TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Bonifacio IV

Chi era Bonifacio IV?
Nasce nella Marsica, prima di essere eletto papa fu monaco.
Così viene ricordato: “8 maggio – A Roma presso san Pietro, san Bonifacio IV, papa, che trasformò in chiesa il tempio del Pantheon ottenuto dall’imperatore Foca e lo dedicò a Dio in onore della Beata Maria e di tutti i martiri; fu pieno di meriti anche a riguardo della vita monastica. »
In sette anni di pontificato accadde di tutto , carestie, pestilenze,, inondazioni, decadenza morale…
Ma al papa interessava il Pantheon di Agrippa, uno dei più belli di Roma, “…che sorge in mezzo ad altri edifici marmorei irremidiabilmente danneggiati dall’inondazione del 590.” Il Tevere non aveva scosso le fondamenta:”…L’imponente vestibolo si ergeva intatto con le sue sedici colonne granitiche sormontate da capitelli corinzi di marmo bianco, le statue di Augusto e di Agrippa erano ancora in piedi nelle nicchie in cui Agrippa stesso le aveva collocate.l’ingiuria del tempo non aveva ancora potuto spezzare le travi di bronzo dorate che formavano l’armatura del tetto e persino le tegole bronzee che coprivano l’atrio e la cupola splendevano intatte.”
Bonifacio IV “..guardava con desiderio quel capolavoro dell’architettura antica che sembrava possedere tutti i requisiti di una chiesa cristiana…”

Chiese l’autorizzazione all’imperatore bizantino Foca per trasformare il tempio romano in un luogo di culto cattolico (in cambio fu eretta nel Foro Romano una colonna onoraria dedicata all’imperatore che fu lieto della benevolenza dei Romani, con una sua statua in bronzo dorato posta sulla cima).

Nel 609 l’edificio venne convertito in una chiesa cristiana intitolata alla Madonna Regina dei martiri (Santa Maria ad Martyres), la cerimonia della consacrazione fu delle più solenni, sembra che Bonifacio abbia fatto prelevare, dalle numerose catacombe romane, ventotto carri pieni di ossa di martiri cristiani che furono tumulate sotto l’altare principale della nuova chiesa.
All’interno del monumento risuonarono per la prima volta canti intonati da preti che sfilavano in processione, , il papa aspergeva le pareti con acqua santa. Una leggenda popolare, nata perchè i Romani consideravano quel luogo una sede infernale, narra che alle note del Gloria, si videro alzare in volo schiere di demoni atterriti che volevano uscire attraverso l’apertura della cupola, erano in numero pari a quello delle divinità pagane. Per i romani l’apertura venne provocata dalle corna di un grosso diavolo uscito dal corpo di un indemoniato; il Belli invece dice che:

LA RITONNA

Sta cchiesa è ttanta antica, ggente mie,
Che cee l’ha ttrova er nonno de mi’ nonna.
Peccato abbi d’avé ste porcherie
Da nun èssesce bbianca una colonna!
Prima era acconzagrata a la Madonna
E cce sta scritto in delle lettanie:
Ma ddoppo s’è cchiamata la Ritonna,
Pe ccerte storie che nun zò bbuscìe.
Fu un miracolo, fu; pperché una vorta
Nun c’ereno finestre, e in concrusione
Je dava lume er l’uscio de la porta.
Ma un Papa santo, che cciannò in priggione,
Fesce una crosce; e ssubbito a la vorta
Se spalancò da sé cquell’occhialone.
E ‘r miracolo è mmóne
Ch’er muro, co cquer buggero de vòto,
Se ne frega de sé e dder terremoto.

1831

-LA ROTONDA

Questa chiesa è tanto antica, signori miei,
che già la trovò il nonno di mia nonna.
Peccato dover avere queste porcherie
da non esserci una colonna bianca!
Prima era consacrata alla Madonna
e c’è scritto in quelle litanie:
ma dopo si è chiamata la Rotonda,
per certe storie che non sono bugie.
Fu un miracolo, fu: perché una volta
non c’erano finestre, e in conclusione
gli dava luce l’apertura della porta.
Ma un Papa santo, che ci andò in prigione,
fece una croce; e subito nella volta
si spalancò quell’occhione.
E il miracolo è ora che
il muro, con quello sproposito di vuoto,
se ne frega di sé e del terremoto.

