TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Si avvicina…

…l’ultimo giorno dell’anno.
Manterrete alcune tradizioni? 
Mangerete le lenticchie? Ricordatevi che ogni lenticchia è una monetina d’oro!
Indosserete qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio?
E un indumento intimo color rosso?

 

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Tutto il mondo è paese!

In Svezia si mangiano uova sode colorate.
In Danimarca le case vengono ornate con rami fioriti e uova dipinte, la domenica di Pasqua l’intera famiglia si riunisce per un buffet freddo e ai bambini viene regalato il coniglio di cioccolato.
In Germania dolci e pietanze tipiche della festa sono l’agnello e l’uovo di cioccolato, donato ai bambini da un coniglietto chiamato Osterhase.
In Inghilterra il dolce tipico è rappresentato dagli hot cross buns, piccole brioches fatte con uvetta e cannella e decorate con una croce fatta di glassa, per ricordare la passione di Cristo.
In Russia la domenica le famiglie si riuniscono e organizzano un picnic sulla tomba di un parente morto e la sera si prepara un banchetto con diversi tipi di carni, pesce e funghi.
In Grecia è tradizione mangiare dolcetti, pane pasquale, uova colorate e la Marghiritsa, una zuppa tipica pasquale fatta con l’agnello.

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Antichi mestieri – Giovanni Leone

“Partenope, donna di cuore e di imprevedibili capricci, di grande qualità intellettuale e di cialtronerie affabulanti, figlia primogenita di un mare amico. Lei, spirito vivo e aperto, conoscitrice di molte culture, dotata di una solida filosofia quotidiana. La sua esistenza è un imperdibile libro di memorie, di ricordi spiccioli, di esistenze improvvisate, di mestieri e mestieranti….”

“Quanto più mi guardavo attorno, e quanto più attentamente osservavo, tanto meno riuscivo a trovare dei veri vagabondi….”scriveva Goethe durante un soggiorno napoletano nel 1787.

“Il martello si abbatteva con forza…Tutto il vicinato ascoltava quel sordo rintocco, quel segnale di inizio giornata. ‘O ferrare s’è scetato e le strade si popolavano…”
“Il petto villoso era sempre nudo, solcato in diagonale da una cinghia di cuoio, per tenere su le braghe…..I muscoli delle braccia erano morbidamente scolpiti, figli di infinite martellate…gli occhi erano neri come carboni…”
“Entrare nell’antica fucina del fabbro..rendersi conto della fatica, dei giorni duri e impalcabili, di quel ferro incandescente da domare.”
“Napoli era la bottega del fabbro…Napoli è figlia di quella forza, di quella creatività, di quel pensiero, pulito, genuino, sfavillante…”

  “Al calare della sera lo vedi in un fondaco a separare i diversi tipi di stracci, a prepararsi per nuove redditizie contrattazioni…”
“Stracci, malandate stoviglie, una sedia sghemba, coppole logore, coperte da rammendare, rotoli di spago, pastorelli di creta: tasselli di vita che fu, in bilico sul filo del tempo, nell’attesa di riguadagnare la scena. E` il carretto del cenciaiuolo, ‘o sapunaro per i napoletani, ricolmo di tutto e di niente. Spesso vedi il robivecchi al centro di un nugolo di femmine vocianti…..  ‘O sapunaro lo vedi ovunque. Non esiste angolo di Napoli che non abbia ascoltato il suo richiamo e il lento procedere del suo carretto. Dalle assolate strade eleganti ai vicoli bui. Tratta con serve, lavandaie, rissose popolane. Conosce i cortili dei palazzi nobili, i bassi, i fondachi. Il suo sguardo ben ricorda il duplice palesarsi della capitale del sud: nobildonna e stracciona.”
“Lo straccivendolo napoletano ha…la serena diplomazia di chi osserva il mondo…pronto a barattare un sorriso con uno straccio e la miseria di Napoli.”

  “Gli sguardi erano rivolti a lei, ‘a capera, la pettinatrice….”
“E nei frivoli discorsi, la capera era insuperabile….”
“Sapeva domare riccioli ribelli, esaltare timide trecce, far sparire fili d’argento…..provvede a tutto…qua impinza, là toglie, su imbruna, giù allustra, là gonfia, qua sgonfia; e le sue mani fan prodigio; e dieci quindici anni spariscono sotto le sue dita….”

