TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Paura

Il terremoto mi spaventa, è imprevedibile, inarrestabile. Ma mi spaventa di più la subdola avidità dell’uomo. Lì risiede la vera morte.

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Una dedica (da lui per me)

La notte si prospetta una lunga attesa, ci dovrei essere abituata ma quando arriva il brivido mi accompagana sempre, saperlo nel buio….in certe occasioni tremo anche se so che è un professionista attento, uno che se la sa cavare, un professionista di alta esperienza, ma umano. E ti ringrazio amore perchè mi pensi, trovi sempre il modo di rassicurarmi. Da poco ho ricevuto il tuo messaggio con questa dedica bellissima (malgrado l’aspetto rude, in fondo è un’uomo dolcissimo) e tu sai che aspetterò che torni, ci volesse tutta la notte e anche il giorno dopo.

 

Grazie . Con te.

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Notizie…

Dopo una mattinata stancante ma abbastanza positiva,  queste notizie hanno avuto un peso differente nella mia anima e nel mio cuore. Quanto è altalena la vita! Quanto in battito d’ali cambia il vento.

Trovo una lettera di Jak e questo inizialmente mi impensierisce, troppo vicina all’altra, ma aprendola scopro solo che aveva voglia di scrivermi.
“Amica mia dolcissima, mi manchi. Vorrei condividere con te alcune delle belle espierenze che sto vivendo…ti sto preparando un album fotografico che ti toglierà il fiato…
In questa terra particolare ho conosciuto persone stupende, ottime persone che si sono dimostrate veramente amiche e so che questo ti farà stare tranquilla…Non credevo che questo sarebbe stato possibile, una vera sorpresa per me trovare tanta “fratellanza”, più che in Italia. Sono arrivato con un cuore nero (ma sarà perchè lo sono anche di pelle?) – e mi mette una risata – che si è schiarito piano piano (ma la pelle no!) – mi disegna lui che ride e bianco -. Con i miei vicini e altre famiglie dei dintorni, non solo islandesi, passo bei momenti, ad esempio siamo andati sulla costa occidentale per osservare le pulcinelle di mare. Sono piccoli sai, con un becco pu particolare e colorato, credimi sembravo un bambino….Le trovo adorabili.
Essere partito mi ha fatto capire quale è la vita che voglio veramente vivere….ancora qualche tassello e forse mi riterrò soddisfatto….
Ti lascio, ma solo con le parole, il pensiero è sempre in viaggio…”
Quando sento questa sua positività mi rassereno, gli voglio bene, siamo legati da una grande vera amicizia.
Poi arriva la “batosta”. Mi chiama la mia amica Catia e mi aggiorna su M. e  Francesco.
fr Lui sta bene cresce, lei oggi ha subito una nuova trasfusione (siamo ad una media di una ogni due giorni 😦 ), perchè ha avuto una emorragia e le sue piastrine, emoglobina e quant’altro è crollato tutto….non ce la faceva a stare in piedi e aveva la vista annebiata. Si sono spaventate tantissimo. Dopo la trasfusione le sue condizioni sono un po migliorare e sorreggendosi al suo compagno non ha voluto mancare alla prima visita che il piccolo ha fatto con quello che sarà il suo pediatra fisso. Ci domandiamo perchè ancora i medici tentennano a somministrargli la cura che hanno preonta per questo caso, sono fiduciosi che il midollo riparta da solo, ma a noi sembra ormai passato tanto tempo da quello che avevano detto doveva essere il periodo di prova…O forse siamo solo mamme che hanno l’angoscia nel cuore che per un po mi è diventato  piccolo piccolo, ma poi è tornato a credere e tanto. E’ tornato a sperare, non posso mollare, non posso abbandonare l’idea che lei ne esca fuori al più presto.

 

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Una lettera da Jak

Cassetta della posta…e poi la gioia.