(il papa non era quello di cui stiamo parlando, effettivamente non si è mai stabilito chi fosse)

Bonifacio IV morì l’8 maggio 615 e fu sepolto in San Pietro.

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Leggende e curiosità

Sulla fondazione di Roma si sa qual’è la leggenda più accredidata, la famosa lupa… ma sulla città di Roma ce ne sono tantissime di leggende.

fororomano
Ad esempio, nel 753 a.C. il Foro Romano era una malsana palude dove si svolse la battaglia fra romani e sabini, conseguenza del famoso ratto delle sabine.
Il comandante dei sabini Mezio Curzio precipita in un fosso, con il suo cavallo, a causa della melma; quel luogo fu chiamato “Lacus Curtius” (lago di Curzio), fu bonificato, riempito di terra e considerato sacro.
Nel 393 a.C. quel fosso si riapre improvvisamente creando una grossa voragine, la leggenda dice a causa di un fulmine; segnale infausto degli dei, consultati gli oracoli il responso fu che la loro ira si sarebbe placata e la voragine richiusa solo gettandovi ciò che Roma avesse di più prezioso, ma di tutte le offerte gettate nessuna ebbe l’effetto sperato..
Ciò che Roma aveva di più prezioso era l’esercito e questo fu capito da Marco Curzio, il più valoroso fra i soldati romani. Marco Curzio indossò l’armatura, salì sul suo cavallo e si gettò con esso nella voragine. L’ira degli dei si placò e il fosso si richiuse grazie al sacrificio del soldato.
i-resti-del-lacus-curtius-nel-foro-romano L’assurdo di questa leggenda è che il Lacus Curtius è stato trovato durante i scavi effettuate nelle parte più antica del Foro Romano, con all’interno un antico rilievo marmoreo.

 
Altra leggenda che ha radici nella festa del Vulcanale; non si sa con sicurezza se all’inizio di aprile, o giugno e agosto si teneva una feste dove i pescatori del Tevere bruciavano in un falò tutti i pesci pescati in giornata, di fronte al Vulcanale, tempio di Vulcano il Dio degli incendi, ma che propabilmente a Roma era personificato con Giove.
Giove chiese di sacrificare a lui un uomo, per porre fine alla pestilenza che imperversava in quel periodo, tagliandogli la testa, Numa Pompilio rifiutò questo sacrificio e sacrificò la testa di un pesce; Giove, conquistato dalla fermezza del re si accontentò e promise benevolenza, il giorno dopo tre rombi di tuono annunciarono ai romani la discesa del Sacro Ancile, uno scudo rotondo che planò sul Foro Romano e fu posto insieme agli altri sei pegni della potenza romana* (pignora imperii): Il Palladio, l’Ago di Pessinunte, la quadriga di Vejo, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Ilionea. La ninfa Egeria aveva rivelato che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente, allora Numa, per evitarne il furto da parte dei nemici, ordinò a Mamurio Veturio di fabbricarne altri undici uguali che, con quello originario, furono affidati a dodici giovani patrizi, i Salii che, alle idi di marzo, li portavano in processione per le vie di Roma, e poi solennemente li custodivano scudo

 

* Il Palladio era un talismano, simulacro di Minerva palladio, che aveva il potere di difendere un’intera città, il più famoso era nella città di Troia che fu distrutta solo dopo che Ulisse riuscì a rubarlo; un’altro era custodito nell’antica Roma, si dice portato da Enea, secondo Arctino di Mileto invece Ulisse non rubò il vero Palladio perchè Enea lo portò con sé in Italia depositandolo nel tempio di Vesta (nel Foro Romano); la tradizione vuole che il Palladio sia stato distrutto dalle ultime Vestali nel 394 per evitarne la profanazione.

