TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Volevo scrivere…

…che in Italia niente cambia: soliti intrecci, favoritismi, traffici, missioni di solidarietà che tali non sono, sindaci/che che chiedono trasparenza e che trasparenti non sono, che prendono compensi altissimi (117mila euro annui, ad esempio…), e te credo che “nun se tocca…”;

Vocazione di San Matteo – Hendrick Terbrugghen
(Gesù chiama matteo mentre riscuote le tasse)

volevo scrivere che i romani pagano 162euro l’anno, a Berlino 75….ma la monnezza c’è sempre a dispetto delle tante parole e promesse (false ovvio) fatte; volevo scrivere che alcuni assessori comunali per un part-time prendono 7mila euro, e certo! il problema non c’è visto che gli italiani sono il popolo più tartassato tra imposte e contributi;

“Anche sorgenti e pozzi si esauriscono quando si attinge troppo e troppo spesso da loro.” – Demostene

volevo scrivere che i partiti si ingozzano di contributi parlamentari e rimborsi ma si dichiarano sempre in rosso….; che le pensioni sono sempre più basse e in età sempre più avanzate, che alcuni non le prenderanno mai, volevo scrivere che la forza lavoro invecchia sempre di più mentre i giovani continueranno ad essere immobili, l’Italia rallenta. Volevo scrivere, ma non trovo le parole giuste e siccome, come dice Publio Cornelio Tacito “… le chiacchiere non producono nulla” , o come dice Catone “Bisogna prestare poca fede a quelli che parlano molto”, chiudo qui e vi auguro la buona notte.

 

La Morale

Una bella matina er direttore

d’un Giardino Zoologgico vestì

le scimmie, le scimmiette e li scimmioni

co’ li calzoni de tela cachì.

Una vecchietta disse: – Meno male!

ché armeno nun vedremo certe scene…

Er direttore l’ha pensata bene:

se vede che je preme la morale…. –

Una scimmia che stava ne la gabbia

tutta occupata a rosicà una mela,

intese e disse: – Ammenoché nun ciabbia

un parente che fabbrica la tela…….

Trilussa

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29 Ottobre 2015

img_2716  E accade che, quando le luci si abbassano e sulla sala scende il silenzio, sul palcoscenico quel cono di luce illumina le parole…illumina i cantori di tanta meraviglia, i generosi attori della Compagnia del Cavaliere.
E quelle parole infrangono il silenzio portando nel loro suono fantasia, spirito, immaginazione.
E quelle parole sono legate a Louis Aragon, scritte da Andrè Breton, volano sull’espressività pura di Dino Campana, si colorano dei versi di Paul Klee, si avvolgono della meravigliosa prosa di Gerardo Diego..

 

 

Rosa mistica

Era lei
E nessuno lo sapeva
Ma quando passava
Gli alberi s’inginocchiavano
E nei suoi capelli
Si intrecciavano le litanie.
Era lei.
Era lei.
Sono svenuto fra le sue mani
Come una foglia morta.
Le sue mani ogivali
Che davano da mangiare alle stelle
Volavano nell’aria
Romanze senza suono

E sul suo cuscino di passi

Mi sono addormentato.

E poi si chiudono con una tra le più belle poesie che siano mai state scritte, su quell’amore che Jacques Prévert ha reso struggente e passionale, e che la voce di Barbara Bricca ha tessuto come seta preziosa

Questo amore

Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato

Questo amore
Bello come il giorno
Cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo

Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gioioso
Così irrisorio

Tremante di paura come un bambino quando è buio

Così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte

Questo amore che faceva paura
Agli altri
E li faceva parlare e impallidire

Questo amore tenuto d’occhio
Perché noi lo tenevamo d’occhio

Braccato ferito calpestato fatto fuori negato dimenticato
Perché noi lo abbiamo braccato ferito calpestato
fatto fuori Negato cancellato
Questo amore tutto intero
Così vivo ancora
E baciato dal sole