“Amica mia bellissima….
Come ti ho già scritto in precedenza, sono ormai perfettamente integrato in questa nazione, in questa terra meravigliosa, ancora selvaggia. Una terra dove vivo la libertà assoluta, tu sai a cosa mi riferisco………..Vado spesso nella fattoria dei miei vicini e ho imparato, nota bene, “imparato”, alla mia età, a cavalcare. Ti ho lasciato stupita? Dai di la verità!
Con il figlio dei signori…vado spesso a fare giri esplorativi dai quali non tornerei mai.
…………………………………………………..
Tu sai quanto io sia stato sempre contrario a qualsiasi forma di movimento programmato, alla palestra, ma d’altra parte già cammino e mi arrampico per la mia professione, quindi! Ma quando ho visto questi bellissimi esemplari mi sono incantato, ho scattato loro più di cento foto (avrai il tuo bel da fare quando torno, perchè torno, tranquilla!); è una razza di cavalli bella, muscolosa, forte.
La cosa che mi ha convinto ad imparare a montarli è che è facile cavalcarli perchè sono docili, mi sorprendevo le prime volte vederli pascolare tranquilli accanto alle pecore; quello che spesso mi assegnano, Tanyf, è eccezionalmente dolce.
……………………………………………………
Ho nostalgia di te, di voi, della mia casa, ma come ti scrivo sempre ancora non è ora che io torni.
Scrivimi, non farmi mancare le tue parole, tue notizie……
A volte quando galoppo immagino che ti piacerebbe essere qui, assaporare questa libertà (lo so, lo so, niente cavalli).
……………………. “

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La libertà, in un momento come questo è un grande sogno, Libertà è Pace. E per questo mio amico, dolce e tormentato dalla vita non posso che essere felice, che, seppur lontano da qui, abbia trovato una dimensione serena, che mi auguro sia finalmente per sempre.

 

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Apro una parentesi che scinde dalla lettera che ho riporatato, ma è legata alla libertà. Ieri ho scritto di essere andata a prendere un caffè con delle amiche, la questione da discutere era che i ragazzi, che hanno aderito al progetto Contest, sarebbero andati a Roma per la premizione. Ora, stò benedetto allarme bombe ha messo tutti in agitazione, alcune mamme non volevano mandarli, giustificatissima paura. Al ritorno di Meli a casa mi guarda e mi dice:” S, S, A, non vengono a Roma, i genitori non hanno firmato l’autorizzazione, ma voi mi mandate? Vero?” Ci guardiamo e non ci sono volute parole da parte mia, Meli ha detto sorridendo.”Figlia mia, sono agitata, ovvio so tu madre, ma la libertà è più forte della paura, quindi vai. Mica ci vogliamo far schiacciare.” Ecco lei sa che più o meno questo avrei detto, questo avrebbe detto suo padre. Ma non è che siamo incoscienti (lo stomaco è ancora strizzato nel dolore, la paura, l’emotività, la rabbia), siamo “ben” coscienti che nessuno ci può sottomettere, nessuno. Neanche la paura. La libertà, la nostra libertà, la vogliamo dipingere ogni mattina e mi auguro che altri pittori la dipingano insieme a noi, sempre, e che queste pareti dipinte diventino il Mondo intero.

 

Meli oggi era a Roma, viaggio in treno e passeggiata, giornata serena con compagni e docenti. Ringrazia tutti coloro che hanno votato il loro video, sono arrivati terzi. Grazie a chi ha assecondato e spalleggiato questa mia figlia a cui forse un semino di coraggio sono riuscita a far germogliare.

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Missione al Nord – Nelson DeMille

nord  “Ma purtroppo certe cose te le porti dentro, e ti cambiano tutta la vita perchè sei stato in quel posto buio della tua anima, il posto che quasi tutti sanno esistere ma dove non sono mai stati.”

 
Paul Brenner, investigatore dell’esercito in pensione, viene contattato da Karl Hellman, suo ex colonnello, perchè assegnato ad una missione in Vietnam, dove era stato a combattere come militare 30 anni prima.
Deve rintracciare un ex soldato vietnamita che nel periodo della guerra avrebbe assistito ad un omicidio perpretato da un capitano statunitense nei confronti di un tenente.
Brenner parte per il Nord del Vietnam, nella zona di Quang Tri, affiancato dalla bella e misteriosa Cinthya Sunhill, dove spera di trovare l’uomo, se ancora vivo.
Perchè dopo anni si cerca la verità? Come si è venuti a sapere questo tragico evento? E perchè nella storia si inserisce il vicepresidente degli Stati Uniti? Riuscirà nell’impresa Paul? E soprattutto accetterà gli inevitabili compromessi che gli veranno proposti?