pessinunte * L’ago di Pessinunte era una pietra nera, sacra, di forma conica, che i Romani trasferirono a Roma da Pessinunte (una delle principali città della Galazia), nel 204 a.C., per scongiurare la vittoria di Annibale; esso era conservato nel tempio della Magna Mater, sul Palatino.
* La quadriga di Vejo era un’opera prodotta in terracotta dal leggendario scultore etrusco Vulca, originario di Veio, che, verso la fine del VI secolo a.C., era posta sul tetto come ornamento del tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio qudriga
* Le ceneri di Oreste restano un mistero, non si capisce la ragione che avrebbe portato questa reliquia come monile per la protezione della città.
* Anche lo scettro di Priamo e il velo di Iliona (primogenita di Priamo) restano un’incognita, si pensa che potevano essere arrivati a Roma portati dai profughi troiani.

 
Ancora una leggenda affascinante. Si dice che nel bosco sacro, dove sorgeva il Tempio di Giunone Lucina (oggi sarebbe presso la chiesa di San Francesco di Paola), era piantato un albero di loto, il “lotus capillaris”, a questo venivano appese le chiome delle vestali, recise quando ancora bambine entravano a far parte delle sacerdotesse della dea Vesta, il più antico e importante santuario di Roma, considerato il sostituto del focolare domestico.
Proprio questa importanza diede origine alla custodia di un gruppo di sacerdotesse, le vestali appunto; erano in numero di sei, incaricate della sorveglianza del fuoco e dei riti connessi con il culto domestico; le vestali erano sottratte alle famiglie patrizie in giovanissima età, tra i sei e i dieci anni, dovevano prestare sacerdozio per un periodo di trenta anni, conservando la verginità perché da questa e dal fuoco derivava la forza e la salvezza di Roma, chi veniva meno a questa norma veniva sepolta viva perchè il sangue della vestale non poteva essere versato; al complice era assegnata la morte per fustigazione.
Le vestali godevano di prestigio e grandi privilegi: non era soggetta alla potestà del padre, aveva a disposizione notevoli mezzi finanziari, aveva diritto a spostarsi in città con il carro, aveva posti riservati negli spettacoli e diritto di sepoltura all’interno del pomerium (spazio compreso entro le mura cittadine) dell’urbe. Il più grande privileggio era la vista del Penus Vestae dove erano conservati gli oggetti pegno dell’impero.

vestali

 
Ma Roma è anche città di curiosità incredibili.

 

Nel Foro vennero deposte le spoglie di Giulio Cesare dopo essere state bruiciate.
Dopo la sua morte, avvenuta nella Curia, il corpo venne trasportato nel Foro Romano e cremato; qui fu alzata una colonna di marmo con l’iscrizione “Parenti Patriae” (al padre della patria). Successivamente, rimossa la colonna, Augusto fece costruire il tempio dedicato al Divo Giulio. Dopo i saccheggi, particolarmente distruttivi avvenuti nel XV secolo, restano soltanto avanzi in opera cementizia del podio: i vuoti corrispondono alle parti più importanti, colonnato e muri della cella, che erano in blocchi di tufo. La parte anteriore del podio è costituita da un emiciclo entro il quale vi è ancora il nucleo di un altare circolare probabilmente eretto sul luogo dove il corpo di Cesare fu cremato (in seguito, per ragioni non note, l’emiciclo e l’altare furono chiusi con un muro rettilineo), alla piattaforma si accedeva tramite due scale laterali. Il tempio era probabilmente corinzio ed era costituito da una cella preceduta da sei colonne, più due sui lati lunghi. All’interno della cella era posta la statua di Cesare con la testa sormontata da una stella (immagine ricavata dale monete), rappresentata anche sul frontone del tempio. L’edificio era circondato, sui due lati lunghi e su quello posteriore, da un portico che potrebbbe essere identificato come la “porticus Iulia”, sul lato anteriore doveva sorgere una delle tre tribune oratorie del Foro, con il frontale ornato dei rostri delle navi appartenute alla flotta di Antonio e Cleopatra, catturate nella battaglia di Azio nel 31 a.C.
Ancora oggi ogni anno, in corrispondenza con le Idi di Marzo sul basamento vengono deposti fiori e accese candele.