È il tuo amore

È il mio amore

È quel che è stato

Questa cosa sempre nuova
Che non è mai cambiata

Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda viva come l’estate

Sia tu che io possiamo
Andare e tornare
Possiamo dimenticare
E poi riaddormentarci

Svegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora

Sognarci della morte
E svegli sorridere ridere
E ringiovanire
Il nostro amore non si muove

Testardo come un mulo
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Stupido come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino

Ci guarda sorridendo
Ci parla senza dire
E io l’ascolto tremando

E grido

Grido per te

Grido per me

Ti supplico

Per te per me per tutti quelli che si amano
E che si sono amati

Oh si gli grido
Per te per me per tutti gli altri
Che non conosco

Resta là
Là dove sei
Là dove eri altre volte
Resta là
Non muoverti
Non te ne andare

Noi che ci siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci

Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci morire assiderati

Lontano sempre più lontano
Non importa dove
Dacci un segno di vita

Più tardi, più tardi, di notte
Nella foresta del ricordo
Sorgi improvviso
Tendici la mano
Portaci in salvo

Ma la magia che quelle parole creano non finisce su quelle assi di legno, non si perde nell’aria carica di emozione, quella magia si avvolge come una carezza alla pittura, e si alla pittura, perchè quando il teatro accarezza la mano a questa forma d’arte, lei non si ritrae, anzi si mostra e il sogno continua.
r319 Volti di donne nascosti tra fiori fulgenti, r320 vette innevate dalla purezza arcaica, r321 angeli di etereo fulgore, r318 profumi che tingono la tela di rosso, di rosa, di azzurro…r322 farfalle tanto delicate che solo la sensibilità di una creatura dolce come Paola Bernardi* può trasformare in emozione. Una creatura che della luna ha saputo catturare l’arcana profondità.

Copia di r321(con questa tua opera omaggio te Paola, figlia della Luna)

Una serata dolce, in una Roma spettinata dalla brezza leggera dell’autunno, dove la Musa Erato, la Musa Talia, la Musa Pictura,  mi hanno regalato bellezza, cultura, emozione, amicizia.
Grazie.

20151029_202128-1-120151029_202316-120151029_202215*Paola Bernardi, artista di estrema delicatezza d’animo, esprime la sua arte con la pittura digitale che implica l’uso di strumenti tecnologici.

(mi scuso per la pessima resa delle fotografie ma sono un pò “negata”…)

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L’amore

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto…”                                                                                                                                                                              Ludovico Ariosto da L’Orlando furioso (1530 circa)

 

L’amore è l’argomento più diffuso di ogni tempo, se ne parla sempre; poeti, scrittori, pittori, comuni mortali…sempre l’amore ha rapito gli uomini e le donne; amori romantici, tragici, misteriosi, commoventi, banali; amori che fanno sognare, amori che uccidono.
Dell’amore si danno tante definizioni.

 

C’è chi dice che l’amore è una droga pesante che può portarti alla rovina.
Chi dice che l’amore è irrazionalità se porta a gesti incontrollati, perfino uccidere.

 

“Qualunque cosa distrugga la libertà
non è amore:
amore e libertà
vanno a braccetto.”
(Osho)

Chi dice che l’amore è tradimento.
Chi dice che l’amore è anche odio.
Amy Winehouse diceva che “L’amore è un gioco in cui si perde”

 

“L’amore non è un abito confezionato
ma stoffa da tagliare,
cucire e,
spesso, riparare.”
(Michel Quoist)

E’ vero che l’amore da gioia ma anche dolore, da illusioni e disillusioni, felicità ma anche mlinconia, ti può soddisfare ma anche far soffrire. Comunque sia l’amore, disperato o splendido, tutti vogliamo provarlo.

