TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Madonna col Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Andrea

 

 

Un dipinto che adoro (olio su tavola) di Cima da Conegliano.
La Vergine e il Bambino Gesù, san Michele Arcangelo, di cui sono innamorata da sempre…guardare questa opera mi fa pensare alla rinascita sulla distruzione di ciò che è passato…il paesaggio mi suscita questo pensiero: le rovine fatiscenti e ben particolareggiate, in lontananza la città solida, ben strutturata (nella collocazione storica sicuramente un borgo, se ben ricordo proprio Conegliano).
I colri poi, armonia e quel dorato colore che sa tanto d’antico e mi infonde pacatezza. Guardarlo mi da la certezza, Maria e suo Figlio, sono la rinascita su ogni distruzione.

 

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Una poetica leggenda

Piazza S.Francesco d’Assisi (prima S. Francesco a Ripa), in Trastevere, a Roma, prende nome dall’omonima chiesa* che sorge dove un tempo era situata l’antica chiesa denominata S.Biagio de Curtibus, un convento dei Frati Minori con annesso ospizio-ospedale.
Si dice che qui venne ospitato S.Francesco d’Assisi in occasione della sua visita al papa nel 1219 ( ancora oggi la chiesa custodisce la cella del santo ed alcune sue reliquie), anche se molti studiosi nutrono dubbi.
Sul santo nasce quella che sembra essere una poetica leggenda: San Francesco, piantò, nel giardino del convento, un albero di arancio, che fruttificò per diversi secoli; nel 1613 fu trapiantato ma fiorì ugualmente, nel 1871 divenne secco e si decise di bruciarlo, allora un frate staccò un ramoscello e lo piantò, l’albero crebbe e ricominciò a fiorire e dare frutti fino al 1879, e poi ancora nel 1888 anno in cui cessò definitivamente di esistere.

* da visitare assolutamente, se non fosse per ammirare l’Estasi di Beata Ludovica Albertoni del Bernini, una scultura drammaticamente bella, direi meravigliosa, che riproduce la santa sul letto di morte; nel sarcofago sono conservate le spoglie di Ludovica.

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Carlo Crivelli

Vedo un’immagine su un libro, un quadro che rappresenta una Madonna, ne resto affascinata e decido di cercarne l’autore…Mi ha conquistata.

Questo è il quadro che ho visto, mi ha affascinato perchè l’espressione della Madonna era più terrena di quelle che di solito si rappresenta, per la delicatezza del velo e per la bellezza del tessuto del manto, per lo sguardo del Bambino adornete verso sua madre.

250px-Carlo_Crivelli_-_Madonna_con_BambinoMadonna con Bambino

Carlo Crivelli nasce a Venezia nel 1430 o1435 circa.Si sa che è figlio del pittore Iachobus de Chriveris, del quale però non si conosce nessuna opera. La data di nascita si fa risalire a quel periodo perché  doveva essere già maggiorenne quando, il 7 marzo 1457, fu condannato a sei mesi di carcere e a duecento lire di multa; fu condannato perché rapì Tarsia, moglie del marinaio veneziano Francesco Cortese, del quale era innamorata e la tenne nascosta per molti mesi, ebbe con lei rapporti carnali; questa vicenda destò scandalo e fu  il motivo per cui l’artista si allontanò, senza fare mai ritorno, dalla sua città natale.
Della vita di questo pittore si ha una scarsa documentazione, solo le firme apposte sui quadri fanno ricostruire la mappa dei luoghi dove ha vissuto.
Si formò a Padova  ma lavorò prevalentemente nel sud delle Marche, soprattutto a Fermo. E’ dal 1473 che i documenti indicano la residenza stabile dell’artista ad Ascoli, quando esegue il Polittico di Sant’Emidio per il Duomo. La permanenza in città viene consolidata dall’acquisto di una casa nel giugno 1478. Si sposò, in data imprecisata, con Iolanda, forse abruzzese di Atri, dalla quale ebbe i figli Diana e un maschio, i due adottarono anche una bambina, Biasiola. Nel 1488 è registrata ad Ascoli la morte dell’unico figlio maschio, di cui non sono ricordati né nome né età, ma che comunque doveva essere piuttosto giovane: per i funerali, nel libro delle entrate del duomo, è registrata la donazione di due libbre di cera da parte dell’artista. Si tratta dell’ultima traccia della presenza dell’artista ad Ascoli, mentre si infittiscono le commissioni fuori dalla città. Con l’avvicinarsi della vecchiaia, l’artista risulta in continuo movimento, tra Camerino, Matelica, Fabriano e Pergola. Un ultimo documento lo ricorda a Fabriano, dove il 7 agosto 1494 consegnò una pala. La morte del pittore è collocata tra il completamento del Pala di San Francesco a Fabriano e la richiesta, datata 7 settembre 1495, di esserne dichiarato erede universale da parte del fratello Vittore, residente a Fermo. Il fratello dimostrò di non conoscere la situazione familiare di Carlo, dichiarando come egli non avesse figli e ignorando evidentemente anche il suo matrimonio: se ne deduce la totale assenza di contatti tra i due da molti anni: nello stesso documento Vittore ammise, in parte, di aver trascurato in vita il fratello e di esserne debitore, intendendo in campo artistico. Una tradizione di storiografia locale indicava come Carlo fosse morto a Fermo e sepolto nella chiesa di San Francesco, ma la lettera di Vittore al magistrato ascolano smentisce la notizia; non è detto nemmeno che sia morrto ad Ascoli, piuttosto che in uno dei suoi soggiorni a Pergola, Matelica o Fabriano. La situazione familiare del pittore emerge solo da documenti successivi alla sua morte, legati alla complicata questione ereditaria. Il nome della moglie Iolanda compare per la prima volta in un documento dell’anno 1500, quando Carlo era ormai scomparso da cinque anni; essa doveva essere molto più giovane del marito se, dopo la fine della causa ereditaria nel 1511, è ricordata ancora viva nel 1524. Essa ebbe controversie col genero, marito di Diana, dopo la morte della figlia, cercando di non includerlo come suo erede; non incluse nemmeno Carlo, figlio della Biasola, che aveva il nome del nonno adottivo.
L’artista basò la sua arte sull’espressionismo e il disegno incisivo corredato da un sontuosi decori.

