TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Una valigia, una vita e uno spettacolo

Con un blogger (http://topperharley.org/2016/01/31/la-valigia-del-viaggiatore/#comment-18961) si parlava di valigie, quelle che ci portiamo dietro nella nostra vita… Cosa mettiamo in quelle valigie? Ecco io ho risposto e ho parlato della mia valigia. Il blogger mi ha chiesto di parlare di quella valigia che qualcuno ha portato sulle assi di un teatro. Un colto e giovane sacerdote ha proposto un tema per uno spettacolo: Partenze e Ritorni. Si poteva scrivre anche una storia vissuta. Io ho voluto farlo, perchè ho viaggiato, e si se ho viaggiato! E con una valigia, anche adesso la porto con me, è piena in modo inverosimile, è un po pesante ma non potrei mai separarmene. E’ la mia valigia.

Barbara Bricca, sensibile e colta regista ha preso la mia storia, l’ha rielaborata per poterla portare a teatro e ha scelto una bravissima attrice della sua Compagnia per rappresentarla, Emanuela, che ringrazio per la passione e la dolcezza e l’intensità con cui l’ha raccontata. Barbara Bricca ha elaborato  spettacolo stupendo ed emozionante (https://tuttolandia1.wordpress.com/2015/11/17/partenze-e-ritorni/) copia-di-dsc07718.

Qui riporto il testo come l’ho scritto io.

“Mi piace viaggiare.
Sono una di quelle persone che ama conoscere nuovi luoghi, cibi, culture…I miei viaggi li ho sempre scelti e organizzato io. Non ne ho fatti molti, ma li ho amati tutti, anche quello, l’unico che non ho scelto e che non avrei voluto fare.
Sono partita in una calda mattinata di fine primavera portando una valigia striminzita, senza il sorriso sulle labbra e con una pietra sul cuore.
Non ho attraversato deserti, nè mari, nè boschi, nè lingue d’asfalto; non ho respirato brezze marine, né gelsomini odorosi, nè aromi speziati; non ho conosciuto culture, abiti, musiche, diverse dalle mie.
Ho attraversato corridoi lunghi, pieni di porte, inondati di luci bianche e senza calore; ho respirato odori pungenti di chimiche essenze e aria fresca generata dal metallo dell’uomo; ho conosciuto uomini e donne vestiti di bianco, di verde, d’azzurro, che indossavano occhiali e mascherine e guanti bianche aderenti come una seconda pelle. Sono arrivata in una stanza enorme dove ho incontrato donne invecchiate perché la tinta dei capelli era sbiadita, donne con la pelle corrosa, madri senza luce negli occhi per il troppo piangere, madri senza voce o logorroiche.
Pensavo di essere arrivata alla meta del viaggio, non avevo capito che ero appena approdata sul molo, che ancora quel viaggio dovevo affrontarlo…Sono salita sulla zattera del dolore, quello che ha accompagnato la mia anima e il mio corpo. Il dolore del corpo l’ho affrontato remando nel mare delle certezze che la medicina mi offriva, il dolore dell’anima l’ho affrontato portando la zattera verso la riva dove vedevo una luce immensa che però più cercavo di avvicinare più si alontanava e, quando ho capito che le correnti contrarie spingevano la zattera sempre più lontana, mi sono tuffata tra onde di preghiere, rosari, dubbi. Nuotavo, ma la riva dorata si allontanava e quando ero allo estremo “Signore dove sei, perché mi hai lasciato” qualcuno mi ha gettato una corda “… i giorni in cui tu hai visto solo un’orma sulla sabbia, sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”, e finalmente ho toccato quella riva.
Ecco, il viaggio per me era concluso, potevo tornare a casa.
Ma così non è stato, ancora sono dovuta partire, ancora un viaggio, più avventuroso.
Prendo di nuovo la valigia, più piccola dell’altra, non ho portato che due foto con me…Poi il buio, tutto si spenge, il sole scompare, la luna scompare; non so dove sono, non so dove andare, troppo silenzio, troppo freddo, tanto freddo…Inizio a correre in una landa buia, sotto una pioggia battente, fitta, gelida; vedo una persona correre verso di me, mi dice:”Di la, di la, c’è un’uscita, dopo la grotta…”, corro, sono tutta bagnata, non ho più forze; entro nella grotta, è nera, ho paura, vorrei tornare indietro, ma devo riprendermi, trovare l’uscita. Mi fermo solo un attimo per riprendere fiato e chiudo gli occhi, quando li riapro davanti a me appare una giovane donna dal manto e dall’abito bianco trattenuto in vita da un nastro azzurro, mi fa segno di stare ferma:”Devi tornare indietro, non è qui il tuo posto.” La guardo, mi volto e torno indietro, riprendo la corsa sotto l’acqua. Penso: “Ma che viaggio è mai questo?” e poi mi dico:”Ora mi sdraio e mi addormento, sono troppo stanca…” Appena appoggio il mio corpo sull’erba fradicia qualcuno, che non riesco a veder tanto è nera l’aria, mi accarezza il volto, mi abbraccia, mi incita a non dormire, solo a riposare per poi tornare a camminare, sembra il cullare di una madre…Dormo, tanto e quando mi sveglio c’è il sole, ci sono le voci e i volti conosciuti di sempre, c’è un angelo che pur non avendo le ali ha la forza di sollevarmi dalla stanchezza accumulata il quel lungo viaggio nella terra sconosciuta. E quell’angelo mi dice che è ora di andare via, non per fare un altro viaggio, è ora di andare a casa.
Ho fatto un viaggio lungo, non voluto, ma che oggi posso dire di aver amato, una viaggio che tanto mi ha insegnato.
Ho attraversato il mare in tempesta, ho calpestato la sabbia d’oro, mi sono fermata prima della grotta; ho lottato nel viaggio per tornare qui, dove chi è più in alto di ogni vetta ha deciso che io fossi.” Paola

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