 

Per me l’amore è una droga che inebria senza portare alla rovina ma alla voglia di provare ancora, una sana dipendenza.
L’amore è anche irrazionalità, ma non può portare a far morire, quello non è amore.
Perchè l’amore dovrebbe essere tradimento? Il tradimento è un gesto vile in amore, ma può accadere e nessuno ha il coraggio di parlarne, allora una parte dell’amore che si prova per l’altro scompare.
Odio, l’altra parte dell’amore, ma se si può provare odio e amore contemporaneamente è vero amore?
L’amore è un gioco quando entrambe le parti sanno che è passeggero, lo vivono con ilarità, può essere il gioco della passione, un’avventura…l’amore non è un gioco, è una cosa incredibilmente seria; se vuoi costruire qualcosa di solido (che non è detto debba durare per sempre) non può essere un gioco, se lo consideri così allora si che hai perso, prima di iniziare, hai perso te stesso, hai messo la possibilità di non farcela prima che fosse realtà, hai ceduto alla non responsabilità.
E perchè si deve perdere in amore? C’è il perdente in amore? Non credo, la fine di un rapporto ha per me sempre concause, non c’è perdente, ci sono solo due entità che si slegano e cercano nuove vie per ricominciare, chi si sente perdente assume su di se responsabilità che non può avere totalmente, o crede di essere la causa principale dell’abbandono.
Io ho una situazione stabile, ma per amore ho sofferto, ho fatto soffrire, ho giocato consapevolmente e sostenuta dall’altra parte, sono stata illusa e disillusa, ma mai potrei parlare dell’amore con tanta negatività, l’amore è di più, l’amore è vita…Amare vuol dire lasciarsi andare alla magia che la vita rappresenta.

 

“Il cuore gli si era infeltrito, e aveva creduto
che potesse restare così per sempre. E invece
poi quanta emozione, quanto subbuglio
d’amore.”
(Alice Munro)

“La potenza dell’amore,
una forza che dall’alto mi pulisce l’anima.”
-The power of love-

1484

“La verità, vi prego, sull’amore…”

Ditemi la verità, vi prego, sull’amore
Alcuni dicono che l’amore è un bambino
e alcuni che è un uccello
alcuni dicono che fa girare il mondo
e altri che è solo un’assurdità,
e quando ho chiesto cosa fosse al mio vicino
sua moglie si è seccata e ha detto
che non era il caso di fare queste domande.
Può assomigliare a un pigiama
o a del salame piccante dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare un lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
È tagliente o ha gli orli lisci e soffici?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

I libri di storia ne parlano
solo in piccole note a fondo pagina,
ma è un argomento molto comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sulle copertine degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un cane affamato
o fa il fracasso di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
con una sega o con un pianoforte Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
O apprezzerà soltanto musica classica?
La smetterà quando si vuole un po’ di pace?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

L’ho cercato nei chioschi del giardino
ma lì non c’era mai stato:
ho anche esplorato le rive del Tamigi
e l’aria balsamica delle terme.
Non so cosa cantasse il merlo
o che cosa dicesse il tulipano,
ma certo non era nel pollaio
e nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon cittadino o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se un po’ audaci?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto grattando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sull’autobus mi pesterà un piede?
Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
Ditemi la verità, vi prego, sull’amore.

W.H. Auden

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Mrs. Poe – Lynn Cullin

poe   “…Erano solo parole, certo, ma per una poetessa come me le parole sono moneta corrente: conosco il loro valore, la loro potenza. In una poesia so essere assai più audace e appassionata, posso andare oltre i limiti di un garbata conversazione. Poe non doveva fare altro che leggere tra le righe…”