madonna_che allatta il bambinoMadonna di Corridonia

Questo è un dipinto a tempera e oro su tavola, databile al 1472 circa e conservato nel Museo parrocchiale di Corridonia. L’opera proviene dalla locale chiesa di Sant’Agostino ed era forse la parte centrale di un polittico, i cui elementi accessori andarono distrutti. Nel 1925 e di nuovo nel 1950 fu restaurato e pulito, rivelandone la meravigliosa qualità pur compromessa in parte dalle manomissioni. In questa Madonna l’artista abbandona temporaneamente il fondo oro: Maria infatti è seduta su un trono con il tipico drappo alla veneziana che cala coprendo lo schienale, ed è attorniata da una gloria di cherubini e serafini, ma lo sfondo è azzurro. Tiene saldamente il Bambino in braccio e, guardandolo, lo allatta con un piccolo seno che appare da una fessura nella sontuosa veste; è un’interpretazione più umana ché tipica del soggetto sacro; espressivo il volto della Madonna che trasmette tenerezza.

250px-Carlo_crivelli,_madonna_linskyMadonna

E’ definita Madonna Linsky perchè fece parte di questa collezione; passò per varie collezioni straniere  prima di arrivare al museo newyorkese nel 1982. Su uno sfondo dorato  lavorato come un damasco, si leva il trono della Vergine, in pesanti graniti, al di sopra di un gradino di pietra scheggiata, dove si trova la fima dell’artista e dove stanno poggiate due perine, trattate illusionisticamente. Le pere o altri frutti  ricordavano il frutto proibito della Genesi, quello che fu all’origine del peccato originale. La vicina mosca forse simboleggia il peccato. Pere e mosca hanno un’ombra particolarmente allungata, che le fa staccare come se fossero reali, (uno di quei trucchi ottici cari all’artista). Maria tiene un agitato Bambino sulle ginocchia, che si protende ad abbracciare il santo sulla destra, san Domenico, ritratto nella tavola oggi nello stesso museo. Può anche darsi che in corrispondenza di questo lato, oggi restaurato, esistesse un uccellino poi andato cancellato. Ricchissimo è il manto di Maria, con damascature dorate e una fodera verde brillante.

