TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

C’è sempre un ma…

Clemente VIII (nato Ippolito Aldobrandini) era ritenuto una persona meritevole per la sua integrità di vita,  per la sua spiccata intelligenza, per essere un letterato. Avvocato, venne nominato uditore della sacra Rota. Pur non avendo particolari esperienze in campo politico e religioso,  grazie alla stima e la protezione del pontefice Sisto V, oltre che alla propria reputazione di uomo pio e virtuoso, arrivò a varcare la soglia del pontificato dopo ben tre papi morti in breve tempo e all’età di cinquantasei anni, età che per un papa veniva considerata ancora giovanile.
Era emotivo, passava da stati con scatti di collera a momenti di commozione, era scrupoloso, portava a compimento ogni sua decisione presa soprattutto se riguardava il prestigio della Santa Sede; celebrava ogni mattina la messa commuovendosi nell’atto della consacrazione, si confessava ogni giorno; digiunava molto spesso, il venerdì assumeva solo pane e acqua; durante la giornata meditava e pregava in precise ore della giornata; compì più di centosessanta volte la visita delle sette chiese, nel solo anno giubilare 1600 si recò per ben sessanta volte a lucrare l’indulgenza nelle quattro basiliche maggiori; destava meraviglia nei romani quando seguiva a piedi nudi le processioni, o saliva in ginocchio e scalzo la Scala santa; nell’anno del giubileo vietò giochi e divertimenti carnevaleschi,  impose spettacoli con croci, stendardi, corpi di santi sontuosamente abbigliati, impose la sacra rappresentazione il 9 maggio dalla Compagnia della Misericordia di Foligno che a lume di candela doveva percorrere la città dove veniva rappresentata la passione, la morte e la risurrezione di Cristo, vietò i duelli, obbligò le prostitute romane di risiedere in un quartiere speciale della città.
Fin qui tutto sembra “perfetto”, ma…ma…
L’Anno santo avrebbe dovuto, nelle intenzioni di Clemente VIII, rimettere pace tra lui e i romani dopo i processi e le condanne a morte dei Cenci e di Giordano Bruno, ritenuti dal popolo azione tipica dittatoriale (c’è da ricordare, a parte il fatto in se del brutale reato di cui si erano macchiati i Cenci, è che i beni della famiglia erano andati ai parenti del papa), e le statue parlanti furono subito pronte a dialogare:
MARFORIO “Quali delitti aveva la casa Cenci, secondo il Santo Padre Aldobrandini?”
PASQUINO “Avea troppi quattrini.”
Giordano Bruno fu messo al rogo il 17 febbraio del 1600 a campo de’ Fiori (senza essere convinti della sua colpevolezza), nella stessa piazza dove nel 1889 i romani gli avrebbero eretto un monumento (veniva ritenuto un simbolo della libertà umana e del dissenso).
E ancora un ma…ma…
Si affaccia il nepotismo (che lui aveva aspramente criticato quando era cardinale), si prodigò per i due nipoti: Pietro Aldobrandini e Cinzio Passeri Aldobrandini, li colmò di favori elevandoli alla porpora e dandogli la direzione degli affari principali della Chiesa, ebbero ricche rendite; per Pietro fu eretta una sontuosa villa a Frascati, con terrazze panoramiche, giochi d’acqua e statue; anche il nipote laico Gian Lorenzo Aldobrandini ricevette favori: le donazioni papali gli garantirono, dal 1598 al 1601, 190.000 scudi e l’entrata del figlio, appena quattordicenne, nel Sacro Collegio.
Clemente VIII dovette cercare una soluzione alla crisi religiosa che travagliava la Francia, sul trono tentava di salire, dopo l’assassinio di Enrico III, avvenuto nel 1589, il calvinista Enrico di Navarra, eretico recidivo, che però era stato scomunicato da da Sisto V; Enrico chiese di poter abiurare e giurò solennemente (a Saint Denis) di voler vivere morire nel seno della Chiesa cattolica, apostolica, romana, questo giuramento gli valse lo scioglimento della scomunica da parte dell’arcivescovo di Bourges, confermata due anni dopo dal papa, Enrico V fu così riconosciuto re di tutti i francesi  ebbe a dire: ”Parigi val bene una messa”, frase che la dice lunga sul significato politico della sua abiura, e Pasquino pronto…
“Enrico era acattolico
e per amore del regno eccolo pronto
A diventare cattolico apostolico.
Se gliene torna il conto,
Clemente, ch’è pontefice romano,
domani si fa turco e luterano.”
Ma…ma…
A questo papa, così “asceta”, che digiunava e pregava, piaceva lo sfarzo e il lusso, dopo il giubileo cominciò ad abitare in quella che era la residenza estiva del Quirinale, già ricca di splenditi affreschi e di sale fastosamente decorate; amava viaggiare, anche con tutta la corte, ma non erano viaggi apostolici, ma di piacere o di politica, per mantenere questa possibilità, visto che le casse della Curia erano precarie, impose nuove tasse e rivalutò il sistema fiscale dello Stato della Chiesa, con l’aiuto dei nipoti.
Volle riformare soprattutto gli Ordini religiosi, più che il clero secolare. Trattò severamente gli Ordini: compariva la mattina presto senza preavviso, visitava personalmente le singole celle, ispezionava gli armadi individuali per verificare che non vi si conservassero cibi, denaro o altri oggetti vietati.
Complessivamente (ci sarebbe da spiegare tutta una parte politica che sinceramente non mi interessa ed è lunghissima e tediosa) il pontificato sotto alcuni aspetti è stato positivo, ma i difetti personali non sono da sottovalutare, come dico sempre, mi viene da pensare che si, sono papi, ma pur sempre uomini e soprattutto capi di Stato (e qui altro che ma ci metterei!).
Clemente VIII aveva sempre sofferto di gotta, negli ultimi anni di vita era costretto a letto e all’inattività, dopo un colpo apoplettico dal quale non si riprese più, muore nel 1605. Dal 1646 è sepolto in un mausoleo eretto nella cappella Borghese di Santa Maria Maggiore.
Il Muratori, che vide nella sua morte e nell’estinzione della famiglia Aldobrandini un castigo divino, scrisse, riportando le parole del cardinale Bentivoglio: “Morì il papa Clemente, morì il cardinal Aldobrandino (dopo aver provato sotto Paolo V dei disgustosi contrattempi); sono morti i cinque nipoti che avevano due altri cardinali fra loro; mancarono tutti i maschi di quella casa e mancò finalmente con essi ogni successione ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio.”