 

 
Diversi anni fa volevo leggere DeMille, ma non mi convincevo mai, il perchè non lo so. Poi qualche giorno fa un’amica “svuota” la libreria e mi fa recapitare uno scatolone pieno di libri (ormai s’è sparsa la voce che riciclo, sistemo, e porto dove c’è bisogno di cultura, o quanto meno di lettura); apro lo scatolone e il primo libro che trovo è questo, e allora ho pensato che sarà destino che questo autore io lo debba leggere.
E sono soddisfatta di averlo fatto, un libro, a mio giudizio, bello, che ti coinvolge, che ti tiene l’attenzione alta, e perchè è una sorta di giallo, e perchè è zeppo di nomi e riferimenti storici a cui devi assolutamente prestare attenzione, la trama ne è farcita.
Forse qualcosina era da tagliare, ma una volta che ti ci infili dentro vuoi sapere e anche il superfluo è indispensabile, mi era presa una sorta di sete letteraria, l’ho letto anche di notte.
Mi ha fatto conoscere il Vietnam senza essere una guida turistica, mi ha fatto conoscere particolari di una guerra che sicuramente ancora oggi lascia tracce e ferite, come nessuno me ne aveva mai parlato (all’epoca del conflitto ero piccola ma mio padre ne parlava spesso con mia madre, a quei due non sfuggiva nulla, accidenti!).
Intrigante e avvincente la storia, belli e veloci i dialoghi (sembra di vedere i volti dei protagonisti leggendoli), descrizioni percise.
In questo romanzo c’è la trama, ovvio, ma ho letto che DeMille ha combattuto in Vietnam, quindi credo che la vera trama di questo libro sia lui stesso, ciò che ha provato, ciò che ricorda, gli incubi che lo perseguitano, come tutti i reduci di quella guerra maledetta che mio padre definiva “cattiva senza giustificazioni” (questo lo ricordo).
Da leggere se vi piace il genere thriller e anche alcune verità…
Ora mi dovrò decidere a leggere La figlia del generale, il libro che mi era stato proposto anni fa e mai avevo voluto farlo.

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Cercando Alaska – John Green

alaka Miles Halter, sedicenne introverso, colto, legge la vita di molti personaggi illustri e di questi memorizza le loro ultime frasi, quelle dette prima di morire. Tra le tante lo colpisce particolarmente la frase di François Rabelais:”Me ne vado in cerca di un Grande Forse”. Il ragazzo per cercare il suo grande forse si iscrive al terzo anno delle superiori in Alabama, alla Culver Creek Preparatory High School.
Qui conoscerà un mondo diverso da quello della Florida, dove vive, e amici particolari: Chip Martin, chiamato Il Colonnello, suo compagno di stanza che lo soprannominerà Ciccio vista la sua magrezza; Takumi Hikohito, che spesso viene tenuto allo scuro dei progetti del gruppo; Lara Buterskaya, rumena, con la quale avrà una breve relazione; ma soprattutto conoscerà Alaska Young, sensuale e bellissima ragazza, emotivamente instabile, imprevedibile, lunatica, di cui si innamorerà profondamente. Alaska ama leggere ed è ossessionata dalla sofferenza intima che da sempre l’accompagna.
Miles entrerà anche in contatto con i “Settimana Corta”, ragazzi ricchi che nei giorni feriali dormono al campus ma ogni weekend tornano a casa.
Miles subirà, al suo arrivo, uno scherzo rituale che però è appesantito da una modalità inusuale, pericolosa, questo porterà il gruppo degli amici ad attuare una serie di scherzi verso i Settimana corta.
Ogni qual volta si fa uno scherzo bisogna distrarre il preside, Mr. Starnes detto L’Aquila, rigoroso e attento al consumo di sigarette e alcol nel campus, molto legato ai suoi studenti. Di scherzo in scherzo il gruppo si affiata tantissimo; Miles comunque non trascura lo studio ottenendo ottimi risultati.
Alaska, in una serata di bevute, bacierà Miles e tenterà un approcio sessuale, ma la ragazza riceve una telefonata dal suo fidanzato, Jake, che gli ricorda il loro anniversario, dopo un pò Alaska in preda ad una specie di follia ricorda anche un’altra cosa che non rivela agli amici ma ai quali chiede di aiutarla a scappare dal campus. I ragazzi attuano un piano e lei va via.
Il mattino dopo il preside dà, a tutti gli studenti, una atroce notizia: Alaska era morta in un incidente stradale.
Il gruppo resta sconvolto e passeranno mesi prima che si possano riprendere e cercare di capire il perchè di quell’incidente.
Colonnello, Ciccio, Takumi e Lara, per ricordarla organizzano, prima della fine dell’anno scolastico, un ultimo grande scherzo in suo onore, uno scherzo che Alaska aveva progettato e mai realizzato.
Esame di fine anno di cultura religiosa, tesina: “Come farai tu, tu personalmente, a uscire da questo labirinto di sofferenza?” che è la domanda che sempre si poneva Alaska.
Miles riuscirà a trovare la riposta, anche se è convinto di aver perso il suo Grande Forse.