 1845, New YorK, Frances Osgood, poetessa, incontra Edgar Allan Poe.
Frances vive, ospite con le due figlie piccole, a casa dei coniugi Bartlet, dopo che suo marito, il pittore Samuel Osgood, donnaiolo incallito, l’ha abbandonata all’Astor House, lussuoso albergo dove vivevano, per andare a Cincinnati con una ricca ereditiera americana.
Poe e Frances si incontrano spesso in casa di Anne Lynch, dove si tiene il più celebre salotto letterario del tempo. Il salotto è frequentato dai grandi nomi dell’epoca: Margaret Fuller, scrittrice; Walter Whitman, poeta; Audubon, ornitologo e pittore; Stephen Pearl Andrews, fondatore del Movimento per il Libero Amore; il reverendo Griswold…
Poe gode di grande fama soprattutto dopo aver pubblicato Il corvo. lo scrittore è sposato con Virginia, una sua cugina.
Tra Poe e Frances si instaura subito un’attrazione che si trasformerà da amicizia in amore, vissuto con sotterfugi, incontri appassionati e drammaticità.

 

“A colei il cui nome è scritto dentro”

Furono scritti, questi versi. per colei i cui occhi,
brillanti e vivi come le stelle di Leda,
tradurre sapranno il dolce nome che s’annida
qui nella pagina, velato a ogni lettore.
Setaccia bene le parole, che celano un tesoro
immane: un talismano, un amuleto
da indossare sul cuore. Versi,
parole e singole lettere, dovrai cercare, e non scordare
le minuzie o sarà fatica vana.
Che nodo gordiano qui non troverai
da dover slegare con la spada.
Basta seguire la trama sul foglio
che oggi scrutano i suoi occhi dolci
fra i versi vagando sperduti;
un nome forse sentirai,un nome da poeti o…poetesse.
Disposte in giusta sequenza, le lettere mendaci,
danno un suono che ognun conquista…
E se ancor fatichi a scorgerlo, mia cara,
vuol dire che sei un poco somara…
E ora dono questa sciarada a chi sciogliela saprà.

E’ un romanzo storico, stupendo (a me è piaciuto molto), incentrato sul triangolo amoroso (che fece molto discutere all’epoca, non è finzione ma realtà come si evince dalle poesie che Poe e Frances si scambiarono, le lettere invece sono misteriosamente scomparse) in cui Poe si divide tra Frances Osgood e la sua sposa bambina, Virginia.
Scritto senza troppe pretese, in modo semplice e lineare, ma mai banale, in questo romanzo fanno da padrona la trama, la vita di Frances, donna abbandonata che vivrà un grande sconvolgimento nella vita per amore di Poe, un amore molto coinvolgente che nascerà nell’inverno del 1845 e finirà con l’inverno del 1847, e la poesia, padrona dell’animo di entrambi i protagonisti ma che verrà vissuta da entrambi in modo diverso. Superba la descrizione psicologica dei tre protagonisti (Poe, la Osgood, Virginia) che intrecceranno, quasi in un destino assurdo, non solo le loro vite ma anche le loro morti, una parte drammatica di queste vite spezzate ancora giovani. La ricostruzione storica e sociale è perfetta; descritti perfettamente anche tutti i personaggi coinvolti.
Poe e Fraces pagheranno in modo devastante il loro innamoramento, la loro intensa passione.
Un romanzo non moderno se si pensa che non c’è neanche una scena di sesso descritto, ma solo accennato, anche in quella unica notte d’amore che i due vivranno, ma dove l’intensità dell’amore esce alla grande anche solo descrivendo le mani che si sfiorano, gli sguardi, le parole dette…non mancano eventi tenebrosi tanto per non smentire la natura dello scrittore.
Non svelo di più, magari qualcuno volesse leggerlo, e lo consiglio vivamente, accenno solo che una parte importante e inaspettata l’avrà la suocera di Poe, la signora Clemm e incontrerete Fanny Fay….

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Collaborazione….

IO VADO FINO AL CIELO

Sono un porto teso tra terra, questa, e il 933967_191029431051109_540932734_n
mare di domani – pianta salde alle radici –
tra mani materne e confini quotidiani,
l’aria frizzante all’alba mi solletica le narici

che d’incanto annusano ogni odore
come gli occhi sono pronti ad ogni colore
come le mani ad impastare un futuro
che incastonato nel cuore ancora tace.

