TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Madonna col Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Andrea

 

 

Un dipinto che adoro (olio su tavola) di Cima da Conegliano.
La Vergine e il Bambino Gesù, san Michele Arcangelo, di cui sono innamorata da sempre…guardare questa opera mi fa pensare alla rinascita sulla distruzione di ciò che è passato…il paesaggio mi suscita questo pensiero: le rovine fatiscenti e ben particolareggiate, in lontananza la città solida, ben strutturata (nella collocazione storica sicuramente un borgo, se ben ricordo proprio Conegliano).
I colri poi, armonia e quel dorato colore che sa tanto d’antico e mi infonde pacatezza. Guardarlo mi da la certezza, Maria e suo Figlio, sono la rinascita su ogni distruzione.

 

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Una poetica leggenda

Piazza S.Francesco d’Assisi (prima S. Francesco a Ripa), in Trastevere, a Roma, prende nome dall’omonima chiesa* che sorge dove un tempo era situata l’antica chiesa denominata S.Biagio de Curtibus, un convento dei Frati Minori con annesso ospizio-ospedale.
Si dice che qui venne ospitato S.Francesco d’Assisi in occasione della sua visita al papa nel 1219 ( ancora oggi la chiesa custodisce la cella del santo ed alcune sue reliquie), anche se molti studiosi nutrono dubbi.
Sul santo nasce quella che sembra essere una poetica leggenda: San Francesco, piantò, nel giardino del convento, un albero di arancio, che fruttificò per diversi secoli; nel 1613 fu trapiantato ma fiorì ugualmente, nel 1871 divenne secco e si decise di bruciarlo, allora un frate staccò un ramoscello e lo piantò, l’albero crebbe e ricominciò a fiorire e dare frutti fino al 1879, e poi ancora nel 1888 anno in cui cessò definitivamente di esistere.

* da visitare assolutamente, se non fosse per ammirare l’Estasi di Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una scultura drammaticamente bella, direi meravigliosa, che riproduce la santa sul letto di morte; nel sarcofago sono conservate le spoglie di Ludovica.

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SS Cosma e Damiano

Se passate per Roma non potete lascirvi sfuggire la basilica dei Santi Cosma e Damiano, chiesa dal fascino indiscusso situata nel cuore di questa stupenda città, ha mosaici pregiati, tra i più belli della capitale.

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La chiesa è stata dedicata ai santi Cosma e Damiano, fratelli, i due erano medici che fornivano in nome di Dio assistenza medica a chiunque ne avesse bisogno nella città d’Egea, questo non piaceva al governatore della provinicia che forzava i fratelli a fare sacrifici agli dei pagani; Cosma e Damiano rifiutarono e vennero maririzzati nel 303, le loro reliquie furono poi trasportate a Roma e disposte sotto l’altare inferiore della basilica. Nel Medioevo la basilica era anche un centro di assistenza per poveri pellegrini a Roma. Nel 64 d.C. un imponente incendio distrusse il lato nord del Foro Romano, dove l’imperatore Vespasiano decise poi di costruire il Foro della Pace: un complesso con tempio romano, fontane e una aula rettangolare chiamata la biblioteca Pacis. Nel IV secolo l’imperatore Massenzio affiancò alla biblioteca una rotonda con ingresso monumentale dal Foro Romano, tutt’oggi esistente, coperto con una delle più grandi cupole di Roma; ancora esistente l’antica porta di bronzo (tra i pochi monumenti di questo tipo in tutto il mondo) che ancora preserva la sua funzionalità. cosma e d La tradizione racconta che la rotonda era chiamata il Tempio di Romolo in memoria del figlio divinazzato di Massenzio morto prematuramente all’inizio del IV secolo.
Nell’anno 526 papa Felice IV ricevette il permesso dal re Teodorico di unire e convertire questi edifici ad uso cristiano, fu la prima chiesa di culto cristiano nell’area del Foro Romano. A quel periodo risale il mosaico absidale conservato ancora in ottime condizioni e considerato uno dei importanti nella storia dell’arte.

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cosma madonna Una parte importante della vita spirituale della basilica era la devozione mariana, iniziata da papa Gregorio Magno: secondo la leggenda mentre passava davnti la chiesa Maria gli disse: “Gregorio, perché non mi saluti più, come facevi sempre?” da allora l’immagine della Madonna della Salute è posta sull’altare maggiore ed è adorata ancora con grande devozione.
Nell’anno 760 papa Paolo I fece costruire l’Oratorio di San Pietro in Silice, luogo dedicato a San Felice ed era noto per l’acqua miracolosa che guariva i fedeli.
Nella navata della chiesa sono presenti sette cappelle: Cappella della Crocifissione, la Madonna, S. Antonio, S. Francesco d’Assisi, S. Barbara, S. Alessandro, S. Rosa.
Nel 1583 durante il pontificato di papa Gregorio XIII venenro riscoperti i busti dei santi Marco e Marcello.
Nel 1626 papa Urbano VIII fece ricostruire la basilica demolendo e sostituendo le mura romane del primo secolo, la basilica fu divisa in due con la costruzione di un nuovo pavimento, cappelle e altari furono spostati o ricostruiti nella nuova chiesa superiore, furono costruiti nuovi edifici del monastero ed un cortile con portici; la ricostruzione fu completata nel 1632.