  “Il danzante petto delle donne…Fonte di nutrimento, oggetto del desiderio, diabolica tentazione….florida nutriccia come baia di partenza per l’umano veleggiare.”
“Stringere al petto, avvolgere in un abbraccio caldo, donare…il rifugio primordiale è azione istintiva per colei che ama, che ha partorito vita…”
“A Napoli, allattare un bambino non è mai stato gesto da nascondere…”

“Abbraccia la mummara, troppo grande, troppo piena….le piccole braccia non cingono del tutto il recipiente e la paura di farlo cadere in terra è tanta…La bambina guarda imbroncita l’acquaiola, afferra un’anfora vuota, si volta di scatto e ritorna lungo il cammino che porta alla fonte…”

Acquaiolo
Vincenzo Gemito

“La storia delle nostre radici non è verità incrollabile, ma avventura straordinaria.”

“Napoli e il suo carico d’umanità, i suoi venditori, il suo commercio.”

 

 

Ho fatto un viaggio meraviglioso, in un passato dove il vissuto era sofferenza ma anche grande adattabilità. inventiva, scaltrezza. Un passato che non è andato perduto, e che lo scrittore ha saputo tratteggiare meravigliosamente con riferimenti e note che arricchiscono culturalmente il lettore. Un viaggio nelle tradizioni di una città che io trovo magica.

 

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Paese che vai usanza che trovi!

In alcune città della Puglia, quando iniziano a suonare le campane per la Pasqua, con un bastone si danno fortissimi colpi alle porte per scacciare il diavolo e per proteggere la famiglia dalle avversità.

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La ragazza che guardava il cielo -Alberto Reggiori

“Cominciava a conoscere il cerchio delle stagioni, gli acquazzoni con l’arcobaleno, i cieli solcati dalle andide nubi imponenti come velieri, i campi prosciugati durante la siccità, il sorgere del sole quando accompagnava la madre a prendere l’acqua, i tramonti gialli e caldi mentre si accendevano i primi fuochi per cucinare la cena, le paurose notti nere come la pece ….Epoi i saggi consigli che sua madre le regalava durante il cammino, o le storie spaventose, piene di spiriti e malochio….”

ragazza-guardava-cielo-reggiori_5_1  Zamu nasce in Uganda nel 1962.
Mentre la madre grida di dolore viene sancita l’indipendenza del Paese che però scivolerà nella dittatura.
Zamu è intelligente e forte, vuole studiare, ma ciò non gli impedisce di essere data come sposa, a solo sedici anni, ad un uomo mai visto e tanto più vecchio di lei.
Zamu tra un matrimonio e l’altro avrà dei figli che crescerà da sola, nella disperazione, fino ad arrivare ad una disperazione immensa, quando gli verrà diagnosticata l’Aids.
Zamu conoscerà l’Amore di una forza divina che gli farà comprendere la fede e la porterà a lottare per se ma soprattutto per gli altri. Per questo Amore cambierà il suo nome in Veronica.

 

“Le vie di accesso al continente nero erano costellate di croci piantate su tumuli di terra. L’Africa non si concedeva a buon prezzo e usava le sue invincibili armi per non lasciarsi violare: le malattie, il clima e la natura feroce”

Non è un racconto di fantasia, è una storia vera di una giovane donna malata, che ha conosciuto violenza, dolore, abbandono, miseria, ma anche speranza e riscatto. A raccontarla in questo meraviglioso libro è Alberto Reggiori, il medico italiano che ha curato Zamu a Hoima.
Troveremo tradizioni africane ancestrali, come la sposa bambina, la pratica di fango e cenere che da secoli le levatrici spalmano sulle partorienti durante il travaglio, conosceremo la fuga dalla guerra, il flagello devastante dell’Aids, conosceremo l’Avsi* e il Meeting Point**, conosceremo l’Highly Active Anti-Retroviral Therapy , combinazione di tre farmaci che tiene in vita molti malati di AIDS.
Il libro ha un’impronta cristiano/cattolica, ma è scritto con umiltà e immensa umanità.
Mi ha commosso questo libro, la storia di questa donna è struggente e dolorosa, ma non so perchè mi fa sognare di un’Africa meravigliosa, dove ancora, in alcune zone, le donne non possono frequentare la scuola e sono trattate come merce.
Mi ha affascinato la forza di questa giovane che non ha mai rinunciato a guardare le stelle e pregare (e posso solo immaginare quanto sia bello il cielo stellato in quel travagliato meravigliso continente), che non ha esitato a farsi chiamare Veronica, colei che allevia…

“…una tradizione africana: chi guarda un leone negli occhi e sopravvive sarà invincibile.”