giulio

 
Altra curiosità, ai romani piacevano molto i “giochi da tavolo”. Una grande passione molto praticata, specie in epoca imperiale; per i giochi venivano usate le “tabule lusorie”, tavole con iscrizioni di sei parole composte a loro volta da sei caratteri ciascuna.
La tavola era composta da 36 caselle disposte su tre righe parallele, le scritte erano di vario genere: inneggianti alle vittorie dell’esercito o alle gare circensi, o dei semplici segni ripetuti.
Una di queste tavole, di legno richiudibile, è stata ritrovata nel Castro Pretorio di Roma ed è oggi conservata nei Musei Capitolini. Quelle di legno venivano usate dai viaggiatori che con le barche solcavano fiumi e mare, o sulle carrozze, come era solito fare l’imperatore Claudio tabuleju
Molte di queste tavole furono reimpiegate, in età tardo-antica, dentro le catacombe come lastre di chiusura dei loculi, molti cristiani non erano immuni al gioco.
Le tavole lusorie venivano anche incise o dipinte in luoghi pubblici come i fori.
Altri giochi da tavolo apprezzati erano:
il gioco delle 12 linee, citato sia da Cicerone che da Quintiliano, a cui si partecipava con due file di 15 pedine per ciascun giocatore, bianche e nere incise con numeri alla latina e alla greca su ciascuna faccia che potevano essere di materiale diverso: avorio, osso, legno, vetro o marmo;
il filetto (molto simile a quello che si gioca ancora oggi) si giocava tramite l’impiego di tavole a mulino, costituite da quadrati concentrici intersecati da due linee perpendicolari, mentre agli angoli e agli incroci erano i punti di sosta delle pedine;
il gioco dei soldati era simile all’attuale dama o agli scacchi, erano richieste 64 caselle, ciascun giocatore aveva 30 pedine bianche o nere, denominate soldati o combattenti, la finalità del gioco stava nel bloccare l’avversario in modo che non avesse più caselle per muoversi, il punteggio era di volta in volta determinato dal lancio di tre dadi posti dentro un bussolotto detto Fritilla;
l’Alea o tabula (il cosidetto tavoliere romano a spicchi) era molto simile al gioco dei soldati, prevedeva l’impiego di 36 caselle divise in 3 file parallele e suddivise da elementi ornamentali.
giochi Le tavole con i vari giochi sono stati rinvenuti, incisi sul pavimento, nella Basilica Giulia, monumento tra i più straordinari del Foro romano, profondamente legato alla figura dell’imperatore Augusto, che la “ereditò” da Giulio Cesare per ampliarla e trasformarla nel più grande tribunale di Roma. Cesare ne avviò i lavori nel 54 a. C.

tabule
I romani amavano anche giocare a morra, ai dadi ed astrago.

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Storie della citta’ di Dio – Pier Paolo Pasolini

bbb Un libro diviso in due parti: Racconti romani – Cronache romane.
Passeggerete nelle borgate romane: Testaccio, la Garbatella, Pietralata, il Tufello, il Quadraro, Tor Marancio, Primavalle, il Mandrione…
Sfiorerete Trastevere, Borgo Panico, Campo de’Fiori, Monte Mario Monteverde, San Paolo, Monte Sacro…

 

 

