TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

L’uomo di tutti i cieli

Perché mi domandi
se sono uno dell’Africa,
se sono uno dell’America,
se sono uno dell’Asia,
se sono un europeo?
Aprimi, fratello!
Non sono un nero,
non sono un pellerossa,
non sono un orientale,
non sono un bianco:
sono soltanto un uomo.
Aprimi fratello!
Aprimi la tua porta,
aprimi il tuo cuore,
perché sono un uomo.
L’uomo di tutti i tempi,
l’uomo di tutti i cieli,
l’uomo…
uno come te!

René Philombe

 

 

 

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Gli ultimi saranno ultimi

di Massimiliano Bruno.

Luciana lavora in fabbrica.
Stefano, il marito, è perennemente disoccupato.
Dopo anni di attesa Luciana rimane incinta, ma perde il lavoro.
Tra amici, poliziotti, sindacalisti, si arriverà ad un tragico finale.

 

L’Italia dei rassegnati, delusi, dei schiacciati dal perverso gioco del potere: dalla crisi economica alla perdita del lavoro, dalla crisi coniugale alla mancanza di giustizia.
Un film che mi ha infilato un coltello nel cuore quando ho visto una donna in gravidanza puntare una pistola.
Un film da vedere. Un film realtà. Un film che nel finale lascia aperta metaforicamente una speranza.
C’è umorismo, ma c’è anche tutta la drammaticità che vivono molti cittadini oggi.
Bravi tutti gli attori, che hanno saputo caratterizzare alla perfezione i personaggi interpretati; mi è piaciuto Alessandro Gassmann (Stefano) che ho trovato finalmente incisivo, ma stupenda è Paola Cortellesi (Luciana), che ha saputo tratteggiare e ritagliare emotivamente e fisicamente un personaggio dalle tante sfaccettature.

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Lady Anna – Anthony Trollope

Nell’Inghilterra dell’800 una madre e una figlia, Lady Anna, affrontano un processo affinchè venga riconosciuto che siano effettivamente una la moglie e l’altra la figlia del Conte Lovel, se così fosse entrambe potranno usufruire dell’eredità del conte.
Se così non fosse tutto andrebbe al giovane Conte Lovel, a cui comunque aspetta il titolo.
Il giovane Lovel vorrebbe sposare Anna, che invece è innamorata di Daniel Thwaite, sarto, con cui è cresciuta e che ha promesso di sposare.
Il tutto passa attraverso un complicato processo, intrecciate avventure, amori e complotti.

Nobiltà vittoriana, ambienti borghesi, una ragazza determinata anche se inizialmente sembra debole e facilmente plagiabile, una girandola di personaggi.
La lettura scorre piacevolmente, non mi ha deluso questo romanzo, per me tale è in tutte le sue forme: la storia, le descrizioni dettagliate dei personaggi e degli ambienti, la descrizione delle regole dell’epoca,
Avvincente la storia che mette in risalto personalità femminili che devono contrastare la supremazia di quelle maschili.

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Johanna della foresta – Giorgio Scerbanenco

  Immigrati, boscaioli in Svizzera. Uomini di diverse nazionalità, tra cui due italiani: Donato e Francino.
La foresta fa sfondo alla storia di due donne innamorate di Donato.
La fidanzata storica, Maria, e la maestra Gertrude.
Ma Donato s’innamora di Johanna, figlia dell’oste del paese.
E poi c’è il capitano Heinrich Glicken, poliziotto. E il nazismo che è un eco sempre attivo
Johanna scompare, non si trova.
E’ stata uccisa?

Trovo questo libro in uno scaffale del centro commerciale, nell’angolo dei Libri lasciati. Un libro datato, anche come stampa (guardate la copertina).
Scerbanenco…come posso non leggerlo?
Natura, amore, mistero. Un romanzo che sembra “leggero”, ma non lo è, anzi dentro ci ho trovato la violenza dell’uomo sulla donna. Ci sono le donne che sognano un amore che le protegga, un uomo forte e solido. Ma questo amore non può essere tale se vuol dire abbassarsi ai soli piaceri dell’uomo, donne sacrificate per amore.
Certo la collocazione temporale è lontana dal momento che viviamo…uno Scerbanenco del 1955. Forse ancora attualre?
C’è anche la descrizione asciuuta della vita quotidiana dei personaggi. E storie piccole ma significative.
Non è un eccezionale romanzo, ma i personaggi sono fortemente delineati (a me è piaciuto Glicken). E il finale riscatta un po’ l’amore.