 
Ormai sono entrata nel circuito delle letture per adolescenti (ma non fanno male neanche agli adulti), forse ne uscirò quando mia filgia non lo sarà più, ma al momento non mi dispiace neanche un pò. E quindi eccomi qui a parlare di un altro libro dove fa da padrona la vita degi adolescenti, americani, ma sempre adolescenti…non sono forse tutti uguali in tutte le latitudini e longitudini?
In questo libro la domanda è il perchè della ricerca della morte, o se invece la morte è solo un incidente, nella vita di Alaska.
Questo libro è bello, ben scritto, fa riflettere, fa commuovere e anche sorridere. Quel dividerlo in prima e dopo è stato secondo me vincente, il prima prepara, il seconda ti propone il messaggio. Forse causa della mia età non più “acerba” vi ho trovato tanta dolcezza e bellezza in questi adolescenti “moderni” che sembrano sempre pronti a mordere la vita, ma che non hanno capito che è più facile che la vita morderà loro, ma è pur vero che se lo avessero capito che adolescenti sarebbero?
La storia mi ha coinvolto e non posso che ringraziare mia figlia per avermelo proposto. I temi trattati sono seri ma il modo semplice in cui vengono proposti ne facilità la comprensione.
C’è la paura della vita, la paura della sofferenza, il sesso, la gelosia, la voglia di libertà, la voglia di divertirsi, il dolore, la confusione interiore, insomma il perchè di tanti comportamenti adolescenziali: il labirinto…ciò che è la vita. Ecco Alaska è tutto ciò, è la metafora di tutto ciò.

 

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Quanta verità in queste parole, i giovani sono sempre in continuo movimento, sono sempre pronti a risollevarsi, perchè hanno la vita davanti a loro e la forza per affrontarla. Sono invincibili, è vero, altrimenti questa umanità si sarebbe già estinta. Insegniamoglielo (non mi date della bacchettona, ma della mamma, sono stata programmata per darla la vita)….

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Un libro per Hanna – Mirjam Pressler

index  Hanna, 14 anni, ebrea, tenta di emigrare dalla Germania per andare in Palestina, dove già vive sua sorella; per questo dovrà lascire la madre, con cui vive.
Parte con un gruppo di sei ragazze per la Danimarca, non invasa, all’inizio del conflitto mondiale, da Hitler perchè nazione neutrale.
Quando la ragazza si sente al sicuro avviene l’irreparabile, insieme alle amiche viene deportata nel campo di concentramento di Theresienstadt. Le ragazze si coalizzano per aiutarsi e non arrendersi alla tragedia che le ha travolte. Per non arrendersi alla follia e alla violenza umana, anche se non tutte ce la faranno.
 E’una storia vera, è una narrazione tanto precisa degli eventi che ti ci trovi dentro, vivi la storia, le paure, come se tu fossi la protagonista.
Un romanzo dolorosamente coinvolgente che però lascia spazio alla speranza, all’amicizia, all’amore. Un romanzo dove si evidenzia come è stata rubata la gioventù nel momento in cui era al suo culmine. Quanti sogni frantumati, annullati per volere altrui! Per un volere malato, cattivo, fanatico che ha lasciato segni indelebili nelle persone che sono sopravvissute a tanto orrore.
A me ha toccato il cuore; ancora conoscere l’orrore di uno spaccato terribile della nostra storia che non si può dimenticare, ignorare.

