TUTTOLANDIA

"…il posto che mi piace si chiama mondo…"

Stromae -Tous les Memes

 

Uomini…donne…non siamo tutti uguali…a volte conviviamo…lasciamo vivere ognuno pe quello che è e non per quello che vorremmo fosse (dedicato ad un amico).

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Black Sea

di Kevin Macdonald.

 

 

Il capitano Robinson, frustrato da una vita piena di fallimenti, sia familiari, economici, che lavorativi, decide di recuperare un carico d’oro che nel 1941 era trasporatato da un sottomarino russo per il Fuhrer.
Il recupero è complicato, viene usato un vecchio, fatiscente sottomarino russo e assoldato un equipaggio di uomini non proprio “in regola”, sia russi che inglesi, poco addestrati, che non desiderano altro che l’oro, e che si tollerano a malapena a causa dell’odio razziale che serpeggia, un equipaggio litigioso.. Tra gli uomini assoldati c’è Tobin, giovanissimo ragazzo che instaurerà un rapporto particolare con il capitano, quasi filiale.
Finale inatteso per un’avventura pericolosa e piena di colpi di scena..

 

 

Stupenda la regia di Kevin McDonald, abile nel creare un film d’avventura ma anche psicologico.
Cast eccezionale, bravissimo Jude Law che, nella figura del comandante duro ma anche umano, riesce ad essere il fulcro di tutto il film.
Scenografia vincente, buona la fotografia, ottima la colonna sonora, accattivante l’idea della recitazione anche in lingua.
Film drammatico dove viene evidenziato il lato peggiore dell’animo umano: la cupidigia, l’egoismo, il razzismo…Tutto il negativo umano prenderà il sopravvento fino a giungere al finale massacrante.
E se nel titolo c’è del “nero” vi renderete conto del perchè….io la definirei una claustrofobica missione. Da vedere.

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L’uomo di tutti i cieli

Perché mi domandi
se sono uno dell’Africa,
se sono uno dell’America,
se sono uno dell’Asia,
se sono un europeo?
Aprimi, fratello!
Non sono un nero,
non sono un pellerossa,
non sono un orientale,
non sono un bianco:
sono soltanto un uomo.
Aprimi fratello!
Aprimi la tua porta,
aprimi il tuo cuore,
perché sono un uomo.
L’uomo di tutti i tempi,
l’uomo di tutti i cieli,
l’uomo…
uno come te!

René Philombe

 

 

 

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Gli ultimi saranno ultimi

di Massimiliano Bruno.

Luciana lavora in fabbrica.
Stefano, il marito, è perennemente disoccupato.
Dopo anni di attesa Luciana rimane incinta, ma perde il lavoro.
Tra amici, poliziotti, sindacalisti, si arriverà ad un tragico finale.

 

L’Italia dei rassegnati, delusi, dei schiacciati dal perverso gioco del potere: dalla crisi economica alla perdita del lavoro, dalla crisi coniugale alla mancanza di giustizia.
Un film che mi ha infilato un coltello nel cuore quando ho visto una donna in gravidanza puntare una pistola.
Un film da vedere. Un film realtà. Un film che nel finale lascia aperta metaforicamente una speranza.
C’è umorismo, ma c’è anche tutta la drammaticità che vivono molti cittadini oggi.
Bravi tutti gli attori, che hanno saputo caratterizzare alla perfezione i personaggi interpretati; mi è piaciuto Alessandro Gassmann (Stefano) che ho trovato finalmente incisivo, ma stupenda è Paola Cortellesi (Luciana), che ha saputo tratteggiare e ritagliare emotivamente e fisicamente un personaggio dalle tante sfaccettature.

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Lady Anna – Anthony Trollope

Nell’Inghilterra dell’800 una madre e una figlia, Lady Anna, affrontano un processo affinchè venga riconosciuto che siano effettivamente una la moglie e l’altra la figlia del Conte Lovel, se così fosse entrambe potranno usufruire dell’eredità del conte.
Se così non fosse tutto andrebbe al giovane Conte Lovel, a cui comunque aspetta il titolo.
Il giovane Lovel vorrebbe sposare Anna, che invece è innamorata di Daniel Thwaite, sarto, con cui è cresciuta e che ha promesso di sposare.
Il tutto passa attraverso un complicato processo, intrecciate avventure, amori e complotti.

Nobiltà vittoriana, ambienti borghesi, una ragazza determinata anche se inizialmente sembra debole e facilmente plagiabile, una girandola di personaggi.
La lettura scorre piacevolmente, non mi ha deluso questo romanzo, per me tale è in tutte le sue forme: la storia, le descrizioni dettagliate dei personaggi e degli ambienti, la descrizione delle regole dell’epoca,
Avvincente la storia che mette in risalto personalità femminili che devono contrastare la supremazia di quelle maschili.