* AVSI: fondazione per uno sviluppo sostenibile e capace di rispondere ai bisogni reali delle persone, impegnata soprattutto alla difesa e valorizzazione della dignità della persona.
** Meeting Point:centro creato da un malato di AIDS per trattare in modo più umano chi è ammalato.

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Le ragazze di Kabul – Roberta Gately

kabul   Elsa, ventenne americana, parte per l’Afghanistan come infermiera volontaria.
Parween, giovanissima afgana, è una ribelle assetata di vendetta verso i talebani.
Le loro vite si incroceranno tra morte, violenze, povertà, piccole gioie e amori, rabbia e umiliazione, il peso del burqa e il colore di un rossetto; le loro vite cambieranno per sempre.

 

Un libro che scorre, che vale la pena leggere anche se, sinceramente, la storia narrata è, a mio giudizio, trattata troppo sommariamente.
La trama è anche accattivante, soprattutto la parte che riguarda Parween e la descrizioni delle tradizioni matrimoniali e le leggende del popolo hazaro. Di quella che qui viene chiamata Parween in parte ne conoscevo l’esistenza, la chiamano la donna ribelle, una figura che a quanto sembra esiste veramente.
Come spesso accade anche qui la traduzione del titolo è veramente fuori luogo, titolo originale: Lipstick in Afghanistan, che ci sta tutto; titolo tradotto: Le ragazze di Kabul che non c’azzecca niente (città mai mensionata)…Mha!

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La sposa bianca di Ousmane – Mariama Bâ*.

os Dakar, capitale del Senegal, fine anni ’60 primi anni ’70, Mireille, francese, figlia di un diplomatico e Ousmane, senegalese, si innamorano.
In quell’epoca un amore tra un nero e una bianca non era visto bene ne dai bianchi, ne dai neri.
I due, dopo varie vicissitudini riescono a sposarsi e la giovane Mireille, convertita all’islamismo e piena di speranze va a vivere a Dakar, tentando in tutti i modi di entrare nelle grazie della suocera, ma senza rinunciare ai suoi diritti e dignità.
Ma lo scontro di mentalità, l’apparenza di una vita che poteva adattarsi per entrambi, la sudditanza sociale a cui le donne senegalesi sono soggette, ataviche tradizioni, relazioni non in uso tra gli occidentali (poligamia), razzismo e la non accettazione della Toubab da parte della famiglia di Ousmane porteranno i due all’allontanamento.
L’asfissiante unione delle donne del luogo faranno della giovane bianca oggetto di razzismo che la isolerà rifiutandola; anche Ousmane, benchè abbia una ottima cultura (è insegnante di filosofia) non riuscirà a superare i comportamenti che la società senegalese gli impone, neanche davanti all’arrivo di un figlio che anzi verrà disprezzato perchè meticcio.
L’ipocrisia, i silenzi, l’isolamento porteranno Mirielle ad un gesto tragico.