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Le donne amano

“……E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.”

(Pedro Salinas)

 

Arrivi a Roma e sali l’Aventino, uno dei colli romani dove la brezza del vento accarezza vestigia antiche, resti di mura illuminate, gatti sornioni addormentati su marmi scolpiti dai secoli, ti abbraccia e ti scompiglia i capelli, e alza la gonna di seta. E capisci di essere in una magia.
Ma se poi la magia la fai attraversare in un cortiletto che ricorda gli anni ’50, con poche piante essenziali, una statua femminile di gesso, e la fai entrare tra tende rosse e profumo di recitazione…ecco allora sai che sei nel posto giusto per dare ai tuoi occhi alla tua anima e al tuo cuore un momento speciale.
E se ti siedi sulle poltroncine rosse, guardi il palco del teatro Anfitrione e ci trovi un letto, un baldacchino, abiti appesi alle gruccie e una piccola borsa che penzola in attesa di chi sa cosa…allora pensi che davvero qualcosa stia accadendo.
Sulla sala scende il silenzio e tu non vedi nient’altro che movimento e ascolti musica che subito ti rapisce. In questo momento entri dentro un’altra dimensione, che subdola e accattivante ti affascina fino all’ultimo momento.
Guardi Nora, la bella e prosperosa prostituta che rossa di capelli vive l’amore come un obbligo, come una sconfitta, come una malia da cui non può sganciarsi, è la donna che ha tre anime, quella che da, quella che vorrebbe prendere, quella che non riesce a farlo…perchè non riesce’? Perchè la sua malia “pura” è Domenico, il marito scanzonato e prepotente che sa abbracciare non solo il suo corpo ma anche la sua fragile anima.  E guardi il giovane poeta, che non cerca l’amore carnale come fonte di maturità, ma cerca una musa a cui dedicare parole di puro sentimento…che cerca se stesso e forse non lo trova.
Il mio cuore è stato un continuo tumulto, per quella donna che vive l’altalena dell’amore, che può essere una gioia ma anche un profondo dolore, che ti può far smarrire ma anche schiavizzare, che ti può gratificare ma anche annientare.
E quanto una donna può essere forte per resitere a tutto questo?
Tanto, perchè l’Amore è un sentimento che non ha una ragione, è un istinto, è una dedizione senza limite, è un viaggio alla scoperta di se stessi.
E quel viaggio lo farà Nora, lo farà Domenico, lo farà il giovane poeta.
E quando Nora chiedera al Padre che è nei cieli…”sia fatta la tua volontà…ma la mia, la mia quando…”, nel monologo finale questa donna metterà a nudo tutta se stessa, dando tutta se stessa, non potrete più resistere, la commozione vi inonderà, gli occhi si inumidiranno, il cuore l’abbraccierà e non potrete uscire da quella dimensione senza aver fatto vostro un viaggio che non ha ritorno, non ha certezze, ma sarà un viaggio dove l’Amore confermerà che sa attraversare ogni limite, ogni olte, ogni barriera. Il monologo è l’argine che si rompe e inonda tutto il Teatro.


Grazie a Barbara Bricca (Nora), a Guido del Vento (Domenico), a Gabriele Planamente (il giovane poeta), per la loro forte, emozionante, coinvolgente recitazione, non vi lasciano scampo, vi entrano nel sangue.
Nora mi ha tolto il respiro, Barbara me lo ha ridato, Guido mi ha affascinato e trascinato, Gabriele mi ha ammaliato.
Guido del Vento è anche il regista di questa opera giovane, fresca, forte, con un profondo messagio.
E se poi ci mettete le poesie di Marco Corsi…avrete la voglia di ascoltale e riascoltarle e riascoltarle…un abbraccio senza ritorno, per me così è stato.
Tutti loro hanno dato il cuore, ogni cuore ha battuto in modo diverso, ma quei cuori erano uno solo.
E la borsetta che ho nominato parlando della scenografia? Ecco, lì, in quell’oggetto che penzola c’è un messaggio forte, è il simbolo delle mani che attingono e che l’Amore non ferma, anzi dona e concede.
Anche questo è il mistero dell’amore che molte donne hanno vissuto e che ancora oggi vivono.
Teatro è vita reale. Il pubblico lo ha recepito e gli occhi commossi lo hanno dimostrato

Ci tengo a dire che in teatro era presente anche mia figlia (autrice degli scatti)  che è rimasta affascinata da questa opera che ha definito “…inizialmente leggera e ilare (dialetto romano e battute scaltre e simpatiche) fino ad arrivare ad un tema forte e tanto attuale…mi sono divertita ma ho anche pensato con profondità…loro sono tutti e tre speciali….”
Credo che se una ragazza di una così giovane età ha recepito tanto, questo spettacolo è davvero arrivato dove doveva. Anima e cuore.