Grande Pasolini, meraviglioso libro, da non perdere.
In quei luoghi ho vissuto, ho assorbito i racconti di mio padre e li ritrovo in queste pagine.
Il racconto Castagne e crisantemi è bellissimo, poetico.
Il racconto Santino nel mare di Ostia mi ha emozionato particolarmente.
In Donne di Roma scoprirete Anna Magnani, ho sempre pensato agli occhi di questa donna stupenda e quelli di Pasolini…malinconici, a volte tristi, qualcosa li univa, continuo a pensarlo.
Mi sono emozionata a legger di Vicolo del (der) Cinque, dove mio papà ha vissuto per un periodo della sua vita, “….un povero budello di sampietrini e vecchi matoni, adagaito ormai nella notte, col sole che dardeggia tiepido sui tetti….”
E parla di Terracina, er mare dei romani…, “Erano nubi disordinate e pesanti…..nel centro si squarciavano, e qua e là affiorava il cielo, azzurrino o giallo, e verso sinistra…il sole faceva cadere un ventaglio di raggi, come riflettori puntati su un solo specchio di mare, che quindi luccicava, in quel punto, come una spada nuda…”

 

La sua scrittura mi incanta, le sue descrizioni mi trasportano in altra dimensione.
Pasolini era l’uomo che sapeva guardare oltre.

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Fiammetta Michaelis

Nasce a Firenze nel 1465 da Michele e Santa Cassini.
Quando muore il padre nel 1479, si trovava con la madre a Roma già dal 1478. Fiammetta riceve come dote, una vigna presso il Vaticano, case (una in via dei Coronari, una in via degli Acquasparta, una con torre nello scomparso vicolo della Palma), tutte proprietà che appartenevano al cardinale Giacomo Ammannati Piccolomini, morto quello stesso anno.
E si, una dote, perchè la bellissima fiorentina era una cortigiana, tra le più ambite di Roma, definita negli ambienti papali “damigella di singolare beltà”. Fiammetta aveva tredici anni ed era ben istradata dalla madre, anche essa “cortigiana”.
A Roma le cortigiane (modo elegante per definire le prostitute nel Rinascimento) erano divise in categotie: “cortigiane da lume o da candela” di infima condizione, “da gelosia e da impannata” che sostavano dietro le imposte della finestra e attiravano i clienti, “domenicali” che esercitavano il mestiere solo di festa, e “cortigiane oneste”, donne agiate, con un buon livello culturale, capaci all’occorrenza di recitare una poesia o di sostenere una dotta discussione, queste frequentavano solo persone di alto rango; neanche a dirlo, Fiammetta apparteneva a quest’ultimo tipo.
Torniamo alla “dote” che alla lettura del testamento del porporato creò grande scandalo anche per quell’epoca; Sisto IV fece bloccare il testamento dove fu corretta la motivazione e cioè che la dote venne concessa non per i servigi (durati un anno e mezzo) ma “per amore di Dio e per provvederla di una dote”.

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fiammetta Il palazzetto definito la casa di Fiammetta, fa angolo con quella che oggi viene chiamata Piazza Fiammetta e Via dell’Acquasparta, è un bell’edificio quattrocentesco a due piani, con un portico sorretto da colonne e pilastri, una delle finestre, quella centrale presenta, un davanzale ornato. Dopo vari passaggi, alla fine dell’Ottocento la casa entrò in possesso della famiglia Bennicelli che, ai primi del Novecento, la fece restaurare apponendovi lo stemma di famiglia che è tuttora presente sopra il porticato. Che li vi abbia abitato la donna lascia ancora qualche dubbio perchè si sa che l’aveva affittata per 26 ducati l’anno. Si pensa che il nome della piazza derivi, non dal fatto che la donna vi abitasse, ma dal fatto che la bella Fiammetta amava li passeggiare. In realtà sembra che  abitasse nel piccolo rione Immagine di Ponte, in una casa che potrebbe essergli stata donata da Cesare Borgia.
Perchè Fiammetta è stata anche legata, come amante, e fu la preferita, a Cesare Borgia (figlio del papa Alessandro VI, sempre porpore in giro…) nel 1483. I due si incontravano nella vigna ereditata da lei vicino al Vaticano.
Fiammetta aveva sempre espresso il desiderio di essere sepolta nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, all’epoca frequentata dalle prostitute romane e dove era sepolto il cardinale Ammannati, così fu fatto alla sua morte, avvenuta nel 1512; fu sepolta nella cappella da lei acquistata nel 1506 che aveva fatto decorare dal fiorentino Iacopo Indaco con affreschi e una pala della Pietà, poi donata nel 1606 al cardinale Scipione Borghese. Le cortigiane che si recavano a Sant’Agostino per pregare o farsi confessare erano molto generose con le elargizioni alla chiesa e spesso vi venivano seppellite, magari in cappelle dedicate con il loro nome. Così accanto a Santa Monica e illustri Cardinali giacevano anche le cortigiane d’alto bordo, come Giulia Campana e la famosissima Tullia d’Aragona. Purtroppo non rimane traccia di nessuno dei loro monumenti sepolcrali, spazzati via, insieme ai loro resti, dalla controriforma.
Nel testamento della bella cortigina, rilasciato ad un notaio il 19 febbraio 1512, nel quale è indicata come “Fiammetta del Duca di Valentino” (con riferimento a Borgia), lasciò tutto in eredità al “fratello” Andrea, che in realtà era suo figlio.