 
L’autrice del libro la conoscevo perchè era stata citata durante un convegno sulle donne, a cui avevo partecipato anni fa,  in cui si parlava di violenza, dignità, parità…Ma non mi aveva sfiorato nenache l’idea di leggere i suoi libri. L’avevo completamente rimossa dalla mia mente fino a qualche giorno fa, quando, in una prticolare circostanza, un ragazzo senegalese mi ha regalato questo libro.
Nel libro ci sono precise denunce, forti se collocate negli anni ’80: malgrado il Paese si avviava ad una apertura culturale, proseguiva un percorso di aridità sentimentale e tradizionale che impediva, o quanto meno fortemente ostacolava, l’unione delle coppie miste impedendo lo sviluppo di una società più aperta e libera; il denaro aveva un ruolo sociale fondamentale; l’impatto devastante dell’ancestrale cultura era dominante; la poligamia diffusissima; la violenza sulle donne, non fisica ma morale e mentale era all’ordine del giorno.
La scrittura del romanzo è complessa essendo anche farcita di molte parole in lingua senegalese (ovviamente con nota che chiarisce il significato), a volte mi sono interrotta per rileggere alcuni passaggi, frasi a metà, punteggiatura non proprio ben collocata…; mi sarebbe piaciuta una descrizione più intima dei protagonisti, ma questo libro vale la pena leggerlo perchè ci fa conoscere un mondo sconosciuto, ci parla di gruppi, di individui soli, parla di quanto sia più comodo vivere nel passato che costruire un presente. Va letto per il coraggio che ha avuto questa donna di scrivere l’annientamento dell’ essere donne in una cultura dove non erano nulla se non avevano un uomo accanto, ha avuto il coraggio di parlare della frustrazione delle donne africane in alcuni contesti.
Da un sondaggio del 2011 si evince che molte donne europee sposano senegalesi accettando di essere prima, seconda o terza moglie, e che gli uomini dichiarano pubblicamente il loro stato civile. Ma allora cosa sarà mai cambiato?

 
*Mariama Ba nasce nel 1929 a Dakar, suo padre è stato il primo ministro della sanità della legge quadro Deferre; essendo orfana di madre è stata cresciuta dalla nonna.
Ha dovuto lottare per acquisire una formazione, perché in quel periodo si credeva non necessario che le ragazze avessero una cultura personale e ancor meno che potessero diventare insegnati cosa a cui lei aspirava. I nonni l’hanno fortemente ostacolata, ma grazie al padre che aveva una visione ampia del futuro è andata a scuola. I nonni erano una famiglia agiata (il nonno è un lebou, prima etnia a Dakar) che possedeva molti palazzi e anche una grande moschea in muratura dove le persone si riunivano ad ogni ora per pregare; Mariama Ba sarebbe dovuta crescere senza conoscere la scuola, con l’educazione tradizionale che comprende l’iniziazione a dei riti, avrebbe dovuto saper cucinare, lavare i piatti, setacciare il miglio, trasformare la farina in couscous, avrebbe dovuto saper lavare la biancheria, stirare i bubu maschili e sottomettersi, quando sarebbe arrivato il momento, con o senza il suo consenso, a un’altra famiglia, a un marito.
Dopo le scuole primarie, all’età di 14 anni sceglie di fare la segretaria frequentando un corso accellerato, ma la direttrice della scuola primaria, ritenedola particolarmente intelligente e dotata la ritira dal corso e gli fa fare un esame per entrare all”Ecole Normale des jeunes filles’ di Rufisque, scuola con base francese. Supera brillantemente l’esame ma i nonni si oppongono all’iscrizione, essendo il padre assente per lavoro la decisione aspettava a loro, la direttrice insiste fino ad ottenere il consenso, il legame tra le due durerà tutta la vita. Si diploma nel 1947 e inizia ad insegnare a Medina, lo farà per 12 anni fino quando, per una malattia, viene assegnata all’ispezione regionale; qui lavorerà fino al suo decesso avvenuto nell’agosto 1981 a seguito di una  lunga malattia.
Ha sposato un membro senegalese del Parlamento, Obèye Diop-Alto, quando ha divorziato si è dovuta prendere cura da sola dei loro nove figli.
E’ stata socia di un gran numero di associazioni femminili attive per dei diritti e la difesa delle donne: l’Amicale Germaine Legoff’, associazione di tutte le ex alunne della Normale; Soroptimiste International, sezione di Dakar; Cercle Fémina, che si interessa di solidarietà….
Non è riuscita ad inserisrsi in un partito politico anche se partecipa all’avvio del nuovo stato indipendente del Sénégal.
Si è battuta contro la disparità di trattamento tra l’uomo e la donna specie nella religione musulmana.
Pubblica il suo primo libro nel 1980, “Uni si longue lettre”, tradotto in numerose lingue che le valse il primo premio Noma in Africa. Nel 1981 viene edito “La sposa bianca di Ousmane” di cui non vede l’uscita essendo da poco deceduta.

“Dove soffre la donna, soffre l’intera umanità”

Mariama-Ba

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