 

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Vi invito a Teatro

Questo post nasce in collaborazione con Barbara Bricca, una delle protagoniste dello spettacolo “SEMPRE E SOLO IO E TE” , insieme a Guido Del Vento e Gabriele Planamente, per la regia di Guido Del  Vento.

 

 

 

L’Amore è un intreccio di anime.
Ma se Amore ha tre anime, potrebbero essere quelle di Nora, donna ironica, maliziosa e seducente, quella di Domenico, prepotente e scanzafatiche, quella di Cristiano, che poeticamente cerca la sua identità…
Tre anime alla ricerca di se stesse, pronte a superare ogni limite o confine pur di amare ed essere amati …
E Amore non disdegna di passare per Casa Sibilla, dove il mestiere più antico del mondo lega le vite e scioglie le catene.

 

“Perchè l’Amore è sogno e incanto, è verità e sofferenza e mai finirà d’essere Amore…”

E questo viaggio vi invito a farlo amici blogger, per raccogliere la magia del Teatro, per inebriarsi dei movimenti palpabili degli attori, per sentire il profumo della vita reale, per gustare chi passione mette nella ricerca di tematiche sempre nuove e attuali, senza dimenticare che recitare è Arte antica e sacra.

Vi aspettiamo !

 

 

 

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Everest

di Baltasar Kormákur

 

Due spedizioni tentano di scalare quella che è la montagna meravigliosamente e terribilmente difficile da conquistare, la più pericolosa del pianeta Terra: l’Everest. La sopravvivenza dei scalatori sarà durissima e messa alla prova da una bufera di neve tra le più violente che si ricordi; un’impresa impossibile, quella del 1996.
Tra uomini esperti e dilettanti, tra futuri padri e alcolisti, tra clienti senza preparazione e guide da cui dipende la vita degli altri, la sfida e l’ambizione di conquistare la montagna domineranno sulla ragione portando il dramma in molte vite.
Il turismo globale contaminerà la montagna sacrificando alcune vite.

 

Tratto da una storia vera, l’ho visto come un film/lungometraggio che racconta l’impresa ambiziosa degli uomini che vogliono scalare l’Everest. Preparazione, acclimatizazione, scalata.
La chiave per vedere questo film può essere vista anche come una metafora: risalire le vette che la vita ci mette davanti, superare i propri limiti; io  sinceramente ci ho visto la commercializzazione di uno sport che dovrebbe essere intriso dalla sfida tra l’uomo e la natura, tra chi sfida il sacro di questi giganti della terra e chi dovrebbe calpestarli con i calzari tra le mani riconoscendone il profumo della potenza imbattibile, inviolabile; perchè rispettare quella che è sempre stata definità sin dall’antichità la sacralità, la maestosità, la potenza, l’elevazione verso il cileo, il Dio, i dei, può essere fonte di salvezza, a questi giganti vengono spessissimo sacrificate vite o sconvolte vite solo per il gusto di una sfida che per me non ha senso alcuno.
Le riprese sono mozzafiato, fotografia spettacolare, il cast perfetto, prevalentemente maschile, mi è piaciuto molto Jason Clarke; il film lo consiglio, ma sinceramente non mi ha convinto, troppa meccanica azione cinematografica, lasciando indietro l’emozione che lega l’uomo alla sua sfida, che lega la montagna alla sua natura indomita.

 

 

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Il suo nome è Gesù

Gesù, Figlio di Dio e Dio,
ti vedo nel filo d’erba,
nelle gemme dei fiori,
negli occhi dei bambini,
nel sorriso dell’amicizia.

Mio Gesù, l’uomo cerca
di allontanarti dal mondo
per prendere il tuo posto:
terribile follia,
morte di ogni speranza…
Quando ti sento vicino
il tuo cielo è con me.

 

da Poesie di Paul Contras

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Uomo!

Quando ti ricorderai che i bambini devono sorridere e avere negli occhi il sole e non la guerra?

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L’emozione è una luce

L’emozione è parte dell’uomo, l’emozione ti attraversa in un attimo o resta con te più a lungo.