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In questa basilica si trova uno dei più bei presepi di Roma, un presepio napoletano del ‘700; qui il Bambinello nasce tra le colonne del foro romano, un presepio che ha per sfondo una Roma d’epoca con tanti personaggi stupendi. Lo definirei un presepio originale e superbo.

 

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Santa Fabiola

… o Fabiola di Roma.
image2951 Fabiola era una nobile romana di fede cristiana, appartenente alla gens Fabia.
Ancora giovanissima sposò un uomo dal quale divorziò (nel rispetto del diritto romano) poco dopo a causa delle liti, delle incomprensioni ma soprattutto per le violenze che subisce e la vita dissoluta del marito; mentre questi  è ancora in vita Fabiola si  sposa nuovamente, ma se questo è consentito nella legge laica, non lo è per quella della Chiesa, lo scandalo è grande per la comunità cristiana romana e quindi viene additata come pubblica peccatrice; a breve però muoree il secondo marito, rimasta vedova, nell’anno successivo, decide di cambiare radicalmente vita, si consacrò alla preghiera e alla penitenza fecendo atto di pubblica penitenza entrando nella basilica Lateranense, alla vigilia di Pasqua, vestita di sacco e con il capo coperto di cenere; fu accolta da papa Siricio tornando così in piena comunione con la Chiesa. Dona tutte le sue ricchezze alla chiesa e ai monasteri e
inizia a dedicarsi all’assistenza di poveri e malati e fonda il primo ospedale romano.
Nel 394 si trasferì a Betlemme, ospite di San Girolamo che l’indirizza alla vita ascetica e all’attività caritativa, va a vivere nel monastero fondato da santa Paola dedicandosi alla lettura ed alla meditazione della Bibbia; decide di tornare a Roma nel 395 quando i barbari giungono in Asia saccheggiando e distruggendo chiese e monasteri; rimase comunque in contatto epistolare col suo maestro Girolamo.
Fondò la xenodochio (struttura di appoggio) di Porto, presso la foce del Tevere, che offriva ospitalità gratuita e cure mediche ai pellegrini poveri.
Fabiola muore nel 399, ai suoi funerali parteciparono moltissimi fedeli, una profonda manifestazione di gratitudine e venerazione che già la circondava.
Santa Fabiola è patrona delle vedove, delle vittime di coniugi violenti e/o infedeli, dei divorziati.
La memoria di Fabiola c’è stata tramandata da Girolamo che ne descrisse la vita biografica, umana e spirituale in alcune lettere indirizzate, nel 400, al suo parente Oceano, ma Fabiola divenne famosa grazie al romanzo storico (in lingua inglese) del cardinale Nicholas Patrick Stephen Wiseman; il romanzo è intitolato Fabiola o la Chiesa delle catacombe, l’immagine che ne dà è però diversa dalla realtà storica.

 