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Johanna della foresta – Giorgio Scerbanenco

  Immigrati, boscaioli in Svizzera. Uomini di diverse nazionalità, tra cui due italiani: Donato e Francino.
La foresta fa sfondo alla storia di due donne innamorate di Donato.
La fidanzata storica, Maria, e la maestra Gertrude.
Ma Donato s’innamora di Johanna, figlia dell’oste del paese.
E poi c’è il capitano Heinrich Glicken, poliziotto. E il nazismo che è un eco sempre attivo
Johanna scompare, non si trova.
E’ stata uccisa?

Trovo questo libro in uno scaffale del centro commerciale, nell’angolo dei Libri lasciati. Un libro datato, anche come stampa (guardate la copertina).
Scerbanenco…come posso non leggerlo?
Natura, amore, mistero. Un romanzo che sembra “leggero”, ma non lo è, anzi dentro ci ho trovato la violenza dell’uomo sulla donna. Ci sono le donne che sognano un amore che le protegga, un uomo forte e solido. Ma questo amore non può essere tale se vuol dire abbassarsi ai soli piaceri dell’uomo, donne sacrificate per amore.
Certo la collocazione temporale è lontana dal momento che viviamo…uno Scerbanenco del 1955. Forse ancora attualre?
C’è anche la descrizione asciuuta della vita quotidiana dei personaggi. E storie piccole ma significative.
Non è un eccezionale romanzo, ma i personaggi sono fortemente delineati (a me è piaciuto Glicken). E il finale riscatta un po’ l’amore.

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Le donne amano

“……E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.”

(Pedro Salinas)

 

Arrivi a Roma e sali l’Aventino, uno dei colli romani dove la brezza del vento accarezza vestigia antiche, resti di mura illuminate, gatti sornioni addormentati su marmi scolpiti dai secoli, ti abbraccia e ti scompiglia i capelli, e alza la gonna di seta. E capisci di essere in una magia.
Ma se poi la magia la fai attraversare in un cortiletto che ricorda gli anni ’50, con poche piante essenziali, una statua femminile di gesso, e la fai entrare tra tende rosse e profumo di recitazione…ecco allora sai che sei nel posto giusto per dare ai tuoi occhi alla tua anima e al tuo cuore un momento speciale.
E se ti siedi sulle poltroncine rosse, guardi il palco del teatro Anfitrione e ci trovi un letto, un baldacchino, abiti appesi alle gruccie e una piccola borsa che penzola in attesa di chi sa cosa…allora pensi che davvero qualcosa stia accadendo.
Sulla sala scende il silenzio e tu non vedi nient’altro che movimento e ascolti musica che subito ti rapisce. In questo momento entri dentro un’altra dimensione, che subdola e accattivante ti affascina fino all’ultimo momento.
Guardi Nora, la bella e prosperosa prostituta che rossa di capelli vive l’amore come un obbligo, come una sconfitta, come una malia da cui non può sganciarsi, è la donna che ha tre anime, quella che da, quella che vorrebbe prendere, quella che non riesce a farlo…perchè non riesce’? Perchè la sua malia “pura” è Domenico, il marito scanzonato e prepotente che sa abbracciare non solo il suo corpo ma anche la sua fragile anima.  E guardi il giovane poeta, che non cerca l’amore carnale come fonte di maturità, ma cerca una musa a cui dedicare parole di puro sentimento…che cerca se stesso e forse non lo trova.
Il mio cuore è stato un continuo tumulto, per quella donna che vive l’altalena dell’amore, che può essere una gioia ma anche un profondo dolore, che ti può far smarrire ma anche schiavizzare, che ti può gratificare ma anche annientare.
E quanto una donna può essere forte per resitere a tutto questo?
Tanto, perchè l’Amore è un sentimento che non ha una ragione, è un istinto, è una dedizione senza limite, è un viaggio alla scoperta di se stessi.
E quel viaggio lo farà Nora, lo farà Domenico, lo farà il giovane poeta.
E quando Nora chiedera al Padre che è nei cieli…”sia fatta la tua volontà…ma la mia, la mia quando…”, nel monologo finale questa donna metterà a nudo tutta se stessa, dando tutta se stessa, non potrete più resistere, la commozione vi inonderà, gli occhi si inumidiranno, il cuore l’abbraccierà e non potrete uscire da quella dimensione senza aver fatto vostro un viaggio che non ha ritorno, non ha certezze, ma sarà un viaggio dove l’Amore confermerà che sa attraversare ogni limite, ogni olte, ogni barriera. Il monologo è l’argine che si rompe e inonda tutto il Teatro.