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Le “arche”

La figlia di Iorio (Gabriele D’Annunzio)

Atto primo

Scena prima

Splendore, Favetta e Ornella, le tre sorelle, saranno in ginocchio davanti alle tre arche del corredo nuziale, chine a scegliere le vestimenta per la sposa. La loro fresca parlatura sarà quasi gara di canzoni a mattutino.

SPLENDORE
Che vuoi tu, Vienda nostra?

FAVETTA
Che vuoi tu, cognata cara?

SPLENDORE
Vuoi la veste tua di lana?
o vuoi tu quella di seta
a fioretti rossi e gialli?

ORNELLA
(cantando) Tutta di verde mi voglio vestire,
tutta di verde per Santo Giovanni,
ché in mezzo al verde mi venne a fedire…
Oilì, oilì, oilà!

SPLENDORE
Ecco il busto dei belli ricami
con la sua pettorina d’argento,
la gonnella di dodici téli,
la collana di cento coralli
che ti diede la madre tua nova.

ORNELLA
(cantando) Tutta di verde la camera e i panni.
Oilì, oilì, oilà!

FAVETTA
Che vuoi tu, Vienda nostra?

SPLENDORE
Che vuoi tu, cognata cara?

ORNELLA
I pendenti e la collana
e il nastrino chermisì.
Ora suona la campana,
la campana di mezzodì.

SPLENDORE
Ora viene il parentado
a portarti le canestre,
le canestre di grano trimestre;
e tu, ecco, non sei pronta!
……..

Ma cosa sono le “arche” del corredo nunziale?
Nel ’400 il corredo costituiva una parte importante della dote di una sposa.
Il corredo era posto nei “cassoni nuziali” quando la sposa veniva scortata dalla casa paterna alla sua nuova dimora. A Roma i cassoni nunziali erano chiamate arche, erano grosse casse di legno delle ricche signorine romane e venivano offerte in dono proprio il giorno delle nozze.
Le arche erano inizialmente di legno semplice con qualche intarsio, nella successiva produzione nacque la pittura nuziale, cioè le arche iniziarono ad essere decorate con temi legati alla donna e al matrimonio; a Roma spesso venivano decorate con il Ratto delle Sabine, che è uno dei miti legati alla fondazione di Roma: i romani rapirono, durante una festa, donne e figlie dei sabini per darle “in spose” ai romani che temevano per la continuazione della loro progenie, queste, una volta divenute madri dei loro figli, accettano la loro sorte e quando i sabini tornano in armi a reclamarle, le donne si opposero, implorano i due schieramenti affinché non si scontrassero.
La chiesa era a favore di questa rappresentazione perchè ricordava alla donna di essere madre feconda e moglie remissiva, ma anche giudiziosa custode della casa, ponte tra due famiglie; essendo poi l’arca un oggetto per le famiglie facoltose, alcune immagini, ricordavano alle giovani spose che procreare era necessario per non far estinguere le famiglie ricche, altre servivano a ricordare quale era il comportamento giusto ed onorevole da seguire; le pitture erano tuttavia bellissime e le donne erano rappresentate sempre con meravigliosi abiti.
Delle arche veniva dipinto il frontale, i lati e non il retro perchè venivano addossate alle pareti.
Purtroppo sono rare le arche intere giunte fino a noi.