Cardinal-wiseman-detail Nicholas Patrick Stephen Wiseman nasce a Siviglia nell’agosto del 1802 da genitori di origine irlandese da poco stabilitisi in Spagna.
Si laureò in teologia al Venerabile Collegio Inglese di Roma, dove poi insegnò lingue orientali fino a quando si stabilì, nel 1835, a Londra, qui si interessò dei rapporti fra scienza e teologia, di argomenti storici, dei rapporti fra la Chiesa anglicana e quella cattolica. E’ stato un cardinale e arcivescovo cattolico, alle proteste da parte degli anglicani rispose con un opuscolo invitante alla moderazione, “Appello alla ragione al retto sentire del popolo inglese intorno alla gerarchia cattolica” (1850).
Fu anche scrittore, pubblicò vari libri e trattati sulle lettere antiche, ma la sua opera più famosa rimane il romanzo Fabiola o la Chiesa delle catacombe (1854), tradotto in molte lingue.
Morì il 15 febbraio 1865 a Londra.
libero Fabiola o la Chiesa delle catacombe, è un romanzo storico. Il romanzo nasce dopo numerose ricerche compiute dal Wiseman, è un’ottima fonte di documentazione sui costumi dei primi cristiani, pur contenendo luoghi comuni :l’ebreo della storia, Efraim, è dipinto quale usuraio senza scrupoli; l’inesatta teoria (smentita dagli attuali studiosi) che i Re Magi fossero quattro: il Wiseman aveva notato un’antica figura cristiana, San Giuseppe, scambiandolo per il quarto magio, tanto che sul frontespizio dell’edizione inglese del romanzo venne raffigurata l’immagine in questione.
L’intento dell’opera era quello di sensibilizzare i lettori alla fede cattolica, in particolar modo quelli di cultura inglese.
Nel romanzo si evidenzia l’eroismo dei martiri della persecuzione dioclezianea e si loda la Chiesa e la sua opera salvifica, ma il tema principale è rappresentato dalla progressiva conversione al cristianesimo della protagonista Fabiola.
Il romanzo inizia nella Roma del 302 e si conclude nel 318: abbraccia l’intera persecuzione di Diocleziano e gli anni immediatamente successivi all’Editto di Milano (promulgato da Costantino I nel 313).
Il primo personaggio che si incontra è la matrona Lucina, madre del giovane Pancrazio (ispirato a San Pancrazio martire) e vedova di un martire, di cui conserva una spugna imbevuta nel suo sangue. Pancrazio torna a casa turbato perchè un suo compagno di studi, Corvino, figlio del prefetto di Roma, lo ha profondamente offeso; Corvino ha scoperto che Pancrazio è cristiano e non vede l’ora di rifarsi in qualche modo sul suo compagno, che è migliore di lui nello studio. Lucina e Pancrazio si consolano a vicenda, e la madre farà dono a Pancrazio della spugna col sangue del padre; piangendoci sopra, Pancrazio, la rende di nuovo molle e viva, simbolo della tenacia con cui egli difende la fede.
Fabiola compare nel terzo capitolo: una ventenne bella, corteggiata e viziata; è figlia di Fabio, mercante che trae tutte le sue fortune dal monopolio dei traffici con l’Asia. Fabiola ha tre schiave: Graia (di origine greca), Jubala detta Afra (di origini africane) e Sira (originaria del Medio Oriente), questa, cristiana, vuole convertire la sua padrona, anche se questa è talvolta vendicativa e crudele con le sue schiave. Quando Sira parla a Fabiola dell’uguaglianza di tutti gli uomini, questa, offesa, la ferisce gravemente con uno stiletto (arma che le romane utilizzavano per ferire le schiave); Sira viene difesa da Agnese, ricca fanciulla romana già cristiana, poi santa, che invano si offre di prenderla al suo servizio. Ad una cena organizzata da Fabio viene introdotto un personaggio arrivato dall’Oriente, Fulvio che si allea con Corvino perchè anticristiano. Dopo varie vicissitudini (in cui cadranno alcuni santi: Sebastiano, San Cassiano, Cecilia e Tarcisio), Fabiola si convertirà al cristianesimo e diventerà amica di Sira (che morirà di tisi) che gli rivelerà di chiamarsi in realtà Miriam e di essere la sorella di Fulvio (che in realtà si chiama Oronzio).
Il libro si conclude con Oronzio che riparte verso il deserto, poiché dopo essere stato battezzato (aveva ricevuto dalla madre i rudimenti della religione) è diventato un monaco cenobita nel deserto vicino Gaza.

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Eustachio e Roma

Cosa lega questo nome (che i romani pronunciano con la doppia “c” ) e la mia Roma? Presto detto.

