, fino a che l’uomo vecchio e stanco si seppellì nella Cuna dei morti, in un posto tranquillo, insieme alla cerva che “…accucciata accanto poggiò la testa sulle sue ginocchia…”; la donna, a molti chilometri di distanza “…stava sul divano…nella fissità della morte…circondata da sculture di legno..nella mano stringeva una figura piccolina, due amnti che si abbracciavano…” accanto al divano stava “…il riccio, morto anche lui…”.

In questo romanzo Mauro Corona racconta parte della sua vita, il protagonista lo ricalca molto. Mauro Corona è l’uomo che ama infinitamente la natura, ne ascolta il respiro, ne conosce la forza, ne conosce la distruzione…Parla, con suoi termini forti, da grande conoscitore della montagna e della sua vita; i suoi termini forti, schietti, a me non dispiacciono neanche un pò, perchè sono verità, danno l’esatta misura delle situazioni narrate; parla di quella terra “…di fughe,emigrazioni e ritorni, dove l’inverno soffoca ogni rumore, dove la neve seppellisce tempo e anni, dove i torrenti si fanno ghiaccio, dove i caprioli sentono la libertà finchà l’uomo…” Parla della malvagità dell’uomo che non si ferma davanti a niente, “…che avevano agito coscienti e precisi, uomini potenti avevano deciso di stravolgere tutto…”, e torna Erto e quella valle che “…rabbrividì, si spaventò, chiuse le braccia per proteggersi…l’acqua fu costretta ad ubbidire, si fece piegare, piegando a sua volta la natura…gli alberi non stiracchiavano più le braccia…laggiù era scomparso tutto…una montagna scivolò schiantandosi nell’acqua contenuta da un foglio di cemento…l’antica terra…venne cancellata in tre secondi…” C’è una descrizione più efficace di questa? Terribile verità. Parla della vita come una “…signora che passa veloce con in mano una cesta piena di roba…”, le sue similitudini le adoro. E c’è quell’amore che cerca di sopravvivere nella memoria che sfugge, quell’amore che è sopravvissuto alla lontananza, alle convenzioni, che fu medicina per le piaghe che la vita infligge. Ci sono considerazioni sull’infanzia che a volte viene rubata, uccisa, depredata della speranza, della gioia, della tenerezza. E ci sono tre mummie, “…donne disseccate…nell’intercapedine…”, qui torna il Corona tenebroso, un pò horror.
E’ un libro cupo, diverso dagli altri, anche lento, ma che contiene l’incitamento a vivere, sempre. Io l’ho trovato meno bello degli altri, almeno di quelli che ho letto, ma molto intenso, anche se malinconico; un libro dove Corona si mette a nudo senza paura di far capire chi veramente cela sotto quel volto rugoso, dove non ha paura di far conoscere la sua vita travagliata, forse una ricerca intima, esistenziale, scolpita come le sue sculture di legno. La sofferenza è palpabile in questo libro, ma sembra un grido di liberazione, scrivere non è forse anche questo?

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Belle & Sebastien

Belle-e-Sebastien-locandina-210x300Figuriamoci se ci potevamo far mancare un film dove c’è un cane tra i protagonisti.
Così sfidando la pioggia torrenziale, ieri pomeriggio, siamo andate a vedere Belle & Sebastien, del regista Nicolas Vanier.
Sebastien è un bambino che vive in montagna con un uomo che gli fa da nonno e sua nipote. Nelle sue tante passeggiate in quota incontra quella che tutti definiscono la bestia perchè ritenuta colpevole di uccidere le pecore. La bestia altro non è che un cane che stringerà un forte legame con Sebastien, questi le darà come nome Belle. Il loro legame sarà tanto forte da affrontare e superare una prova difficilissima.

Il film è la versione cinematografica di una novella scritta da Cecile Aubry. Nelle altre nazioni in cui già è stato proiettato questo film ha sbancato i botteghini inaspettatamente.
La sala era completa ieri, e uscendo c’era una fila niente male. Abbiamo forse bisogno di vivere un pizzico di romanticismo, drammaticità e amore senza ricorrere a film troppo impegnati, da cassetta, con parolacce o melensi fino all’inverosimile?
Per qunto ci riguarda (io e Meli), dove c’è un cane si va e abbiamo fatto bene. Il film è una storia semplice,  la sua bellezza stà anche nel grande impatto visivo: luoghi supefacenti, riprese e colori incredibili; stà nell’amicizia del bambino, l’attore che lo impersona è bravissimo e con una delle facce più accattivanti che abbia mai visto negli ultimi anni, e un cane, fedele amico dell’uomo; e non dimenticando il periodo storico: l’occupazione tedesca della Francia durante la seconda guerra mondiale.
Un film dolcissimo, da vedere, per non dimenticare che l’amicizia esiste, per non dimenticare la natura, per non dimenticare la solidarietà.
La prima inquadratura mostra le cime altissime delle alpi e io ho sospirato, perchè per quanto mi stia adattando alla mia nuova vita sotto i duemila metri, il mio cuore è lassù, dove sento forte e potente la mano di Dio e la piccolezza dell’uomo, dove l’anima si può perdere in silenzi maestosi e aprirsi a profumi intensi; subito si vede un aquila sullo schermo e mia figlia mi ha detto “Forse in un’altra vita sei stata un’aquila, e allora ci credo che ami le vette.”
E lei alla fine del film mi ha detto “Anche io con Argo andrei in capo al mondo, loro ti capiscono anche senza le parole e non ti tradiscono mai.” Quanto è vero.

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