 
“Ho conosciuto Hanna B. più di trent’anni fa, in un kibbutz nella Galilea superiore, e da allora l’ho incontrata quasi ogni anno. Andavamo d’accordo e spesso facevamo lunghe chiacchierate insieme. Naturalmente mi ha raccontato anche molte cose della sua vita. La sua morte, nel 2006, è stata un duro colpo per me e da quel momento non ho mai smesso di pensare a lei. (…) Non voglio che la storia di Hanna B., per quanto la conosco passi sotto silenzio e venga dimenticata. Non potevo scrivere un libro su Hanna, ormai è troppo tardi, allora ho scritto un libro per Hanna.”

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27 Gennaio 2015 – Giornata della memoria

217px-Arrivederci_ragazzi_copertina-AndreabrugionyArrivederci ragazzi –  Louis Malle.

 1944, 2ª guerra mondiale, non lontano da Parigi, in un collegio dei padri Carmelitani di cui padre Jean ne è il direttore, arrivano tre ragazzi: Jean Bonnet (vero cognome Kippelstein), un ragazzo sfuggente e misterioso, Julien Quentin e suo fratello François, figli di un imprenditore della buona borghesia francese.
I tre ragazzi sono ebrei che aiutati da padre Jean si rifugiano al colleggio perchè così le famiglie pensano di poterli proteggere dalla furia nazista. Nessuno degli altri ragazzi presenti sa la loro vera origine.
Tra gli allarmi dei bombardamenti, le uscite ai bagni pubblici per usufruire dell’acqua calda che manca in collegio, la caccia al tesoro nel bosco, i tre diventano amici. Il tempo scorre apparentemente tranquillo fino al giorno in cui, durante una messa, mentre padre Jean parla della persecuzione degli ebrei condannandola, arriva un gruppo di militari tedeschi che preleva i tre ragazzi e un professore, anche lui ebreo, per portarli nei lager; l’artefice della spiata è Joseph, il ragazzo che lavora nelle cucine del collegio; viene arrestato anche padre Jean, sospettato di appartenere alla resistenza.
I ragazzi si guardano per l’ultima volta mentre padre Jean grida agli studenti: “Arrivederci ragazzi, a presto”.

 
Questo libro è tratto dal film omonimo (che non ho visto).
Su quell’arrivederci la commozione mi ha completamente sopraffatta.
E’ un libro coinvolgente e bellissimo, ma molto triste.
Una storia che parla di una forte e bella amicizia, di come questa venga brutalmente spezzata, di come si potesse vivere nella grande incertezza giornaliera del momento, della crudeltà di un genocidio indimenticabile, che non ha risparmiato neanche le giovani vite.
Ho apprezzato come sia stato dato risalto agli sguardi tra i ragazzi, un mondo silenzioso per comunicare, capire, approvare, disapprovare, mi è piaciuta la complessità dei caratteri, mai superficiale, anzi intensa, reale.

 

-I tre ragazzi sono morti lo stesso anno nel campo di concentramento di Auschwitz.
-Padre Jean mori nel campo di concentramento di Mauthausen.

 

PER NON DIMENTICARE
se mai questo è possibile, mi chiedo.

Lascio alle parole (un estratto da I sommersi e i salvati), di Primo Levi la chiusa a questo mio post, che vorrei non dover aver mai dovuto scrivere.

“L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni….Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati….È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”

 