150px-Albrecht_Dürer_069Placido nacque a Roma e qui visse sempre,  nel I secolo e vi morì nel II secolo.
Prima di convertirsi al Cristianesimo era pagano, si dedicava alla beneficenza e, come soldato romano, persegitava i cristiani. Dopo aver deciso di lasciare l’esercito romano, la sua vita fu attraversata da una sorte avversa: perse tutti i beni e fu separato dalla moglie e dai figli, con cui dopo anni, miracolosamente, si riunì. 220px-Saint_eustaceLa Leggenda Aurea racconta che: un giorno Placido inseguiva durante la caccia un cervo, questo si fermò di fronte ad un burrone e mentre Palcido prendeva la mira per  scoccare la freccia, il cervo si voltò mostrando sulla coscia e tra le corna una croce luminosa sormontata dalla figura di Gesù che gli diceva: «Placido, perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere». Tornato a casa narrò tutto alla moglie la quale gli riferì di aver avuto quella notte una visione nella quale uno sconosciuto le preannunciava che l’indomani si sarebbe recata da lui con il marito. Placido, la moglie e i due figli si recarono l’indomani dal vescovo, si convertirono e si fecero battezzare. Placido ricevette il nome di Eustachio (dal greco Eustáchios, cioè “che dà buone spighe”), la moglie quello di Teopista (dai termini greci théos e pístos, cioè “credente in Dio”), ed i figli, uno Teopisto e l’altro Agapio (dal greco Agápios, cioè “colui che vive di carità”). Placido, richiamato come generale dall’imperatore Traiano, combattè valorosamente contro i barbari, fu poi invitato dall’imperatore Adriano per ricevere gli onori, ma questo seppe che era cristiano lo fece arrestare e condannare a morte insieme alla moglie e ai figli; furono torturati e portati al Colosseo per essere sbranati dai leoni che non osarono toccarli, anzi, chinarono la testa e si allontanarono misteriosamente; morirono martirizzati dentro un bue di bronzo arroventato; i cadaveri, quando furono estratti, erano intatti.
Per ricordare il luogo dell’apparizione fu eretta una cappella, sulla sommità della rupe la Mentorella, vicino Roma; nel IV secolo l’imperatore Costantino inviò papa San Silvestro I a consacrarla.
Lo storico Henri Delahaye sostenne che Eustachio non sarebbe mai esistito; a sostegno di questa teoria, disse di aver scritto, in lingua greca, la Leggenda Aurea seguendo leggende popolari del tempo e una storia indiana. Secondo lo storico, la sua teoria è confermata dal fatto che S. Eustachio non è menzioninato fino al V secolo e che né il Deposito Martyrum né il Martirologio Gerominiano parlano del santo.

 

Per ricordare il Santo, a Roma esiste un rione a lui dedicato: Sant’Eustachio,ottavo rione, indicato con R. VIIIRiseuste
Il suo stemma è formato dalla testa di un cervo e dal busto di Gesù, le figure sono in oro su sfondo rossostemma
Il rione venne così chiamato dal nome dell’antica chiesa dedicata al martire, che sorge proprio al centro di quest’area dove era collocata la sua casa; oltre la chiesa di S.Eustachio nel rione ci sono un gran numero di chiese sorte per iniziativa delle corporazioni artigiane e delle comunità nazionali ed europee: S.Andrea della Valle, S.Luigi de’ Francesi, S.Agostino, S.Carlo ai Catinari…; nel rione troviamo anche, nello storico palazzo Madamaa, il Senato della Repubblica. S.Eustachio fu nominato VIII rione di Roma il 18 maggio 1743, da papa Benedetto XIV.
Il rione attraversa molte delle aree storiche di Roma. In epoca pre-romana qui si estendevano i “Prata Flaminia”, una valle lacustre da cui affioravano isolotti, con un alternarsi di acque simile al fenomeno che avviene a Mont-Saint-Michel in Francia, proprio questa particolarità del terreno ha prodotto il toponimo locale di “Valle”, che caratterizza molte cose del rione: chiese, palazzi, la famiglia Della Valle, il teatro. Nell’antica Roma il rione sarebbe stato una parte del Campo Marzio, dove sorgevano diversi edifici pubblici importanti, poi scomparsi. Sotto l’attuale Sant’Eustachio si trovavano le terme di Nerone, le seconde per grandezza tra quelle costruite a Roma in tutta l’antichità, per capire la loro grandiosità basta osservare le due colonne rimaste (le terme ne avevano 150), estratte da Alessandro VII Chigi per restaurare il portico del Pantheon. Nel tardo Medioevo il rione venne ricostruito con un’elevata densità di piccole case ad uso privato, abitate dalle classi sociali medio/basse. Nel 1303 venne qui fondata la prima Università di Roma, chiamata La Sapienza, che, visto il crescente numero di studenti, e dopo essere stata ampliata nel tardo ‘500, fu trasferita nel 1935 in un luogo più spazioso e meno centrale; l’antico complesso fu trasformato in Archivio di Stato. Nei primi anni del XX secolo, per aggevolare la viabilità, il nucleo originale fu completamente modificato; le demolizioni servirono anche per la costruzione di Corso Vittorio Emanuele II e per l’apertura di Corso del Rinascimento, dove un tempo si apriva “via delle Cinque Lune”.
L’antico edificio che ospitava l’università era Sant’Ivo, capolavoro di Borromini, famoso per avere il lanternino, elegante e fantastica creazione barocca che termina con una spirale riccamente ornata che svetta sull’intero Rione, ed è visibile dalle strade circostantichsivo33
Sant’Eustachio è un rione di personaggi che hanno fatto epoca, i fantasmi di alcuni di loro, secondo la tradizion, si aggirano abitualmente ancora nella zona: Pietro Della Valle, uno dei più noti, fu un viaggiatore del ‘700, schietto carattere romano, amante delle donne, dal lungo peregrinare in Oriente si portò a casa Goideida, bellissima georgiana che aveva sposato a Baghdad, che arrivò a Roma in veste di mummia, fasciata di bende d’oro, era morta durante il viaggio e venne sepolta all’Ara Coeli, dove esiste ancora la tomba; Aldo Palazzeschi,  in Via dei Redentoristi ancora sembra sentirsi l’eco del “lasciatemi divertire!”, visse a Roma oltre quarant’anni e a cui dedicò un romanzo, ottantenne percorreva ancora la via con passo svelto e giovanile; Giovanni Giraud, estroso commediografo e narratore di vita popolare romana, di lui restano due memorie, una lapide nel piccolo portico della chiesa di Sant’Eustachio e lo scandalo della Banca Romana, da lui fondata nel 1835, quando la vena letteraria si era esaurita.
Altro toponimo del rione è “Argentina”, titolo di cui si fregiava il Burcardo, ricco e colto prelato vissuto sotto il pontificato di Alessandro VI Borgia, vescovo della sua città nativa, la tedesca Augsburg che aveva più nomi latini, tra cui “Argentum”, il prelato si faceva chiamare “episcopus argentinus” e sulla torre in cui abitava fece scolpire a grandi lettere il nome “Argentina”, che restò in eredità a Roma.