Mi capita che i passi siano incerti, mi tengo
avvinta a piccoli desideri o mi aggrappo
tutta ai sogni, come quando seduta
all’altalena mi dondolo fino alle stelle…

… e di quelle sono regina
porto il nome della Luna
– bianco latte lei mi illumina –
mi arrampico sui gradini e lenta
…io vado fino al cielo…

componimento di Melissa e Antonia (https://dasemprevibradentroamore.wordpress.com)

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L’ultimo dono – Sándor Márai

dono

-Morte, accoglimi come tuo figlio (Kosztolányi). Forse è meglio in quest’altro modo: Morte, ti accolgo come mio padre (Márai Sándor)

-La nascita non è un’esperienza, giacché è accidentale, – si verifica e basta, senza alcuna intenzione. La morte è un’esperienza, perché si verifica anche andando contro le nostre intenzioni. (Márai Sándor)

-Ho compreso di non averti mai amato, la sola che io abbia amato è la mia passione. (Márai Sándor)
Fra il 1986 e il 1987 Sándor Márai viene colpiti da diversi lutti: due fratelli, la sorella, il quarantaseienne figlio adottivo e la sua adorata moglie Lola, compagna per sessantadue anni.
Lo scrittore ha sempre sognato di poter morire insieme a lei, invece la vede andare via lentamente, l’unica cosa che può fare per lei è mantenere la promessa fattagli: disperdere le ceneri nell’Oceano.
La vita per lui non ha più senso, continua però a scrivere il suo diario dove annota riflessioni e pensieri sulla morte, dopo poco più di un anno dalla morte della moglie si ucciderà sparandosi alla tempia.

Un diario che mi ha commosso e addolorato allo stesso tempo mettendomi davanti ancora una volta come una malattia può devastare la vita. Un diario dove è bellissimo leggere l’amore con cui Márai vede ancora la bellezza dell’ormai ottanteseienne donna che lo ha affiancato tutta la vita. Un diario dove mi è dispiaciuto, io che amo la vita ad oltranza, non veder realizzato “l’ultimo dono“ che l’uomo chiedeva di veder realizzato. Un diario che mi ha fatto scoprire diversi letterati, poeti, romanzieri ungherese a me sconosciuti e dai quale sono affascinata.
Un libro bellissimo che va metabolizzato e assaporato anche se intriso di dolore.

 

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Pace

Auguro a tutti una Domenica serena e di pace; la mia lo sarà. Tra poco andremo a pranzo dai nostri vicini romeni, Pietro ci ha tanto aiutati durante i disagi della neve di due anni fa, eravamo già molto amici, ma ora la nostra amicizia si è rafforzata. Ho preparato delle verdure e il dolce, primo e pietanze di secondo aspettano a Giovanna. Questa giornata me la voglio proprio godere.

Quanto è bello pensare alla serenità e alla pace, apre l’animo, il cuore, la mente. E intanto nel mondo sempre guerre, terrorismo…Mi viene in mente la bellissima poesia di Bertol Brecht, scritta nel 1939 durante l’esilio danese a cui fu costretto per il nazismo; una poesia nata durante la guerra mondiale, il nazismo, lo sterminio di popoli innocenti…una poesia che nasce come monito di pace e anche di ricordo, per chi verrà, ma rivolta anche a se stesso. Sarebbe bello leggerla ogni tanto.

A COLORO CHE VERRANNO3805-442562

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!

Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

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Piove…

…e tanto, lampi e tuoni a iosa. L’aria è più fresca ma ancora ho voglia d’estate.

“…Improvvisamente fu piena estate.159062
I campi verdi di grano, cresciuti e
riempiti nelle lunghe settimane di piogge,
cominciavano a imbiancarsi,
in ogni campo il papavero lampeggiava
col suo rosso smagliante….”

da Estate di Hermann Hesse

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