cassaq
A Roma le arche erano lavorate nelle botteghe di artigiani specializzati: gli arcari.
Le numerose botteghe si trovavano in Vicolo degli Arcari, che prese la denominazione dagli artigiani, così come la vicina chiesa di San Biagio, dove gli ebanisti si riunivano in preghiera. Nel 1617, per dare spazio al convento dei Teatini di S. Andrea della Valle, la chiesa fu abbattuta per ordine di Paolo V, allora i falegnami edificarono un chiesa presso il Foro Romano intitolandola al loro protettore, San Giuseppe, nello stesso luogo dove, dal 1540, una trentina di questi artigiani avevano dato vita a una Arciconfraternita nella Chiesa di S. Pietro sul Carcere Mamertino, avuta in enfiteusi, con alcune casette vicine, per il canone annuo di undici ducati, dal parroco di S. Martina.
vicolo  Al’inizio dell’800 il vicolo prese il nome di: Vicolo dei Falegnami, un modo per ricordare un mondo quasi scomparso.

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Eccomi!!!

Tornata dalle “vacanze” che proprio vacanze non si sono dimostrate. Ho fatto da cuoca, infermiera, badante, fioraia…ma si sa quando l’Inps chiama… 🙂 Ma ho fatto anche da cicerone storico a mia figlia che ha voluto visitare tutti i luoghi in cui ho vissuto, giocato, amato, studiato, lavorato…praticamente chilometri a piedi (e meno male che la giornata è di 24 ore, altrimenti…però con qualche “buona” pausa c’è stataIMG-20141229-WA0000 ieri siamo andate a letto all’una…E poi la dog-sitter, anche se con aiutante ma fare la dog-sitter ha anche i suoi lati positivi, e d’amore20141227_200502. Qui  a casa spero di rilassarmi 🙂 🙂
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Di tutto un pò…

defalco_280x185E’ da qualche giorno che mi frulla in mente il capitano De Falco, si, proprio quello che era di servizio la notte del naufragio della Concordia….mi viene in mente che è normale essere trasferiti da un posto all’altro, per i militari di altro grado è quasi una prassi, mi viene in mente “Ma perchè Gregorio De Falco non vuole essere spostato? Possibile sia tanto attaccato a quella poltrona?” E allora mi viene in mente che qualche mese fa ha dato parere favorevole alla nuova inchiesta sulla Moby Prince firmando anche una relazione negativa sulla sicurezza di un rigassificatore, presente a bordo, costruito a Livorno; e mi viene in mente che quando era Comandante a Santa Margherita Ligure aveva posto il divieto alle navi di crociera di ormeggiare in zone protette; e ancora mi viene in mente che è uno che non sa stare zitto, è meglio rintanarlo tra scartoffie burocratiche…Ah, dimeticavo: Capitano De Falco tenga duro “cazzo” (scusate il termine, ma quando ce vo ce vo)! Non scenda dalla sua coscienza, in Italia di codardi ne abbiamo anche troppi e alle brutte lasciano tutti la nave, rimescolano il mulinello e tornano a bordo, e noi stiamo annegando, i salvagenti sono insufficienti.

 

Foto2309E voglio dire che Jo continua a crescere, ha preso possesso della panca e ne rosicchia tutti i bordi, è diventato il padrone incontrastato del piazzale, sempre seduto al centro, un vero egocentricoFoto2312, e la bella Angel lo asseconda, lo coccola come fosse un suo cucciolo (ma ancora lo è il furbetto!!!) e guai se lo sgridi, ti guarda in…”cagnesco”Foto2305, e quando vuole un mare di coccole ti stringe la mano tra le zampe come volesse trattenerla per sempre. da queste parole che si sente che ormai mi ha rapito il cuore  e l’anima?j

 

E con orgoglio dico che Meli ha preso un 7 1/2 ad un dipinto a soggetto, lei ha scelto Joker, brava di mammina sua, si stà veramente impegnando.20141127_15521720141127_20334620141127_211938

 

ANAGNI E ancora, quanto è bella la cittadina dove vivo di notte, ma se poco poco sorge il sole c’è da mettersi a piangere per l’abbandono.