 

 

basilica_r7_c10La basilica di Sant’Eustachio è nominata Basilica minore; tra il X e XI secolo, la chiesa fu detta in platana, in riferimento, secondo un’antica tradizione, ad un albero di platano piantato nel giardino della casa del martire Eustachio, su cui l’imperatore Costantino I avrebbe costruito un primo oratorio.
foto18La chiesa venne menzionata per la prima volta nel 795, durante il pontificato di papa Leone III, ed è ricordata come un centro di assistenza per i poveri; l’antico edificio fu completamente ricostruito ed ingrandito nel 1195-1196 con papa Celestino III; in questa occasione fu aggiunto il campanile romanico che ancora quello attuale. Nella sacrestia è conservata la lapide che ricorda la consacrazione della chiesa nel 1196. Un documento del 1406 attesta l’esistenza di un portico e di un chiostro, su cui affacciavano le camere dei canonici. Nel XVI secolo era uno dei luoghi di preghiera preferiti da san Filippo Neri. Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa venne completamente ricostruita, abbattendo tutte le strutture medievali (eccetto il campanile), e ricostruendola secondo i gusti dell’epoca: artefici della ricostruzione furono Cesare Corvara, Giovan Battista Contini, Antonio Canevari, Niccolò Salvi e Giovanni Domenico. La sua ricostruzione fu necessaria a causa delle piene del Tevere e dell’eccessiva umidità che ne minavano le fondamenta; sul lato destro è collocata una lapide a ricordo di un’inondazione del Tevere, del 1495, le cui acque raggiunsero la basilica. Ulteriori restauri all’edificio furono apportati nel corso del XIX e del XX secolo, con interventi che riguardarono non solo la salvaguardia delle strutture, ma anche il loro abbellimento. L’ordine superiore è scandito da quattro paraste, che suddividono una grande finestra e due nicchie ornate da conchiglie, termina la facciata un timpano entro cui si apre un oculo circondato da rami di palma e sormontato da una corona, in cima alla facciata è collocata una testa di cervo con croce tra le corna, riferimento alla leggenda Aurea220px-Mac9012
L’entrata della chiesa è preceduta da un portico dove sono conservate, murate nelle pareti, diverse iscrizioni e memorie, tra cui quelle a ricordo del cardinale Neri Corsini, del poeta romano Filippo Chiappini, del commediografo e poeta Giovanni Giraud, nonché i monumenti funerari dello storico e penalista Filippo Maria Renazzi, del filologo Francesco Cecilia, dello studioso e viaggiatore Michelangelo Mondani. L’interno della basilica è a pianta a croce latina, con una sola navata e tre cappelle per lato comunicanti fra loro.
L’altare maggiore è un’opera in bronzo e marmi policromi di Nicola Salvi del 1739, completato da un baldacchino di Ferdinando Fuga (1749); la tela dell’altare, di Francesco Ferdinandi, raffigura il Martirio di sant’Eustachio, sotto l’altare, in un’urna di porfido rosso, sono contenute le reliquie del santo e dei suoi familiari. In controfacciata, decorata con intagli dorati e pilastrini dipinti a finto marmo, è collocato il grande organo a canne, costruito da Johannes Conrad Werle nel 1767, fu iniziato da Celestino Testa e Giuseppe Noghel nella prima metà del Settecento, ha subito varie alterazioni e, dopo un lungo abbandono, è stato ripristinato fra il 2002 e il 2003.
Per la grande devozione che la nobiltà romana ebbe verso S. Eustachio, la famiglia dei conti di Tuscolo prese anche il nome di conti di s. Eustachio, creandosi una finta genealogia dove si poneva a capo l’imperatore Ottaviano, da cui pretendevano discendere. Papa Stefano III presso la chiesa istituì un ospizio per cento poveri ai quali giornalmente si dispensava il vitto.
Qui nel 1547 fu battezzato il duca di Parma Alessandro Farnese, famoso capitano.