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Maschere ecclesiastiche…

Paolo IV divenne papa nel 1555.
Di famiglia nobile napoletana fece carriera nella Chiesa rapidamente grazie alle sue qualità ma anche per l’autorità della sua famiglia.
Ristabilì il lusso degli anni addietro: lo sfarzo dell’oro e dell’argento tornarono sulla tavlla pontificia, anche se Paolo IV digiunava spesso in segno di misticismo.
Amava la formalità e per rispetto re e imperatori dovevano prendere posto ai suoi piedi e ascoltare le sue sentenze in assoluto silenzio; dovevano accettare ogni sua sentenza perchè lui non sbagliava mai, era superbo.
I suoi parenti erano i suoi stretti consiglieri, il suo fu un nepotismo senza scrupoli (ad esempio cedette possedimenti ecclesiastici a nome loro), tanto che si fece raggirare dal nipote Carlo Carafa, spregiudicato condottiero, che nominò segretario di Stato. Ma dopo vicende politiche e immorali sbagliate da parte dei nipoti li condannò pubblicamente per simonia affidandoli all’inquisizione, che, con la tortura, furono costretti a dire i nomi di baroni e cardinali corrotti che furono carcerati. Tornò ai propositi che si era imposto alla sua elezione: riformare lo Stato e la Chiesa; per mantenere la purezza della fede si appoggiò sempre di più all’Inquisizione ampliandone i poteri, pubblicò il primo Indice dei libri proibiti (elenco delle pubblicazioni ritenute contrarie alla dottrina cattolica), adottò misure dure verso gli ebrei (sia a Roma che in altre città dello Stato pontificio), che furono rinchiusi nei ghetti e come segno distintivo dovevano indossare un cappello giallo.
Gli ultimi mesi di vita Paolo IV li passò come espiazione, si trascinava da un altare all’altro di San Pietro pregando, digiunando, rifiutando anche il cibo consigliato dai medici per tenersi in vita.
I romani dicevano che il papa più che mangiare beveva molto vino “possente e gagliardo, nero e tanto spesso che si potria tagliare col coltello”
Le statue parlanti dicevano:
Pasquino: Accidenti, che vino forte che c’è in questa carafa!
Marforio: Ti sbagli, è aceto.
Paolo IV morì il 18 agosto 1559, Roma piombò nel caos, l’odio accumolato verso il papa scatenò furia e distruzione: l’edificio dell’Inquisizione fu dato alle fiamme e furono liberati i prigionieri, la statua di Paolo IV in Campidoglio fu demolita, la testa, trascinata per le strade, finì nel Tevere.