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Tanto per…

…dire qualcosa. Ieri mattina mia mamma è stata aggredita mentre faceva una passegiata, una giovane donna con un bambino nel passegino l’ha afferrata per la gola e sbattuta contro un muro, gli intimava di darle i soldi mentre cercava una inesistente collanina, mia madre gli diceva “lasciami che ti dò qualcosa”, ma lei niente, ad un certo punto è arrivato un ragazzo che cercava di spingere via la donna, mia madre si stava rendendo conto che qualcuno aveva infilato la mano nella sua shopper….Intanto il dottore e un’assistente della farmacia di turno, si erano accorti della cosa e sono usciti correndo verso mia madre, i due si sono dileguati, e si! erano “compari”; non ringrazierò mai abbastanza queste persone che prontamente l’hanno soccorsa. Per fortuna non ha riportato ferite o quant’altro, ma il medico ha insistito per chiamare le forze dell’ordine e un familiare. All’arrivo di mio fratello si sono resi conto che gli era stato sottratto solo un piccolo borsello dove erano conservati buoni sconto e 5 euro. Devo dire che mia mamma è stata coraggiosa, è rimasta lucida e tranquilla, è riuscita a dare una spiegazione fisica delle persone che l’hanno aggredita. Io questa cosa l’ho saputa solo ieri sera, mio fratello sapeva che se lo avessi saputo nell’immediato sarei partita subito per Roma, voleva evitarlo; ma l’ho fatto, ho passato la notte da mia madre, e mentre lei dormiva la guardavo; è diventata minuta e fragile, e, come ho scritto in precedenti post, ho capito che la mia tolleranza nei confronti di alcune persone e fatti è ridotta allo zero, una delle cose più “schifose” è aggredire un anziano praticamente indifeso….Avrei voluto averli tra le mani, lo dico senza vergogna, una bella passatina me la sarei concessa. Non posso più giustificare nessuna forma di violenza, assolutamente no. E non mi si venga a parlare che i tempi sono critici…che la gente ha fame…che la gente ha perso il senso del rispetto…non ascolto più nulla. Se tutti andassimo in giro a picchiare altri o quant’altro….Mi sono alzata alle 6, ho fatto colazione con lei e poi sono tornata a casa, con lei rimaneva mio fratello. Avevo bisogno di placare la mia anima, il mio cuore e i miei nervi e sopratutto voler ancora credere che c’è del buono in questa vita.

Come?  Guardando tanta gioventu’ sana29 sett 2014 guardando il volto di mia figlia e i suoi occhi luminosi capire che solo loro possono essere il riscatto di questa società terribilmente malata;  guardare la natura che malgrado l’autunno che avanza mi ricorda che c’è sempre una vita ad illuminare le mie giornate, i momenti bui DSC06661DSC06652; che quella pianta che tanto amo e ho curato fina da quando non era più alta di 50cm sia diventata enorme e mi incita alla vita: per ogni ramo che taglio lei me ne dono altriDSC06654, e mi ripaga tenendo al caldo le piccole vite del giardinoDSC06650, perchè anche la più piccola vita è un dono sacro. E poi ripensavo alle parole di mia madre mentre mi raccontava “….l’ho detto al poliziotto, per favore fermateli, io sono stata fortunata, altri potrebbero farsi veramente male….”, fortunata…e nel cuore mi si è infilata una spada di dolore e per sfogarla ho preso i cani e sono andata a correre da AmerigoDSC06655Foto2187, con Jo che cresce felice (in un mese ha acquistato circa 5 kg)Foto2175 e mi viene voglia di guardare se c’è ancora la tana del serpente, sbircio e sento un brivido dietro la schien, mi volto è lui è dietro di me, verde, lungo più di 1 metro e mezzo, resto paralizzata, Angel e Jo corrono verso di me e lui velocissimo si volta e fugge, li avrei baciati, invece li incito a correre a casa, dove il piccolo (perchè ancora lo è, 9 mesi), si fa coccolareFoto2193 e si addormenta23 ott 2014 (10)23 ott 2014 (4), sicuro…sicuro, che bella questa parola ormai demodè! E poi giù nel bosco perchè mi chiama R. e mi dice  “…se vuoi puoi arrivare oltre la radura, abbiamo aperto fino al rio…”, riparto e mia figlia dice “..a mà oggi non hai pace…dai andiamo.”, pace, che bella parola, la cerco sempre, la sogno, la offro, ma sempre più difficilmente la trovo. Ora sono serena, la pace l’ho trovata guardando questo meraviglioso tramonto che mi fa pensare che un giorno se ne stà andando e l’altro che verrà sarà migliore, in barba all’intervento chirurgico, anche se banale, che subirò mercoledì. La natura, lei è la mia medicina, l’uomo è il mio tormento

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50 e 50

50jA metà mattinata  arriva la mia amica Roberta, avevamo deciso ieri di vederci un film. La mattinata, e ora non è meglio, è stata uggiosa, piovigginosa e grigia da morire; sicuramente non abbiamo scelto un film che la colorosse o rallegrasse, ma la scelta ormai era stata fatta da qualche giorno.
Il film, di Jonathan Levine, è tratto dalla vera storia dello sceneggiatore, giovane uomo che conduce la vita di tutti i giovani fino al giorno in cui scopre, a causa di un mal di schiena, di avere un cancro. Di quelli agguerriti che lasciano  un margine del 50% di sopravvivere.
Si snoda così la vita che, costretto, condurrà da quel giorno, tra ospedale, cure, malattia, terapia psicologica e barcamenandosi nella vita di tutti i giorni: problemi con la fidanzata, il suo migliore amico, una famiglia problematica.