180px-Carlo_Crivelli_-_Madonna_della_Candeletta_-_WGA5785Madonna della Candeletta

Su uno sfarzoso trono marmoreo con uno schienale di stoffa, la Madonna sta seduta col Bambino in grembo, che regge una pera, allusione al frutto del peccato originale; essa è elegantemente vestita e con in capo una corona, in forma statuaria, con il perfetto ovale del suo viso che non tradisce emozioni; ad essa si contrappone la figura sgambettante del Bambino dallo sguardo malinconico alle prese con una pera, strappata forse alla vicina ghirlanda. Ci sono molte decorazione, dalle ghirlande ai tessuti riccamente damascati in vari colori, dai gioielli alle specchiature screziate dei marmi, scendendo sempre più giù fino al gradino, dove si trovano una pesca, una brocca colma di fiori simbolici (giglio della verginità di Maria, rose mariane rosse e bianche, simbolo della Passione e della purezza), alcune ciliegie, una rosa scilta, l’iscrizione della firma e la sottile candela che dà il titolo all’opera. Si tratta di oggetti simbolici, ma anche di prove di bravura dell’artista, che sembra quasi invitare lo spettatore ad allungare la mano per raccogliere tali oggetti verso di lui protesi. In quegli anni anni Crivelli si trovava all’apice della sua fortuna nelle Marche,
« Ogni oggetto, i gioielli, le stoffe, la frutta e i fiori sono realizzati con perizia estrema e con attenzione ai valori ottici di riflessione della luce e di incidenza delle ombre – specie nella candela votiva sospesa sul bordo del dipinto, che ha determinato il nome convenzionale del’opera, e nello splendido vaso di rose in primo piano »
da La storia dell’arte

 

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Madonna di Poggio Bretta

Maria tiene in Bambino disteso sulle ginocchia e gli rivolge uno sguardo e una preghiera a mani giunte. Gesù si volta verso di essa giocherellando con un frutto. Molti dettagli testimoniano l’alta ricercatezza del dipinto, dalla veste di Maria con ricami dorati, alla delicatezza del suo viso, dalla vivacità naturalistica del Bambino alla consistenza gonfia e vellutata della frutta.

280px-Carlo_crivelli,_madonna_speyer_2Madonna

L’opera è nota dal 1927 ma fu Roberto Longhi, nel 1946, ad attribuirla a Crivelli (fase veneziana) indicandola come una delle più antiche opere riferibili al pittore. La piccola tavola, nata probabilmente per la devozione privata, contiene Maria che, affacciandosi da un parapetto, mostra il Bambino seduto su di esso. Dietro di essa sta un drappo verde teso, che continua idealmente in quello rosso steso sul parapetto, e che permette di vedere, ai lati, due brani di paesaggio agreste.. Le delicatissime mani di Maria sfiorano il Bambino e gli afferrano la veste. Alcuni scorci mostrano particolare maestria (la mano destra di Maria, la testa e il piedino destro del Bambino). Lo stato conservativo però non è ottimale.

Crivelli,_immacolata_concezioneImmacolata concezione

La conferma che si tratti dell’Immacolta si ha dalle parole scritte sul cartiglio che reggono i due angeli mentre poggiano una corona sulla testa di Maria: “Concepita, dall’inizio, nella mente di Dio e fatta umana”.  L’artista la  rappresenta a figura intera con i piedi poggiati su un broccato rosa che è appeso a una pertica alla quale stanno attaccati anche vari rami con frutti simbolici, che alludono al peccato originale e alla fertilità di Maria. Altri simboli sono i due vasi di fiori appoggiati sulle transenne ai lati, uno in ceramica contenente rose, il tipico fiore mariano, e uno in vetro trasparente con dei gigli bianchi, simboli di purezza. Sullo sfondo oro, oltre il capo di Maria, si scorgono ngli emblemi del sole e della luna, simboleggianti eternità. Tanti sono gli elementi decorativi in questa opera, a partire dai ricchi tessuti con complicati ornamenti alla presenza costante dell’oro: elementi tipici della produzione tarda dell’artista; ci sono poi dettagli espressivi, soprattutto gli oggetti e alcuni parti anatomiche, come le mani. Questa opera è stata definita  magicamente sospesa tra due mondi: quello medievale e quello rinascimentale.

 

 

 

250px-Carlo_crivelli,_Santi_Pietro_e_Paolo,_87x44_cm,_Londra,_National_Gallery

Santi Pietro e Paolo

 

A sinistra san Paolo è riconoscibile per la spada, la lunga barba scura, il mantello tipicamente rosso. Pietro, a destra, ha la barba corta bianca, la tonsura e il manto tradizionalmente giallo; inoltre inequivobaili sono le chiavi del Paradiso che pendono a filo di piombo da una catenella al polso. I due sono catturati dalla lettura del libro che Pietro tiene aperto, sforzando la mano sinistra e indicando con la destra. Il libro di Paolo invece è chiuso e tenuto in equilibrio sull’elsa della spada puntata a terra.

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