Grazie a Barbara Bricca (Nora), a Guido del Vento (Domenico), a Gabriele Planamente (il giovane poeta), per la loro forte, emozionante, coinvolgente recitazione, non vi lasciano scampo, vi entrano nel sangue.
Nora mi ha tolto il respiro, Barbara me lo ha ridato, Guido mi ha affascinato e trascinato, Gabriele mi ha ammaliato.
Guido del Vento è anche il regista di questa opera giovane, fresca, forte, con un profondo messagio.
E se poi ci mettete le poesie di Marco Corsi…avrete la voglia di ascoltale e riascoltarle e riascoltarle…un abbraccio senza ritorno, per me così è stato.
Tutti loro hanno dato il cuore, ogni cuore ha battuto in modo diverso, ma quei cuori erano uno solo.
E la borsetta che ho nominato parlando della scenografia? Ecco, lì, in quell’oggetto che penzola c’è un messaggio forte, è il simbolo delle mani che attingono e che l’Amore non ferma, anzi dona e concede.
Anche questo è il mistero dell’amore che molte donne hanno vissuto e che ancora oggi vivono.
Teatro è vita reale. Il pubblico lo ha recepito e gli occhi commossi lo hanno dimostrato

Ci tengo a dire che in teatro era presente anche mia figlia (autrice degli scatti)  che è rimasta affascinata da questa opera che ha definito “…inizialmente leggera e ilare (dialetto romano e battute scaltre e simpatiche) fino ad arrivare ad un tema forte e tanto attuale…mi sono divertita ma ho anche pensato con profondità…loro sono tutti e tre speciali….”
Credo che se una ragazza di una così giovane età ha recepito tanto, questo spettacolo è davvero arrivato dove doveva. Anima e cuore.

 

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Vi invito a Teatro

Questo post nasce in collaborazione con Barbara Bricca, una delle protagoniste dello spettacolo “SEMPRE E SOLO IO E TE” , insieme a Guido Del Vento e Gabriele Planamente, per la regia di Guido Del  Vento.

 

 

 

L’Amore è un intreccio di anime.
Ma se Amore ha tre anime, potrebbero essere quelle di Nora, donna ironica, maliziosa e seducente, quella di Domenico, prepotente e scanzafatiche, quella di Cristiano, che poeticamente cerca la sua identità…
Tre anime alla ricerca di se stesse, pronte a superare ogni limite o confine pur di amare ed essere amati …
E Amore non disdegna di passare per Casa Sibilla, dove il mestiere più antico del mondo lega le vite e scioglie le catene.

 

“Perchè l’Amore è sogno e incanto, è verità e sofferenza e mai finirà d’essere Amore…”

E questo viaggio vi invito a farlo amici blogger, per raccogliere la magia del Teatro, per inebriarsi dei movimenti palpabili degli attori, per sentire il profumo della vita reale, per gustare chi passione mette nella ricerca di tematiche sempre nuove e attuali, senza dimenticare che recitare è Arte antica e sacra.

Vi aspettiamo !

 

 

 

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Everest

di Baltasar Kormákur

 

Due spedizioni tentano di scalare quella che è la montagna meravigliosamente e terribilmente difficile da conquistare, la più pericolosa del pianeta Terra: l’Everest. La sopravvivenza dei scalatori sarà durissima e messa alla prova da una bufera di neve tra le più violente che si ricordi; un’impresa impossibile, quella del 1996.
Tra uomini esperti e dilettanti, tra futuri padri e alcolisti, tra clienti senza preparazione e guide da cui dipende la vita degli altri, la sfida e l’ambizione di conquistare la montagna domineranno sulla ragione portando il dramma in molte vite.
Il turismo globale contaminerà la montagna sacrificando alcune vite.

 

Tratto da una storia vera, l’ho visto come un film/lungometraggio che racconta l’impresa ambiziosa degli uomini che vogliono scalare l’Everest. Preparazione, acclimatizazione, scalata.
La chiave per vedere questo film può essere vista anche come una metafora: risalire le vette che la vita ci mette davanti, superare i propri limiti; io  sinceramente ci ho visto la commercializzazione di uno sport che dovrebbe essere intriso dalla sfida tra l’uomo e la natura, tra chi sfida il sacro di questi giganti della terra e chi dovrebbe calpestarli con i calzari tra le mani riconoscendone il profumo della potenza imbattibile, inviolabile; perchè rispettare quella che è sempre stata definità sin dall’antichità la sacralità, la maestosità, la potenza, l’elevazione verso il cileo, il Dio, i dei, può essere fonte di salvezza, a questi giganti vengono spessissimo sacrificate vite o sconvolte vite solo per il gusto di una sfida che per me non ha senso alcuno.
Le riprese sono mozzafiato, fotografia spettacolare, il cast perfetto, prevalentemente maschile, mi è piaciuto molto Jason Clarke; il film lo consiglio, ma sinceramente non mi ha convinto, troppa meccanica azione cinematografica, lasciando indietro l’emozione che lega l’uomo alla sua sfida, che lega la montagna alla sua natura indomita.

 

 

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Il suo nome è Gesù

Gesù, Figlio di Dio e Dio,
ti vedo nel filo d’erba,
nelle gemme dei fiori,
negli occhi dei bambini,
nel sorriso dell’amicizia.

Mio Gesù, l’uomo cerca
di allontanarti dal mondo
per prendere il tuo posto:
terribile follia,
morte di ogni speranza…
Quando ti sento vicino
il tuo cielo è con me.

 

da Poesie di Paul Contras

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