Un film sicuramente drammatico, ma che lascia spazi anche all’allegria e ai sentimenti. Bravissimo Joseph Gordon-Levitt che interpreta Adam, il protagonista, il suo calarsi nel personaggio è molto, molto reale.
Il cast l’ho trovato giusto, a partire dalla bravissima Anjelica Huston, la madre.
Un film che commuove ma senza voler a tutti i costi far piangere, anzi….Lo definirei un film strepitoso.
Ogni volta che vedo un film che presenta queste tematiche vengo catapultata nel periodo della mia malattia (anche se alcuni momenti vissuti sono sempre con te ); alcune situazioni ed emozioni le ho vissute a pelle, e non una volta sola, purtroppo. Nel film si tocca la paura di morire, la rabbia covata (e in questo caso esplosa tardi, ma vi assicuro che ho visto scene veramente drammatiche), l’aiuto che si riceve e quello che invece ti aspetti e non vedrai mai.
Finito di vedere il film Roberta mi ha chiesto come avessi vissuto quel periodo e allora ho ricordato i miei “look” nati per coprire i miei 48 kg: gonne zingaresche, orecchini vistosi, turbanti e folulard annodati  con una certa originalità per coprire la mia testa ormai rasata, volontariamente, a zero, ma che non mi dispiaceva neanche un pò; rasata volontariamente, si, perchè non potevo aspettare di “spennacchiarmi” gradatamente, e non volevo una parrucca. Gli ho raccontato delle mie preghiere fatte al mattino nella cappella dell’ospedale, delle notti insonni da cortisone ingerito in dosi da cavallo, della mia dottoressa che era diretta, franca, ma incredibilmente simpatica e capace (al contrario di chi l’ha sostituita e per un pelo non mi ha mandato al Creatore). Gli ho raccontato di come salissi la rampa della scalinata che portava al reparto senza aiuto, mai preso l’ascensore, era la mia scalata, la mia meta stabilita per non arrendermi, salivo come una lumaca, con fatica, ma ho tenuto fino all’ultimo giorno; gli ho raccontatao delle ore passate sulla terrazza  dell’ospedale al sole, perchè la luce era una benedizione, delle ore ferme con l’ago infilato che non mi disturbava, l’ho amato in quei momenti, insieme alla kemio erano i miei guierrieri, quelli che accoglievo perchè mi aiutassero nella battaglia. Gli ho raccontato di come avessi disegnato “la stecca”, quella che una volta usavano i militari per il passare dei giorni, come tornavo a casa ne barravo la tacca e tenevo i conti, erano 13 e 13 sono state. Di come, finita la kemio andavo in bagno e le mie urine erano colorate (che tocco di originalità!), rosse: kemio da 5 ore, verde: kemio da 3 ore,  arancio: kemio da 1ora e 45 minuti, la terribile. Gli ho raccontato di chi è stato con me e ancora c’è ma anche di coloro (molti, troppi) che se ne sono andati per sempre, coloro con cui ho riso, sorriso, pianto, discusso, consolato. Gli ho raccontato di come ricamassi, cucissi, dipingessi per non far addormentare i polpastrelli, di come  diligentemente mi attenessi alla dieta stabilita pur vendo una voglia pazza di dolci, per non potermi rimproverare niente; di come in quelle ore non pensassi a mia figlia che aveva solo nove mesi, perchè allora sarei crollata pensando di esseregli lontana per tante ore e di come abbiamo dovuto comprare una sedia a dondolo per permettermi di cullarla, le mie braccia non la potevano sostenere perchè i miei muscoli si assottigliavano sempre di più con i liquidi che usavano per la cura…Una parte di vita dura, durissima, ma che mi ha insegnato tanto, mi ha dato tanto, mi ha fatto conoscere tanto e sopratutto mi ricorda ogni giorno che la vita è un dono troppo grande e la si deve difendere fino all’estremo. Con amore, con pazienza, con coraggio, con fede.

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