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Ad Lucem è l’emozione che dura.
Ad Lucem, spettacolo teatrale di e con Barbara Bricca, presentato ieri sera.
Un tema forte, attualissimo, che non può lascire indifferenti: la violenza sulle donne.
I brani presentati dalla regista, e interpretati dalla Compagnia del Cavaliere e dalle Sibille, ci trasportano nei ricordi che i figli hanno della violenza familiare, nella reale violenza che si perpetra nelle mura domestiche, ci porta a toccare la paura della denuncia, ci fa capire quanto il silenzio delle donne è devastante.
Il silenzio assoluto dei spettatori e l’immobilità di alcuni bambini, hanno dato la misura dell’intensità di ogni brano recitato, parlato; spettatori che hanno scandito con applausi decisi ogni uscita di scena dell’attore; volti attoniti, ma anche commossi.
20161106_131249  Io c’ero, ho visto uomini impietriti e rapiti da quel rito sacro che veniva offerto.
Io c’ero, ma non da spettatrice, da attante, non ho visto lo spettacolo dal basso, ma dall’alto, ho parlato su quelle assi, e di questo ringrazio Barbara per la fiducia che ancora una volta mi ha concesso, per la grande emozione che mi ha permesso di vivere, ringrazio i compagni di viaggio per il loro generoso sostegno.
Questo spettacolo ti trasporta in un mondo che non vorresti conoscere, ma che esiste ed è sempre più prepotentemente alla ribalta delle cronache, potete immaginare per chi ha recitato cosa possa essere stato doversi immedesimare e offrire senza aver paura di mostrare cosa realmente può voler dire subire violenza?
Voglio sottolineare che i testi toccano diverse situazioni, arrivano immediati alla persona e fanno riflettere.
Mi congratulo con Barbara, le sue scenografie scarne, essenziali, lasciano spazio all’attore completandolo con gesti che intensificano la recitazione: i passi calcati dll’uomo che arriva furioso, il giornale lanciato che fa capire la sua rabbia; l’abbraccio ad un manichino che evoca ricordi lontani, d’amore e di pauraimg-20161106-wa0007 l’inginocchiarsi di chi sa che quel coltello la colpirà; il monogolo recitato come fosse una preghiera non salvifica, ma che avvelena l’anima di un gesto violento che è già di per se veleno e follia…e la bambola, quella bambola che gli uomini credono sia la donna, quella bambola a cui le donne si agrappano cercando rifugio forse nell’infanzia, quando una bambola era gioco, era confidennte, era la forza a cui appoggiarsi per non avere paura…

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La regia di Barbara non permette vuoti, non lascia idee in sospeso, non abbandona mai l’attore a se stesso. Non lascia mai lo spettatore solo, spettatore che si sente coinvolto anche dalla colonna sonora sempre impeccabile e mirata.

Pur conoscendola ormai da tempo e avendo avuto modo di assistere a tutti i suoi spettacoli, questa regista mi sorprende e affascina sempre per la capacità che ha di inserire sempre in modo estemporaneo un movimento, un gesto, un particolare  che da nuova forza e perfezione alla rappresentazione,  estemporanee decisioni che i suoi allievi sono pronti a raccogliere. Una stupenda maestra oltre che regista.
Ha recitato Barbara, avreste dovuto vedere e sentire…la donna sul tram dal cappotto verde e dai capelli ondulati era lì sul palco, con lei…la potevate vedere tanta è stata la forza evocativa del suo monologo finale.
Tutti gli attori sono stati perfetti e intensi, il mio stare “dietro” con loro mi ha permesso di vedere ancora qualcosa in più dello spettatore…la loro emozione,  trepidazione e anche l’ansia.

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Voglio complimentarmi con Aurora, la giovanissima new entry, una Maria Goretti perfetta, intensa, e complimenti a Gabriele, la sua parte non è stata facile  per lui, che ha sempre avuto ruoli dove non doveva esprimere rabbia e violenza…è stato forte e questo personaggio ha aggiunto maturità al suo percorso teatrale, tanto che mia figlia ha detto: “E’ una parte che gli sta perfetta! E’ stato bravissimo” dsc08353
Questo spettacolo verrà replicato il 6 Dicembre, se qualcuno desidera vederlo, può ricevere informazioni sul sito https://tuttoilmondoateatro.wordpress.com.

Lo consiglio, non si esce senza aver portato con se “l’emozione”.

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