 
imagesSant’Eustachio è anche il nome di un antico caffè e torrefazione (a legna datata 1948 che funziona ancora oggi). Nato nel 1938 è situato di fronte al Senato della Repubblica, conserva i mosaici della pavimentazione e gli arredi originali e vi si prosegue la tradizione della ricerca delle miscele più pregiate; qui si offrono una serie di prodotti a base di una miscela segreta che a Roma è quasi una leggendaimagesc

 

 

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Carlo Crivelli

Vedo un’immagine su un libro, un quadro che rappresenta una Madonna, ne resto affascinata e decido di cercarne l’autore…Mi ha conquistata.

Questo è il quadro che ho visto, mi ha affascinato perchè l’espressione della Madonna era più terrena di quelle che di solito si rappresenta, per la delicatezza del velo e per la bellezza del tessuto del manto, per lo sguardo del Bambino adornete verso sua madre.

250px-Carlo_Crivelli_-_Madonna_con_BambinoMadonna con Bambino

Carlo Crivelli nasce a Venezia nel 1430 o1435 circa.Si sa che è figlio del pittore Iachobus de Chriveris, del quale però non si conosce nessuna opera. La data di nascita si fa risalire a quel periodo perché  doveva essere già maggiorenne quando, il 7 marzo 1457, fu condannato a sei mesi di carcere e a duecento lire di multa; fu condannato perché rapì Tarsia, moglie del marinaio veneziano Francesco Cortese, del quale era innamorata e la tenne nascosta per molti mesi, ebbe con lei rapporti carnali; questa vicenda destò scandalo e fu  il motivo per cui l’artista si allontanò, senza fare mai ritorno, dalla sua città natale.
Della vita di questo pittore si ha una scarsa documentazione, solo le firme apposte sui quadri fanno ricostruire la mappa dei luoghi dove ha vissuto.
Si formò a Padova  ma lavorò prevalentemente nel sud delle Marche, soprattutto a Fermo. E’ dal 1473 che i documenti indicano la residenza stabile dell’artista ad Ascoli, quando esegue il Polittico di Sant’Emidio per il Duomo. La permanenza in città viene consolidata dall’acquisto di una casa nel giugno 1478. Si sposò, in data imprecisata, con Iolanda, forse abruzzese di Atri, dalla quale ebbe i figli Diana e un maschio, i due adottarono anche una bambina, Biasiola. Nel 1488 è registrata ad Ascoli la morte dell’unico figlio maschio, di cui non sono ricordati né nome né età, ma che comunque doveva essere piuttosto giovane: per i funerali, nel libro delle entrate del duomo, è registrata la donazione di due libbre di cera da parte dell’artista. Si tratta dell’ultima traccia della presenza dell’artista ad Ascoli, mentre si infittiscono le commissioni fuori dalla città. Con l’avvicinarsi della vecchiaia, l’artista risulta in continuo movimento, tra Camerino, Matelica, Fabriano e Pergola. Un ultimo documento lo ricorda a Fabriano, dove il 7 agosto 1494 consegnò una pala. La morte del pittore è collocata tra il completamento del Pala di San Francesco a Fabriano e la richiesta, datata 7 settembre 1495, di esserne dichiarato erede universale da parte del fratello Vittore, residente a Fermo. Il fratello dimostrò di non conoscere la situazione familiare di Carlo, dichiarando come egli non avesse figli e ignorando evidentemente anche il suo matrimonio: se ne deduce la totale assenza di contatti tra i due da molti anni: nello stesso documento Vittore ammise, in parte, di aver trascurato in vita il fratello e di esserne debitore, intendendo in campo artistico. Una tradizione di storiografia locale indicava come Carlo fosse morto a Fermo e sepolto nella chiesa di San Francesco, ma la lettera di Vittore al magistrato ascolano smentisce la notizia; non è detto nemmeno che sia morrto ad Ascoli, piuttosto che in uno dei suoi soggiorni a Pergola, Matelica o Fabriano. La situazione familiare del pittore emerge solo da documenti successivi alla sua morte, legati alla complicata questione ereditaria. Il nome della moglie Iolanda compare per la prima volta in un documento dell’anno 1500, quando Carlo era ormai scomparso da cinque anni; essa doveva essere molto più giovane del marito se, dopo la fine della causa ereditaria nel 1511, è ricordata ancora viva nel 1524. Essa ebbe controversie col genero, marito di Diana, dopo la morte della figlia, cercando di non includerlo come suo erede; non incluse nemmeno Carlo, figlio della Biasola, che aveva il nome del nonno adottivo.
L’artista basò la sua arte sull’espressionismo e il disegno incisivo corredato da un sontuosi decori.