 

ROMAE la mia magnifica Roma? Quanto è bella? Tanto, all’infinito, ma ammazza quanto è mal ridotta!!!!DEGRADO

 

In tutto questo fritto misto vi auguro weekPappagallo crazy

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Aquila romana

A Londra è stata scoperta una straordinaria scultura Romana: un’aquila che ha un serpente nel becco. Le raffigurazioni di aquile e serpenti sono tipicamente romane.
E’ databile tra il I e il II secolo d.C., simboleggia la lotta del bene (l’aquila) contro il male (serpente).
Questo tema è comune nei contesti funerari, infatti nella zona si trovava un importante cimitero romano.
L’ipotesi è che la statua adornasse un ricco mausoleo le cui fondamenta sono state trovate durante gli scavi; l’ipotesi è avvalorata dalla mancanza di erosioni della scultura, il che fa pensare che fosse posta in una nicchia, è intatta come è stata scolpita, forse solo la pittura è andata perduta.
Martin Henig (Istituto di Archeologia dell’Università di Oxford) ha definito la qualità di questa scultura eccezionale, l’ha definita la migliore scultura di un artista Romano-Britanno che sia stata mai trovata a Londra, una delle migliori statue sopravvissute della Britannia Romana dove lavorava una nota scuola di scultori.

aquila

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Roma…

…è la mia meravigliosa città, ci sono stata ieri e sono tornata due ore fa, ma quando arrivo nella mia casa, tra il bosco e l’azzurro FLORAdel cielo, faccio pace con il mondo. Mi accoglie il gelsomino che inizia a fiorire, la mia azalea che alla fine ha deciso di vivere (saranno state le mie carezze?), i selvatici gigli gialli che ho interrato anche nei vasi, i selvatici fiori viola, bianchi, arancio, azzurri che i miei vicini hanno estirpato per pulire i vialetti di confine e io ho “riciclato” piantandoli sotto il pino e che stanno fiorendo, il mio cactus gigante, l’oleandro, l’orchidea….E lascio entrare nelle narici i profumi freschi, l’ antico profumo della salvia,  il frizzante profumo del basilico…Quando sono a Roma il mondo cambia, amo altre cose, quando torno qui mi ricordo di tutto questo verde e mi sento parte integrante della natura da cui mi faccio accarezzare incessantemente.

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Fontana delle anfore

anfE’ una delle tante fontane realizzate dall’architetto Pietro Lombardi a Roma. Dopo l’istituzione del rione Testaccio, Lombardi vinse un concorso pubblico nel 1927 che gli permise di realizzarla.
L’opera è in travertino ed è basata sull’anfora che è il simbolo del rione.
La fontana simboleggia la montagna di anfore che venivano usate nel II sec. a. C. e dalle quali prende il nome anche il rione.
Nell’area di Testaccio, sulla riva sinistra del Tevere si trovavano i magazzini di deposito delle anfore in terracotta che contenevano il vino e l’olio destinati a Roma e che che viaggiavano principalmente per via fluviale.
I recipienti per l’olio, per legge, non potevano essere riutilizzati ed andavano quindi distrutti una volta svuotati. Col passare degli anni i cocci (“testae” in latino) ammassati sul terreno formarono una collina alta 35 metri, che, fin dal Medio Evo, venne chiamata “Testaccio”.
In passato la fontana era collocata al centro di Piazza Testaccio, ma nel 1935, quando si decise di far svolgere li il mercato rionale, fu spostatala in piazza dell’Emporio.
Attualmente la fontana non ha più l’originaria portata d’acqua, solo le fontanelle sono in funzione con un getto molto debole, mentre il gruppo centrale e le vaschette sono completamente a secco.

Fontana delle Anfore_001

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