Una Pasquinata recita:
Carafa in odio al diavolo e al cielo è qui sepolto
col putrido cadavere; lo spirto Erebo ha accolto.
Odiò la pace in terra, la prece ci contese,
ruinò la Chiesa e il popolo, uomini e cielo offese;
infido amico, supplice ver l’oste a lui nefasta.
Di più vuoi tu saperne? Fu papa e tanto basta.

Il papa fu sepolto in segreto nei sotteranei del Vaticano per sottrarlo alle ire del popolo, poi, Pio V lo fece seppellire in S. Maria sopra Minerva.

 

 

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Come si dice? Perde il pelo ma non il vizio…

E non parlo del lupo ma…
…di Papa Paolo III, nato Alessandro Farnese, che fu papa dal 1534 al 1549, anno della sua morte. E indovinate un po? Anche durante il suo pontificato il nepotismo fu uno dei suoi sommi pensieri.
Favorì i suoi quattro figli (da cardinale, nomina ottenuta a soli 27 anni grazie alla bellissima sorella Giulia, amante di Papa Alessandro VI), avuti da Silvia Ruffini e di cui richiese la loro legittimazione per salvare il casato dal pericolo incombente dell’ estinzione, una ragione che i pontefici Giulio II (da cardinale aveva avuto a sua volta tre figlie) e poi Leone X (per grande amicizia) compresero e accolsero con tolleranza; creò per il figlio Pierluigi il Ducato di Parma e Piacenza; i nipoti Alessandro e Ranuccio Farnese (figli del figlio Pier Luigi) e Guido Ascanio Sforza (figlio della figlia Costanza) divennero cardinali; si fece costruire uno splendido palazzo nel cuore di Roma dove accasò tutta la sua famiglia. Per la sua fama di donnaiolo fu soprannominato Cardinal della Gonnella. Volle una riforma della disciplina e dei costumi della Chiesa, ma lui rimase legato ai piaceri della tavola: si faceva arrivare dai suoi possedimenti cervi e cinghiali da Castro, fagiani e spigole dall’isola di Bisentina, trote e anguille da Montalto, cipolle e verdure da Gradoli, melaranci da Capodimonte, olio e miele da Canino, adorava i tortellini emiliani; amava anche bere, coltivava un culto per il vino, aveva una bottiglia per ogni ora del giorno, per ogni mese dell’anno, per quando viaggiava e per quando si sentiva afflitto dal peso della vecchiaia.
Malgrado tutto ciò fu considerato un grande pontefice, per aver iniziato la Controriforma, fper essere stato un gran mecenate, per aver dato impulso all’edilizia di Roma: fece costruire e restaurare cappelle, chiese e grandi monumenti romani, fontane, aprì nuove strade; mise sotto la sua ala protettiva eruditi e letterati. A lui si devono la Piazza del Campidoglio, la Cappella Paolina e la Sala Regia in Vaticano, il Giudizio Universale di Michelangelo.
E’ sepolto in San Pietro in un mausoleo opera di Guglielmo della Porta.
Le statue marmoree che lo compongono rappresentano le virtù del defunto: Giustizia, Prudenza, Abbondanza e Pace.
Tre statue erano piuttosto discinte, la Giustizia, praticamente nuda. Papa Clemente VIII, turbato dalle statue diede immediatamente ordine che fossero levate oppure ricoperte in modo decente. La Prudenza e la Pace, erano due donne con il seno scoperto ma di età avanzata e dunque scarsamente lascive, l’Abbondanza aveva una tunica molto aderente, quindi non svestita, per questi motivi furono lasciate come si presentavano; la Giustizia, ritenuta sensuale fu ricoperta con una veste di metallo imbiancato in modo che imitasse il marmo (una protezione mobile, come si scoprì nel Settecento). L’olandese Arnold von Buchell mise in piedi quella che sembra essere una leggenda: i volti delle quattro Virtù potrebbero essere i ritratti delle donne che avevano contato di più nella lunga e disinvolta vita di Paolo III: la madre, la figlia, la sorella e la concubina.

Sulla tomba giunse puntualmente la pasquinata:
In questa tomba giace
un avvoltoio cupido e rapace.
Ei fu paolo farnese,
che mai nulla donò, che tutto prese.
Fate per lui orazione:
poveretto, morì d’indigestione.

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