madonna_che allatta il bambinoMadonna di Corridonia

Questo è un dipinto a tempera e oro su tavola, databile al 1472 circa e conservato nel Museo parrocchiale di Corridonia. L’opera proviene dalla locale chiesa di Sant’Agostino ed era forse la parte centrale di un polittico, i cui elementi accessori andarono distrutti. Nel 1925 e di nuovo nel 1950 fu restaurato e pulito, rivelandone la meravigliosa qualità pur compromessa in parte dalle manomissioni. In questa Madonna l’artista abbandona temporaneamente il fondo oro: Maria infatti è seduta su un trono con il tipico drappo alla veneziana che cala coprendo lo schienale, ed è attorniata da una gloria di cherubini e serafini, ma lo sfondo è azzurro. Tiene saldamente il Bambino in braccio e, guardandolo, lo allatta con un piccolo seno che appare da una fessura nella sontuosa veste; è un’interpretazione più umana ché tipica del soggetto sacro; espressivo il volto della Madonna che trasmette tenerezza.

250px-Carlo_crivelli,_madonna_linskyMadonna

E’ definita Madonna Linsky perchè fece parte di questa collezione; passò per varie collezioni straniere  prima di arrivare al museo newyorkese nel 1982. Su uno sfondo dorato  lavorato come un damasco, si leva il trono della Vergine, in pesanti graniti, al di sopra di un gradino di pietra scheggiata, dove si trova la fima dell’artista e dove stanno poggiate due perine, trattate illusionisticamente. Le pere o altri frutti  ricordavano il frutto proibito della Genesi, quello che fu all’origine del peccato originale. La vicina mosca forse simboleggia il peccato. Pere e mosca hanno un’ombra particolarmente allungata, che le fa staccare come se fossero reali, (uno di quei trucchi ottici cari all’artista). Maria tiene un agitato Bambino sulle ginocchia, che si protende ad abbracciare il santo sulla destra, san Domenico, ritratto nella tavola oggi nello stesso museo. Può anche darsi che in corrispondenza di questo lato, oggi restaurato, esistesse un uccellino poi andato cancellato. Ricchissimo è il manto di Maria, con damascature dorate e una fodera verde brillante.

180px-Carlo_Crivelli_-_Madonna_della_Candeletta_-_WGA5785Madonna della Candeletta

Su uno sfarzoso trono marmoreo con uno schienale di stoffa, la Madonna sta seduta col Bambino in grembo, che regge una pera, allusione al frutto del peccato originale; essa è elegantemente vestita e con in capo una corona, in forma statuaria, con il perfetto ovale del suo viso che non tradisce emozioni; ad essa si contrappone la figura sgambettante del Bambino dallo sguardo malinconico alle prese con una pera, strappata forse alla vicina ghirlanda. Ci sono molte decorazione, dalle ghirlande ai tessuti riccamente damascati in vari colori, dai gioielli alle specchiature screziate dei marmi, scendendo sempre più giù fino al gradino, dove si trovano una pesca, una brocca colma di fiori simbolici (giglio della verginità di Maria, rose mariane rosse e bianche, simbolo della Passione e della purezza), alcune ciliegie, una rosa scilta, l’iscrizione della firma e la sottile candela che dà il titolo all’opera. Si tratta di oggetti simbolici, ma anche di prove di bravura dell’artista, che sembra quasi invitare lo spettatore ad allungare la mano per raccogliere tali oggetti verso di lui protesi. In quegli anni anni Crivelli si trovava all’apice della sua fortuna nelle Marche,
« Ogni oggetto, i gioielli, le stoffe, la frutta e i fiori sono realizzati con perizia estrema e con attenzione ai valori ottici di riflessione della luce e di incidenza delle ombre – specie nella candela votiva sospesa sul bordo del dipinto, che ha determinato il nome convenzionale del’opera, e nello splendido vaso di rose in primo piano »
da La storia dell’arte

 

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Madonna di Poggio Bretta

Maria tiene in Bambino disteso sulle ginocchia e gli rivolge uno sguardo e una preghiera a mani giunte. Gesù si volta verso di essa giocherellando con un frutto. Molti dettagli testimoniano l’alta ricercatezza del dipinto, dalla veste di Maria con ricami dorati, alla delicatezza del suo viso, dalla vivacità naturalistica del Bambino alla consistenza gonfia e vellutata della frutta.

280px-Carlo_crivelli,_madonna_speyer_2Madonna

L’opera è nota dal 1927 ma fu Roberto Longhi, nel 1946, ad attribuirla a Crivelli (fase veneziana) indicandola come una delle più antiche opere riferibili al pittore. La piccola tavola, nata probabilmente per la devozione privata, contiene Maria che, affacciandosi da un parapetto, mostra il Bambino seduto su di esso. Dietro di essa sta un drappo verde teso, che continua idealmente in quello rosso steso sul parapetto, e che permette di vedere, ai lati, due brani di paesaggio agreste.. Le delicatissime mani di Maria sfiorano il Bambino e gli afferrano la veste. Alcuni scorci mostrano particolare maestria (la mano destra di Maria, la testa e il piedino destro del Bambino). Lo stato conservativo però non è ottimale.

Crivelli,_immacolata_concezioneImmacolata concezione

La conferma che si tratti dell’Immacolta si ha dalle parole scritte sul cartiglio che reggono i due angeli mentre poggiano una corona sulla testa di Maria: “Concepita, dall’inizio, nella mente di Dio e fatta umana”.  L’artista la  rappresenta a figura intera con i piedi poggiati su un broccato rosa che è appeso a una pertica alla quale stanno attaccati anche vari rami con frutti simbolici, che alludono al peccato originale e alla fertilità di Maria. Altri simboli sono i due vasi di fiori appoggiati sulle transenne ai lati, uno in ceramica contenente rose, il tipico fiore mariano, e uno in vetro trasparente con dei gigli bianchi, simboli di purezza. Sullo sfondo oro, oltre il capo di Maria, si scorgono ngli emblemi del sole e della luna, simboleggianti eternità. Tanti sono gli elementi decorativi in questa opera, a partire dai ricchi tessuti con complicati ornamenti alla presenza costante dell’oro: elementi tipici della produzione tarda dell’artista; ci sono poi dettagli espressivi, soprattutto gli oggetti e alcuni parti anatomiche, come le mani. Questa opera è stata definita  magicamente sospesa tra due mondi: quello medievale e quello rinascimentale.

 

 

 

250px-Carlo_crivelli,_Santi_Pietro_e_Paolo,_87x44_cm,_Londra,_National_Gallery

Santi Pietro e Paolo

 

A sinistra san Paolo è riconoscibile per la spada, la lunga barba scura, il mantello tipicamente rosso. Pietro, a destra, ha la barba corta bianca, la tonsura e il manto tradizionalmente giallo; inoltre inequivobaili sono le chiavi del Paradiso che pendono a filo di piombo da una catenella al polso. I due sono catturati dalla lettura del libro che Pietro tiene aperto, sforzando la mano sinistra e indicando con la destra. Il libro di Paolo invece è chiuso e tenuto in equilibrio sull’elsa della spada puntata a terra.

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Papa Francesco

franFrancesco (come ormai tutti lo chiamano), pur essendo gesuita, ha scelto il nome di un santo di altro ordine: Francesco, appunto, il santo che io considero a tutt’oggi il  più grande che sia esistito, colui che ci ha insegnato l’obbedienza ma esponendo sempre il suo pensiero, colui che ci ha insegnato la vera umilità, colui che ha capito l’immensità dell’universo e l’ha decantata, colui che ci ha insegnato il rispetto per il creato e dell’ultimo essere esistente. Mi auguro che papa Francesco lo abbia scelto per prenderne esempio.

I papi scelgono i nomi da assegnarsi per motivi diversi: chi lo fa perchè trova il suo inadeguato al ruolo, ad esempio il primo a farlo fu Giovanni II (Roma, 470 – maggio 535), 56° papa, che in realtà si chiamava Mercurio, come un dio pagano, il suo papato durò dal 533 alla sua mortepapa mercurio, o come papa Sergio IV ( nato a Roma, ma se ne ignora la data – maggio 1012), fu il 142º papa, dal luglio 1009 alla morte,  in realtà si chiamava Pietro, ma per rispetto al santo di cui portava nome e fu il primo papa, lo volle cambiareSergius_IV; alcuni lo cambiano per ammirazione di un santo o di un altro pontefice; alcuni per mantenere una continuità con il precedente; a volte viene cambiato per motivi strettamente personali.

A noi romani le storie sui papi ci piacciono, sono intriganti e nascondono mille particolari sconosciuti a molti.

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